Il Cavalier Mostardo

Part 13

Chapter 133,737 wordsPublic domain

Le donne e le ragazze, sull'alto della trebbiatrice, si volsero a guardare.

Una gran fiamma lontana, nel cuor della notte, ha sempre un singolar fascino e chiama l'anima delle genti disperse per le solitudini agresti, come le torme degli uccelli migratori.

A mezza strada incontrarono Pulôn. I pontieri avevan compìto l'opera: attraverso al gran rio, pienato di fascine, si apriva una strada di travi e di solide assi di quercia.

Pulôn esaminò l'opera e fu contento. Gridò:

— Avanti!

La fiumana si rimise in moto.

Già apparivano, dietro gli olmi, i pagliai dell'aia dei Battisti. La mèta era prossima. Gli scamiciati sentivan l'ardore dell'urlo e dovevan tapparsi la bocca. Non si poteva. Il _Generale_ aveva imposta la fatica; aveva comandato il silenzio. Da filare a filare, per tre campi e più si distendeva l'esercito degli assalitori; il formicolìo degli uomini, dei buoi, dei carri e dei carretti. Pulôn guardò quel suo popolo in marcia: l'avvenire veniva innanzi così, per l'assalto. Oh! poter condurre quella gente a un improvviso assalto della Città del Capricorno!... Tutti i _gialli_, cianciatori di Repubblica, avevano pensato mai di impadronirsi del potere?... E non era difficile! Bastava tagliar i fili del telegrafo e del telefono; assediar la stazione, devastare i binari, far saltare i ponti. I guardiani della borghesia erano scarsi e non sarebbero usciti dalle caserme. Pochi uomini di buona volontà e bene organizzati potevano condur la sorpresa. Pulôn sentiva che il domani era in suo potere.

Camminava così, sempre solo, le mani annodate dietro le reni, a fianco della trebbiatrice, quando si fermò ad attendere un uomo che correva a lui.

— Che c'è di nuovo?

— Hanno acceso un razzo, laggiù... dietro la strada maestra, verso i campi dei Tugnòla.

— Ma i Tugnòla son dei nostri.

— Può darsi ci chiamino in aiuto.

— Vai a vedere.

— Di qui ci saranno quattro chilometri.

— E tu corri!

— Va bene.

L'uomo ripartì come era giunto.

Pulôn ebbe un attimo di esitazione; poi chiamò gli anziani ed ordinò che la colonna fosse spinta innanzi con maggiore rapidità.

Gli uomini si assiepavano intorno alla trebbiatrice che era il sacro palladio, il conteso carroccio.

In tutti era la ferma convinzione di «_farla ai gialli_».

Avanti! Avanti!... I dodici buoi puntavano affannando sotto la sferza dei bifolchi; la trebbiatrice traballava da buca a buca minacciando capovolgersi; ma eran cinquantine e centinaia che la sorvegliavano; era la turba d'assalto che le si raccoglieva intorno decisa piuttosto a farsi schiacciare anzichè vederla riversa e inutilizzata fra i campi.

— Su, ragazzi, per la bandiera rossa!...

Ecco l'ebbra visione, ecco l'ipnotizzante balenìo nel vento della battaglia!

Si torcevan nello sforzo inaudito; l'ultimo tratto di strada era impervio. Ma, anche nella fonda notte, risplendeva sulla moltitudine, la vermiglia visione della bandiera rivoluzionaria; sventolava sotto le stelle, si spiegava sulla sacra terra da conquistare.

Tutto era conquista terrena, nella legge democratica.

«_Tu non avrai, innanzi a te, altro Ventre che non sia il tuo Ventre_».

«_Il tuo Dio sarà nel tuo pane e nel tuo companatico e tu vivrai contento del tuo sterquilinio, nè cercherai, altrove, altre cose che non ci sono_».

«_I padroni ti avevano insegnata la falsa strada di Dio. La Scienza li ha smascherati. Da oggi tu sai che non vi è altro Iddio innanzi a te, all'infuori del tuo Ventre_».

Codesta ebbra predicazione arrivava alle moltitudini attraverso all'Assoluto Economico.

Molti asini ragliavano insieme. Molte bestie addottorate danzavano i tresconi con la sgonnellante Scienza; e si facevano innanzi a scrutar l'abisso col lanternino del positivismo, del monismo, del materialismo.

Conveniva sgombrare il cielo dal fantasma di Dio e negare il Mistero.

Era piovuta, fra le illuminate pecore, la Causa delle Cause. L'Enigma era risolto. Caduto Iddio non restava che il Ventre; e l'uomo si avviava ad essere un più o meno ingegnoso scarabeo stercorario, nel risolto problema dell'Universo.

Ora la turba era giunta a un cinquanta metri dall'aia dei Battisti, e Pulôn aveva spedito innanzi venti uomini chè abbattessero le siepi verso i campi. Non voleva passare dalla strada.

Per quanto il silenzio fosse stato rispettato, data la moltitudine e l'opera compiuta, qualche rumore poteva esser giunto alla casa in mezzo all'aia; ma pareva che i Battisti dormissero il sonno della morte. Non un lume, non un sussurro. Ciò non era naturale. O conveniva pensare che i Battisti, accortisi della masnada che sopravveniva, avessero tale e tanta paura da non rifiatare, nascosti nelle loro buie stanze; o bisognava concludere che la casa fosse deserta. Ma era possibile che dei contadini abbandonassero così i loro beni senza neppure un tentativo di difesa? Perchè i Battisti non eran nè _rossi_ nè _gialli_, ma semplicemente clericali. Rappresentavano un anacronismo nella terra rivoluzionaria. Formavano una numerosa famiglia, ligia ancora al prete e all'altare. Per questo eran segnati a dito e vituperati quotidianamente nella classica terra della libertà.

Ora Pulôn sapeva che i Battisti si erano accordati con l'Agraria e che avrebbero trebbiato il grano con una macchina _gialla_. E ciò non doveva essere. Dall'aia dei Battisti, e cioè _dall'aia nera_, doveva partire la prima affermazione di principio e il primo trionfo dei _rossi_.

Abbattuta la siepe si trattava di far superare al Santo Carroccio della Democrazia gli ultimi cinquanta metri di sconvolta strada.

Pulôn tolse il divieto del silenzio.

— _So', rugiè burdèll, c'ai sén!_ (Su, gridate ragazzi, chè ci siamo!).

Allora l'urlo contenuto per tanto tempo scoppiò dilagando, si elevò altissimo. Donne, ragazzi, uomini si unirono nello stesso impeto. Parve il mugghio del mare. Migrò lontano; si perse nella più remota distanza della notte.

I Battisti avrebbero udito!

Ma la casa rimase buia; nessuno si affacciò alle finestre.

Ed eccoli a venti metri dall'aia nera, eccoli sulla soglia.

Ogni cuore cantava la diana del Partito.

Da cento voci si elevò il coro:

_Larga la strada e rossa la bandiera;_ _La tomba la sarà per i padroni..._

Ma di un subito ogni impeto cadde e ogni tumulto. La gioia rossa fu troncata da una, da venti detonazioni.

I Battisti non dormivano. I _gialli_ non avevano dimenticata l'_aia nera_!

Una ragazza, sull'alto del Santo Carroccio, fu colpita e cadde riversa con un urlo straziante. Il miaolìo delle palle da schioppo fece sudar freddo a più d'uno che si era ubbriacato di vittoria. Seguì un momento di esitazione. Di fronte alla sorpresa, le volontà ondeggiavano e la salda compagine stava per disgregarsi; già molti cercavan di svignarsela, e qualche fosso incominciava a riempirsi di fuggiaschi. Ora, sorpreso sul punto di una strepitosa vittoria, Pulôn pensava ai casi suoi. Però, non ebbe tempo di pensar troppo perchè si accorse che, se indugiava ancora, tutto sarebbe stato travolto e perduto. Allora, raccolti gli uomini, fece allontanare donne e ragazzi.

E ricominciò la solfa delle schioppettate.

Ma, dall'altra parte, c'era l'indemoniato genio del Cavalier Mostardo! Egli aveva visto e previsto.

— Ah, vuoi farmela?... Bene! Arrivi al momento giusto!

Il Cavalier Mostardo ritornava dall'aver partecipato a una seduta al Circolo Mazzini e non era di buon umore. Si era parlato del caso Borgnini e i signori della Cattedra avrebbero preteso di tenere a mezz'aria Bucalosso.

Nè fuori dal Partito, nè dentro al Partito. A questo si era opposto con ogni sua energia il Cavalier Mostardo e tanto aveva detto e tanto perorata la sua causa, che le cose erano rimaste al punto iniziale e nessun giudizio era stato dato e nessuna decisione presa.

Ma quel voler giudicare gli uomini di azione in base ai così detti _principii etici_ (che cosa fossero poi questi _principii etici_, egli non sapeva davvero!), lo indispettiva oltre il verosimile. Il fatto sta che era partito verso le dieci di notte, dalla Città del Capricorno, con un diavolo per capello e, se non si fosse trattato della sua riputazione, avrebbe mandato al diavolo tutto quanto.

Ma i suoi informatori lo avevano avvertito di fatti gravi e non poteva piantare in asso la cosa quando più si rabbuiava. E siccome sapeva che si sarebbe trovato di fronte a qualche centinaio di individui aveva mobilitato l'intiero esercito _giallo_. Egli stesso doveva dirigere l'azione. Si sarebbe valso di quel po' di scienza militare che aveva imparato guerreggiando dall'America del Sud alla Grecia, per una libertà che era stata sempre più grande nel cuore di lui che non nei fatti.

Pertanto aveva dato ordine che una macchina _gialla_ fosse spedita innanzi sotto buona scorta; ma nessuno doveva attaccare i _rossi_ fin ch'egli non fosse stato presente.

Impartiti gli ordini, stava per licenziare Rigaglia, quando questi disse:

— Vengo anch'io.

Il Cavaliere balzò sulla seggiola:

— Tu?

Era possibile che quella specie di _fornicario_ dimostrasse a un tratto tanto coraggio?

— Tu vuoi venire?... Ma non sai che c'è da lasciarci la pelle?

— Lo so.

— Che cosa succede questa sera, Rigaglia?

— Bella roba!... Come se non fossi stato alla guerra almeno dieci volte con voi!

— Già, ma allora eri un altro! E ci venivi perchè non potevi farne a meno.

— Lo dite voi! Lo so io che cosa mi è costata l'Albania!

— Dovresti ringraziare il tuo Dio che ti ha salvato dall'orribile avvenimento del matrimonio! Be', poche chiacchiere! Se vuoi venire io parto subito.

— Sono pronto.

— Hai attaccato il cavallo?

— Sì.

— Allora andiamo.

Ed eran partiti insieme.

Ora il Cavalier Mostardo ispezionava il suo fronte. Vista riuscita la prima sorpresa, pensò di non por tempo in mezzo e di approfittare dell'improvviso disordine che scompigliava le fila di Pulôn.

Bisognava piombare sulla macchina rossa e fare avanzare la macchina _gialla_ fin sull'_aia nera_.

Divise le sue forze in due gruppi. Formò coi più giovani un primo gruppo di assalto e al secondo gruppo, degli anziani, dette ordine di far avanzare la trebbiatrice verso l'aia e di farvela entrare a tutti i costi. Postosi poi a capo dei giovani e urlando:

— _Ripobblica!_

Si scagliò all'assalto dei _rossi_.

Non occorre raccontare quanto accadde in seguito. Non insistendo i _rossi_ nel loro proposito, vennero a un patto coi _gialli_ i quali permisero loro di trascinare la loro macchina altrove. Fu segnata una momentanea tregua. La Repubblica era generosa e Pulôn se ne andava con una solenne scornatura. Ma non si era che agli inizi e la lotta si spostava di aia in aia, di parrocchia in parrocchia, sempre più accesa.

I Battisti erano comparsi tutti quanti: uomini, donne e fanciulli.

Pierone, il capoccio, tentò di baciar la mano al Cavalier Mostardo che non si volle prestare al nefando segno della servitù antica.

— Voi, Pierone, siete un galantuomo, ma avete il torto di rimanere attaccato alla _porcinaglia_! Siete una vittima di Ticchi Marmissi e del perfido clero. Vi pare che nel nostro secolo, dopo l'ottantanove e con gli imbrogli universali che si preparano per domani, un uomo deva ancora baciar la mano a un suo simile? Toglietevi quel giogo, Pirôn, e venite con noi, nel nome dei proclamati diritti dell'uomo e nel segno della santa libertà!

Pierone rise e chiamò le sue donne che dessero bere a Mostardo. Si fece innanzi una ragazzona giovereccia che recava un enorme boccale verde e un bicchiere stillante. Il Cavaliere si dissetò poi volse gli occhi intorno a cercare Rigaglia.

— Dov'è Rigaglia?

— È in casa — fece Pierone.

— E che fa?... Si sente male?... È ferito?

— No, parla a mio fratello.

— Ma che vuole?

— Sbrigano un affare. Rigaglia deve avere dei danari da noi e adesso si accomoderà la cosa col grano.

— Ecco, perchè è venuto, quel _versipelle_! — gridò Mostardo — E chi lo muoveva dal suo buco se non cantavano i palanconi?... Dì che mi venga intorno un'altra volta!... Diglielo, sì, che ritroverà quello che va cercando!...

Poi dette ordine gli portassero il cavallo. Quando arrivò e quando fu seduto sul barroccino, ecco sbucar di gran corsa, dalla casa dei Battisti, il modesto Rigaglia.

— Padrone?... Padrone?...

Il Cavalier Mostardo trattenne Carlotta. Si volse a sbirciare Rigaglia e gli domandò bruscamente:

— Cosa vuoi?

— Vengo anch'io.

— Dove?

— A casa.

— E chi va a casa?

— Dove andate allora?

— All'inferno! Vuoi venirci?

— Cosa vuol dir questo?

— Vuol dire che se mi prendi un'altra volta dal lato politico, per combinare i tuoi affari, ti capita tale lezione che te la devi ricordare per un pezzo!

— Ma che cosa ho fatto?

— Ne parleremo domani!

E frustò la cavalla, la quale si allontanò di un balzo galoppando via per la strada polverosa.

Erano le due dopo mezzanotte e Carlotta, chissà perchè, aveva abbandonata la strada maestra e si allontanava trotterellando per certe straduccie comunali che pareva conducessero a ritrovi pieni di discreto silenzio, sotto le stelle.

Non si sentiva più niente, ma solo i grilli, i grilli e i grilli.

Nelle notti estive, questi cantori dei campi conducon via la mente a certe fantasticherie che sciolgono il cinto di Venere a coglierne le grazie, il riso, i vezzi, le lusinghe, i piaceri. Un uomo si sente preso da una calma improvvisa, poi un desiderio gli si insinua nel cuore, un desiderio primevo che lo riconduce a ciò che fu fin dal primo principio. E nasce la donna, come nacque nella notte di Adamo: osso delle sue ossa, carne della sua carne.

«_Or amendue, Adamo, e la sua moglie, erano ignudi, e non se ne vergognavano_».

Anche il Cavalier Mostardo sentiva che non se ne sarebbe vergognato perchè ritornava ai tempi del Paradiso Terrestre.

In verità di Paradisi Terrestri se ne possono trovare molto spesso, a sapersi contentare; e il serpente è una persona cordiale.

Ora se un uomo rifà il gesto di Adamo e si pensa ignudo con una donna ignuda, in un paradiso di purificazione pieno di poma succose; se disdegna le foglie sul chiaro orizzonte del mondo, e si incammina per le tepide strade che conducono al frutto nascosto; se questo immagina, nel cuore di una notte estiva, sonnoleggiando i grilli la loro nenia distesa, è certo che, prima o poi, ritornato nella contingente disgrazia de' suoi giorni correnti, deve pensare a una mèta, deve vedere una soglia.

Incontro a lui, senza tormento di operazioni costali, deve balzare una donna che è poi sempre la prima, e nello stesso paradiso.

Il Cavalier Mostardo saliva in ardore così, piano piano, mentre la buona Carlotta lo conduceva via (chissà poi perchè?...) per le stradicciuole più remote, più amorose, più lontane dalla tormentata bufera.

E immaginando e immaginando finì per sentirsi acceso e innamorato.

— Bene, bene, bene!... Ho fatto anche troppo!... Adesso voglio riposare anch'io.

E frustò Carlotta la quale incominciava ad andar troppo adagio.

Ma se il desiderio pungeva il Cavaliere non arrivava più alle soglie del cuore della sua buscalfana la quale, sopraggiunta all'età della moderazione, nulla sognava ormai che non fosse placido e riposato.

— Le due e mezza!...

Si udiva il chiù da una selvetta. Contava gli anni di qualche romantico cuore.

— Forse è tardi!... Dormirà?

Parlava al suo turbamento.

— Mi ha scritto: A qualsiasi ora!... Ma... la discrezione?

E il chiù dàgli col suo verso monotono, sempre più lontano, sempre più sospirato.

Senza nessun pensamento incominciò a contare i sospiri del chiù:

— Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette... otto... nove...

Un gattaccio nero attraversò la strada. Carlotta, che se lo trovò fra le zampe, ebbe uno scarto improvviso e, quasi quasi, ruzzolava nel fosso col barroccino e tutto.

Mostardo riprese le redini:

— _C'sa fètt, Carlota?_... (Cosa fai, Carlotta?...).

Ma non badò al gatto nero. Non era superstizioso.

Poco più innanzi si trovò ad un bivio. Bisognava decidere. Fermò la cavalla.

— Ci vado?

Il chiù continuava a cantare.

— _Azzidenti a j'usèll!_... (Accidenti agli uccelli!...). Non ci vado?...

Quando gli si sarebbe ripresentata una simile occasione?

Forse mai più. La campagna, il silenzio, il colmo della notte... nessuno poteva vederlo e quei guastamestieri degli amici suoi non lo avrebbero importunato coi sottintesi, le baie e vai discorrendo.

Però l'ora non gli sembrava opportuna. Sì, si trattava di amore e l'amore fa a meno di tante convenienze, però... Fosse stata una donna del suo paese, almeno! Con una donna del suo paese avrebbe potuto agire con maggior disinvoltura.

— Insomma, ci vado o non ci vado?

La Carlotta si addormentava, le froge sulla polvere.

Allora arrivò ad un divisamento supremo: avrebbe lasciata la decisione alla sorte. Il chiù cantava ancora; avrebbe incominciato a contare; se, dopo tredici singhiozzi, l'uccello notturno la smetteva, sarebbe andato al convegno d'amore; se continuava, non ne avrebbe fatto niente.

Incominciò, ma, a vero dire, non era troppo tranquillo:

— ... sette... otto... nove... dieci...

Si volse verso gli alberoni dai quali proveniva la notturna malinconia:

— ... undici...

Per Bios!

— ... dodici...

Non finiva più, quel versipelle?

— ... tredici!...

Riprese le redini; stava per avviarsi; la sorte gli era stata favorevole; ma in quel che si chinava per raccogliere la frusta, l'assiolo ricominciò la sua solfa:

— ... quattordici... quindici... sedici...

Ciò riempì di dispetto il Cavaliere. Dunque qualcuno poteva opporsi alla sua felicità? Ed egli doveva sottostare al capriccio di un _canta-di-notte_ qualunque? Doveva lasciarsi guidare da un uccellaccio? Ma neppure per sogno!

— Su, Carlotta!...

La buscalfana levò il muso e incespicò nell'avviarsi.

— Andiamo, dunque!... Valà, Carlotta!...

Carlotta aveva un sonaglio fermato al sellino. Questo sonaglio incominciò il suo ritmico dondolìo.

_Dilìn-dlin_... _dilìn-dlin_... _dilìn-dlin_...

E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.

— Quanti chilometri ci saranno ancora?... Tre chilometri!... Su, Carlotta, da brava!...

Un cane da pastore, balzato fuori da un'aia, si precipitò addosso all'equipaggio, la bocca spalancata.

Questo cane aveva gli occhi rossi. Mostardo vide due punti fosforici nel buio. Prese tranquillamente la pistola dalla tasca della cacciatora e sparò addosso alla belva domestica, tre, quattro volte. Si udì un guaito acutissimo e il can da pastore ruzzolò in un fosso.

_Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin..._

E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.

— Carlotta, ci siamo...

Ecco che si apriva discretamente una porta senza far rumore.

— Oh!... siete voi.

— Sono io!

— Perchè tanto tardi?... Entrate.

— Mignon siamo in battaglia.

— Lo so, caro amico...

La porta si richiudeva piano piano, dolce dolce.

Come vestiva di poco quell'assassina! E quanto ben fatta! Il collo nudo... le braccia nude... la gola nuda... il resto, quasi quasi...

— Per Bios, cara Mignon, io, questa sera ho un certo convulso attorno!

— Cosa avete!...

— Non vi vorrei guardare, ecco!

— E perchè?...

Si mordeva una mano.

— E mi domandate perchè, boccone di paradiso?...

Mignon rideva... egli le passava un braccio sopra la vestaglia che c'era per modo di dire. E sentiva certi rilievi... e certe affossature! Poi gli sopravveniva un grandissimo caldo.

— Questa notte si scoppia!

— Anzi si sta bene.

— Sì... si sta molto bene... moltissimo bene... benissimo!...

E si volgeva a guardarla, e la faccia di lei non si discostava e scoppiava il primo bacio come una girandola rossa. Il sapore di glicerina non c'era più.

— Per Bios, Mignon!... Ho il cuore che mi balla i tresconi!...

— State attento al lume!

— Datelo a me.

E prendeva il lume; poi non ne poteva proprio più e prendeva anche lei, sull'altro braccio, come una bambina. E via di corsa, su per le scale.

Una stanza... due stanze... quattro stanze...

— Ci siamo... ci siamo, Gianni!...

Rideva soffocando il suo riso contro il collo di lui. E i suoi capelli scompigliati gli facevano il solletico.

— Quanto sei bella!

C'era un gran trono dorato per starvi distesi a dormire: il trono delle cose discrete ed estreme.

— Eccoti, regina!

Ma ormai non si lasciavano più, non potevano più separarsi.

Il lume si spegneva, ma della luce ce n'era anche troppa.

— Amore mio!...

Era lei che lo diceva, morendo:

— Amore... amore mio!...

Lui non diceva più niente; navigava in un delirio.

E tutto era come doveva essere, senza una cosa in più, senza una cosa in meno. Il gran tremito delle creature che si uniscono con perfetta stima.

Dopo tre o quattro ore egli sospirava:

— Mignon...

Ella sospirava:

— Gianni...

Ed erano come la vitalba e il biancospino... stretti stretti.

Poi...

_Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin..._

— Su, Carlotta!... Da brava!...

E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.

Quando arrivò al Conventino erano le tre dopo mezzanotte. Il Cavalier Mostardo guardò l'orologio e discese dal barroccino brontolando. Legò Carlotta ad un albero, vicino all'ingresso della villa e si avviò a piedi lungo il viale principesco.

Voleva fare il minor rumore possibile. Non si sapeva mai!

La villa si vedeva appena, in fondo in fondo, nascosta da una gran macchia di alberi. Cercò di ammorzare il passo sulle ghiaie. Come fu giunto a un ampio piazzale, ristette. Gli sembrò di veder scivolare un'ombra per una bianca scalinata di marmo.

Aguzzò gli occhi ma non vide cosa che si movesse. Allora si accostò piano piano. Il cuore gli batteva forte. Da quale parte sarebbe entrato, se doveva entrare? Non certo da quella scala monumentale che gli dava soggezione. Era la prima volta che si accostava al Conventino, alla famosa villa dei marchesi Alerami, e tutto quel fasto, quella solennità, quell'imperio di cose disposte come a comandare, non gli suggerivano una grande disinvoltura. Era colto dalla timidezza antica, dalla timidezza de' suoi quindici anni erratici. Tutto quanto il Cavalier Mostardo, con il suo orgoglio di uomo nuovo e di avvenire, non era più niente. Provava soggezione. Erano le cose che lo soggiogavano. I marchesi Alerami non gli avrebbero fatto nè caldo nè freddo; il Conventino lo raumiliava sotto una fiumana di ricordi e di miseria antica. Alzò gli occhi alle finestre cercando attraverso alle imposte, almeno uno spiraglio di luce. Tutto era buio, severamente buio. Possibile che la sua Mignon dormisse là dentro, in quella casa di maghi?... Come poteva entrar l'amore fra tanta severità arcigna?... L'amore che vien via ridendo e butta all'aria il mondo intiero?... Poteva farsi annunziare la dolce creatura di follìa? E passare innanzi al muso dei servi stereotipati? E fermarsi nella sala di aspetto?...

Ma non c'era neppure una finestra illuminata e la villa era grande come un paese.

— Vai pure a pescarla, in questo monumento!... Dove dormirà?...

Pensosamente, pianissimamente girò intorno alla villa. E scrutò finestra per finestra.

— Forse tu dormi e non ti vuoi destare!

E, se l'avesse chiamata?

— Mignon?... Piccola Mignon?... Mignonettina?...

Sì!... Ma se poi c'era qualcun'altro in quel mausoleo?

Se qualcun'altro sentiva e lei no?... Un servitore, per esempio?...

— Accidenti ai servitori! Sempre fra i piedi! Non servono ad altro che a trovarsi proprio là dove non si dovrebbero trovare mai!

Voltò un altro angolo. Il cuore gli dette un balzo. C'era, al secondo piano, una finestra illuminata. Forse Mignon vegliava ancora.

— Cara!...

Ma come avvertirla?

Arrampicarsi fin lassù non era possibile; chiamarla non voleva... e allora?

Ricorse al mezzo più semplice e più antico. Si chinò a raccogliere dei piccoli ciottoli poi, presa bene la mira, incominciò a lanciarli ad uno ad uno contro le imposte. Rimbalzavano sul legno; ricadevano. Parevano nocche che bussassero discretamente alla finestra.

Attese... vide il lume spostarsi... poi la finestra si aprì e un'ombra apparve al davanzale.

— Siete voi, Mostardo?

— Sono io.

— Aspettate.

Come star fermo ad aspettare?

— Mio Dio, ho il cuore che si gonfia!...

Gli si gonfiava il cuore, sotto lo spasimo.