Il Cavalier Mostardo

Part 12

Chapter 123,806 wordsPublic domain

E aveva cercato l'occhiello per il fiore e si era tolto uno spillo dalla veste, per fermar la gardenia, chè non dovesse perderla.

Poi lentissimamente, guardando sempre nel vano, sempre più piccolo, aveva richiuso l'usciuolo.

Girolamo e Stefano lavoravano ad un'aiuola di gigli.

Ogni torre ed ogni campanile aveva una corona di rondini.

In un'ora della vita si ritrova Iddio che sorride, ma non più di una volta perchè l'anima conosce una strada ed una sola che arrivi tanto lontano. E, dopo, la mente si annebbia fra le ciarlatanerie dei sapienti, o si estrania e si imbraca nella torpida vita senza più luce.

L'amore ci insegna la strada... ma una volta sola.

Una sera estiva.

— Quando sei ritornato, Paolo?

— Ier l'altro.

— Ti fermerai?

— Sì, fino a quest'autunno.

— E dopo?

— Andrò a Milano.

Stefano e Girolamo passarono e si tolsero il cappello. Avevano compiuta la loro fatica anche per quel giorno.

— Buonasera, Spadarella.

— Buonasera.

Se ne andarono lungo il muro, senza parlare, curvi, la giacca sopra una spalla.

Una donna, seduta innanzi alla porta di una casa vicina, cantarellava una nenia a un suo bimbo che teneva sul grembo. Due comari sbraitavano, più lontano, con una frotta di marmocchi. Passò un carro rosso, trascinato da due enormi buoi; una bimba scalza li precedeva reggendo la corda della nasaiola; venivano dietro due contadini scamiciati, taciturni e gravi.

Dal fondo della strada, che moriva fra gli orti, era nata la stella del vespero.

Poi suonò l'Ave.

Passò l'Angelo sopra una piccola città del mondo.

Non si guardavan negli occhi; egli guardava le colline che si vestivan come le fanciulle a primavera, di un color di violette e di lillà.

Disse:

— Domani andrò a Premilcore...

— Dai tuoi parenti?

— Sì.

Ella sentì, nell'anima accorata, una nostalgia di perdute distanze; le pareva che, oltre quel soavissimo smorir di colline, incominciasse la strada che è solamente nei sogni.

L'usciuolo era dischiuso; Spadarella si appoggiava allo stipite della piccola porta che si apriva sul muro di cinta del suo giardino. Ogni tanto guardava verso il fondo della strada.

— Dove sarà Spina Rosa?

Egli guardò con lei, senza dir niente.

Poi un brivido l'aveva fatta arrossire. Egli aveva detto all'improvviso:

— Come ti sei fatta bella!...

Poi le siepi finiscono e si apre la _larga_, la campagna sconfinata, tutta a grani e a lupinelle. Ed ivi non sono che allodole e nuvole; e sentieri che non finiscono mai.

Qualche piccola casa è sul confine delle _larghe_; qualche casa con la sua porta rossa.

Chi starà mai laggiù, sotto il sorriso del cielo?...

Un giorno le fanciulle partono, attraverso le lupinelle in fiore, sotto il volo delle allodole e delle nuvole... solo per vedere... per sapere chi abiti mai, dentro la piccola casa dalla porta rossa, sotto il sorriso del cielo.

E sono scalze... e veston di niente... e portano il loro cuore che canta, attraverso il mare delle lupinelle.

Laggiù ma' mai!...

C'è sempre un porto più lontano, per le fanciulle che migrano verso il loro sogno d'amore.

Chiuse le palpebre e vide un'ombra d'oro; e in quell'ombra si immerse.

Le api, i calabroni, le pecchie le ronzavano intorno.

Un frutto cadde dal melo. Un frusciar dolce di foglie discendeva nell'ombra d'oro, con lei.

Ella non avvertì più che l'estate: il caldo, il languore, la chiarità, la promessa dell'estate. L'essere suo si distese, si perse nell'universale. Ella non si sentì più nella sua vita: si sentì pari alle cose che non parlano e a quelle che non si vedono e sono per la stessa legge come noi siamo. E le parve che un sonno le sopravvenisse ma non era il sonno, bensì una coscienza diversa.

Solo languiva e non sapeva di che; e un po' di angoscia era nel suo riposo. Non c'era più parola, al mondo, per la sua attenzione; c'era solamente una incerta attesa.

Aveva pensato a una strada, a una casa, al volto di un giovane; ora anche queste cose eran dileguate nella profondità dell'ombra d'oro ed ella non pensava più e il cuore di lei era vuoto di immagini.

Ma il sole aveva anche per Spadarella l'ardor che matura le frutta; anche per Spadarella, la calda estate recava nel grembo un segreto d'amore.

Un segreto, ma quale?

Ella si sentiva battere i polsi e non sapeva di che sorridesse; anche non sapeva perchè il suo volto si facesse del color dei gerani. Non era il caldo, era qualche altra cosa dolce, ignota e divina. Era la sua giovinezza.

Perchè ella camminava, con la sua giovinezza, da stagione a stagione, e gli occhi suoi grandi erano chiari e le cose si illimpidivano, specchiate nella loro chiarità; ma la sua compagna, quella che teneva gli anni di lei fra la sera e il mattino, si era turbata di una cosa che non era tuttavia un desiderio, ma un presentimento e si era ferma nel sole come il frutto che matura per qualcuno che deve passare.

Tra le siepi, sulle rame, nei pomarii e nei roveti maturan le frutta per l'errante desiderio del mondo e la stagione arriva per le fanciulle.

Anche le prugnòle si fan dolci nel cuor dell'estate!

Ebbene, l'anima di una vergine, ad un punto della sua giovinezza, sente che la purità sua non sarà guasta se l'amore arriverà ad amarla; sente che, sotto il confine del cielo, non v'è altra poesia ed altro più grande destino. E il suo desiderio arriva come una rondine che appare in un mattino di aprile.

Essere amata!

A un tratto, in un'ora della vita, questa sconfinata dolcezza si appena in una attesa da core:

Essere amata!...

Chi l'avrebbe attesa in fondo all'ombra d'oro di quell'estate regale? Chi avrebbe colto il primo bacio della sua bocca vermiglia? Chi l'avrebbe stretta fra le braccia per mormorarle le parole che si ascoltano ad occhi chiusi?...

Ella non udiva che il frusciar delle foglie del melo e Iddio era con lei.

Qualcuno l'aveva chiamata dalla distanza del mondo.

Qualcuno che aveva detto:

— Levati e cammina perchè sei giovane e bella, e prendi la pena del tuo cuore e vienmi ad incontrare!...

Ora ella aveva ubbidito.

— O Spadarella?... Dormi?...

Ella aprì gli occhi, in sussulto. Lo zio Giovanni stava di fronte a lei, nel sole.

— Hai tardato tanto, zio!

Fu in piedi; si riassettò le vesti.

— Che ore sono?

— Le dodici e mezza — rispose lo zio Giovanni. — Bisognerà spicciarsi. Spina Rosa ci aspetterà brontolando.

— Io sono pronta. Il mio cappello l'ho lasciato in camera tua. Vado a prenderlo, zio. Permetti?

— Sì. Fai presto.

Ella si avviò innanzi correndo. Il Cavalier Mostardo le teneva dietro passo passo. Come fu alla porta del cortile, incontrò Rigaglia.

— Ci sono queste lettere per voi.

— Chi le ha portate?

— Il postino.

Le prese le rivolse da ogni lato; non capiva chi poteva avergli scritto.

Ne aprì una, guardò la firma... era una donna.

— Margherita?... E chi è questa Margherita?...

Perchè Spadarella non sopravvenisse, ficcò la lettera in tasca.

— La leggerò dopo.

Ne aprì una seconda. Incominciava:

_Uomo del mio sogno_,

_mi sono decisa a scrivervi dopo aver lungamente combattuto con me stessa, col mio dovere... eccetera, eccetera..._

Era firmata Maddalena.

— Maddalena? Margherita e Maddalena?... E da dove escono tutte queste donne?...

Ficcò in tasca anche la seconda. Spadarella poteva arrivare.

Aprì la terza ed ultima. Diceva:

_Amore mio_,

_tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto di tutti i miei sogni. Io ho desiderato sempre un uomo come te: forte, gagliardo, temerario... etcetera, etcetera..._

Era firmata Claretta.

— Margherita... Maddalena... Claretta?... No!... Non può essere che uno scherzo!... È possibile che io sia diventato il gallo della Checca?...

Ficcò in tasca anche l'ultima e si fermò in mezzo al cortile ad aspettare Spadarella.

— Per Bios! Ma che cosa mi capita in questi giorni?

Poi, dal fondo del giardino, venne innanzi un ragazzo con una lettera.

— Per chi è? — domandò Spadarella.

— Per Mostardo — rispose il ragazzo.

Il Cavalier Mostardo guardò di traverso il sopraggiunto.

Prese la lettera, lacerò la busta, lesse:

_Amico mio_,

_Sono al Conventino. Devo preparare la villa. Sono sola. Se passaste a tenermi compagnia, mi farebbe piacere. Non mi garba di restare isolata in campagna, specialmente di notte. Se foste con me, non avrei paura. Potete arrivare quando vi piaccia: tanto di giorno, quanto di notte. Vi aspetterò._

_La vostra_

NINON FAUVÉTTE.

Piegò la lettera e la pose in tasca con le altre.

— E quattro! — esclamò.

— Quattro, che cosa? — domandò Spadarella.

— Quattro... quattro spropositi! È meglio non parlarne.

CAPITOLO X.

_Qui battagliano gli eserciti dei Rossi e dei Gialli; qui appare la bene organizzata Anima Economica delle moltitudini nemiche di Dio e parla, per la prima volta, l'Uomo Pacato._

Alla _Camera Rossa_ era un andirivieni continuo di _compagni_ in bicicletta. Assoluto Malvagni, il segretario di detta _Camera_, si sentiva, quel giorno, l'anima precisa e concreta di un Imperatore. Radunava le fila; metteva in moto le moltitudini. Tutto dipendeva da un suo cenno.

Si ha un bell'avere saldi principii democratici, ma certi poteri finiscono per inebbriare chi li esercita. Chiamarsi Segretario piuttosto che Re o Imperatore, poco importa; il tutto consiste nell'essere padroni del popolo.

Assoluto Malvagni era padrone del popolo; o meglio, di quella parte del popolo che militava con lui sotto le bandiere del socialismo.

Assoluto Malvagni si era fatto su Marx e, passando di _plusvalore_ in _plusvalore_, era diventato una testa grande. Come avvocato non aveva assunto il patrocinio se non di un furto di galline. Riuscito a far condannare il ladruncolo, aveva preferito poi alle pandette la politica.

Suo padre, integerrimo falegname, si era illuso di possedere nel figlio, un grand'uomo e, per condurlo agli studi universitari, dopo essersi indebitato fino ai capelli, aveva venduto le ultime seghe.

Carpita la laurea, il povero Assoluto era ritornato alla Città del Capricorno nella speranza di guadagnarsi rapidamente una vasta clientela. Ciò non ebbe a toccargli e Assoluto se la prese dapprima con l'indelicata società poi con la _grassa borghesia_.

Una volta entrata in ballo la _grassa borghesia_, Assoluto di Patroclo Malvagni sentì di aver afferrata la fortuna per le corna e si valse delle medesime.

Andò innanzi a cornate. Questo è un mestiere che riesce bene, se uno non ha troppi scrupoli.

Incominciò con l'avere un serio litigio col suo papà.

Il suo papà, come abbiamo detto, era un repubblicano a fondo perduto, di schiatta legnosa. Egli stava alla sua convinzione politica come una cariatide al proprio sostegno e non avrebbe ammesso che il figlio degenerasse. Ma il figlio, di Repubblica non volle saperne. Vi furono litigi seri. Una volta Patroclo, afferrata una seggiola, voleva romperla sulla testa di Assoluto; però, non essendo Assoluto dello stesso parere, il vecchio Patroclo si convinse che quella non era la forma migliore per far entrare un'idea nelle testa del figliolo e le cose rimasero al punto di prima.

Assoluto si buttò al socialismo. Grande oratore non era, ma sapeva dire quattro minchionerie con una certa foga.

Poi doveva vendicare l'oltraggio che la società gli aveva fatto, non riconoscendolo grande avvocato.

Il suo odio si vestì di ingiustizia sociale. La _grassa borghesia_ era là, pronta ad essere presa a calci in qualsiasi parte; Assoluto incominciò l'operazione per conto del proletariato.

Per meglio fare fondò un giornale: «_Il Faro Socialista_», e in pochi anni si sistemò.

La borghesia finì per rispettarlo. Gli stessi che avevano deriso l'avvocato povero diavolo, ammirarono il direttore del _Faro Socialista_.

Dati i quali trionfi, l'avvocato Malvagni divenne più Assoluto che mai e tempestò, e minacciò e scrisse come una bestia, ma con quella tale bestialità che è necessaria al popolo, a volerne essere amati. Fu un organizzatore instancabile; si prodigò in comizi e conferenze; parlò sempre, in qualsiasi ora del giorno o della notte e in qualunque luogo si trovasse. Così crebbe in importanza e in misura e dominò la massa.

Ora egli predisponeva la battaglia dalla sua sede nella _Camera Rossa_. Aveva innanzi, una carta topografica della provincia e veniva riempiendola di segni cabalistici, con matite di vario colore. Riceveva e rimandava, con ordini brevi e precisi, i capi delle varie sezioni; precisava le ore dell'attacco, le strade da battere, le precauzioni da prendere, il numero di uomini da usare.

Ora un bracciante stava presso il tavolo di lui: il cappello in testa e le mani in tasca.

— Dunque hai capito, Giorgione?

— Ho capito.

L'avvocato Malvagni non alzava il capo dalle sue carte.

— Dovete cominciare dall'aia dei Baten.

— Va bene.

— A partire da San Girolamo e ad andar di traverso pei campi, impiegherete tre ore...

— ... buone!...

— Sì, tre ore.

— Ma avete pensato — riprese Zurzôn — che a battere la strada che avete detto voi ci son da traversare tre grandi fossi?

— Ci ho pensato. E non è per questo che ho fatto seguire la macchina da tre carri di fascine?

— Va bene.

— Allora non ho altro da aggiungere.

— Posso andar via?

— Sì.

Si lasciarono. Arrivarono gli informatori.

— Ci sono incidenti?

— Poca roba. Una bastonatura alla Rotta; qualche schioppettata a San Casciano.

— Feriti?

— Nessuno.

— Sì — soggiunse un secondo: — due donne!

— Come due donne?

— Una _rossa_ e una _gialla_.

— E dove?

— Alla Pieve Quinta. Hanno incominciato a graffiarsi, poi si sono sparate contro.

— Ferite gravi?

— No.

— Sono _dentro_?

— Una è _dentro_ e l'altra è all'ospedale.

— Bene. E le macchine sono in moto?

— Le prime, sì.

— Dove?

— A San Casciano, alla Rotta, a San Pietro, a San Zaccarìa...

— Gli uomini sono armati?

— Armatissimi.

— Si sono divisi in tre squadre?

— Sì.

— Avete altro da dirmi?

— Ci sarebbe il caso Borgnini...

— Be'?...

— Il popolo vuole soddisfazione.

— Il popolo aspetterà. A questo penso io.

— C'è molta gente che brontola.

— Qui bisogna ubbidire e non brontolare!

— Però...

— Non c'è _però_ che tenga!... Quando sarà tempo penseremo a Borgnini. La disciplina di partito assegna a ciascuno la propria responsabilità e un compito preciso. Andate.

E anche gli informatori andarono.

Assoluto Malvagni rimase al proprio lavoro, tetragono al caldo, alle mosche, alla stanchezza.

Le trebbiatrici erano partite alla chetichella dal loro grande deposito presso la città del Capricorno e si erano sparse un po' qua un po' là per la campagna, fermandosi nei luoghi più opportuni a prendere l'avvio per muovere all'assalto delle aie. Tale dislocamento era stato studiato tanto dai _rossi_ quanto dai _gialli_ con minuziosa cura e, molte volte, i due avversari si trovavano all'agguato a poche centinaia di metri.

In questi casi, la reciproca sorveglianza era accanita e continua. Ora, fra i tanti, uno dei punti di maggiore pressione era San Zaccaria, dove le squadre _rosse_ e le squadre _gialle_ erano più numerose, più agguerrite e più violente.

Si avvicinava l'ora dell'attacco. Una placida sera di estate moriva nell'immensità di un cielo tersissimo. Pei campi, biondi di stoppie, non erano voci di biolchi, chè le terre non si aravano ancora; appena passava qualche tocco di campana raminga, chissà da quale pieve deserta. Una campana per le anime dei morti, non per un solo vivente, chè, in quelle plaghe, di Iddio e del padrone ne avevano fatto un solo fascio per un odio solo. E i poveri piccoli bruti, sotto la guida di qualche positivista o materialista di quinta mano, si gonfiavan d'aria e di parole, di oscenità e di penosa miseria rinegando la sola scarsa poesia della vita.

NÈ DIO, NÈ PADRONE.

Passava appena, nel cuore del silenzio campestre, un alito di campana moritura per le anime di un tempo, per la dolcezza e la poesia di un tempo.

Poi anche la sera se ne andò per lasciar posto alle stelle.

L'estate indiadema il cielo, apre le strade profonde per chi guarda lontano.

Con la notte illune, le due parti si disposero all'uscita.

Furono primi i _rossi_. Quattro macchine erano in pieno assetto di guerra, le grandi ruote fasciate di paglia.

Per ingannare la sorveglianza dell'avversario conveniva sopprimere ogni suono e la cosa non era agevole dati gli enormi ordigni che si dovevano trasportare e le improvvisate strade da battere; ma i meccanici avevano lavorato e giorni e notti intiere a ripassare pezzo per pezzo ed erano corsi fiumi di lubrificanti. Ora il miracolo si era compìto. Le trebbiatrici dalle ruote fasciate di paglia, scivolavan nel silenzio trainate da tre, da quattro coppie di buoi.

Si formò una colonna.

Andavano innanzi gli esploratori armati, seguivano i carri con le fascine, poi un primo gruppo di braccianti muniti di vanghe, di zappe, di leve, di badili, di funi, di trivelle, di seghe, di travi: seguivan le macchine circondate da tutto il corpo, uomini e donne, che doveva farle agire: chiudeva la colonna un secondo gruppo di braccianti, più folto e numeroso.

Torno torno sorvegliava un nugolo di informatori e di esploratori.

Non appena uscita dal ricovero e spiegata sulla strada, la colonna sostò.

Ermenegildo Casagrande, detto Pulôn, era il generale. Un vecchio bracciante ispido come un carciofo. Pulôn, fermata la colonna, parlò a bassa voce a coloro che aprivan la marcia. Nessuno si accostò che non fosse chiamato.

Con Pulôn si raccolsero gli anziani.

— Adesso — disse Pulôn — dovete voltare per quel viottolo e prendere di traverso per i campi.

— Ci sarà da fare! — rispose Masino.

E Ricôn:

— Ma dove andiamo?

— All'aia dei Battisti.

— E non è da un'altra parte?

— Tu sta zitto!

Ricôn tacque perchè il _generale_ non ammetteva che gli ordini suoi fossero discussi.

— Bene — riprese Masino — allora bisogna mandare avanti gli uomini con le fascine.

— Quanti fossi ci sono prima di arrivare alla casa dei Fiori?

— Alla casa dei Fiori?... Nessuno!

— Sei sicuro?

— Se ve lo dico!

— E terre lavorate?

— Neppure.

— Allora si può andare avanti tranquilli?

— Sì.

Pulôn dette il comando e la colonna svoltò per la viottola.

Furono alla Casa dei Fiori la quale non distava se non trecento metri dalla strada comunale. I Fiori erano coloni noti in tutti i dintorni per la loro fede socialista. La prima mossa di Pulôn non poteva destar sospetti nella parte _gialla_.

Una macchina _rossa_ entrava in un'aia _rossa_; senonchè il piano del _generale_ era ben diverso.

Egli fece sostare la trebbiatrice sull'aia e, come seppe dagli informatori che i _gialli_ non erano all'agguato nei dintorni, mandò innanzi il carro con le fascine ed i pontieri.

— Preparate la strada attraverso ai campi. Fra tre ore, la macchina deve essere nell'aia dei Battisti.

C'eran da traversare tre campi arati. I braccianti andarono innanzi coi badili e le vanghe.

Aprirono la strada alla _Bandiera Rossa_!

E un giorno se ne parlerà, un giorno lontano, quando fiorirà ancora l'ulivo per una pace più o meno transitoria e si udiranno cantare i terrazzani, come una volta, essendo ritornata l'anima a Dio; perchè dovrà ritornarvi, nonostante gli _Assoluti Economici_ e le varie idiozie correnti che hanno fatto del popolo una pazza bestia senza costume, urlante per gli sterquilinii della sua infinita miseria.

Attraverso i campi arati, come per una vergine terra, la taciturna masnada apriva il cammino alla _Bandiera Rossa_:

_Larga la strada e rossa la bandiera:_ _La tomba la sarà per i padroni!..._ _Ci passerà la forca e la manêra_[3] _Quando faremo la Rivoluzione..._

La canzone vermiglia era nei cuori se non sulle bocche dell'accolta ostile. Il grido augurale, il programma minimo di ogni buon lavoratore, saturo dell'Assoluto Economico.

Ammazzare!...

Una qualsiasi idea di giustizia e di bontà, travagliata nei secoli, arriva al popolo come un mostricciattolo ambiguo senz'occhi e senza cervello.

Come sulle porte dei macellai di campagna, la storia ha i suoi giorni segnati ed espone il cartello per le turbe in continuo affanno:

«OGGI SI AMMAZZA!».

Vi sarà carne per la fame e per lo scialo di molti, ma qualcuno rimarrà senza, per conservare la rossa sementa della nuova tappa più o meno lontana. Il progresso è solo delle esigue minoranze minacciate di continuo dalla barbarie che non si può snidare dalle moltitudini.

In meno di un'ora i braccianti aprirono la strada fra i campi. Allora si fecero innanzi i pontieri seguiti dal carro carico di fascine. Si dovevano colmare due grandi fossi per far passare le trebbiatrici. Anche questa volta l'opera fu come una febbre.

Poi venti uomini armati si spinsero fino all'aia dei Battisti. Si udiva, di lontano, il fragore e il rombo della trebbiatrice messa in moto. Pulôn, per ingannare i _gialli_, fingeva di trebbiare tranquillamente il suo grano _rosso_ con la sua macchina _rossa_.

L'aia dei Battisti era deserta. Intorno intorno, dietro le siepi, per le callaie, lungo i fossi non era anima viva. Evidentemente i _gialli_ avevan dimenticato i Battisti. Il colpo si presentava di sicura riuscita. I venti esploratori ritornarono di gran corsa. Trovaron Pulôn che li attendeva a mezza strada.

— Va bene? — domandò Pulôn.

— È la volta nostra!... Bisogna far presto!... — rispose Calisto che era un bracciante analfabeta e anarcoide.

— Non c'è nessuno a guardia dell'aia?

— Nessuno.

Allora Pulôn chinò la faccia e, annodate le mani dietro le reni, ritornò sui suoi passi lentamente. Che avrebbe deciso? I compagni non osavano interrogarlo. Sulla sua faccia ossuta e fosca non si poteva leggere nè il bene nè il male. Ciò che passava dietro la sua piccola fronte rugosa, mezzo nascosta dagli incolti capelli, era un mistero per tutti. Pulôn non aveva amici e non conosceva abbandoni; non dava e non chiedeva niente; i suoi simili gli erano tutti egualmente lontani e indifferenti. Non aveva che da soddisfare, con cieca brutalità, un odio atavico. Se il destino gli avesse dato il potere, avrebbe rizzata una forca ad ogni bivio; un patibolo in ogni piazza. E dal patibolo avrebbe amministrata la sua fiera giustizia livellatrice. Niente, come una lama o una corda, può far scomparire le differenze fra gli uomini. Pulôn saliva dalla moltitudine; il cuore indurito dai secoli. Le sofferenze millenarie delle plebi avevano il nome e la faccia di lui. Il popolo doveva rifarsi. Troppo si era ammazzato nel nome della civiltà; ora la rossa fiumana avrebbe avuto un nome diverso.

Camminò fra il silenzio della sua gente. Ad un tratto chiamò:

— Pi-ross?

Si fece innanzi un giovane.

— Va'... corri... dì che attacchino sei paia di buoi alla macchina e che vengano avanti di forza. Fa presto.

— Li aspettate qui?

— Sì. Fa presto!

Pi-ross partì come una palla da schioppo. L'ordine fu dato. Si trassero i buoi giganteschi dalle stalle, furono aggiogati, unendo poi l'un paio all'altro per mezzo delle zerle, e come la lunga fila si spiegò sull'aia, gli uomini, coi pungetti ne provocarono la forza. Uno strattone, il pesante ordegno fu spostato; i buoi si avviaron quasi di corsa. La trebbiatrice ondulava sussultando per le ineguaglianze della viottola erbosa.

Sulla piattaforma, in alto, erano in piedi le donne e le ragazze addette a sciogliere i covoni. Un trepestìo sordo, un affanno continuo nei punti più difficili, quando la forza dei bovi pareva non reggesse all'impresa. Allora un nugolo di uomini, con leve, paletti e vanghe si affollava intorno alla macchina testarda e chi, puntata una spalla a una traversa della trebbiatrice, si inarcava nell'impeto di uno sforzo erculeo, chi spianava il terreno, chi accorreva con assi e fascine a farne letto alle ruote, chi punzecchiava i bovi; e grappoli umani, in un aggroviglio magnifico di membra, disposte quasi circolarmente nello sforzo combinato, spingevan pei raggi le ruote, ad unir forza a forza nella disperata energia di una volontà invincibile.

Così anche i mali passi eran superati. Sul molle terreno si imprimevano fondi i solchi delle ruote.

La chiara notte estiva era senza voce. Ad un tratto, sulla non remota collina, apparve un fuoco. Forse una bica che ardeva o un fuoco di gioia per una sagra?