Il Cavalier Mostardo

Part 11

Chapter 113,622 wordsPublic domain

Ora l'amico Cesare e l'amico Ciliegia giocavano la loro eterna partita a tressetti, quando il Cavaliere Mostardo entrò nella stanza.

— Buongiorno amici!

Piantarono le carte in asso e si levarono.

— Che c'è di nuovo?

Fu il gobbo Pulizia che prese la parola.

— Caro Cavaliere, bisogna stare attenti. Nella città c'è un gravissimo scandalo.

— Quale scandalo?

— Per il fatto Borgnini.

— Ebbene?

— I socialisti ve l'hanno giurata.

— A me?

— Sì, a voi.

— E che vogliono fare?

— Dice che vi faranno la pelle. Di notte o di giorno non importa, ma ve la faranno.

— E poi?

— Poi c'è l'onorevole che non è contento.

— Perchè?

— Perchè dice che avete strafatto.

— L'onorevole non capisce niente.

— Può darsi; ma tutte le persone serie del partito, la pensano come lui.

— E chi sono queste persone serie?

— L'avvocato Suasia, l'avvocato Relli, l'ingegnere Fias, Girolamo Putti, Ildebrando Sgargi...

— Ho capito: la Cattedra!... Scommetto che questa sera c'è adunanza al Circolo Mazzini.

— Avete indovinato — disse il moro Fabrizi. — Anzi ci hanno incaricato di venire a dirvelo.

— E chi vi ha incaricato?

— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.

— Va bene — fece Mostardo, che non perdeva la sua calma. — Avete occasione di vedere l'onorevole, uscendo di qui?

— Certamente.

— Allora ditegli, da parte mia, che io gli rassegno le mie dimissioni; e ditegli che vada a quel paese!

Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi rimasero perplessi.

Il Cavalier Mostardo si dette a misurare la stanza a grandi passi; incominciava a perdere la calma che si era imposta.

— Vogliono anche sconfessarmi?... Non ci si provino! Non mi conoscono ancora. Ma a che giuoco si giuoca?... — e piantò gli occhi bui sui due amici. — Mi cacciano nel pericolo e poi non vogliono riconoscere il mio operato?... Si sbaglian di grosso, cari miei! Vedrete che cosa farò, io.

— State calmo, Mostardo...

— Macchè calmo!... Queste sono porcherie. Vorrei che ci si fosser trovati loro, questa notte, a far le schioppettate fra i campi!

— Certo che non deve esser stato piacevole!

— Bravo! Tutti questi cattedratici sarebber diventati tanti _fornicari_ perchè dove c'è del fumo ci si sta male. E adesso, a cose finite, quando non c'è più pericolo, almeno per loro, fanno le adunanze... vogliono sconfessare!... Dì che si provino!...

Vi fu un silenzio. Il Cavaliere passeggiava furiosamente per la stanza e, di tanto in tanto, ripeteva come a sè stesso:

— Dì che si provino!...

Allora il gobbo Pulizia disse:

— Mostardo perchè inquietarsi tanto?

— Secondo voi che cosa dovrei fare? Un passo di danza?

— No... ma state calmo... andiamo!... A inquietarvi che cosa ci guadagnate?

— Sicuro — soggiunse il moro Fabrizi.

— Mi fate ridere... mi fate!... — riprese Mostardo. — Qui si tratta della mia riputazione. Se la Repubblica non cammina con me, io posso combinare a questi signori qualche brutto scherzo.

— Ma noi non vi abbandoniamo! — disse il gobbo Pulizia.

— Voi non siete la Cattedra!

— Questa è una vostra fissazione...

Aveva appena detto questo, il gobbo Pulizia, che il Cavalier Mostardo, il quale si era fermo presso una tavola, lasciò andare sulla medesima un violento pugno e gridò:

— Non scherziamo, ragazzi!... Oggi non ne ho voglia!...

I due ebbero un sussulto e allibirono.

Disse il moro Fabrizi:

— Ha ragione!... Oggi non importa scherzare...

Poi, dopo aver discretamente bussato, entrò l'avvocato Suasia. Era di buon umore. Alla prima occhiata si accorse che Mostardo era in burrasca. Gli si accostò, gli posò una mano sulla spalla:

— Che cos'ha, il nostro Mostardone?

Mostardo si rivolse a guardarlo, per nulla mansuefatto dall'allegria dell'amico e compagno e gli domandò brusco brusco:

— Che cosa sei venuto a fare?

— Sono venuto a salutarti, in primo luogo. Ma, è così che si ricevono gli amici?

— Non sei anche tu un ambasciatore dei _tamburieri_ del Circolo Mazzini?

Antonio Suasia scoppiò a ridere.

— Li chiami _tamburieri_?... Allora siamo ai ferri corti!

— Non cascar dalle nuvole. Va là!... Chi li ha mandati questi compagni? — e indicò il Gobbo e il Moro.

— Non io certamente! — rispose Suasia.

— E allora chi vi ha mandati? — domandò Mostardo, rivolto agli inseparabili amici.

— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.

— Hai sentito? — fece Mostardo rivolto al Suasia. — E sai che cosa sono venuti a dirmi? Che questa sera, al Circolo Mazzini, ci deve essere una adunanza per giudicare il mio operato della notte scorsa! Io lavoro e gli altri voglion giudicare; io rischio la pelle e gli altri pretendono di guastarmi la riputazione... No, per Bios!... Se questa sera devo venire alla adunanza ci verrò, ma con la schioppa!...

— Allora la tua vuol essere un'ira funesta che adduca infiniti lutti!... — esclamò sorridendo l'avvocato Suasia. — Ma no, Mostardone, non ti montare! Ho parlato io stesso all'onorevole, poco fa...

— Be', e che cosa ha detto?

— Ha riso con me.

— Per Borgnini?

— Sì, per Borgnini!

— Volevo ben dire, io!... — fece Mostardo, e il suo viso si rasserenò. — Che male gli ho fatto?... L'ho legato a una porta. Questo è uno scherzo che si può fare sotto qualsiasi civiltà. E i miei uomini ti possono dire che non sono stato io che gli ho riempito il didietro di spine razze!

— Gli avete ridotto il versante a bacio, come un puntaspilli, pover'uomo!

Risero tutti quanti.

— Però gli sta bene — riprese Mostardo. — Ci avevano preso fra due fuochi.

Antonio Suasia si fece raccontare tutta la storia della spedizione notturna e, quando il Cavaliere ebbe finito, disse:

— Incominciamo con troppi feriti!

— Come vorresti fare? — domandò Mostardo. — Quando si fanno le schioppettate, sono inconvenienti che capitano.

Sopraggiunsero altri amici: l'ingegnere Fias, l'avvocato Relli, Ildebrando Sgarzi, Girolamo Putti, Domokos Barbantini, Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e, per ultimo, l'onorevole, seguito da Coriolano.

Il Cavalier Mostardo contò gli intervenuti; erano dieci persone: le più grosse teste del partito, Coriolano compreso, al quale, d'altra parte, non nuoceva la sua qualità di donzello del Comune. Non si viveva in tempi di _Democrazia Pura_? Coriolano soleva dire, con la sua voce un po' rauca e interrotta dall'asma e dalla balbuzie:

— Da ora in avanti tu dovrai scrivere donzello col _di grande_. Così... _Donzello_! Perchè quando un Coriolano, che non è un uomo di corta misura, copre una carica qualsiasi, questa carica diventa di primissimo ordine.

Infatti Coriolano si vantava dell'amicizia e della confidenza degli uomini più grandi del partito e, in genere, della Democrazia. Diceva che Innocenzo Cappa gli era come fratello; Barzilai lo adorava; Leonida Bissolati gli scriveva quasi tutte le settimane; Turati gli aveva dato tali e tante prove di stima che, una volta, non essendo contento, il suddetto Coriolano, di un atteggiamento politico assunto dal grand'uomo di parte, incontratolo un giorno in una trattoria di Bologna, ebbe ad abbordarlo con queste precise parole:

— Senti, Filippo, l'ultimo tuo discorso non mi è piaciuto niente. Dai troppa confidenza a Giolitti. Dà retta a me: cambia strada! Giolitti è un uomo che ti frega!

E Filippo Turati, sempre secondo Coriolano, si era alzato dalla seggiola e gli aveva buttato le braccia al collo dicendogli:

— Come si vede che mi sei amico sincero!... Grazie, Coriolano. Seguirò il tuo consiglio.

Quando Coriolano raccontava queste cose nei crocchi, tanto era convinto di dire la verità che si arrubinava dal gran piacere. E qualche credenzone lo trovava sempre.

Ma le sue _grandi amicizie_ non si fermavano qui, perchè Claudio Treves, Pantano, Labriola, Mussolini, Andrea Costa, Malatesta, Oddino Morgan, Pietro Chiesa, Libero Merlino gli erano stati o gli erano _fedelissimi_ e Coriolano citava il motto dell'uno, la barzelletta dell'altro, l'intimità bonacciona del terzo. Tutti erano stati a desinare a casa sua e gli avevano lasciato testimonianza grata della sua ottima cucina e del suo vino piramidale.

— Perchè io ho un sangiovese che ha fatto leccare i baffi perfino a Claudio Treves che di vino ne beve poco e male!...

Questa era l'autorità di Coriolano, detto il _Donzello_ col _di_ grande. E a forza di prendersi sul serio, pover'uomo, nonostante l'asma che lo ammazzava, aveva trovato molti repubblicani della Città del Capricorno che lo tenevano in considerazione schietta. Poi era un uomo utile, specialmente nei banchetti. Andavano famose le _trippe_ come sapeva farle cucinar lui, da un oste amico suo. Grande organizzatore di agapi fraterne e mangiatore monumentale era Coriolano, _Donzello della Democrazia_. E non v'era ritrovo ove egli non capitasse; nè scendeva alla Città del Capricorno uomo politico che non lo avesse alle costole dalla mattina alla sera, pronto a fargli da littore (senza fascio e senza verga!) e da galoppino; da portavoce e da paraninfo, non inteso nel senso di guardiano di castità. E, per tutto questo, non chiedeva nessun onore diverso da quello che consisteva nella possibilità di poter dare un consiglio a un uomo illustre. Aveva solamente questa debolezza, povero Donzello, e non faceva male a nessuno.

Com'era naturale, nella Città del Capricorno non mancava gente arguta che avesse notata la cosa, rilevando anche l'inopportunità continua del suo intervenire e consigliare, tantochè «_i consigli di Coriolano_» erano passati come un modo di dire proverbiale.

Di media statura, semicalvo, con una bella testa brachicefala, robusto, il largo rubicondo e ridente viso dei romagnoli: tale era fisicamente Coriolano, _il Donzello della Democrazia_. Egli soleva dire che non gli sarebbe mancata nessuna qualità per essere un grande uomo politico, solo la natura lo aveva tenuto indietro barbaramente regalandogli un difetto del quale non era potuto guarir mai: la balbuzie.

Coriolano si sarebbe sentito oratore nato, ma la balbuzie gli tappava la bocca ostinatissimamente.

Avendogli detto una volta, l'ingegner Fias, che Demostene aveva sofferto dello stesso intoppo del quale era guarito mettendosi un sassolino in bocca e recandosi a parlare ad altissima voce sulle rive del mare, Coriolano, per non essere da meno di Demostene, era stato a Rimini per una intiera estate e aveva urlato a più non posso, quando il mare era in burrasca, tenendo sempre in bocca il famoso sassolino.

Gli amici suoi sapevano questo e lo aspettavano al ritorno. Quando, alla metà di settembre, il _Donzello della Democrazia_, fece la sua ricomparsa nella Piazza col pi grande, gli amici gli furono intorno e volevano ch'egli improvvisasse un discorso politico. Ma così rispose Coriolano:

— Cccchhh... ccchhhh... chho... cosa vuoi ppp... pppp... parlar di Demostene! Mmm... mmmmm... mi sono mangiato il sassolino... chhh... chhh... chhhhh... che non vado più di corpo!...

E la faccenda del sassolino non gli fu più perdonata, povero Coriolano; nè potè aprir bocca nei ritrovi, nelle adunate, nei comizi che, alle prime stentate parole, non lo investissero da tutte le parti e non gli gridassero ridendo:

— Sta zitto, chè ti sei mangiato il sassolino!...

Ma Coriolano era uomo di spirito e sapeva prendere con garbo anche questa sua nuova disgrazia.

Ora egli era entrato, necessariamente, dopo l'onorevole, trascurando Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e suo principale e donno, come persona di molto minore importanza. Dove c'era un onorevole, Coriolano non poteva aver dubbi circa la scelta.

Non appena il Cavalier Mostardo vide l'onorevole, sentì dolorar più forte la ferita inflittagli dalle parole del gobbo Pulizia e del moro Fabrizi e non si tenne dal dire:

— Lei mi ha giudicato male, onorevole, ma ha avuto torto.

— Io?... E quando vi ho giudicato male? — fece l'onorevole puntandosi una mano sul petto.

Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi cercavano ritirarsi nell'angolo più oscuro della stanza.

— Come?... — fece Mostardo. — Non è stato lei che mi ha mandato a dire che ho strafatto, che lei non è contento, eccetera eccetera?... Non è stato lei che ha indetto una adunanza al Circolo Mazzini, per questa sera?

— Io?... Ma sognate, Mostardo?

— Ma... scusi... — e cercò intorno con gli occhi i due inseparabili i quali tentavan raggiungere la via della porta — scusi non li ha mandati lei quei due baggiani?

E indicò, col dito steso, il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi che non rifiatavano più.

— Neanche per sogno! — rispose l'onorevole.

— Allora?... — gridò il Cavaliere, rivolto al gobbo Pulizia. — Allora come si spiega tutta questa faccenda?

— Perdonate Mostardo, noi non avevamo autorità per darvi un consiglio e...

— E tu sei gobbo, sei!... Segnato da Dio!... Maligno e bugiardo!...

A questo punto intervenne il _Donzello della Democrazia_:

— Mmm... Mostardo... vvv... vvvuoi un consiglio?

— Macchè consiglio!

— No, Mmmm... Mmmostardo, vvv... vvvuoi un consiglio da amico?... Lascia andare!

— Non so chi mi tenga — gridò Mostardo parlando sempre al gobbo Pulizia — dall'aggiungerti un'altra gobba sul davanti!... Puoi ringraziare il tuo dio, puoi ringraziare!...

— Ma l'abbiamo fatto per il vostro bene... — riprese il gobbo Pulizia.

— Amico Cccccce... amico Cesare... vvv... vuoi un consiglio?... — riprese Coriolano, rivolto al gobbo Pulizia. — Ssss... ssstttt... sta zitto!...

— Ma noi stiamo zitti! — rispose il moro Fabrizi.

— Stamattina, nel caffè dei socialisti, — soggiunse il gobbo Pulizia, — per poco non ci hanno ammazzati!

— In quanto a questo, gli animi sono accesi — disse Domokos Barbantini.

— Come vorreste che fossero? — domandò Mostardo. — Il giorno in cui si scende in piazza e si fa della polvere, tutto si accende. Questo lo sapevamo prima.

E l'ingegnere Fias, con la sua olimpica calma:

— Cercate di tener bene asciutte le vostre polveri, Mostardo.

— E la testa a posto! — soggiunse l'avvocato Suasia, ridendo.

— Poverino!... Il più bell'augurio che ti potessi fare — disse Mostardo a Suasia, — sarebbe quello di aver la mia testa.

E l'ingegnere Fias:

— Che è il monumento nazionale della Democrazia!

Rise l'adunata, ma non già l'ingegner Fias, il quale continuò ad aspirare tranquillamente il fumo dalla sua pipetta di radica.

— Del resto io vado per la mia strada — ribattè Mostardo un po' piccato — e non mi fermo a raccogliere questi fiori.

— Già — continuò calmo calmo, l'ingegner Fias; — lungo il ciglio della vostra strada maestra voi preferite chinarvi a cogliere una gallina, piuttosto che un fiore!

— Cosa vuol dir questo? — gridò il Cavaliere, mentre gli altri ridevano.

— Mmmm... Mmmmostardo... vvvv... vvvuoi un consiglio?... — fece Coriolano.

— Ma va all'inferno coi tuoi consigli!...

— Signori!... — interruppe bruscamente l'onorevole. — Volete aver la bontà di far silenzio e di ascoltarmi? Il momento è grave e non consente queste piccole diatribe. Chiudiamo i battenti alle questioni personali, ed uniamoci per lavorare di comune accordo alla vittoria finale. Ogni esitazione, ogni ritardo, ogni discordia ci farebbe vergogna. I _rossi_ ci guardano e si organizzano formidabilmente. Le ultime notizie che ho avuto sono molto gravi. Le prime macchine _rosse_ sono uscite; un vero esercito di braccianti è stato mobilitato. I _rossi_ hanno a loro disposizione tutto quanto serve ad un vero e proprio assalto alle aie e non passeranno dalle strade maestre. A nostra volta dobbiamo mobilitare tutte le nostre forze. Ad ogni astuzia vuole essere contrapposta una più fine astuzia e, se sarà dolorosamente necessario, come si prevede, ad ogni violenza converrà contrapporre una più grande violenza. Dobbiamo non essere sopraffatti. La Repubblica cammina sullo scrimolo di un abisso. Giolitti non vuole entrare in causa; nel Governo prevale la dottrina e la mentalità della _lodola francescana_... e cioè di Luigi Luzzatti il quale ebbe, ultimamente, a dire che «_il Governo non si pronuncia sul diritto di scelta della macchina perchè un Governo liberale e costituzionale è sopra le classi e non è nè capitalistico, nè proletario_». Così parla l'onorevole Luzzatti mentre il prefetto di Ravenna ha riconosciuto ai mezzadri il diritto di scegliere le macchine, ritenendoli possessori di fatto. Questa è una enormità!

Signori!... Non dobbiamo illuderci! Siamo alla vigilia di una nuova rivoluzione dei Ciompi. Qui non è in campo se non la più o meno palese bramosia di impossessarsi dell'altrui proprietà, con la violenza. Le _Organizzazioni Cooperative_, costituite fra braccianti, dalla libera offerta passano alla _IMPOSIZIONE DELLE MACCHINE_ di loro proprietà. Che cosa si propongono con detto tentativo di imposizione?... Una sola e semplice cosa si propongono le _Organizzazioni Cooperative rosse_, ed è questa: _LA FUTURA DOMINAZIONE DELLA TERRA!_

L'adunata scattò in un urlo.

— Signori! Non c'è da farsi illusioni, questa è l'ultima finalità dei _rossi_ i quali, non da oggi, hanno scritto sulle loro bandiere la minaccia che noi repubblicani, non dovremmo mai dimenticare: «_Morte alla mezzadria!_» E la _lodola francescana_, che non rappresenta certo la classe scapigliata, ha detto e ha scritto che le suddette Organizzazioni Cooperative, per gli studi e per le dichiarazioni di illustri economisti e sociologhi e socialisti forestieri, costituiscono _un pregio e una originalità preziosa_ per il lavoro italiano!

Così parlano gli alti papaveri del Governo, quando noi ci raccogliamo alla lotta più aspra per salvare all'Italia uno de' suoi migliori istituti: la mezzadria. Ma il Governo, non intervenendo nella questione, aggrega alla maggioranza i socialisti i quali hanno così patteggiato il loro appoggio.

Per ora adunque il campo è lasciato all'astuzia e alla violenza e _prevale il principio che la prima trebbiatrice la quale riuscirà ad impiantarsi in un'aia, quella avrà diritto di batter il grano di quel determinato podere_. Principio mostruoso che ci condurrà alla guerra civile. Ma noi non indietreggiamo! Sapremo difenderci, signori!...

L'adunata gridò:

— Lo sapremooo!...

— E nonostante i boicottaggi, nonostante le minaccie più o meno manifeste, nonostante l'esercito mobilitato dai socialisti, sapremo rimanere in campo e riportar la vittoria! Io arrivo qui da una notte senza sonno. Ho lavorato fino alle nove di stamane. Col far della nuova notte, le nostre macchine e quelle dell'Agraria, partiranno e sanno già in quali aie impiantarsi. Ogni macchina è fornita di personale più che numeroso e armato. Se si vuole guerra, sarà guerra!

— Guerra, guerraaa!... — gridò l'adunata.

— Quindici pattuglioni di venti uomini l'uno, son già formati e battono le campagne per stare a guardia delle aie e preservarle da qualsiasi sorpresa. Sarà, per noi, un duro compito, ma i socialisti non troveranno facili strade. Questa notte incomincierà la battaglia...

— È già incominciata! — scattò a dire Mostardo.

— Sì, e per merito vostro e noi ve ne rendiamo grazie. Però, caro Mostardo, il vostro còmpito è appena all'inizio...

— Io non sono uomo da farmi indietro, onorevole!

— Voi avrete il controllo diretto su tutti i pattuglioni operanti; avrete i vostri informatori i quali, di ora in ora, vi daranno precise notizie di tutto quanto accade. Voi risponderete direttamente a me circa il vostro operato. Accettate, Mostardo?

— Accettato!

— Signori! — riprese l'onorevole. — _Alea jacta est!_ Siamo alla battaglia del Rubicone! Il _Blocco_ è infranto...

— Bene! — gridò Mostardo.

— ... non per colpa nostra! Noi avevamo tesa la mano fraterna ai _rossi_ e i _rossi_, mentre si valevano della nostra alleanza e della forza nostra, in tempo di elezioni, tentavano poi con la loro opera subdola, con la propaganda quotidiana, col doppio giuoco, di esautorarci, di assorbirci. La Repubblica doveva far da balia al Socialismo e morirne!... Ah, no, per Dio!... La Santa Repubblica non può morire! Ha troppa vitalità, è troppo necessaria, ha troppe scolte su gli ultimi lembi del più lontano avvenire! Noi rassodiamo il passato nel presente e, vagliandolo in modo che tutta la millenne ingiustizia ne vada dispersa, lo scagliamo verso il remoto futuro.

Noi... i _gialli_!...

All'inizio di questa Rivoluzione dei Ciompi, che non abbiamo voluta, noi ci eleviamo più saldi nell'intiera e sacrosanta coscienza del nostro Diritto.

Compagni!

Domani vi saranno dei morti da ambo le parti; nuovo sangue proletario scorrerà... ma questo sangue non potrà ottenebrare la coscienza nostra; si riverserà bensì sopra coloro che vogliono distrutto il sacro istituto della mezzadria.

In alto i cuori, fratelli miei di fede!...

Oggi, come segno augurale, nel nome della grande battaglia ingaggiata, vi invito a gridare con me:

Evviva la Repubblica!...

Dagli undici petti uscì un urlo formidabile:

— Evvivaaaaa!...

Poi il Cavalier Mostardo si eclissò per ritornare dopo non molto, seguito da Rigaglia. Questi recava un enorme vassoio con sopra bicchieri e bottiglie.

Tutti i salmi finiscono in gloria.

— _Av voi fe' sintì e' mi sansvès!_ (Vi voglio far sentire il mio sangiovese!) — disse Mostardo.

Bevvero e brindarono. L'ultimo a brindare fu Coriolano il quale, fattosi innanzi, incominciò a boccheggiare e finì per dire:

— Bbbb... Bbbbb... Bbbbevo alla salute... dddd... dddella Democrazia... ooggg... oooggg... oogggi combattente, dddomani vvvvincitrice!...

Nel brolo cantavano le cicale e c'era un bel sole d'oro. Spadarella si era seduta all'ombra di un melo, aveva abbandonato il libro sulle ginocchia, il capo sul tronco della vecchia pianta e guardava gli ultimi comignoli e le nuvole sparte.

Tutto un ronzio di insetti le era intorno. Una canipaiola cantava in una macchia. La città non c'era più; c'era solo l'estate e il verde dell'estate con tutti i suoi fiori, nell'ombra di un brolo.

Si sentì appena una campana che chiamava forse le colombe a raduno e le rondini. Morì con le nuvole, nell'azzurro altissimo.

Nessuno parlava intorno; nessuno intorno dava cenno di una presenza estranea al raccoglimento di quell'ora soave. Solo il vento arrivava dalla purezza del cielo, a quando a quando, a portare una carezza e un profumo nella placida calma.

Le frutta maturavano al sole invermigliandosi; anche nell'anima di Spadarella, anche nel cuore di lei che era nuovo, qualcosa si invermigliava. Il frutto di una rama solitaria, fiorita già in un silenzio antelucano.

Essa non parlava più con sè stessa e non leggeva più. Un poco aveva cantato, sommessamente, presa tutta quanta da una dolcezza tale e così profonda che a poco a poco le aveva serrata la gola; e il suo canto si era spento come il sospiro della campana, ma nell'ombra del suo cuore commosso.

Ora si perdeva nell'aria, viveva di sole e di uno smarrimento ineffabile. Non pensava a Iddio e Iddio era con lei.

Come se qualcuno le avesse detto: — Vieni!...

Era un invito al mistero delle ore soavi che si abbandonano alle ombre di un giardino, di un brolo.

Nelle piccole città c'è più riposo per l'anima e la giovinezza può esiliarsi perchè la conduce un silenzio amoroso.

Non nelle metropoli regali può vivere una santità d'amore tanto grande.

Spadarella sorrideva e i suoi grandi occhi belli vedevano lontano, una strada... una casa... Ed ella udiva una fresca parlata...

— Perchè non canti ancora, Spadi?... Mi ero fermato a sentirti!... Non volevo più entrare!... Spadi, ho allevato un rosignolo, per te... Lo vuoi? Te l'avevo portato...

Infatti perchè non cantava più?

Il rosignolo era in una gabbia verde, di brilli, coperta da una tela cerata verde.

— Lo vuoi?

— Sì.

Avevano cercato un chiodo sul muro, vicino alla porta, nella casa bianca, in mezzo al giardino.

— Così canterà col sole e con le stelle...

E c'era questo nuovo abitatore, presso i tre scalini che si salivano per entrare nella casa in mezzo al giardino.

— Addio, Spadarella...

— Grazie, Paolo...

E si era avviata a riaccompagnarlo fino all'usciuolo che si apriva nel muro di cinta.

Poi, lungo la strada, aveva raccolta una gardenia.

— La vuoi?

— Grazie.

— Aspetta...