Part 10
Aveva avuto una notte combattuta e, benchè ne fosse uscito trionfatore, doveva trovare, nel sonno, un compenso alle consumate energie.
Eran forse le nove e il gallo Francesco cantava ancora scuotendo i lunghi bargigli e la cresta a parafulmini, quando il nostro eroe, ad un tratto, ebbe un sussulto improvviso, un grugnito e balzò a sedere sul letto...
— Porco Dacco!... Che cos'è stato?
Che cos'era stato?... Certo non potevan rispondergli nè Innocenzo Cappa, nè la Repubblica, effigiata come una matrona, con molte mammelle; egli solo poteva rispondersi, ricercando fra le ultime nebbie del suo dileguante sogno mattutino, la ragione dell'improvviso risveglio.
Che cos'era stato?...
Si passò una mano sulla fronte, si soffregò gli occhi... Ah, ecco!...
Aveva sognato che Libero Bigatti, il repubblicano anarcoide del quale aveva avuto ragione di dolersi, durante l'ultima riunione in casa dell'Onorevole, nel Caffè della Piazza col più grande, si era preso giuoco di lui.
Erano in crocchio; c'era la meglio gente della Città del Capricorno; egli parlava tenendo desta l'attenzione di tutti, quand'eccoti saltar fuori il signor Libero Bigatti!... La perfidia della Cattedra!... Sorrideva con una malignità da sacrosanti ceffoni come se il Cavaliere non stesse raccontando che panzane e strampalerie; sorrideva e nicchiava, il signor Padre Eterno, e Mostardo aveva deciso di metterlo a posto una volta per tutte, allorchè, nell'impeto della giusta collera, il sonno gli si era rotto ed egli balzato sulle coltri senza saper più che accadesse. Ora si guardò attorno smarrito, poi discese dal letto, aprì le finestre. Un gran sole fu per la stanza.
— Che ore saranno? — si chiese il Cavaliere. — Debbo aver dormito molto!... — Poi chiamò: — Rigaglia?... O Rigaglia?
Rigaglia comparve.
— Portami i giornali.
— Eccoli.
Incominciò a scorrerli. Ecco «_Il nuovo Aristogitone_», l'organo del suo partito. Lesse i titoli; non c'era niente che potesse interessarlo; le solite cose. Ecco «_Il Faro Socialista_».: vituperi, insolenze, minaccie! Sempre le stesse parole: riscossa, rivoluzione, masse proletarie, borghesia, diritti del popolo, lotta di classe, sindacati, federazioni... un pasticcio monumentale, una Babilonia, un mercato del mondo! Il pascolo di Rigaglia!... Cosa poteva capirci, quel testone, in tanta fanfara? Che cos'è un Sindacato?... Che cosa vuol dire «evoluto e cosciente»?... Perchè ti chiami proletario?...
Da dieci o quindici anni egli leggeva le stesse cose senza capir niente, ma era sempre più convinto di essere un buon socialista con la sua brava rivoluzione in saccoccia, a un tanto al braccio e con un centigrammo di evoluzione giornaliera!... Più campava, più si faceva duro e più diventava cosciente. Era un bel miracolo!
A poco a poco, a forza di sentirsi dire: — Tu sei!... Tu hai diritto!... Il mondo è nelle tue mani!... La forza è tua!... E tu qua... e tu là!... — si era messo in mente per davvero di essere un qualche cacume!
E chi poteva convincerlo ora a rientrare nell'orticello della modestia; nella casolina della santa umiltà; nella serena strada del giusto mezzo?... Rigaglia era uscito per le piazze con un grande pennacchio, come un bandista, e folgorava, nel suo cocciuto sudiciume, come la più bella testa dell'Universo.
E il Cavalier Mostardo se la prendeva con Turati e con Treves, coi due magni pastori che dovevan ben dargliela un po' di educazione a Rigaglia, prima di mettergli in mente certe cose e mandarlo per le piazze con un pennacchio rosso, come un bandista di Scaricalasino! Ora quel testone diceva:
— _E' pòpul!_...
E tanto gonfiava che, una volta o l'altra, sarebbe scoppiato certissimamente.
Il nostro Cavaliere mise da parte anche «_Il Faro socialista_»; non volle legger cose che gli avrebbero avvelenato il sangue.
Aprì un terzo giornale: «_Il Sillabo_». Lo spiegò e ristette sogghignando.
— Il sillabo?... — si chiese con ironia. — Incominciano con uno sproposito!... Io ho sempre saputo che si dice: _la sillaba_ e non _il sillabo_... Poi che cosa c'entra la sillaba con il clero?... Forse avranno inteso dire che questo giornale è come un abbecedario del partito clericale. Bella trovata!... Già basta vedere il giornalista per giudicare l'organo. Roba sporca!... Via!...
E gettò anche quello. Ecco «_La Forca_», «_La Lanterna_», «_L'Apocalissi!_...». Si fermò a quest'ultimo ebdomadario, dubbiando. Che voleva dire _Apocalissi_? Scese dal letto, si accostò alla cassa dei libri, estrasse un volume e incominciò a sfogliarlo.
— _A... a elle... a emme... a pi..._ Eccolo... — e incominciò a leggere: — Apiario... Apice... Apistico... _Apocalisse e Apocalissi_: Visione di San Giovanni Evangelista — Libro di questa visione. _Parere il cavallo dell'Apocalisse._ Essere un cavallo grande e rifinito. — Poi, più sotto, lesse ancora: — Apocalisse, s. f. _Cavaliere dell'Apocalisse._ Setta religiosa romana del secolo XVII.
Chiuse il librone e rimase pensoso. Ne capiva meno di prima. Ciò non gli dava un soverchio turbamento perchè, a vero dire, la cosa non era infrequente. Riaprì il giornale, gettò un'occhiata alla prima pagina; si trattava di un giornale nuovo ch'egli non aveva ancora esaminato. Ad un tratto ebbe una vampa al viso... aveva letto il nome del direttore: Libero Bigatti, il suo personale nemico e detrattore. La cosa lo lasciò alquanto turbato. Se Libero Bigatti stampava un giornale, molto probabilmente la pace di Mostardo era finita. Ebbe il presentimento di un attacco e incominciò a scorrere i titoli dei varii articoli e trafiletti. Ecco, in terza pagina, il suo nome stampato in grassetto. Ne ebbe soddisfazione e timore: soddisfazione perchè fa sempre piacere veder stampato il proprio nome in un giornale; timore perchè chissà che cosa diceva di lui quel _Cavaliere dell'Apocalisse_!
Lesse:
_SI DOMANDA AL CAVALIER MOSTARDO — uomo di prontissimo ingegno e di bella e varia coltura, — quale valore dia alla parola «versipelle» della quale fa sì abbondante uso. E gli si domanda ancora in quale pregio egli tenga l'astuzia e cioè se l'astuzia sia, per il Cavalier Mostardo, una cosa spregevole o apprezzabile.
Se il Cavalier Mostardo vorrà usarci la delicata attenzione di rispondere, e vorrà toglierci dal nostro tormentoso dubbio, pubblicheremo la sua risposta con ogni onore e senza commenti._
IL CANE CELESTE.
Il buon Mostardo si passò una mano sulla fronte perchè sudava. Faceva caldo e la prosa del _Cane celeste_ non era refrigerante. In un primo tempo cercò, in detta prosa, gli estremi che giustificassero la risoluzione della faccenda per le vie più spiccie, così avrebbe fatto i conti col signor Bigatti una volta per sempre; ma tali estremi non c'erano, bisognava convenirne, e non è facile intendere l'ironia. Allora... _versipelle_... Ritornò al suo librone, lo aprì alla lettera _vu_, sfogliò:
— _Versiero... Versino... Versione..._ Ecco, ecco: _VERSIPELLE, agg. T. lett. Astutissimo._
Dunque versipelle non voleva dire che astutissimo?... E perchè mai?... Egli aveva dato alla parola un valore ben più ampio. L'aveva riconiata nel suo sentimento e per i bisogni suoi; era diventata tutta sua. Il dizionario era un arnese della Cattedra, aveva la mentalità di un clerico-moderato, il dizionario. Un conservatorume di vecchia specie. Perchè «_versipelle_» non doveva significare che «_astutissimo_»? Chi aveva comandato questo? Era possibile, in tempi di Rivoluzione, voler fare anche delle parole una specie di proprietà privata? Non erano di tutti, le parole, come le strade? Ebbene, se eran di tutti, ognuno poteva servirsene secondo i propri bisogni, ed egli, repubblicano antico, aveva pieno diritto di far questo! _Versipelle_ gli suonava bene. Le bestie della Cattedra non usa per il suono e non per altro. Ammesso che la parlata fosse una banda, bisognava convenire che c'era molta differenza fra il suono di un ottavino e quello di un corno inglese: ebbene, egli, per esprimere il disprezzo, la disistima; per bollare il prossimo nemico adoperava il corno inglese così come usava l'ottavino quando parlava a Spadarella. Non era chiaro tutto questo?... Nella banda delle parole, «_versipelle_» era una nota del corno inglese; e un'altra era «_cacume_»!
— Io posso dire benissimo _fornicario_, al vigliacco; posso dire _pistola_, all'imbecille; _pubblicana_, alla donna di mestiere; _porcinaglia_, al clero e ai suoi costumi; _tamburiere_, all'uomo politico disonesto; _tritone_, a Ticchi Marmissi, direttore del _Sillabo_; _trocaico_, alla porcheria manifesta; _cacume_, a tutti gli eccessi e _Versipelle_, al voltagabbana, all'imbroglione, alla canaglia, a chi mi pare, ecco! C'è o non c'è _il suono_, in queste parole?... Il suono c'è e basta. Il resto ce lo metto io. Non sono padrone di far questo?
E il Cavalier Mostardo, di sillogismo in sillogismo, si era costruito una torre in muratura. Come si sentì ben murato a difesa, quando gli parve che nessuno più avrebbe potuto attaccarlo con tanta ignobiltà di intenti, saltò dal letto e così, in camicia, corse al tavolo dove c'era una seconda statuetta della Repubblica in cotto. Cercò un foglio di carta, una penna, puntò un gomito sul tavolo, appoggiò la fronte sul palmo della mano e si dette a meditare. Poco dopo scrisse quanto segue:
_SI RISPONDE AL CANE CELESTE. — Un repubblicano antico potrebbe star zitto e non rispondere a un Cavaliere dell'Apocalisse. Non c'è tempo da perdere, oggi, per le baggianate. Oggi ci sono le conquiste sociali e la GIUSTIZIA PURA! Però siccome il Cane celeste vuole aver le sue, gli daremo le sue con la penna, riservandoci ampia libertà di usare un altro strumento quando ci venga in mente di farlo. Il Cavalier Mostardo si ritiene padrone di adoperare tutti i «versipelle» che gli fan bisogno, senza renderne conto a nessuno. Un figlio dell'ottantanove ha ben altri diritti! Ma però, siccome non vuol cadere, per la porcinaglia, nell'ASTUTISSIMA rete tesagli dal Cane Celeste, gli dice che versipelle è lui, ed anche pistola guercia!
Il Cavalier Mostardo non si lascia prendere in un simile TROCAICO!_
I. C. M.
Rilesse; fu contento della partorita risposta; piegò il foglio, l'infilò in una busta, scrisse l'indirizzo e premette il bottone del campanello elettrico. Rigaglia comparve.
— Va subito a impostare questa lettera.
Rigaglia prese la busta e incominciò a leggere l'indirizzo. Mostardo alzò la voce, inquieto:
— Te l'ho data da leggere o da impostare?
— Da impostare...
— E allora perchè la leggi, brutto somaro?
— Guardavo...
— Non c'è niente da guardare! Va via.
— Sì.
Rigaglia, fece due passi e, giunto all'uscio, si rivolse e disse:
— Disotto ci sono il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi.
— Cosa vogliono?
— Hanno detto che vogliono parlarvi.
— Dì che aspettino.
— Sì.
E il nostro Cavaliere incominciò a farsi bello. Era contento. Sentiva che le cose gli andavano col vento in poppa, nell'amore, nella politica, nel giornalismo. Per Bios, avrebbero visto, i nemici suoi, dove poteva arrivare un Cavalier Mostardo quando ci si metteva di buzzo buono! Intanto, quel giorno stesso, voleva trovarsi con Mignon per renderle conto del suo operato e per averne un qualche compenso in natura, se fosse stato possibile. Lo scherzo fatto a Borgnini, legato alla porta della _Camera rossa_, a quell'ora doveva già correre i quattro canti della Città del Capricorno e Ninon Fauvétte, fior di Parigi, doveva averne sentito parlare. Nel pomeriggio si sarebbe presentato in pompa magna al palazzo dei marchesi ed avrebbe chiesto di lei. Dovevano intendersi. Egli pretendeva di riscuotere il premio della sua prestazione d'opera. Però si sentiva anche abbastanza generoso per non insistere così, sui due piedi. Poi... chissà quale putiferio e quale fiumana di vendette gli avrebbe procurata l'impresa della notte trascorsa. I _rossi_ non si sarebbero dati per vinti. Gli conveniva star sull'avviso per non avere qualche improvvisata di cattivo genere. Avrebbe sguinzagliato subito i suoi informatori per la Città del Capricorno e dintorni. Giusto il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi capitavano a proposito. Ascoltare, indagare, riferire!
— Si giuoca una partita grossa. Ne va di mezzo tutto quanto l'avvenire.
Si affacciò alla finestra annodandosi la cravatta. Dall'orto, dietro il cortile, cantavano le cicale. Il sole era alto. Intorno al cono del gran campanile stridevano le rondini nere; le rondini nere col panciotto bianco. Alzò gli occhi a guardarle e fu rasserenato solo da quel po' di cielo turchino, dalla rossa maestà del campanile e dal volo dei balestrucci. Era un giorno di Dio, di una chiarezza profonda. La bella e bionda estate non domandava agli uomini che un po' di fatica e per questa fatica portava un gran dono di pace. E gli uomini si mangiavan fra di loro e si avvelenavano non solo l'estate, ma tutte le quattro stagioni.
Il Cavalier Mostardo trasse un grande sospiro; mormorò:
— Poveretto me!
E si ritrasse dalla finestra. Aveva pensato a Spadarella. Dall'oasi più dolce del suo cuore era sorta, con la nostalgia del riposo, l'immagine della sua bambina. Divenne malinconico; dal Cavalier Mostardo rinacque Giovanni Casadei... lo zio Giovanni.
Ora non era neppure più padrone del suo tempo e del suo amore; doveva sacrificar tutto... tutto!... Sfuggire l'ombra quando è più soave; sfuggire il riposo di un giardino quando più lo desiderava; non vedere la sua piccola creatura quanto più la sentiva lontana! E perchè poi?... Per sentirsi prendere in giro sui giornali.
Se ricordava la sua fanciullezza trascorsa fra l'officina di un fabbro ed il retrobottega di una farmacia; se si rivedeva così, povero e erratico, come il cane di nessuno; senza una casa: un po' accolto dall'uno, un po' dall'altro e maltrattato da tutti; se si rivedeva giovane e senza altra gioia all'infuori di quella di andarsene, nei pomeriggi delle domeniche, lungo i greti del fiume a respirare un po' di campagna, un po' di silenzio e di pace e sempre stretto dal bisogno, tanto che quasi metà della sua vita non si era riassunta che nel verbo penare; se ripensava alla sua triste ventura e al suo cuore più timido e solitario che aveva sempre desiderato ciò che non gli era stato concesso a tempo, dal fondo della sua più schietta anima, che era quella di un buon campagnuolo innamorato perdutamente delle cose candide e eterne, saliva la muta malinconia che in sè si accora e non cerca parole, e non vuole palesarsi perchè è fatta vergognosa dal mondo che non potrebbe intenderla. Di tale malinconia, che è un po' di tutti i romagnoli di razza, egli era schiavo e geloso, e, quando la sentiva arrivare dal fondo di una memoria lontana, come un canto nostalgico su di un vento di primavera, al crepuscolo, quando la sentiva arrivare scantonava per le strade degli orti, se era in città; e, se era in campagna, dimenticava tutto e tutti e se ne andava lungo un filare di olmi e di viti, l'orecchio attento ai più lontani e tenui e dolci suoni, l'anima persa nell'attesa misteriosa della vita. Non sapeva neppure lui perchè questo gli accadesse e non si domandava perchè gli accadeva; condotto dal suo cuore andava così, alla deriva, e in questi silenzi suoi, in cui si perdeva un pianto interiore senza parole e senza volto preciso, era la sua musica e la sua poesia, le due sole cose del mondo per cui l'uomo può chiamarsi tale e sentirsi migliore a volte.
Non si guardò più allo specchio; finì di vestirsi, il volto atterrato. Pensava lontano. E non pensava precisamente: sentiva una volontà, una necessità imperiosa di scantonare per la prima strada, per non saper più niente, per non udir più niente, ma forse solo lo stridìo armonioso di un verzellino, dall'ombra di un brolo.
Qualcuno bussò alla porta, ma con discrezione. Certo non era Rigaglia. Rigaglia entrava senza domandare permesso; era sempre in casa sua. Chi poteva essere mai? Guardò un poco la porta prima di rispondere, poi domandò:
— Chi è?... — ma la sua voce non fu gradevole e di buon invito.
— Sono io!... — Un falsetto sottile. Che voce era quella?
— Io, chi?
— Io!...
Si accostò all'uscio; disse:
— Avanti...
E attese. La porta non si apriva. Qualcuno voleva prendersi giuoco di lui. Giusto! Arrivava a puntino. Aggrottò il viso, si diresse risolutamente alla porta e appena ebbe tempo di aprire che si sentì stringere il collo da due dolci braccia ed ebbe il viso inondato di baci.
— Zio... zio... zio... come sei cattivo con me!
Era Spadarella. Spadarella sua, la gioia del suo silenzio lontano.
La faccia di lui si accese subito di un radioso amore.
— Come mai sei qui?
— Ho avuto un bell'aspettarti in questi giorni, zio cattivo!
— Ma non sai che è incominciata la lotta?
— Lo so benissimo! Ma, la sera, una piccola mezz'ora potresti ben trovarla per Spadarella!
— Ebbene, sai a che ora sono ritornato questa notte?
— No. A che ora?
— Alle tre e mezza!
— Povero zio. E dove sei stato?
— In campagna. Ma non parliamo di queste porcherie. Sei sola?
— Sì.
— Dov'è Spina Rosa?
— A casa. L'ho lasciata a casa attorno ai fornelli... perchè...
— Perchè?...
Si sorrisero guardandosi negli occhi.
— Hai indovinato, zio?
— Credo di sì.
— Vieni?...
— Ma... questa mattina... — rispondeva così, e già aveva deciso di andarsene con lei a colazione.
— No... no... no... non ci deve essere proprio niente che mi ti porti via, questa mattina! Sono decisissima, sai? Non ti lascio più... proprio, non ti lascio più!
— E... se non potessi?
— Devi potere!
— Ma se non potessi?
— Allora resterei con te. Ti pare giusto che solamente io non debba averti mai?
Cara la sua bambina! Egli si sentiva cinque volte più forte quando l'aveva accanto, quando poteva ascoltare la voce di lei armoniosa e guardarla, quell'angiolella, che portava sempre con sè la luce dei più bei mattini.
— Va bene. Allora resta inteso — disse lo zio Giovanni; — però, Spadi mia, devi avere un po' di pazienza...
— Fin che vuoi, zio.
— Devo mettere in ordine molte cose prima di venir con te.
— Fa quello che vuoi.
— Dove mi aspetterai?
— Qui.
— No. Va nell'orto... Hai qualche libro?
— Sì. Ne ho uno.
— Allora vai nell'orto; leggi e aspettami.
— Sì.
Egli si allontanava senza guardarla. Spadarella lo richiamò:
— Zio?
— Che vuoi?
— Vai via così?
— Perchè?
— Neppure un bacio?
Ritornò sorridendo, le stampò due grandi bacioni sulle guancie e partì che si sentiva ringiovanito di vent'anni.
— Ah, Spadarella, Spadarella!... Se tu non ci fossi che ne sarebbe di questo povero insensato, con tutta la sua Repubblica?...
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi sedevano ad un tavolo e giuocavano a tressetti. Tanto erano intenti alla loro partita, che neppure l'udirono entrare. Era questa una loro particolarità. Siccome erano sempre insieme, il gobbo Pulizia portava con sè di continuo, in una delle ampissime tasche della gabbana, un mazzo di carte. Ad ogni sosta iniziavano una partita a tressetti. Si giuocavano un soldo a testa e non avevano mai aumentata la posta. Durante il giuoco usavano insolentirsi con abbondanza; ma, con l'ultima carta gettata sul tavolo, tutto era finito e dimenticato.
Li chiamavano l'amico Cesare e l'amico Ciliegia. Erano repubblicani fino alle midolle.
Il gobbo Pulizia «_e' gobb Pulizì_» si era guadagnato tale battesimo per la sua meticolosa cura della nettezza. Era un ossessionato della nettezza. Durante l'estate diventava nervoso e teneva ermeticamente chiuse tutte le finestre e le porte di casa perchè non entrassero mosche. Un cerchiolino di mosca in uno specchio o in un foglio di carta poteva farlo malinconico e preoccupato per una settimana intiera; una tela di ragno in un qualsiasi angolo della casa lo riempiva di tristezza. Dava la caccia alla polvere sopra e sotto ai mobili; fiutava le macchie sul pavimento; aveva inventato un arnese per pulir fino i buchi delle serrature, fino gli interstizi fra mattone e mattone. Non trovava fantesca che potesse reggere con lui; dopo poche settimane di esperimento tutte lo abbandonavano. Tanta era la cura sua di non insudiciare nulla che, in casa, camminava in pedùli e, prima di sedersi, si spazzolava il fondo dei calzoni.
Data simile manìa, era più che naturale che non ricevesse nessuno ed in fatti anche il moro Fabrizi non compariva che rarissimamente benchè fosse il solo e grandissimo amico del gobbo Pulizia. Ma la sola idea di trovare l'ombra di un'orma sui pavimenti lucidissimi immalinconiva il povero gobbo il quale, d'altra parte, all'infuori di questa, non aveva altre manìe. Ma questa era una manìa seria che non si limitava alla casa, ma a tutti gli oggetti della casa, compresa la sua persona. Infatti il gobbo Pulizia faceva il bagno due volte al giorno; la mattina e la sera e portava sempre in tasca un pezzo di sapone da bucato e uno spazzolino di setole. A volte, durante la notte, si ridestava all'improvviso, colto dalla sua ossessione e correva a lavarsi. Nella sua stanza da letto erano sempre, per ogni evenienza, un mastello e tre grandi secchi ricolmi di acqua, senza contar le catinelle. Aveva adottato un _W. C._ di sua invenzione, nel quale l'acqua scorreva perpetuamente e scaturiva da ogni parte in getti, in cascatelle, in zampilli incrociandosi e sfrangiandosi nei giuochi più svariati, tanto che pareva una fontana monumentale. Non vi mancava che una statua e da statua funzionava il gobbo Pulizia quando ve lo costringevano le sue estreme nonchè umili necessità. Allora egli diventava una nàiade, benchè non disponesse dei vezzi di una ninfa; diventava una nàiade e metteva in guazzo la parte opportuna, la qual parte, investita da ogni banda dai festevoli giuochi d'acqua, si sollazzava e si purificava adempiendo al suo compito estremo. Una volta al moro Fabrizi, che cercò di servirsi di tale arnese senza conoscerne il perfetto congegno, toccò la sventura di prendere un bagno compiuto e di beneficiare di un discreto spavento, tanto che ebbe a soffrire, per il resto della sua vita, di una stitichezza ostinata.
Dopo tutto quanto abbiamo detto, lo strano si era che, varcato l'uscio di casa sua, il gobbo Pulizia diventava un uomo come tutti gli altri e poteva essere altrettanto sudicio quanto l'amico suo carissimo Fabrizi; perchè il moro Fabrizi era fra i più grandi sudicioni della Città del Capricorno.
Come mai l'amico Cesare e l'amico Ciliegia si fossero appaiati per diventare inseparabili, era un mistero nel grembo di Dio. Fatto sta che non si vedeva il gobbo Pulizia senza vedere il moro Fabrizi e viceversa.
Il quale moro Fabrizi, pure essendo benestante come l'amico suo, tanto ostentava la trascuratezza, da sembrare quasi un pezzente. E mentre il gobbo Pulizia era accuratamente sbarbato ogni giorno, il moro Fabrizi si faceva radere una volta ogni due settimane tanto che sembrava per il resto del tempo un cinghiale domestico che grufolasse per i caffè e le osterie della Città del Capricorno. E i suoi vestiti erano unti e bisunti, tanto da diventare impermeabili. Del resto non li cambiava mai, come non cambiava mai le scarpe e il cappello e non si lavava mai le mani.
Una volta che il gobbo Pulizia si azzardò a domandargli:
— Perchè non ti lavi mai?
Gli rispose:
— Perchè è inutile lavarsi se ti devi insudiciare subito. Io faccio un bagno di pulizia ogni tre mesi, consumo due pezzi di sapone e basta. Questa è salute, amico mio. I nostri vecchi non si lavavano mai e campavano fino a cent'anni. Bisogna lavar lo stomaco con del buon vino, questo sì! Ma il difuori è degli sciocchi.
Il gobbo Pulizia non aveva rifiatato. Del resto si trovavano d'accordo sulla Repubblica. Forse la Repubblica faceva loro chiuder gli occhi sul resto.
Erano accanitissimi partigiani, ligi al verbo del Maestro e strepitanti per ogni pubblico ritrovo per buona parte della giornata. Il gobbo Pulizia disponeva di una voce acutissima e di buone argomentazioni; il moro Fabrizi era meno dialettico ma sosteneva il compagno con fede intemerata e con la forza de' suoi muscoli. Dovendo discutere di politica, in Romagna non è mai male disporre di buoni muscoli.