Il Cavalier Mostardo

Part 1

Chapter 13,730 wordsPublic domain

ANTONIO BELTRAMELLI

Il Carnevale delle Democrazie

Il Cavalier Mostardo

ROMA — MILANO EDIZIONI A. MONDADORI 5º MIGLIAIO

_PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA_

_I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda_

_Copyright by Casa Ed. A. Mondadori_ _1922_

IL CAVALIER MOSTARDO

_A_ GIUSEPPE FABBRI, _amico fedele dai lontani anni della vita mia; tanto più vicino a me quanto più triste fu la vicenda della mia lotta assidua, voglio consacrato questo libro di passione nel quale ride e sorride, dalla malinconia alla violenza, l'anima iperbolica della gente nostra._

AI LETTORI

_Avevo compiuto e stavo per licenziare questo libro, quando il Cavalier Mostardo mi manda la lettera che segue._

_La pubblico tale e quale lasciando all'epigone romagnolo l'intera responsabilità di quanto vi è contenuto._

_Ancora: la parola diretta di Mostardo potrà servirvi a chiarire lacune ch'io posso aver lasciato nel corso della narrazione._

_È, forse, un necessario compimento._

_Valete._

ANTONIO BELTRAMELLI

DOMANDO LA PAROLA...

_Compagni_,

_domando la parola per fatto personale!... Ecco il fatto personale: oggi non sono più quello di ieri!_

_Ho letto questo libro nel quale Beltramelli mi ha voluto rifare, diremo così, per la consumazione del popolo; l'ho letto e, siccome bisogna sempre sopportare nella vita, starò zitto._

_Però io vorrei sapere se sia proprio un esempio di finezza quello di spifferare alla gente gli affari intimi di un galantuomo._

_Ho amato, e va bene; ma era necessario andarlo a raccontare?.. Che cosa ci ho messo io di più di quello che non ci mettano gli altri?.. E allora se si tratta sempre della medesima debolezza perchè voler aprire le finestre che dovrebbero rimaner chiuse?.._

_E protesto poi quanto più posso contro quella che Beltramelli chiama la_ «cosa aristocratica»!...

_Ma che cosa e non cosa aristocratica! Queste sono fandonie che se le sogna lui!_

_Mi ero innamorato di Mignon, è vero! Ormai lo sanno tutti e non mi fa vergogna dirlo. Ho sofferto come un'anima dannata; ho avuto l'impudicizia di piangere; mi sono confuso con l'ultimo tamburiere; mi son fatto compatire anche da Rigaglia testone. È vero, è vero! Ma da questo a voler affermare che mi ero perduto per_ «la cosa aristocratica», _c'è un bel divario!.. Io sono stato sempre un autentico democratico; anche quando soffrivo le pene dell'inferno. E tutto il resto è fandonia, è bagatella, è facezia!.._

_L'aristocrazia non fa per me ed io non l'avrei cercata neppure fra le_ segretezze _di Mignon. Parola d'onore!.. Mi potete credere, compagni, se ve lo dico. E protesto altamente contro quest'atto di accusa che vorrebbe guastarmi la riputazione!_

_Ho buttato il mio cuore a una donna e dovevo sapere che se lo sarebbe mangiato. Ecco la mia colpa; ma capita tutti i giorni. E basta. Solo ho voluto mettere le cose a posto._

_E se questo libro andrà in mano a Rigaglia che oggi è_ «un pezzo grosso» _e tambureggia sui giornali e si fa largo a Roma, dove l'Italia ha più paura che in nessun altro luogo; se andrà in mano a Rigaglia che è sempre testone, anche se non porta più le scarpe coi chiodi, voglio che il vecchio versipelle tanto temuto e tanto accarezzato (bel coraggio hanno questi liberali!...); voglio che sappia che il Cavalier Mostardo è stato, è e sarà sempre il suo padrone tanto da vicino quanto da lontano._

_Valà, poverino!.._

_Se domani mi vien voglia di rimetterti sotto e questo io posso fare in due e due quattro!.._

_E qualche volta voglio smascherarti._

_Ci conosciamo bene!.._

_Altro che Lenin e Trotzki e Consigli del Popolo e Repubblica dei Soviet e consimili chincaglierie!.._

_La tua Dittatura?_

_Sì, provaci!.._

_Io sono quasi quasi vecchio, però fin che campa il Cavalier Mostardo, tu Rigaglia, tu testone, tu versipelle, tu ignorante demagogico, tu brigante da strada, tu vagabondaccio egoista, tu truffaldino, tu idealista nelle tasche degli altri, tu tu non farai niente di niente. Te lo dico io!.._

_E vigliacco sei!_

_E ti chiami Rigaglia!_

_Ma non ti conosco?.._

_Sei nato Rigaglia, ti chiami Rigaglia e morirai Rigaglia!_

_Ecco il tuo epitaffio._

_Voglio farlo stampare sul portone di casa mia._

_Il popolo, il vero grande popolo sono io._

_Se a Roma ti prendono sul serio, io ti prenderò a schiaffi!_

_E tu, contro di me non potrai alzare un dito._

_Sì, l'ho voluta la guerra; l'ho voluta e sono andato a combattermela, io!.. Perchè se accetto un'Idea, per la mia Idea butto via ogni cosa, io!.._

_Ma tu, tu?.. Tu hai fatto sempre quello che ti conveniva meglio: hai fatto il porco!_

_E ti ci sei trovato bene. Ed è diventata la tua professione nobilissima, vecchio versipelle!.._

_Di' che non è vero, se puoi!.._

_Di' che sono un prepotente!.._

_Ora ti han conosciuto anche i socialisti, chè ti sei buttato al Comunismo; e domani potrai anche essere prete; ma starai sempre a casa tua quando ci sarà da combattere._

_Perchè non scendi per le piazze? Tu sei bravo per mandarci gli illusi, ma la tua pelle la tieni in conserva._

_Ah, ridi perchè sono fascista?.. Ma fatti vedere allora; vieni dove si fa del fumo, dove si può morire._

_Avanti!.._

_Ti aspetto io solo; e te coi tuoi compagni._

_Questa è la mia pubblica sfida a te, Rigaglia, padrone di Rocca-Canaglia. Ma non verrai; lo so benissimo che non verrai._

_Però guarda che abbiamo scoperto il tuo domicilio. Sta attento a quello che dici o fai scrivere perchè, per poco che tu soffi o brontoli, ti preparo tale spedizione punitiva da farti ballare i tresconi sopra una piuma di struzzo._

_Sono uomo da farlo, io, e tu lo sai._

_Ringrazia Mussolini se fino ad oggi hai salvata la tua pelle d'asino, perchè io, tanto, ho giurato che voglio farmene un tamburo._

_Un bel tamburo da fracasso, che mi accompagni quando canterò:_

«Ecco Rigaglia, testone, che non seppe far l'o con un bicchiere...

_E c'è chi ti prende sul serio, poveretto me!.._

_Ma, una di queste sere, la sentirai tu la serenata:_

Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza...

_e allora vorrei tu avessi un campanello per ogni pelo, per sentire la sinfonia della tua paura!.._

_Tanto sei nato Rigaglia, ti chiami Rigaglia e morirai Rigaglia!_

_Ecco!.._

_Una parola ancora, compagni, e poi ho finito._

_Io voglio bene a Mussolini, prima di tutto perchè è della mia razza, poi perchè l'ho conosciuto quando portava la barba ed era un simbolo piuttosto pauroso._

_Per Bios!.. Allora non si andava d'accordo, ma bisognava rispettarlo._

_Oggi Mussolini è il mio padrone e mi piace. Però, con la mia sincerità in camicia, devo dirgli un cosa che non mi và giù._

_E la posso dire perchè io sono stato sempre repubblicano, e_ Repubblicano antico!

_Ho voce in capitolo come dicono i_ Signori della Cattedra.

_Dunque che cos'è, Mussolini mio, questa_ Repubblica tendenziale?..

_Spieghiamoci chiaro._

_La Repubblica non è una tendenza, per Bios!.. Io non la vedo così. Rigaglia si, che è tendenziale; ma la Repubblica no e poi no!..._

_La Repubblica è un fatto storico. C'è sempre stata; c'è e ci sarà!.._

_Domani la vedremo a Roma; e questo è vero come è vero Dio!_

_Dunque non è una tendenza._

_Uno può tendere fin che vuole verso una cosa e non arrivarci mai._

_Ecco l'errore, Mussolini mio!_

_Ma noi siamo arrivati._

_Domani se io non ti dò più retta e mi metto in testa di far la Repubblica, per Bios se la faccio!.._

_Non sono mica più i tempi di una volta!.._

La Repubblica è un'imminenza!

_Non ti pare?.._

_Allora non sarebbe molto meglio dire:_ Repubblica Imminenziale?

_La parola sarà brutta, ma chi se ne importa?.._

_Il fatto resta fatto!_

_E perdona al tuo vecchio Cavalier Mostardo, ma questa cosa dovevo dirtela._

_Se non la dicevo, scoppiavo._

_Addio, compagni, ho finito._

_Il vostro_

CAVALIER MOSTARDO

CAPITOLO I.

_Qui si riprende contatto con la vecchia coorte e si ritrovano Mostardo e Rigaglia._

Pochi eran rimasti della vecchia coorte. I più anziani avevano finito di banchettare e se n'eran iti alla morte, al riposo. Chiuso il libro del dare e dell'avere come privati, se non come uomini di caldo avvenire, avevano compiuta la traiettoria rapidamente, da quei bravi che si eran dimostrati nel mondo, secondo le dottrine loro. Non troppe smorfie e meno indugi. Morire bisognava; dunque fosse rapida la morte e tranquilli coloro ai quali restavano altri anni da vivere nel bel mondo armonioso. Dal più al meno erano stati sodisfatti nel loro legittimo desiderio.

Bortolo Sangiovese se n'era andato una sera, dopo aver bevuto e mangiato a gozzoviglia. Ebbe un primo avviso in casa di amici; avvertì che un ingranaggio non agiva; notò la cosa ridendo ma rise di traverso. La bocca non gli tornò a posto. Si era fermata in una smorfia quasi tragica.

Gli domandarono:

— Che cosa avete?

Rispose:

— Ho... ho... credo di aver finito!...

E aveva ragione. Gli amici attesero, un po' sconcertati; ma era festa e si beveva. Continuarono a bere. Solo le donne ebbero paura.

— E se muore qui?

— Ma non muore! Ha la pelle dura!

Dissero questo ma vedevano che dentro gli occhi del vecchio celibe c'era un'ombra nuova e il riso di lui incominciava ad essere tetro. Mezza la faccia era già da spavento, per le donne. Allora decisero di condurlo via.

Lo presero in due sotto le ascelle.

— Andiamo, Bortolo!

— Dove mi conducete?

— A casa. Avete bisogno di riposare questa sera.

Bortolo guardò gli amici e rise ancòra; ma la tonda faccia era cianotica. Disse:

— Addio a tutti!... Ce ne andiamo!...

Risposero:

— Arrivederci!

— No!... Arrivederci più!... Ce ne andiamo!...

E gettava le gambe a caso come le avesse cionche. Ma era tranquillo e avrebbe voluto apparire sereno anche se la lingua non scolpiva più le parole e la voce gli gorgogliava in gola.

Uscì senza cappello. Una donna lo rincorse e glie lo tese:

— Prenda, signor Bortolo.

— Tenetelo voi — rispose. — Io non ne ho più bisogno!

Svoltarono per la lunga viottola che conduceva al suo villino.

— Ci muore per strada! — disse uno.

E Bortolo:

— Fatevi core!...

Smeraldina corse su l'uscio e si fece bianca.

— Cosa c'è?... Signor padrone?...

— Niente... niente!...

Lo portarono su. Chiamarono un contadino perchè li aiutasse. Un'ora dopo, la cosa era spacciata. Bortolo Sangiovese aveva passata la linea.

Be', e questo non destò che non mormorìo tra gli uomini della sua tempra e del suo sangue. Bartolomeo Campana disse:

— Oggi a me, domani a te!

E infatti il fato fu giusto perchè all'indomani toccò proprio a lui.

Dopo il Campana fu Gian Battifiore ed altri molti. L'antica coorte si disperdeva. Veniva innanzi gente nuova: i ragazzi del giorno prima. Gente che aveva studiato e che portava un concetto diverso nella lotta.

Poi il socialismo aveva fatto passi da gigante. Mezze le campagne ne erano inquinate e la repubblica, se voleva vivere, doveva acconciarsi alle nuove esigenze, anche a costo di non essere più repubblica.

Questo vedeva il Cavalier Mostardo, uomo di antica tradizione e, quando il mutamento avvenne, egli era sui suoi cinquantacinque anni.

Cinquantacinque anni e un bivio! Un'ora centrale nella vita di un uomo par suo.

Fino a quel giorno, o meglio, fino a qualche anno prima egli aveva signoreggiato e spadroneggiato. Il partito era nelle sue mani; ne disponeva come di un cavallo e di una femmina maligna perchè era un uomo forte. La sua forza era la sua virtù; la sua prepotenza, il suo diritto. Ed egli inoltre aveva imparato dai suoi maggiori, ad esser repubblicano senza preoccuparsi troppo del contenuto dell'idea repubblicana. La repubblica era una convinzione e una gioia e non un tormento come la riducevano i nuovi. Così ragionava.

— Una volta... Eh, sì!... Una volta c'era meno Cattedra!... (Ecco la parola nuova che aveva conquistata; e gli serviva a derisione contro tutto ciò che non riusciva a capire). Meno Cattedra c'era!... La Repubblica!... Ecco quello che volevamo. Oggi si fan troppo chiacchiere. E quel socialismo?... Uomini senza passato. Vengon su dalla bottega... domani sono capipopolo. Peuh!... E i contadini, questa razza egoista che vede lume solamente attraverso ai baiocchi?... I contadini ci tradiscono perchè promettiamo meno dei socialisti. Ma dobbiam tener sodo. Mazzini e Garibaldi ci insegnano. Poi non si arriva al socialismo se non attraverso alla Repubblica sociale. Hai capito?...

Ed era sodisfatto; aveva detto quel che poteva, ma ormai era nato il dubbio anche nell'anima sua gioconda. Se i giovani del Circolo Mazzini lo trattavano con una certa superiorità non priva di disprezzo; se non era più chiamato ai segreti consigli, se anche nelle ultime elezioni comunali lo avevano bocciato mentre era riuscito consigliere un qualsiasi villano sceso da una parrocchia dei colli, doveva esservi indubbiamente una profonda causa. Altri forse si sarebbe rassegnato alla propria sorte; ma il Cavalier Mostardo, no. Come uomo egli apparteneva alla specie politica (specie tanto diffusa in Romagna) e a tutto avrebbe rinunziato fuorchè al potere. Così siccome molto si parlava di studio in quei tempi, il Cavalier Mostardo si decise a studiare:

E anche questa era cosa più difficile a farsi che a dire.

Consigliarsi non voleva. Ne' suoi cinquantacinque anni di vita aveva imparato che, a non voler far sapere una cosa, bisognava tenersela dentro. Se egli, puta caso, avesse chiesto in gran segretezza a Popolini o a qualcuno del conio, un consiglio circa i progettati studi, ne avrebbe avuto forse un consiglio ma anche la beffe al caffè e per le adunate serali. Poi avrebbe voluto prepararsi in silenzio, uscire un bel giorno con un discorso strabiliante, pieno di tutte le oscure cose che non riusciva tuttavia nonchè a stabilire, a intravvedere; avrebbe voluto vendicarsi della sfacciata superiorità dei giovani e dimostrare che il suo ingegno anzichè spaventarsi di fronte alle nuove bazzecole, se n'era impadronito, le aveva superate. Oh, la gioia!... Ed esser solo in una grande assemblea, solo sul palco degli oratori, e la voce forte riempie la sala e i cuori; ritorna con gli applausi e gli evviva. Ah, la pienezza di un simile trionfo!... E in mente si costruiva brani di un discorso, parole calde, balzate dall'entusiasmo; e diceva e gestiva e s'investiva della sua parte, tanto in casa quanto per le strade, finchè qualcuno non lo ridestava ridendo.

Alle domande degli amici rispondeva allora con una frase unica:

— Ho dei pensieri!...

Il Cavalier Mostardo aveva dei pensieri! Nel paese se ne parlava e i curiosi andavano investigando per saper s'egli fosse per fallire. Tale gioia era vietata ai maligni. Gli affari del Cavaliere andavan franchi e spediti.

La sua decisione allora dovè maturare e compiersi nel silenzio.

E il Cavalier Mostardo si dette a sfogliare i vecchi libri che aveva da anni ed anni in fondo a una cassa e dei quali non si era occupato mai.

Una sera, dopo aver bene serrata la porta della stanza, incominciò, al lume di una candela, a studiare i frontespizi.

I titoli lo sorpresero; lo fecer meditabondo. Ecco: _il Conte di Montecristo_, _I tre moschettieri_, _La monaca di Monza_.

Certo ne aveva sentito parlare; ma dove e quando?... Inoltre potevano quelle opere oscure giovare al suo compito?... Comunque fosse, le mise da parte e continuò l'esame.

Ristette ad un tratto chè gli parve di non aver letto bene. Girò un libriccino da un canto e dall'altro, ne rilesse il titolo: _Il libro delli Re!_... Ma che roba è questa?...

Era possibile che in casa di un repubblicano par suo potesse trovarsi un'opera simile?... Stette in dubbio e pensò a qualche brutto scherzo de' suoi compagni, per comprometterlo. Ma certo!... Perchè, puta caso, se la polizia avesse fatto una perquisizione in casa sua e fosse venuto alla luce quell'arnese, chi avrebbe tenuto i compagni suoi maligni dall'affermare ch'egli aveva trame segrete con la Monarchia? Però si incuriosì e volle vedere di che si trattava. Sfogliò le prime pagine. La stampa era un vituperio, tanto appariva minuscola. Rilesse:

— _Il primo libro delli Re_... — rimase pensoso e soggiunse: — Guarda che roba!...

Continuò:

— Or il re David... — Il Re David?... Ma di quale nazione era re David se sui giornali non se ne sentiva parlare mai?... Egli ricordava vagamente un certo David che tirava i sassi... ma era roba da sacra dottrina!... Non poteva trattarsi dello stesso signore. Continuò sempre più perplesso:

— Or il re David divenne vecchio, e molto attempato: e, benchè lo coprissero di panni, non però si riscaldava...

— Be' — fece il Cavalier Mostardo interrompendo la lettura — e che cosa vuol dir questo?... Maledetti monarchici!... Guardate qua, si preoccupano anche se il re ha freddo!...

E scosse il capo gravemente a commiserazione. Ma continuò.

— Laonde i suoi servitori gli dissero: Cerchisi al re, nostro signore, una fanciulla vergine...

Il Cavalier Mostardo a questo punto scattò; e parlava a sè stesso:

— Eh?... Di quali colpe si macchiano questi cani?... Come la chiameremmo noi, repubblicani, un'azione simile?... Ma dov'è il Presidente di repubblica al quale abbiamo mai cercato una vergine, noi?...

Però, nonostante il suo furore, la cosa lo interessava chè voleva sapere come si sarebbe compiuto il fatto. Riprese:

— ... una fanciulla vergine, la quale stia davanti al re, e lo governi, e ti giaccia in seno...

Levò gli occhi dal libro e disse:

— Hai capito?...

— ... e ti giaccia in seno, acciocchè il re, mio signore, si riscaldi.

Commentò:

— Ma sicuro!...

— Cercarono adunque per tutte le contrade d'Israel, una bella fanciulla: e trovarono Abisag Sunamita, e la condussero al re.

«E la fanciulla era bellissima e governava il re...».

A tal punto gettò il libro da parte e gridò:

— Questa è una porcheria!... Hai capito a che cosa riducono il governo questi monarchici?... Ma se un repubblicano scrivesse cose simili, per poco che potesse toccargli sarebbe la prigione per oltraggio al pudore!...

Scostò con disgusto i libri, si tolse gli occhiali e uscì. Ma l'aria, ma la notte, ma il silenzio non vinsero le sue preoccupazioni. Ormai era preda di un assillo continuo: studiare, istruirsi. Doveva leggere, leggere. Tornò a casa e per tutta quella notte lesse.

Lesse tutta la notte e consumò tre lunghe candele, ma quando ebbe finito _Il Conte di Montecristo_ si domandò:

— E adesso?...

Infatti gli pareva di non saperne molto più di prima. Però bisognava convenisse seco stesso che si era divertito. Il diletto lo spinse a continuare. Così accadde che il Cavalier Mostardo, per prepararsi a una maggior vita politica, fosse gran lettore di romanzi. Ne lesse d'ogni risma e di ogni virtù; occupò in tale faccenda quasi tutte le sue notti. E non ebbe predilezioni, non si preoccupò di autori o di generi; con la stessa agilità passò da Walter Scott a Guido da Verona; da Gabriele D'Annunzio a Castelvecchio. Gli piacquero tanto le avventure poliziesche quanto gli idillii; ma, dopo un mese di tale ginnastica, dovè fronteggiare una nuova crisi.

Spuntò sul suo orizzonte la donna.

Fino a quel tempo aveva vissuto come un _fuori sacco_. La parola era sua; o meglio l'aveva tolta dall'uso postale a significare la specialissima condizione di coloro che non s'adattano agli usi correnti. Fuori sacco era un ribelle, un anarca, un refrattario, uno sperduto, un vagabondo; fuori sacco era l'uomo che non accetta ciecamente ogni imposizione e coercizione sociale ma sì bene ritraesi in disparte e disapprova; non entra, insomma, nel sacco delle lettere commiste, ma viaggia per proprio conto in privilegiato disdegno.

Come tale era passato adunque il Cavalier Mostardo nella vita, curando la donna solo per quella piccola parte che gli poteva convenire. Si era accorto sì e no della esistenza di lei. Oltre la politica, gli affari lo avevan tutto assorbito e sempre. A cinquantacinque anni egli era tuttavia celibe e forte. Doveva aprire e conoscere ancòra quella parte del libro della vita nella quale si ragiona e si canta d'amore.

Troppo tardi? Il dubbio poteva preoccupare forse un uomo corrotto ed esperto, non lui.

Cinquantacinque anni erano ancòra primavera al Cavalier Mostardo. Gli occhi suoi lampeggiavano; i capelli e i mustacchi erano genuinamente neri; il corpo saldo; la mente pronta e la volontà e la forza. Ciò che faceva a venticinque e a trenta poteva fare a cinquantacinque anni. Non v'era fior di giovine che gli stesse a paro. Determinato il potere e nella coscienza sua e in quella del popolo, gli anni, il triste novero degli anni era svalorizzato, evaporava.

Ciò ch'egli era nel tempo, era. Un buon querciolo con tutte le sue rame in ordine. E se strizzava l'occhio a qualche squillante ragazzona, sorpreso da un ondulare di lunate anche, se questo faceva, poffarbacco! che le gioconde non s'affibbiavan la gonna, nè torcevan la faccia! Sì ch'egli poteva fecondare una vergine, in comune gioia, al cospetto del popolo sovrano! E Mostardo era un segno popolaresco nella terra dagli enormi buoi.

Ma questo era un giuoco. Un esempio sporadico.

Compiuta la cosa, con lei si compiva la giornata ed ogni conseguenza. Le gioconde riprendevan la via della notte o dell'alba, senza bagattelle, senza parole spente. Un bel rossore sulla faccia e il cuore in pace. Pareggiato il dare all'avere; conti resi e pari e patta. Niente più. Il giorno dopo si riparlava di politica e ciò ch'era avvenuto nella notte era affare d'ombre e di stelle. Cosa secondaria, eccedente dalla serietà quotidiana.

Ma ora doveva essere cosa diversa. A quel punto della sua vita; date le nuove condizioni della lotta politica e la necessità di trionfarne, il Cavalier Mostardo sentiva di aver bisogno della donna scoperta nei romanzi. Gli ci voleva la donna guida e decorazione. Egli pensava che una bella ed elegante compagna avrebbe rialzato il suo prestigio, la dignità sua di fronte al popolo, poi anche un tardo istinto di perdizione lo spingeva al cimento. E voleva assaporare il frutto nuovo; sapere intimamente com'era... la cosa aristocratica.

Poi nella fusione del suo sangue con quello di una donna superiore, non poteva esservi un principio di saggia politica... Un assaggio?...

Sì, doveva tentare; era necessario.

Inoltre quante mai cose nuove, insospettate, gli erano apparse attraverso ai suoi dolci romanzi. E che vita aveva egli vissuto se non aveva neppure immaginato l'esistenza di tanto miele?... Le belle parole, i bei pleniluni, le ville, i giardini, le angoscie... L'amore, insomma l'amore!...

Ora il Cavaliere si teneva in casa da vent'anni e più un uomo che gli era servo e compagno, chiamato senza ragione e senza necessità Rigaglia. Puffone, il padre di lui, niente aveva a che fare coi visceri dei volatili. Perchè al figliuolo fosse toccato il battesimo di Rigaglia nessuno sapeva. Mistero nel grembo del fato. Nelle quotidiane contingenze l'uomo cinquantenne era per tutti Rigaglia di Puffone; o meglio, nel patrio dialetto: Rigaja d'Puffôn. E si era acconciato al suo popolare battesimo.

Rigaglia era contadino, figlio di contadini: pura razza intatta. Parlava di bestie e di raccolti e più spesso taceva. La politica gli si era incuneata nel duro cranio come un diritto, accanto alla superstizione e alla sorella ignoranza. Nemico di Dio, aveva inserito nell'angusto spazio occupato dalla divinità: _e' pòpul!_ Il popolo: ciò è a dire _tutto_! Il popolo doveva impadronirsi dei campi e dei forzieri, questo il suo concetto. Ad antitesi del Popolo, i signori. Per Rigaglia era signore chiunque non vestisse alla sua foggia.

Quest'uomo era battagliero nella massa; vigliacco nel caso sporadico. Da solo, si acconciava a discutere e ad aver torto; nella massa era un dannato eroe. Dannato eroe, ecco Rigaglia di Puffone dalla spessa fronte rugosa e dal grifo di porco.