Il castello di Trezzo: Novella storica

Part 3

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Era in quel castello una picciola chiesa dedicata alla Vergine, a cui aderiva una cappella, detta dei morti, perchè conteneva arche ed ossami ivi trasferiti dalla vecchia rocca. Nè mancavano pure tenebrose carceri e camere appartate, in cui si erano praticate ribalte, o siano trabocchelli, i quali consistevano in mobile pavimento artificiosamente sospeso, sul quale se taluno saliva, levandosi una sosta si rovesciava, e precipitava lo sgraziato in un pozzo armato a punte che lo trafiggeano. Correva voce altresì che quivi fossero sotterranei ed altri luoghi spaventosi e secreti di cui si parlava con sospetto, ma de’ quali tutti ignoravano e l’ingresso e l’uscita. Taluno però asseriva d’avere inteso voci e lamenti partirsi dalla cappella de’ morti e dalla torre nera di Barbarossa, la quale stava rovinosa nel fondo del parco vicino all’antica fortezza. Perocchè al lato di tramontana del castello eravi una porta la quale adduceva ad un picciol parco, che occupava quello spazio che stendevasi tra ’l castello e l’isolata estremità del ciglione della rupe. In fondo al parco, difeso in giro da grossa muraglia, stavano gli avanzi della vecchia rocca. In questo muro eransi praticate varie porte munite di forti cancelli, ed a cui mettean capo alcune stradicciuole che scendendo a scacco per la rupe, o si recavano al piano dell’Adda, o si dirigevano pei villaggi e pei boschi. Ove il parco avea fine, eravi altra porta fiancheggiata da due torri, la quale dava passaggio al ponte sull’Adda, novellamente ricostrutto, assai più grandioso e massiccio del primo. All’altro capo del ponte eransi erette due altre torri quadrate che ne difendevano l’ingresso, chiuso inoltre da una barricata di travi a punte di ferro.

Già da dieci anni sorgeva questo castello, ed il parco era folto d’alti e fronzuti alberi, ed alla sommità degli archi di pressochè tutte le porte vedevansi appesi ove teschi di cinghiali, ove la ramosa fronte d’un cervo, ove falchi ed avoltoi, trofei delle molte caccie date da Bernabò, alloraquando sul finire del giorno, per noi già annunziato[6], giunse Bernabò stesso, condottovi prigioniero colla comitiva descritta a Mandellone dai due ladri, che dissero d’averla iscorta per la via del bosco di Concesa.

A pena la guardia posta alla vedetta del castello vide spuntare le lancie fuori del bosco, diè fiato al suo corno d’avviso, e accorse tosto il castellano, che era Tadone Fosco: veduto egli soldati lombardi, e fra essi il cappuccio di Bernabò, fece immediatamente abbassare il ponte levatoio. I due capi di lancia che erano all’antiguardia, passato a pena il ponte, si posero vicini alle catene interne delle travi che servivano a rialzarlo, facendone sgombrare i due uomini che vi si trovavano. Gasparo Visconti, spronato il cavallo, fu a dosso al castellano, e curvandosi sull’arcione levò d’un colpo il mazzo delle chiavi che appese ei teneva ad una cintura di cuoio; la quale per la strappata spezzossi, ed il povero Tadone cadde a terra dimandando pietà: poichè mal sapendo la causa di sì inusato procedere contra di lui, temeva la mala ventura. Ma Gasparo Visconti gli fe’ cenno s’alzasse, e lo precedesse al castello; il che Tadone eseguì senza trar fiato. Tutti i soldati, i prigionieri e la paravéreda entrarono nella prima porta, e da quella volgendo lungo l’andito, passarono nella seconda; dove le guardie, vedendo quella comitiva preceduta dal castellano, non opposero al loro ingresso resistenza alcuna. Non sì tosto il seguito fu entrato, che Gasparo Visconti fece rialzare il ponte levatoio, ed intimò a Iacopo del Verme, che teneva il comando sotto di lui, di dar subitamente la muta alle sentinelle, disarmando i soldati di Bernabò, e coloro fra questi che non giurassero fede a Giovan Galeazzo, facesse chiudere nella torre. Iacopo del Verme dispose i suoi soldati alla porta maggiore del castello ed a tutte le altre entrate. Ne pose una parte anche alla porta del parco, e fece chiudere le barricate del ponte, collocando soldati nelle torri che lo fiancheggiavano; poscia ordinò alcune scolte, onde si aggirassero intorno alle mura del castello.

Bernabò frattanto e i suoi due figli Rodolfo e Lodovico erano stati condotti nella sala maggiore dei superiori appartamenti, dove li aveano seguiti frate Leonardo, Donnina de’ Porri, e le sue due figlie colla vecchia Geltrude. Poichè furono i prigionieri assecurati nel castello, Gasparo Visconti usò seco loro maniere più gentili, siccome eragli stato imposto da Galeazzo, il quale voleva che a Bernabò ed a’ suoi, sebbene prigionieri, si avessero que’ riguardi che erano dovuti alla dignità ed al grado di parentela in cui gli erano congiunti. Appena infatti tutte quelle persone si furono raccolte nella gran sala, argomentando il capitano che la sua presenza non poteva riuscire che di peso a Bernabò ed agli altri, partissi di là per far disporre a comodo comune il restante dell’abitazione.

La bella luce del declinare del giorno penetrava nella maggior sala del castello per le vetriate a più colori di due ampie finestre rivolte ad occidente, e da due altre al lato opposto si vedeva riflettere rosseggiante sulle mura merlate e sugli archi del cortile. Stavano in quella sala appese intorno alle pareti varie armature e scudi con fascie e campi a diversi colori; e vi erano disposti ampii seggioloni riccamente coverti di drappi trinati in oro, ed altre sedie minori. Sopra un seggiolone si assise Bernabò, rigettando dalla testa la pelliccia d’ermellino con cui di consueto si ricopriva: pingue era la sua persona, aveva elevata e calva la fronte, bianchi i capelli che ne velavano le tempie, oblungo il viso e di lineamenti marcati e severi. Si adagiò, tutto abbandonandosi colla persona nel sedile; alzò gli occhi alle pareti: un lampo di sdegno rifulse nel suo sguardo, che girò torbido e minaccioso, sinchè lo abbassò raccogliendo in atto doglioso le braccia al petto. Alla sua destra stava ritto in piedi frate Leonardo eremita, il cui rozzo saio, la lunga barba, le macre guancie e lo sguardo umile ed inclinato, spiravano i patimenti e la sofferenza.

Alla sinistra di Bernabò era seduta Donnina della nobile famiglia de’ Porri, che Bernabò aveva eletta a marchesa della Martesana, infeudandola d’un ricco dominio. Essa fu l’ultima e la più fedele fra le molte di lui amate, poichè soffrì dividere con esso la prigionia unitamente alle proprie figlie, per continuargli le sue cure, e temperarne gli affanni. L’età di lei era oltre i quarant’anni; e sebbene non conservasse nel volto la leggiadria e la freschezza di sua prima beltà, vi avea però ancor dipinta tutta la dignità e quella nobile elevatezza dell’animo, ch’è pregevole ne’ prosperi, e sublime nei contrarii eventi; mostravasi taciturna, ma cogli sguardi spiava in volto a Bernabò quali idee lo agitassero, onde arrecargli conforto di qualche consolante parola.

Presso a lei era Damigella sua seconda figlia: appena il quattordicesim’anno faceva in essa spuntare i primi fiori della giovinezza; il tondeggiante suo viso, colorito dalla salute, annunziava l’innocenza ed il brio della tenera età; i di lei occhi, nerissimi al pari de’ suoi capegli, piegavano mesti verso il viso di sua madre, il cui melanconico contegno ne frenava l’usata vivacità, ciò null’ostante svolgea scherzando intorno alle proprie dita il cordoncino d’oro che le allacciava la veste, quasi fosse incapace di starsi in perfetta quiete, e si rivolgea di quando in quando a guardar Geltrude, che seduta da un canto era tuttora disaggradevolmente sorpresa dell’improvviso cangiamento di sue abitudini.

Più in là verso la vetriata, in atto meditativo, stava dai cristalli contemplando il cielo, Ginevra, la primogenita di Donnina; il color roseo della luce si mesceva al pallido del suo volto, e le dava un non so che di trasparente. Ne’ suoi grandi occhi azzurri, entro cui la melanconia e le lontane memorie spremevano una lagrima, si leggeva il bisogno di teneri sentimenti; una reticella formata d’un filo misto d’oro e verde le annodava le biondissime treccie, di cui alcune ciocche ricadevanle sulla fronte; un corpetto ricamato a neri fiori sopra fondo scuro, il quale era aperto e rannodato sul seno da una cordicella d’argento, ed una veste di drappo azzurro formavano il di lei abbigliamento.

Più lungi Rodolfo e Lodovico sommessamente andavano cangiando qualche motto fra loro; la ricciuta capellatura di Rodolfo e la fierezza dello sguardo e de’ robusti lineamenti davano alla sua persona un aspetto più tosto minaccioso che abbattuto; mentre la chioma liscia e inanellata che ricadeva sul collo a Lodovico, non che i tratti gentili del di lui viso atteggiati a mestizia, appalesavano quanto riuscisse doloroso al suo cuore lo stato del proprio padre e della famiglia.

Tutti questi personaggi serbavano già da qualche tempo un profondo silenzio, meditando forse ciascuno la sua trista fortuna presente e l’incerto avvenire che gli si preparava; fors’anche eran compresi dalla solennità dell’ora che precede la notte, in cui la desolazione ed un segreto spavento penetrano nelle anime afflitte, quasi se sparendo la luce, sparisse un amico consolatore, allorchè entrò in quella sala un paggio, annunziando a Bernabò che se, come era suo costume, intendeva discendere nella chiesa del castello per recitare le preghiere della sera, tutto era disposto; e udissi in questo mentre la campana suonare il segno usato per chiamare alle orazioni vespertine. Bernabò fu più scosso da questo suono che dalle parole del paggio; e frate Leonardo a lui rivolto disse:

«Scendiamo, o Principe, ad impetrare dalla gran Madre di Dio un sollievo ai nostri mali. Se ella degna ascoltare le nostre preghiere, e infonderà nel cuore quella pace e quella rassegnazione che la nostra umana fralezza non saprebbe ritrovare in tutte le vanità della terra.» E in così dire gli si accostò per porgergli braccio ad alzarsi dalla sedia su cui stava assiso; ma Bernabò, alzandosi da sè francamente: — «Per Sant’Ambrogio (gridò), io pregherò assai meglio nostra Signora di Trezzo che quell’ipocrita di Giovan Galeazzo non avesse pensato di pregare la Vergine del monte di Varese.» Nè potè trattenersi dal dire fra i denti la sua solita e terribile espressione di vendetta: «Che egli venga squarciato da’ miei cani.» Ma Donnina, che lo intese, tremando che alcun altro l’avesse udito, vibrògli uno sguardo significante, e Bernabò s’avviò silenzioso verso la porta della scala. Il principe era appoggiato all’eremita; Donnina al suo fianco sinistro; dietro le venivano Ginevra e Damigella con Geltrude; indi Rodolfo e Lodovico. Le guardie che stavano al piede della scala abbassarono l’alabarda al passare di Bernabò, e la comitiva, attraversato il cortile, entrò nella gotica porta della chiesa.

L’oscurità che ivi regnava non era diradata che dalla luce rossastra di due lampade che ardevano innanzi all’immagine della Vergine; e questa luce diffondendosi sotto quella volta rischiarava alcuni avelli di marmo trasportati dalla vecchia rocca, che forse erano quelli de’ suoi primi fondatori, e ripercuotevasi sui profili delle statue che vedevansi distese sopra le arche, atteggiate all’eterno sonno; penetrava pur anche fiocamente quel lume entro il cancello che chiudeva la cappella de’ morti; e facea luccicare alcune ossa pulite dal tempo e dalle mani di chi toccandole invocava pace allo spirito che le aveva animate, e le quali stavano disposte in giro sulle pareti. Collocatisi ciascuno in divota posizione, disse l’eremita un sermone sulla caducità delle umane grandezze; indi intuonò le preci con canto monotono e cupo, ma con voce pietosa. Rispondevano a quel canto nello stesso tenore alternativamente i supplicanti; e quelle voci di dolore replicate dagli echi della volta della chiesa, perdendosi in un mormorio indistinto nella cappella de’ morti, incutevano negli animi un terrore e una mestizia profonda.

Ma nessun cuore fra tutti quelli che palpitavano in seno a que’ preganti, era commosso ed agitato al pari di quello della bella Ginevra. Genuflessa, col volto raccolto nelle proprie palme, ella talora lasciava scorrere la sua mente sulla folla delle tenere memorie che in lei si destavano; ma oppressa da crude ambascie e dal doloroso aspetto dell’avvenire, traeva in segreto affannosi sospiri; tal fiata, condannandosi come rea, perchè nella casa di Dio attendesse a sì fatti pensieri, alzava gli occhi all’immagine della Vergine, e ne invocava il possente aiuto. Alfine il tenebrore di quel sacro luogo, i tristi oggetti che la circondavano, l’alternare di quelle voci, i terrori che l’agitavano, addensarono un velo così funesto sulla di lei fantasia, che le forze sarebbonle mancate sotto l’angoscia che la premeva, se fosse durata nello stesso stato più a lungo; ma in quell’istante terminarono le preci, e tutti rialzatisi si mossero per uscire di chiesa. Pallida, tremante, ella si rilevò: appoggiossi a Geltrude, e a lenti passi si avviò fuor del tempio. La freschezza dell’aere, e il bel color d’argento di cui la rivestiva la luna nascente che già imbiancava i merli delle mura e delle torri, e il brillar di varie stelle che scintillavano nell’azzurro del firmamento, sollevarono quel peso di terrore e di affanno che si era concentrato nel cuor suo; più liberamente ella respirò; e il pallore quasi mortale che si era diffuso sulle sue guancie divenne debilmente animato da un lievissimo color di rosa.

Attraversato di nuovo il cortile, tutti risalirono nella sala maggiore, e di là, dai paggi che Gasparo Visconti aveva a ciò destinati, vennero condotti in varii appartamenti. Bernabò fu posto in quello in cui era accostumato abitare, e che stava nel lato meridionale del castello, al fianco sinistro della torre; presso a sè egli volle ritenere frate Leonardo, e nelle attigue stanze Donnina. Rodolfo e Lodovico furono collocati in ricche camere al fianco destro della torre; e Ginevra e Damigella con Geltrude furono poste nel lato orientale del castello, ove da un verone guardavasi nell’Adda; ed era un appartamento da Bernabò un tempo addobbato per ospiziarvi le dame che egli accoglieva in quella dimora. Gasparo Visconti e Iacopo del Verme, colle altre persone d’armi di maggiore conto, ebbero buon alloggio nelle molte camere dal lato occidentale.

Vennero apprestate le cene, e tutti furono nelle diverse camere serviti. Gabriella, che era la guardiana del castello, siccome moglie di Tadon Fosco, donna accorta, di modi franchi e gioviali, perchè accostumata a trattar soldati e cortigiani, fu destinata al servizio di Donnina e delle sue figlie. Salita nelle stanze di queste, recando loro una cena ch’ella stessa avea allestita, vedendo che Ginevra mesta e taciturna non era punto dai cibi solleticata a mangiare, si pose barzellettando a farle animo per divagarla dalla melanconia; e le disse che sarebbe stata sì agiatamente in quel castello quanto nel suo palazzo di Milano. Fece una pomposa descrizione del parco, e narrò meraviglie dei due cervi addimesticati che vi passeggiavano; parlò delle rovine della vecchia rocca, della torre nera di Barbarossa e degli spiriti che la abitavano; i quali durante la notte correvano per il parco cavalcando i cervi: spiriti però all’intutto innocui, poichè Tadone suo marito, che tal fiata ella astringeva a passar la notte da lei discosto, trovandosi nel parco, fu sommamente spaventato dal loro incontro, ma giammai ne patì offese. Vedendo però Gabriella che tutte le sue narrazioni nessun sollievo arrecavano all’animo di Ginevra, pensò, da donna accorta qual era, che il di lei male tenesse radice ben più profonda che non nel semplice dispiacere della reclusione in tal luogo: sicchè, fissandola con uno sguardo malizioso e penetrante, e parlandole sommessamente, le disse:

«Se mai, signora, v’accrescesse il disgusto di abitare in questo castello, l’idea di non potervi procurare a piacer vostro qualche velo o drappo di que’ de’ Segazoni[7], oppure di non poter mandare a qualche vostra amica un nastro da voi trapunto, sappiate che qui abita un aríolo[8], detto Enzel Petraccio, il quale sa tutto e va per tutto; e se pur vi fossero dieci capitani d’armi e diecimila soldati a custodire il castello, e se queste mura avessero lo spessore d’una montagna, egli entra ed esce a suo senno dal castello, senza che alcuno lo possa nè scorgere nè arrestare. Io e mio marito l’abbiam sempre lasciato abitar qua liberamente, perchè esso ci racconta tutte le novelle del paese, e ci serve fedelmente in tutto ciò che gli comandiamo; e se a voi piacesse aver notizia degli avvenimenti di qualunque persona che gli chiediate, ve li narrerà dalla nascita sino al momento in cui vi parla; se desiaste inviarlo a recare, o ricevere qualche cosa, gli è come se vi andaste voi stessa... Ah! pur troppo egli sa tutto!.. Sapeva già da un mese la disgrazia che doveva accadere a Bernabò; ma siccome racconta le cose con motti stravaganti, non l’avevamo compreso chiaramente.»

Ginevra al sentire che esisteva un uomo capace di rischiararla sul destino di persone lontane, fu punta da viva brama di parlare all’Aríolo per intendere che mai fosse di una persona che il suo cuore forte ardeva di rivedere; ma temè di fidare il segreto suo più caro ad un uomo che esser poteva un astuto ingannatore di quelle genti ignoranti, e porne sì a parte una donna che ancora non conosceva. Quindi dopo un istante di riflessione ringraziò Gabriella di sue cortesi offerte, e licenziolla dicendo volersi recare al riposo. Partita Gabriella, Ginevra si accostò al verone, e le si stese alla vista un vasto piano variamente illuminato dalla luna, nel quale scorgevansi grandi spazii, erano i folti boschi dei dintorni; spinse indi lo sguardo al più lontano orizzonte, dalla parte d’oriente, sospirò, e ricadde in una tetra melanconia. Universale era il silenzio e la quiete intorno a lei, rotta soltanto dal romoreggiare incessante dell’Adda che frangevasi contro la rupe del castello, o da qualche lontano grido, o scoppio di risa che partiva dalle stanze inferiori, ove i soldati ed i paggi stavano lietamente gozzovigliando.

CAPITOLO III.

Di terra passarono in terra, Cantando giulive canzoni di guerra, Ma i dolci castelli pensando nel cor. Per valli petrose, per balzi dirotti Vegliaron nell’armi le gelide notti Membrando in fidati colloquii d’amor. MANZONI.

A pena la luce del primo biancheggiare dell’alba trapelò per entro i fessi delle travi della capanna di Mandellone, Palamede, che ansiosamente fra gli interrotti sonni aveva atteso il giorno, si levò dal giaciglio di foglie su cui aveva passata la notte. Girando lo sguardo fra quel lume incerto, il primo oggetto che gli occorse alla vista si fu il crocifisso di legno sul quale Aldobrado aveva a’ ladri fatto prestar giuramento, e che pria di coricarsi avea riposto sovr’una tavola. Palamede alzò colla destra quel crocifisso, e piegatoglisi innanzi con un ginocchio a terra, mandò alcune fervorose preghiere, invocandone il potente patrocinio nell’impresa che stava per assumere; indi rilevossi, e lo ripose. Staccò poi da un uncino di legno la sua spada che appesa vi avea la sera, baciò tre volte la ciarpa a cui andava rafferma, e, siccome per voto soleva, fecesi il segno della croce colla impugnatura su cui stava effigiata a cesello l’imagine di Sant’Ambrogio contornata di pietre preziose, e se la mise a tracolla.

In questo mentre svegliossi anche Aldobrado, balzò in piedi d’un salto, e volse intorno gli occhi con sospetto, parendo ne’ primi moti intricato nella lunga veste che lo avviluppava; ma assecuratosi dell’esser solo con Palamede, si rinfrancò, diè di piglio al crocifisso, e toccatosi con quello il petto, se lo ripose sotto la tunica: indi uscirono ambedue dalla capanna.

Già i primi raggi dell’aurora imporporavano la dentata cima del Segone e degli altri monti di Lecco e del Bergamasco, e dalla parte del Brembo il cielo s’investiva della lucida tinta del crepuscolo, sebbene dal lato opposto risplendesse ancora qualche rara stella. Si udiva per entro i folti rami degli alberi dell’isola uno stormire di uccelletti, e uno zirlare di tordi e allodole, a cui si univa un mormorio delle foglie per l’alitare d’una brezza mattutina, che increspava le correnti acque dell’Adda. Nel praticello poco lungi dalla porta della capanna, già stavano intesi al partire il Tencio, il Brescianino e il Carbonaio, muniti ciascuno delle proprie armi; un po’ più discosto eravi lo scudiere di Palamede, il quale teneva pel freno il suo destriero e quello del cavaliere, a cui aveva addossati gli arcioni e le armi; e vi era pur Mandellone con sua figlia Maria, che avea costretto a dormire al suo fianco sulla zattera; e il servo Trado. Tutti, all’aprirsi della porta della capanna, ed all’uscirne di Palamede ed Aldobrado, s’inchinarono, scoprendosi il capo; ma più d’ogni altro inchinossi umilmente Mandellone, che si accostò al cavaliere, chiesegli scusa pel disagiato letto su cui aveva dovuto passare la notte, e gli offrì con voce melata una refezione per disporsi al viaggio. Ma Aldobrado interruppe bruscamente il suo parlare, e volgendosi a Palamede gli disse con voce sommessa: «Per l’impresa che meditammo, e pei compagni che ne deggiono seguire (ed accennò i tre ladri), fa d’uopo che cangiate quegli abiti di troppo ricchi ed appariscenti; armatevi il capo, e riponete le piume. — E che farem noi dei cavalli?» soggiunse Palamede: «È necessario (riprese l’altro) o qui lasciarli, o mandarli a qualche vicino contado al di là dell’Adda, onde si trovino pronti sulla strada al ritorno che faremo, compiuta l’impresa.» E in così dire fe’ cenno a Mandellone ed allo scudiere che gli si avvicinassero; e trattili in disparte, disse loro: «Tu, Mandellone, terrai in quest’isola questo scudiere e quei due cavalli, e loro presterai tutto quanto sarà d’uopo; e tu, scudiere, attenderai qui il ritorno o del tuo signore, o di me che ti recherò i di lui comandi.» Ambedue mostrarono la loro grata sommissione a tale ordine; il primo, perchè isperava una lauta ricompensa; l’altro, perchè il bel volto e gli occhi espressivi della figlia di Mandellone aveangli reso piacevolissimo il soggiornare nell’isola. Palamede, fattesi recar le armi, si levò l’abito ranciato e la maglia, ed addossò una fina armatura d’acciaio non pesante, ma salda a tutte prove, che avanti la sua partenza aveale donata il marchese Azzo Liprando, che teneagli luogo di padre, e lo amava qual figlio; acconciossi i bracciali ed i guanti; lasciò il berretto, e si coverse il capo con un elmo a celata, ma senza cimiero; ritenne la spada in una catenella che si cinse, v’infisse un pugnale di una forma singolare che acquistato egli aveva a Venezia da un Greco della corte di Bisanzio, e gittossi alle spalle un bruno mantello. Porse a Mandellone due imperiali d’oro; indi raccomandossi allo scudiere perchè avesse special cura del suo cavallo, a cui innanzi al partire palpeggiò la groppa, ed accarezzò il muso ed il collo, acquetandolo colla voce, mentre egli ergeva la testa nitrendo e scalpitando, impaziente che il suo signore gli salisse sul dorso onde mettersi in cammino. Affrettato da Aldobrado si pose in via. Mandellone corse a staccare la zattera, e li trasportò al di là dell’Adda.

Giunti a piè della ripa, il Brescianino, il quale, velocissimo di gambe, soleva prestamente ire e redire spiando da lungi se a caso si avessero ad incontrare persone sulla strada, salì all’uopo pel primo, quasi servisse d’antiguardo; indi seguivalo il Tencio, e dietro a lui Aldobrado e Palamede; a retroguardia stette il Carbonaio, il quale indossando abiti alla foggia de’ villici di que’ luoghi, e portando una scure da taglialegne, non valeva ad incitare sospetto alcuno, se iscorto lo avessero i gabellieri od i soldati: potea così dare avviso se taluno li sorprendesse alle spalle. Salita l’erta ed elevata sponda, trovaronsi sulla strada del bosco di Concesa, la quale fu da loro abbandonata per cacciarsi dirittamente nella foresta che le sorgeva a’ fianchi.