Il castello di Trezzo: Novella storica

Part 2

Chapter 23,769 wordsPublic domain

Palamede, a cui avean trafitto l’animo le narrazioni di quel funesto successo, prese la mano d’Aldobrado e gli disse: «Sa la Vergine Santa se io non retrovolgerei con tutta la brama il mio cavallo per teco ritentare la sorte dell’armi a fine di trarre Bernabò dalla prigionia ove l’ha gittato il tradimento; ma ripartirmi senza vedere dopo due anni di dura assenza le torri e le mura della mia Milano, riedere senza fisarmi in Ginevra, senza parlarle, non posso. Io ho abbandonate le più belle speranze di gloria e di potere che mi si apparecchiavano da’ Veneziani, per ritornare a lei. Non sarà un mese che la laguna e S. Marco risuonarono d’applausi tributati al mio valore: ma tutto feci per lei. Ella mi cinse la spada: e allora giurai per lei stessa e per Sant’Ambrogio di deporla dopo due anni coperta di gloria a’ suoi piedi. Ned io posso mancare al giuramento: nè fia che alzi lancia o spada in guerra, se prima non ho veduta Ginevra.»

Aldobrado, sebbene della nobile stirpe de’ Manfredi, aveva costumi da sgherro anzi che da amico intimo d’un Principe (se pure Bernabò ebbe intimi amici): laonde era troppo estranio ai sentimenti d’amore e d’onore cavalleresco per concepire nella loro forza le parole di Palamede; e ritornando alle abituali sue idee di crudeltà, proruppe con ironico sogghigno a così dire: «Voi penderete appiccato senz’occhi dal più alto merlo delle torri di Trezzo prima di satisfare al vostro giuramento. Ginevra è chiusa fra impenetrabili mura; e a cento passi del castello sta indubitatamente la morte. Nè vale bravura: ch’io ben mi so quali soldati abbiano scelto per far quivi la guardia. Rimontate a cavallo, date a me quello dello scudier vostro, e andiamocene a Verona. — No (rispose l’altro), se mi dovessero gittare nel forno di Monza. — Ma come credete riuscire nella vostra pazza impresa? — Me ne andrò da Galeazzo, invocherò da lui di vedere Ginevra, e meco menarla sposa in altre regioni. Quali timori potrà destargli, quali sospetti una giovinetta timida, innocente, la di cui forza sta nella bellezza, e la di cui sola ambizione sarà la gloria del proprio sposo! Oh certo egli saprà accordarla alle mie preci. — Lasciatevi scorgere entro le porte di Milano (disse l’altro freddamente), e vorrei essere arruotato vivo se voi non marcite nella Malastalla[4].» Palamede cadde a queste parole in seria meditazione, interrotta a quando a quando da profondi sospiri. Aldobrado si alzò, fisò un momento lo sguardo sovra di lui: indi, movendo l’occhio irrequieto, e concentrandosi in riflessioni, fece qualche moto colle braccia, come se gli si allacciassero dispiacevoli idee; indi a lui vòlto: «Ebbene (disse) giacchè volete assolutamente veder Ginevra, io ne conosco il mezzo, ma è ardito e terribile. — Spiégati (disse l’altro con ansietà, sorgendo da’ gravi pensieri in cui tutto erasi immerso): dovessi affrontare un’armata (e portò la mano alla spada), io non tremo. — Sappiate (proseguì Aldobrado) che ho veduto, saranno tre lustri, a ricostruire ed ampliare il Castello di Trezzo, e ne conosco le fondamenta più che il palmo della mia mano. Allora io vidi scoprirsi, e qualche volta dappoi (e sì dicendo espresse col volto un atto involontario di ribrezzo) io mi trovai per ordine di Bernabò in un sotterraneo che ha l’uscita in fondo agli scogli dell’Adda, e l’ingresso in un sepolcro della cappella dei morti della chiesa del castello: se voi trovate il modo di avvertire Ginevra, perchè vi si rechi, e se avete coraggio di penetrarvi, potrete seco voi condurla, senza aver d’uopo d’invocare concessioni da Galeazzo.» Un lampo di gioia brillò a questi accenti sul viso di Palamede, abbracciò Aldobrado: «Eh ch’io possa (esclamò) vederla, parlarle, premere la sua mano sulle mie labbra, e saprò sostenere animoso tutte quelle venture di disagio e di perigli che al cielo piacesse prefiggermi. — Ma vi avverto (Aldobrado continuò) che l’impresa è scabrosa; ch’io v’addito i luoghi, nè vo’ seguitarvi: d’altronde saranno indispensabili due uomini molto pratici di questi dintorni, e sperti vogatori, onde guidare e tener ritta una barca sulla corrente dell’Adda. — Quanto al pericolo, io so sprezzarlo; ma dove (disse Palamede, disanimandosi), dove rinvenire due fidi ed intrepidi rematori che vogliano meco dividere sì grave rischio?» Aldobrado ristè a queste parole alcun tempo sopra pensiero; poscia disse: «Avete dell’oro? — Non me ne manca. — Ciò basta, venite meco.» E in così dire s’avviarono verso la casa di Mandellone.

Il giorno in tanto era sparito del tutto, e già vedevansi da mezzo i rami delle piante luccicare le stelle. Lo scudiere di Palamede, dopo avere abbeverati i cavalli, scorto il suo signore in istretto colloquio col frate, avea levato i freni, e lasciate ire le bestie pel prato pascolando: e’ si stava intanto sulla porta della casa a ragionare con Maria, a cui le sue belle vesti ed i modi meno aspri di que’ di Tencio e di Trado aveano cagionato un’assai aggradevole sensazione. Palamede entrando in casa disse allo scudiere d’aver cura de’ cavalli, e di levar loro anco gli arcioni, poichè avrebbero passata la notte nell’isola. Quest’annunzio riuscì graditissimo allo scudiero ed alla figlia di Mandellone; la quale facendogli lume con facella di rami accesa, mentre esso stava spogliando i cavalli, tutta si ringalluzzava alle graziose parole con che l’andava tratto tratto vezzeggiando.

Aldobrado e Palamede entrarono allora in una stanza le di cui pareti erano formate di grosse travi insieme connesse ed appoggiate ad alberi vivi, de’ quali apparivano le ruvide scorze; ed era addobbata con pochi arnesi di cucina e qualche attrezzo da barca. Sedettero entrambi all’intorno d’una tavolaccia su cui ardeva un lume in vase d’olio: Aldobrado diessi a chiamar Mandellone. Questi non attendeva che d’essere domandato per sapere se essi intendevano fermarsi quella notte da lui; e nel caso contrario, già s’avea preparato una lunga narrazione dei pericoli che avrebbero incontrato, se fossero partiti a quell’ora. «Senti (gli disse il finto frate, vibrandogli un’occhiata minacciosa e indagatrice, mettendosi nello stesso istante colla persona fra l’oste e la porta): io ti conosco da lungo tempo. Tu devi aver degli amici che sarebbero da molt’anni appiccati, se non sapessero ben maneggiare una barca e nuotar come pesci, allorchè hanno gli uomini d’arme alle calcagna: io m’ho bisogno di loro.» Mandellone impallidì a queste parole pronunziate con tanta asseveranza, e volea protestare contro sì fatta asserzione. «Padre (diss’egli in atto umile), io non vi ho mai veduto... — T’ho veduto io più volte, e ti basti. Pensa per domani prima del partir nostro, che sarà all’alba, a far sì che si trovino in quest’isola due uomini i quali sappiano ben trar di remi e di stocco: e saravvi dell’oro per essi e per te; altrimenti (e cavò dalla larga manica uno stile a tre punte) prima di mezzogiorno te ne andrai all’inferno. — Se così vogliono (rispose tremando Mandellone), potrei farli venire sull’istante. — Tanto meglio (riprese Aldobrado); e lasciò che Mandellone uscisse dalla camera. «Sono varii anni (proseguì con Palamede) ch’io conosco quest’isola; e se Bernabò ora non fosse prigioniero, dovea questo grosso bue di Mandellone, al primo villeggiare di quel principe, dileguare sull’eculeo, come le lepri ch’egli va rubando e mettendo allo spiedo.»

S’intese in questo mentre un fischio, e dopo breve intervallo diverse pedate le quali s’avvicinavano alla casa. Palamede e Aldobrado furono presi dalla tema di essere traditi, perchè un momento prima l’isola era loro sembrata perfettamente deserta: per il che al vedere spalancarsi la porta, e presentarsi tre figuraccie da sgherri, che il chiarore fosco e giallastro del lume rendeva ancor più terribili, Palamede rizzossi in piedi, e portò la mano alla spada; e Aldobrado si trasse dietro alla tavola, mirando a un grosso palo di ferro che stava appoggiato alle pareti. «Sono gli amici (gridò Mandellone al di fuori);» e Tencio, che s’era avanzato pel primo, fermandosi a certa distanza, e levandosi il cappello in atto di rispetto, rassecurò l’animo loro: onde Aldobrado rimessa sul volto l’espressione della fierezza e del comando, fattosi avanti disse: «Dovete giurare su questo crocifisso (e ne trasse uno di legno dall’abito) che voi non ci tradirete, nè paleserete ad alcuno quanto vi diremo, e comanderemvi di fare.» E que’ tre posero la mano sul crocifisso, e giurarono: poichè sebben gente da masnada e ferocissima, pure era tale in quella età il fascino della superstizione mista alla più crassa ignoranza, che si giurava di commettere i delitti, si commettevano per adempiere al giuramento. Aldobrado continuò dicendo che prometteva dieci fiorini d’oro per ciascuno, purchè trovassero una posizione sicura, daddove l’un di essi stesse ad attendere l’avviso per muovere un battello in certo punto dell’Adda superiormente a Trezzo, in cui sarebbevi entrato egli medesimo con quel cavaliere: e di quivi avessero ad ubbidirli ciecamente, e condurli colla maggior diligenza ove accennerebbero; e gli altri in quel mentre dovessero star pronti ad eseguire arditamente quanto loro verrebbe imposto. I tre ladri assentirono; e il Tencio soggiunse che alla mattina averebbeli condotti per la via del bosco di Vaprio in sito sicuro e segreto, da cui potere con sicurezza ordinare tutte le loro operazioni. Palamede, a cui que’ ceffi davano non lieve noia, intimò si ritirassero; e ingiunse a Mandellone di dar loro quanto avessero voluto. Indi si stese vestito sur un giaciglio di foglie di faggio composto in un canto della stanza: il che pur fece Aldobrado, volgendo ciascun d’essi nell’animo diversissimi pensieri.

CAPITOLO II.

E nel mezzo su un sasso avea un castello Forte, e ben posto, e a meraviglia bello. Ma ahi lasso, che poss’io più che mirare La rocca lungi ove il mio ben m’è chiuso! ARIOSTO.

Veloce e fragorosa travolge l’Adda le molte sue acque uscendo dal Lario da cui è formata, e versandosi nel Po, che maestoso attraversa l’alta Italia, ricogliendo nel di lui seno i fiumi tutti che scendono dall’Alpi. Poco lungi dai moni che l’Adda abbandona, fluendo in retta linea verso mezzodì, e correndo avvallata fra sponde di enormi massi, incontra a man destra una rupe, che protendendosi a settentrione la astringe a ripiegarsi per superarla, ed a girarle d’intorno onde riprendere la primiera direzione. Su questa rupe, cinta da tre lati dall’Adda a maniera di penisola, surgevano un tempo le mura del forte di Trezzo, di cui a dì nostri poche rovine attestano la passata grandezza. Primi i Longobardi innalzarono colà una rocca onde proteggere i colli della Brianza dalle scorrerie de’ feroci Orobii: e se la fama non erra, la stessa Teodolinda avrebbene poste le fondamenta. Egli è certo però che verso il mille dell’era nostra, quel forte fu venduto al duca Ottone III da Liutefredo, vescovo di Tortona, a cui fu vinto da un suo campione in singolar conflitto tenuto alla presenza dell’Imperadore di Germania, contro Riccardo Vaidrada che ne era signore. La rocca a quella età s’ergeva sul ciglione della rupe che rade il masso a settentrione: gotica erane l’architettura, ma non vasta nè adorna; ed era solo fiancheggiata da piccola torre.

Da Ottone passò in podestà di più baroni e nobili lombardi, sinchè discese con formidabile esercito, a danno dei Milanesi, Federigo detto il Barbarossa, il quale nell’aprile del 1158, valicata l’Adda a Cassano, invase la Brianza tutta, e si rese padrone anche di Trezzo e della sua rocca. Quivi lasciò un forte presidio, capitanato dal marchese di Wenibach e da Corrado di Maze. Erasi allora formato in que’ dintorni un contado detto della Bazana, e Trezzo vi fu eletta a capitale. I due comandanti imperiali che ivi stanziavano, si diedero ad abbellirne il forte siccome luogo di loro residenza, e vi costrussero in giro tre torri quadrate, una delle quali eretta per intiero con oscuri macigni, prese il nome di _Torre nera di Barbarossa_. Di là sbucavano que’ duci a devastare il territorio, esigendo enormi tasse; mettevano a ruba il contado, ed esercitavano il barbaro _jus foderi_. Simili vessazioni durarono sino a che i Milanesi, congiuntisi alla Lega Lombarda, ebbero rotto l’esercito di Federigo; e mentre essi ritornavano trionfanti dall’assedio posto a Lodi per gastigarne i cittadini riluttanti ad associarsi alla Lega, assembratisi co’ Bergamaschi, si diressero vér Trezzo a fine di espellervi gl’Imperiali, che stavano nella rocca soccorsi da alcune bande paesane. Costò a’ Lombardi non poco travaglio il possederla: nè a tanto pervennero se non dopo due mesi di assedio, e mercè l’astuzia di Praello Imblavato, il quale fe’ all’uopo construrre un gran ponte galleggiante sull’Adda. Espugnato quel forte, ne uscirono gl’Imperiali cogli onori di guerra: ed i Milanesi, postevi a sacco le molte ricchezze in oro, argento e vasellami preziosi, che gli Alemanni vi aveano accumulate colle depredazioni, incendiatolo l’abbandonarono.

Stette quella rocca deserto albergo de’ gufi e degli assassini sino al 1211, nel quale anno venne da papa Innocenzo inviato per suo legato in Lombardia il cardinale Gherardo da Sessa, abbate di Tiglieto e già vescovo di Novara. Il Legato, pervenuto in Lombardia, elesse Trezzo a sua dimora, ed ordinò si riattasse la rocca; al che convennero coll’opera e colle sostanze gli abitanti dei contorni, eccitativi dalle esortazioni delle compagnie degli Umiliati o Berretani[5]: ordine dal Cardinale singolarmente protetto, e che a norma del suo instituto iva per le piazze e per le chiese predicando ogni benedizione a quel prelato.

Allontanatosi da Trezzo il cardinal Gherardo, quella rocca passò in possesso di varii signori; uno dei quali (e vuolsi fosse Guazzone da San-Gervaso) costrussevi un ponte, opera arditissima per que’ tempi, poichè con un solo arco attraversava l’Adda dalla sponda milanese a quella del Bergamasco. Acutissima ne era la volta, e constava di grosse pietre rozzamente connesse; e dal capo opposto del castello surgeva a sua difesa una barricata di pesanti travi, chiusa alla testa del ponte da enorme catena di ferro.

Erano scorsi pochi anni da che quella rocca era stata restaurata, ed il ponte edificato, quando il feroce signore della Marca Trivigiana, Ezzelino da Romano, devastando furibondo tutte le città e i villaggi che incontrò sul suo cammino, pervenne sino al di qua dell’Adda. Irritato perchè a vuoto gli fossero tornati gli assalti con cui aveva tentato d’impadronirsi di Monza, difesa valorosamente dai cittadini, salì coll’armata alla Brianza ed a Trezzo; e come avea fatto degli altri paesi, così pose a ferro ed a fuoco pur questa terra, e ne rovinò coll’incendio la rocca. Nove anni dopo, nel 1278, impadronissi della demolita Trezzo, Cassone Torriano. Covando que’ signori della Torre acerbissimo odio contra i Milanesi, ed in ispecial modo contro la famiglia de’ Visconti, che privati li aveva della signoria di Milano, scacciandoli dalla città colle armi, tennero secrete pratiche co’ Tedeschi, co’ Vicentini e coi Parmigiani, sinchè, ragunata grossa mano d’uomini, piombarono sovra Lodi, e la presero. Duce di quella gente era Cassone Torriano; e con lui combattevano i suoi fratelli Leone e Rainaldo. Presa Lodi, si aggiunse ai Torriani, con molti suoi guerrieri, il Patriarca d’Aquileia, e coll’armata riunita avanzatisi persino a San-Donato, ivi al 13 di luglio ebbero uno scontro co’ Milanesi. Feroce e sanguinosa durò la battaglia, sino a che i Milanesi andarono vôlti in fuga, e Cassone vittorioso ebbe campo d’invadere gran tratto di paese e rimontare sino a Trezzo. In quella zuffa varii combattenti caddero prigionieri in potere di Cassone, il quale tradottili alla rocca di Trezzo, ivi ne fece scelta; e rimandati liberi i Milanesi, fe’ rinchiudere i Comaschi nella Torre nera di Barbarossa, ove li pose a cruda morte a fine di vendicare Napo Torriano, il quale preso dai Comaschi nella battaglia di Desio, non venne reso nello scambio de’ prigionieri, ma fu lasciato perire in un gabbione di ferro nella torre di Baradello, in pena dell’aver fatto uccidere Simon da Locarno.

Nè per la rotta di San-Donato i Milanesi si perdettero d’animo: condotti dal loro arcivescovo Otto Visconti, e fatta lega col marchese di Monferrato, cacciarono nel seguente anno di bel nuovo i Torriani al di là dell’Adda, e ripreso Trezzo, ne ricostrussero il ponte, che dai Torriani era stato spezzato. Poco tempo dopo, variando la sorte delle armi, ricadde la rocca di Trezzo nelle mani torriane; e vi si stabilirono Napino e Rainaldo, i quali l’abbellirono, ed a prova del loro dominio fecero scolpire sulle torri e lungo le mura i loro scudi cogli stemmi della famiglia. Ma fu pur breve quella loro signoria; perchè, assediativi dalle armi de’ Milanesi condotti dai Visconti, vennero fatti prigioni e poscia scacciati: sicchè quella rocca, rovinata di nuovo dagli assalitori, pervenne verso il 1320 nelle mani de’ Visconti, i quali datisi interamente alle cure di stato di cui ambivano, come infatti ne ottennero il reggimento, più non pensarono nè a Trezzo nè al castello, il quale per que’ potenti sarebbe riuscito una troppo meschina dimora.

Passata la signoria di Milano e di tutte le città di Lombardia da Lucchino Visconti all’arcivescovo Giovanni suo fratello, questi chiamò eredi al sovrano potere i suoi tre nipoti, figli di Stefano Visconti, Matteo, Galeazzo e Bernabò; de’ quali i due ultimi erano stati da Luchino cacciati in esiglio per la loro prepotente audacia e sfrontata inobbedienza. Que’ tre fratelli succedettero allo zio arcivescovo nel 1350, e si divisero lo stato in tre parti. La parte orientale, che abbracciava le città da Lodi a Bologna sino a Pontremoli, toccò a Matteo; l’occidentale e meridionale, a Galeazzo, e si dilungava da Como a Novara colla Lumellina, e da Pavia sino ad Asti ed Alessandria; e la settentrionale a Bernabò, che dal lago di Garda, con Brescia, Bergamo e Valle Camonica, toccava sino a’ confini del Comasco. Si tennero a podestà comune le due città di Milano e di Genova. Matteo però, sei anni dopo esser pervenuto alla signoria, morì: e il popolo reputò fosse vittima della eccessiva libidine a cui sfrenatamente era inchinato; ma chi lo avvicinava ben si accorse com’egli periva per veleno propinatogli dai due fratelli, che per tal guisa assecuravano la propria vita contra gli attentati della di lui ambizione, ed ampliavano i proprii dominii. Rimasti assoluti signori Bernabò e Galeazzo, spartirono fra loro i possedimenti di Matteo, e si tenne ciascuno la signoria di quattro porte e quattro pusterle della città di Milano. Ebbe Bernabò la Romana, la Tosa, l’Orientale e la Nuova, e Galeazzo la Comasca, la Vercellina, la Giovia e la Ticinese, le quali mettevano a’ suoi dominii in cui egli abitava di consueto, recandosi rade volte a Milano; e precipuamente stanziava a Pavia, dove avea fatto erigere un ricco castello.

Bernabò, amante siccom’era della caccia, appena le molte guerre glielo permisero, pensò eleggersi abitazioni ne’ luoghi più adatti al suo diletto diporto. E sebbene allora corressero tempi in cui le ricchezze non abbondavano nè pur nelle mani dei principi, pure Bernabò non ne pativa mai scarsezza: tanto colle estorsioni, gli esorbitanti tributi, le regalie forzate e le dispotiche confiscazioni, egli seppe procurarsi lauti mezzi di scialacquo! Ordinò l’innalzamento di magnifici castelli ne’ siti che gli parvero più ameni ed accomodati alle caccie. Restaurò quel di Desio, ne eresse di nuovi a Melegnano, a Senago, ad Umbro ed a Pandino. Cacciando un giorno per gli ampii boschi che al piè de’ colli briantei si stendevano dal Lambro all’Adda, frammezzati soltanto di distanza in distanza da qualche villaggio e da pochi campi, copiosi oltremodo di salvaggiume, in ispecie di lepri, cervi e cinghiali, pervenne sino a Trezzo. Quivi giunto, fu d’un subito rapito da quella felice posizione, che dominava tanti boschi vicini e che presentava col suo ponte sull’Adda un breve passaggio alle selve del Brembo. Osservò la vecchia rocca, e trovandola devastata, sdegnò abitarla; ed ordinò si erigesse un nuovo castello de’ più grandi ed adorni che mai vi fossero a quella età. Nel 1370 fu data opera dai più valorosi architetti ed artisti lombardi alla costruzione di un castello, che a forza d’oro e d’uomini fu in sette anni e tre mesi condotto a perfetto compimento.

Surse questo castello sull’istessa rupe che è ricinta dall’Adda, e sulla quale già esisteva l’antica rocca; ma non fu inalzato come quella rasente il masso a settentrione, di cui a picco si guarda nel fiume, ma sibbene assai più vêr mezzogiorno. Aveva esso la forma d’un ampio quadrato, le cui ruvide mura alla sommità andavano cinte di merli, ed alla base erano costrutte con grossi massi tagliati. Nel lato vôlto a mezzodì, surgeva nel mezzo una quadrata torre, merlata anch’essa, alla cui cima, siccome di tutte l’altre pareti del castello, allargavansi le mura a risalto, lasciando fra l’intervallo delle mensole lo spazio per altrettante balestriere. Questa torre era fasciata a metà da una zona di marmo, su cui stavano scolpiti a basso rilievo i ritratti di Bernabò e di Regina della Scala di lui moglie, e frammezzo ad essi grandeggiava uno scudo acuminato, su cui era rilevata la biscia incoronata, che ripiegata addenta un uomo nudo. Nel lato istesso scorgevasi doppio ordine di finestre con archi a sesto-acuto, ornati all’intorno da bellissimi fregi, tratteggiati nello stesso ammattonato di cui erano costrutte le mura. La porta d’ingresso del castello stava alla destra della torre, e vi si giugneva attraversando la fossa, su cui dava passaggio il ponte levatoio, tutto di ferro: era questo raffermo da due enormi travi sporgenti sotto la vôlta della porta, ed incassate al di sopra dell’arco, cui era attaccata doppia catena di ferro, per la quale e si poteva abbassarlo, ed a piacere rilevarlo, facendolo entrare nelle imposte di sasso che contornavano la porta: col che essa veniva a chiudersi perfettamente. Stava sovra la porta un’apertura, ed era la vedetta per cui una guardia che vi facea di continuo la scolta, valeva a dar presto avviso di tutte le persone che si fossero presentate per avere ingresso.

Valicato il ponte levatoio, non penetravasi di botto nel castello, ma era d’uopo aggirarsi in un andito lungo il lato destro del forte, sinchè si giugneva al fianco settentrionale, ove affacciavasi un’altra porta da cui si aveva entrata all’interno del castello: lungo le pareti di quest’ultimo ingresso eransi praticate molte feritoie corrispondenti a due stanze, in cui dimorando i soldati potevano non visti offendere agiatamente quelli che entravano, se così si avesse voluto. Penetrati nel castello, scorgevasi un ampio cortile, detto la piazza d’armi, intorno al quale girava un porticato ad archi gotici, ricinti ne’ contorni da pietre alternate a quadrati bianchi e cilestri, e sostenuti da immani, ma rozze colonne. Lungo le mura si difilavano in bell’ordine le finestre, parte ferriate e parte no; ed erano quelle de’ varii appartamenti del principe e della corte. A pian di terra giacevano le armerie da guerra e da caccia, i quartieri, le cucine, le stalle ed i canili. Magnifiche scale conducevano agli appartamenti superiori addobati fastosamente con arrazzi, ed in cui molte sale vedevansi dipinte a suggetti di caccie, di guerre e di religione; ma tai dipinture erano grette, quantunque di vivace colorito, siccome dava l’arte di que’ tempi.