Il castello di Trezzo: Novella storica
Part 17
Bernabò da lunga pezza era rimasto in attitudine meditabonda; ma all’udire questi detti del cavaliero, parve risentirsi; e con certa lentezza di voce come di chi vaga col pensiero su lontane memorie, e con sguardo immobile affissato nelle immagini della propria fantasia. «L’altezza del grado (disse), le ricchezze e il potere sono forse i più tristi doni della fortuna. Io li possedetti per lunghi anni, or ne conosco il giusto prezzo. Che mi hanno essi recato di bene? Non mi sforzarono a mantenere sempre vive atroci guerre, a comandar punizioni, ed ohimè... a commettere chi sa quanti delitti? Fra il sangue versato e il terrore dei tradimenti non v’è calma, non v’è pace pel cuore. — I trionfi — le feste — l’oro profuso non giovano — no — a far paga l’inquietudine profonda che agita lo spirito e lo tormenta. Nei palagi, nei castelli, fra i cortigiani e le armi ebbi io mai tranquillità e contento? — O miei boschi di Marignano! Per le vostre ombre camminando solingo, io mi sentiva più sicuro che cinto da bastite e da spade — là scorrevano per me placide ore — quante volte fra l’alte piante, sui bei pendii del Lambro, guidando lento il destriero, mi sorprese la notte — allora — allora soltanto svaniva il peso che mi gravava il seno, nè temeva pugnali, nè agognava vendette. — Chi vi dava, o acque, nel vostro solitario corso un suono soave? — Chi porgeva un’armonia al vento della sera che agitava sul mio capo le frondi? — Io trovai nelle selve i diletti che non rinvenni più mai nelle mie corti. — E tu, o contadino, che mi fosti guida in una notte oscura ad uscir dal bosco, tu, la cui miseria ti toglieva il dividere il pane co’ tuoi figliuoli, non ti vid’io più lieto del dono di poche monete, di quello ch’io nol fossi stato giammai per le più grandi vittorie? Ancor mi rammento le tue parole: Tu mi chiedevi qualche cosa per amor di Dio, perchè avevano usurpati i tuoi campi. Ah! perchè non t’ho io dato le mie città, i miei tesori, e non ho cangiato i miei palazzi colla tua capanna! — Or qui non sarei... (ma abbandonando ad un tratto questo pensiero che gli chiamava sul volto la tristezza e lo sdegno, e cangiando corso all’immaginare, converso a Palamede, proseguì) — Io spero che il conte di Virtù non avrà estesa la sua mano rapace anche sui beni ch’io donai nei giorni della mia prosperità: se la cosa è così, tu avrai ventimila fiorini d’oro che io costituii in dote a Ginevra sul marchesato della Martesana, da me regalati a sua madre; quel danaro si trova ora in custodia di Rinaldo de Porri suo zio; da lui ti reca, ed egli te lo sborserà.»
Palamede lo accertò che ancorchè il conte di Virtù avesse privato di quella dote Ginevra, il che non credeva fosse avvenuto, egli possedeva bastevoli mezzi per farla andar pari alle più doviziose dame di Milano.
Era tra questi ragionamenti venuta l’ora del pranzo, e due paggi entrarono ad annunziare che la mensa stava disposta. Per ordine di Iacopo del Verme fu la tavola preparata in una delle più adorne sale, e fregiata cogli utensili più ricchi che ivi si ritrovassero. Smaltati a diversi colori vedeansi i vasi di cristallo che capivano i vini, i bicchieri avevano gli orli d’oro, d’argento erano i tondi, con vaghi contorni, e le saliere di belle forme stavano con simmetria sul desco disposte. In mezzo della mensa vedeasi entro gran piatto la testa d’un grosso cignale con arte rivestita degli irti peli, ed a cui risortivano dalla bocca candide le zanne; le facevano cerchio lepri, fagiani ed altro selvagiume.
Tutti vi si assisero intorno: Bernabò stette a capo di essa, e gli si sedette d’appresso Palamede. La squisitezza dei vini ed i gustosi cibi posero da loro in bando ogni men lieto pensiero, e dettarono sollazzevoli motti.
Dato termine al primo servito, mentre alcuni donzelli portavano le zuppiere colle minestre per gli altri commensali, un paggio s’avanzò recando sovra una sottocoppa d’oro una scodella coverta, e venne a deporla innanzi a Bernabò: conteneva essa fagiuoli, suoi favoriti legumi[16]. Scoperchiata la scodella, ne esalarono densi vapori: Bernabò si diede a ghiottamente mangiarli; ma allorchè n’ebbe la maggior parte consunti, arrestossi d’un colpo, e disse: «Qual infernale sapore m’ha offeso il palato! io non ho mai inghiottita più disgustosa vivanda; toglietemela davanti.» I servi obbedirono.
Passò a tali parole un lampo funesto per la mente di Palamede, che impallidì; ma vedendo che Bernabò, accostatosi altro cibo, ne mangiava con cupidigia, nessuno sgomento dimostrando, ritornò tranquillo. Il pranzo lietamente procedea: molte vivande erano state successivamente recate, quando a Bernabò, che gettò da se lontano il cibo tralasciando tutto ad un tratto di mangiare, manifestossi in volto un eccessivo pallore; portò le mani al petto, come forzandosi di contenersi, ma involontariamente fece dolorosi contorcimenti.
Tutti si alzarono sorpresi, e raccerchiarono chiedendo che avesse: tacque egli un istante ancora, ma poscia dovette palesare che sentivasi acuti dolori allo stomaco. Una mano gelata piombò sul cuore di Palamede: senz’altro dire abbandonò quella sala, e precipitoso corse a ricercare dell’aríolo. Frugò le stanze, i cortili, le stalle, per tutto il chiamò e richiamò, senza che quello mai gli rispondesse; ne chiese replicatamente agli uni, agli altri: tutti asserivano di non averlo in quel giorno veduto; affannato recossi presso la porta del parco; ivi addomandando un milite che incontrò, udì dirsi che Enzel era entrato sul far del giorno nel parco, ma che non s’era più veduto uscirne. Palamede entrò quivi rapido; e vedendo la neve da molte orme segnata, le seguì e giunse dove eravi uno spazio di terreno scoperto; ma quivi presso non stava alcuno, se non che vide di là cominciare una striscia di sangue, ch’egli seguendo atterrito, il condusse alla torre nera di Barbarossa, entro cui quella sanguigna traccia finiva, ma ivi pure non eravi persona vivente. Gridò forsennato, chiamando Enzel; ma non gli rispose che l’eco di quelle diroccate mura con un cupo rimbombo; ricalcò desolato quella via, rientrò nel cortile; e fatte invano nuove ricerche, risalì disperato nelle sale del principe prigioniero.
Bernabò, cui s’erano aumentati dolorosi sintomi, tolto da quella sala, era stato portato sul proprio letto: ivi giaceva col viso squallido, le chiome scomposte, e rigettate dal seno le coltri, irrequieto si dibatteva anelando. Donnina, le figlie, frate Leonardo, dalla più grande costernazione compresi, s’adoperavano intorno a lui per recargli sollievo. I suoi dolori si facevano di momento in momento più acerbi; un calore abbruciante gli si sparse per le membra, e venne assalito da una ardentissima sete. Gli fu tosto recata fresca acqua, che avidamente bevette, e pel consiglio di Donnina prese tiepidi brodi. Ma poco stette che da fieri sussulti il suo petto sconvolto rigettò quelle bevande e parte dei cibi che aveva inghiottiti. Ciò parve giovargli, poichè dopo quel rigurgito d’alimenti i suoi dolori si alleviarono, il calore si fece meno ardente, e la sete si mitigò. Riconsolati a tal vista pendevano tutti dal suo aspetto colla speranza che avesse termine quel suo terribile sconvolgimento.
Ma i dolori gli si ridestarono più forti, tutte corrodendogli le viscere; un’arsione feroce gli investì le carni, e la violenza del tormento portò alla sua anima una mania; gli si fece lo sguardo deliro, tentò rialzarsi; e rabbiosamente strappandosi i lini dal seno, mandava disperati lamenti; tremende visioni in quella demenza gli assalirono lo spirito; con ansia faticosa profonda, con voci aspre e tronche: «Tu (gridava) mi fai porre su queste brage.... e non vuoi perdonarmi?.. Cessate... allontanate quei tizzoni... io sono Bernabò... Incatenate i cani; essi mi lacerano il corpo... Io solo ho fatto voi tutti tormentare ed uccidere, ma io era vostro signore, voi non mi avete obbedito... è troppo atroce la vostra vendetta... E tu, Matteo... fratello... non io... Galeazzo... Galeazzo ti ha dato il veleno. — Oh Dio!... quali pene!... i santi, la Vergine non mi ascolteranno?... Sarà così eternamente?...» Una sincope lo oppresse. Palamede, Donnina, le figlie, pallide, tremanti, lacerate da un’indicibile angoscia, credettero fosse morto; ma egli destossi dal breve letargo, e tramandò per le fauci un vomito nero. Un livido contorno gli si dipinse alle pupille, e un sudor freddo gli coprì le membra. Il delirio della mente cessò, volse intorno gli occhi incassati e semispenti, e fermògli sul Crocifisso che frate Leonardo gli teneva con una mano levato innanzi al volto.
Appena il frate lo vide in tal attitudine: «Bernabò (disse pietosamente), a Questo, a Questo innalzate il pensiero, e sperate nella sua immensa misericordia, invocate pentito l’onnipossente sua destra, ed egli la stenderà su di voi, e vi darà forza di sostenere i patimenti che vi tormentano, onde vi aprano la via al celeste soggiorno, ergete l’anima al trono d’Iddio: questi brevi mali della carne possono valervi l’eterna salute; egli vi chiama per una difficile strada a compire la mortale carriera; voi benedite la mano del Signore.»
Bernabò, le cui forze erano ormai estenuate, raccolte le braccia, e incrocicchiatele al petto, tenendo sempre fisso lo sguardo, bagnato di lagrime, nell’immagine di Cristo: «Mio sommo Dio (pronunciò), voi che non colpiste mai colla tremenda ira vostra un cuor contrito che vi si rivolse con umile preghiera, non isdegnate questi estremi accenti d’un misero peccatore affranto dalle pene. Perdonate a me i miei gravi e numerosi delitti, come io perdono a Giovan Galeazzo tutte le sue offese, e questa tormentosa morte, che ben m’accorgo che da lui mi viene; degnatevi, nel giudizio che mi attende, ricevere le preci de’ miei santi protettori, ed accogliere il mio spirito nel vostro seno.» Indi dopo alcuni momenti di silenzio allungò la mano; e presa quella di Donnina, che stava a fianco al letto quasi tramortita d’affanno, e serrandogliela con quella potenza che gli rimaneva: «Perdona (disse), o la più diletta compagna de’ miei giorni, i molti mali che per me soffristi. Tu dividendo meco, volontaria, questo carcere, me lo rendesti meno grave: io non ho accenti per render grazie a te ed al Cielo che mi ti diede e mi accorda di morirti vicino.»
Scorgendo poscia Palamede mirarlo lagrimante, e Ginevra per celare la propria desolazione coprire colle palme il volto: «Sembrommi (proseguì) che questo dì fosse sorto per me felicemente: io gioiva nel pensare ai vostri contenti; ma nel convito di nozze mi versarono in seno la morte. Ciò non vi sia infausto presagio. Io era la meta dell’odio degli uomini e dei celesti castighi; l’ultimo colpo fu scagliato: io scendo nella tomba. D’ora innanzi voi vivrete sicuri. Rammentatevi di pregarmi pace dal Signore: presso la pietra del mio sepolcro invocatelo per me con lunghe orazioni — ivi insegnate ai vostri figli il mio nome e le mie disgrazie — io — non posso — che benedirvi....» Tutti caddero genuflessi al suolo; ed egli, alzata la destra tremante, fe’ il segno di croce. Proruppe uno scoppio di pianto e un sospirare invano represso.
Bernabò tentò parlare ancora; ma la sua lingua e la bocca inaridite non emisero che rauchi suoni indistinti — Gli sopravvenne un mortale singhiozzo; crebbe l’ansia del petto — gli si manifestò un convulso palpitare delle fibre — gli occhi si intorbidarono — il singhiozzare addoppiò — stirò le membra gelate, le distese irrigidite — e spirò.
Un raggio occidentale trapelando per rotte nubi, illuminava nel castello di Trezzo quella funerea scena.
Dietro l’altare maggiore di San Giovanni in Conca sorgeva un mausoleo, sostenuto da sei colonne, sovra cui stava in bianco marmo scolpito un destriero di naturale grandezza, il quale recava sul dorso un cavaliero armato, che era l’effigie di Bernabò. In tale mausoleo, da lui stesso fatto innalzare, venne per ordine di Giovan Galeazzo deposto con magnifica pompa il suo cadavere, e celebratene in quella chiesa le solenni esequie con isfarzo regale.
Lodovico fu condotto nel forte di San Colombano col fratello Rodolfo.
Ginevra e Palamede seguirono Donnina, che si condusse con Damigella al suo castello della Martesana; ivi furono compite le nozze: nè essi più apparvero alla corte del Visconte.
FINE.
NOTE:
[1] Gl’Inglesi furono i primi ad introdurre in Italia verso la metà del secolo XIV l’uso di condurre la gente a cavallo per lancie. Ogni lancia era composta di tre uomini, cioè del caporale di lancia, che era un cavaliere armato in tutto punto d’armadura pesante; dello scudiere, con elmo, usbergo, gambiere, spada e coltello; e di un paggio o ragazzo armato alla leggiera. Sulle prime chiamavansi _barbute_ o _bandiere_, ma allora non constavano che del solo caporale e scudiere.
[2] Vettura di que’ tempi.
[3] Antica porta di Milano, che esisteva di prospetto all’attuale _Castello_, a que’ tempi chiamato Castello di Porta Giovia o Zobia.
[4] Antica prigione presso la chiesa di San Galdino.
[5] Ordine religioso di que’ tempi, frequente in Lombardia, e detto _Berrettano_ da una special foggia di berretto con cui que’ monaci si coprivano il capo.
[6] Venticinque maggio 1385.
[7] La fabbrica di veli e di drappi de’ Segazoni di Milano era a que’ tempi famosa, non solo in Lombardia, ma per tutta Europa, e specialmente ne erano ricerche le stoffe a maglia per le sopravvesti.
[8] Gli aríoli erano i zingani di que’ tempi: così detti, perchè supponevasi avessero potere sull’aria.
[9] Il morione era un elmo dei soldati gregarii.
[10] Brache de’ poveri a larghe pieghe.
[11] Alto monte del lago di Como.
[12] Chiamavansi _pusterle_ le porte minori della città, che non sussistendo nelle antichissime mura, vennero nella loro nuova ricostruzione aperte per maggior comodità dei cittadini. Nominavasi Brera la pusterla che sussiste tuttora al Ponte Beatrice presso il palazzo di tal nome, già collegio de’ Gesuiti. Fu detta, _Brera_ dal latino vocabolo _Prædium_ (campo) corrotto in _Braida_ e _Brera_: gli si aggiungevano gli epiteti del _Guercio_ e d’_Argisio_, perchè tali si vuole fossero i nomi degli antichi possessori di quella Brera, ossia campo, dove fu aperta la pusterla.
[13] Dicevasi di lei: _On donne le los à la gracieuse reine Isabelle de Bavière, d’avoir apporté en France les pompes et les gorgiasetez pour bien habiller superbement et gorgiasement les dames._
[14] Il motto intero era così: _Le cavalier françois jouste contre tous venans en champ clos ou ouvert, fust de glaive de paix ou de guerre_.
[15] Essi erano a Bernabò favorita vivanda. _Bernard. Corio._
[16] Bernard. Corio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.