Il castello di Trezzo: Novella storica
Part 16
Due paggi furono tosto mandati ad annunziare a Bernabò l’arrivo di Palamede, e questi nel frattempo venne condotto nelle proprie sale da Del Verme, onde prendesse ristoro del faticoso viaggio. Ma il cavaliero nessun altro uopo sentendo che quello ardentissimo d’appresentarsi a Ginevra ed a’ suoi, accertò il duce che nulla abbisognavagli, e il richiese istantemente lo conducesse da Bernabò. Del Verme, ch’aveva avuti ordini d’accondiscendere in tutto al cavaliero, s’offrì pronto a compiacerlo.
Il vecchio principe, immerso ne’ suoi tristi pensieri, stava in una delle stanze a lui destinate insieme a Donnina ed a frate Leonardo, che rade volte scostavasi da lui; ivi gli venne l’avviso recato della venuta di Palamede al castello: maravigliando cogli altri ch’erano seco, udì tal novella, e stava dubbiando se libero o prigioniero vi fosse giunto, quando Palamede istesso entrò in quella sala.
Somma consolazione recò l’apparire di lui a Bernabò e a Donnina, che gli si levarono incontro ad abbracciarlo e affettuosamente richiederlo se volontariamente od a forza era egli quivi venuto; ma soddisfatta con loro contento tale richiesta, reiterarono gli amplessi. Allorchè fu calmata in loro quella piena d’affetto che invade potentemente il cuore al rivedere dopo lunga lontananza amate persone, ricomposti, stettero per chiedersi l’un l’altro delle loro vicende. Ma, volgendo la mente al passato, occorse alla memoria di ciascuno d’essi l’istante in cui si separarono; e il confronto delle grandezze e delle speranze di quel momento posto a paraggio colle presenti sventure, mosse in tutti sì dolorosi sentimenti, che, abbassando al suolo gli sguardi dalle lagrime inumiditi, stettero immobili e silenziosi: così fu manifesta con maggior eloquenza che di discorso quanta fosse la forza dell’affanno che a loro pesava sul cuore.
Bernabò vincendo però pel primo il doloroso risentimento delle proprie disgrazie, diradata la tristezza dal volto, drizzò la parola a Palamede, interrogandolo del modo con cui era pervenuto al castello. Questi, in risposta narrò, come nutrendo sempre vivissimo l’amore e la fede per sua figlia Ginevra, a cui esso stesso l’aveva fidanzato, ritornasse dalle lontane guerre colla ferma speme di compire i suoi voti, nè deponesse tale pensiero saputa la di lui prigionia, ma con replicate inchieste, intercedendone Giovan Galeazzo, giungesse dopo molte ripulse, per un singolare avvenimento, a vincerne la renitenza, per cui gli era stata data concessione di venire entro quelle mura per guidare alle nozze quella donzella che dal sacro nodo d’una giurata parola era a lui legata, e che s’avea certezza che esso non avrebbe alle sue brame ed alla sua costanza rifiutata.
Dolce insieme e tormentoso fu questo parlare di Palamede tanto a Bernabò quanto alla madre di Ginevra: diletta idea era per loro che la propria figlia, anzi che languire in tristo carcere, tornasse alla libertà ed alle agiatezze, congiungendosi in decoroso e splendido maritaggio con sì nobile e valoroso cavaliero; ma li angosciava ad un tempo il pensiero di doversi da lei disgiungere, e di viverne forse per sempre lontani. Simili idee volgendo nella mente, rimasero il principe e Donnina per qualche tempo ammutoliti; ma Bernabò ruppe ancora il silenzio, dicendo: «Insanabile è la ferita che lascia ogni ramo che si tronca dall’albero antico, altiero un giorno e frondoso, ora sterile e presso a morte; ma se il ramo deve trapiantarsi in dolce suolo per dare soavi frutti, è d’uopo soffrirne il distacco. Io sento appressarmi al mio tramonto, nè conforto deggio altrove trovare che in cielo; ingiusto ed empio per ciò sarei se trattenessi spettatrice del misero avanzo di mia esistenza una figlia alle cui preghiere forse concesse la Vergine più venturosi giorni. Sì, cavaliero, a te è dovuta, e tua sia Ginevra; ed io renderò azioni di grazie ai santi del poterti chiamare marito d’una mia figliuola.» Indi rivolto a Donnina, soggiunse: «Voi, sua madre, ite a Ginevra, e qui conducetela a rivedere un cavaliero a lei per sposo in dì più felici promesso, e di cui non le avranno il tempo e gli affanni cancellata la memoria dal cuore.»
Palamede a tali detti, non sapendo esprimere l’immenso suo trasporto, precipitossi ai piedi di Bernabò, che, rialzatolo, l’accolse al suo seno coll’effusione del più grande paterno affetto; Donnina intanto, obbedendo agli ordini di questo ed alle voci del proprio cuore, che era a Palamede inclinato, recossi frettolosa a ricercar della figlia.
Dopo alcun tempo da che ella era uscita, udendo l’alternare di passi femminili che s’appressavano a quella sala, la trepidazione di Palamede fu al colmo; e quando, spalancata la porta, vide Ginevra entrare, seguita dalla madre e dalla sorella, a lei incontro slanciatosi, senza articolare parola, la mano prendendole, se la compresse con forza alle labbra. Diè un grido Ginevra a sì inaspettata vista, e oppressa, vinta dalla piena di gioia, non reggendo le sue forze a quel potente assalto, svenne, abbandonandosi, pallida come neve, nelle braccia di Palamede: egli stesso era per venir meno all’eccessiva violenza della tenerezza, se non fosse stato penetrato in quel punto da un sentimento di terrore e pietà, che allo svenire di lei tutto il comprese. S’atteggiò a sostenerla, appoggiandone il capo al proprio petto, e l’andò chiamando coi più dolci nomi, sinchè, fosse effetto del suono di sua voce, o vigor di natura, ricomparvero i segni di vita sul viso di lei, che aprendo gli occhi, languidamente in quelli fissandoli di Palamede che la riguardava, entrambi con un lungo inenarrabile sguardo tutta espressero l’immensa fiamma d’amore di che ardevano nell’anima.
Ritornate intiere a Ginevra le smarrite forze, staccossi lentamente da Palamede, ed al braccio affidossi della madre, con un soave sorriso misto a lagrime di gioia, tutta significando la dolcezza di quel momento.
Allo scorgere sì fatte prove della potenza del loro amoroso trasporto, quelli che stavano mirandoli, pensarono agli affanni che in tanto tempo di loro separazione dovevano quegli amanti aver durati. Bernabò con più affettuosa voce che non solesse, dimenticando i propri mali, e perdendo la severità del volto: «Questo tuo amato (disse), o mia diletta figlia, ti sarà sposo: il cielo, di tante nostre sventure pietoso, volle un suo raggio mandare sovra di noi; e te, la più degna, consolando nelle tue fervide brame, far risplendere per tutti un giorno sereno. Seguiranno, è vero, neri nembi la bella calma d’un momento; ma il mio spirito, già a lungo provato nei giorni dell’avversità, riprenderà vigore da questo lampo di luce, che mi convince che il mio soffrire è accetto a Dio, e cancella le mie colpe alla sua presenza. Io accolgo devotamente questa grazia come un segno della divina clemenza, e benedico al nodo che fra poco vi stringerà, abbracciandovi come i miei più cari figli: se l’indegna mia voce sale al trono dei Celesti, invoco che tu, o Ginevra, dimentica della funesta dimora in questo mio carcere, porti, premio alla fede del tuo sposo, ogni ventura in lieto soggiorno; e tu, o cavaliero, fatto padre di bella prole, non possa negli anni di tua vecchiezza vederti strappare i figli barbaramente d’intorno.»
A questi accenti Ginevra e Palamede, che s’erano precipitati negli amplessi di Bernabò, versarono nel suo seno più largo pianto di contentezza e di commozione.
Donnina obbliando essa pure il dolore che l’attendea nel disgiungersi dalla figlia, e non mirando che al di lei contento, l’accolse dopo Bernabò nelle braccia, unendo alle sue, materne lagrime di tenerezza. Lodovico, accorso alle sale del padre, Damigella e Leonardo a tale affettuosa scena inteneriti, attestavano col pianto quanta parte prendessero alla felicità di quegli amanti. Così tra i più dolci sentimenti e l’espressione della reciproca gioia tutto scorse il giorno dell’arrivo di Palamede al castello di Trezzo.
La profonda ambascia che avea per tanto tempo l’anima angosciata di Ginevra, e spentale ogni speranza in cuore, all’apparirle innanti del cavaliero, al saperlo suo, sparve, quasi da portentoso balsamo sanata; nuove soavi idee rifluendo in lei, recaronle in cuore una beata aura di vita. Quel bene che si era convinta che non sarebbe più mai stato suo in terra, e collocandolo colla mente in cielo, ivi contemplava, agognando, per ottenerlo, la morte, inaspettatamente le era dato possedere; più volte in un istante dubitava essere in preda ad una tenera illusione; ma quanto ha di più puro e di più espressivo l’amore, la convinceva che era reale quel suo sentire.
In Palamede, quando fu al di lei fianco assiso, svanirono dal pensiero le rimembranze delle passate cure: assorto ne’ di lei sguardi, sentì paghi tutti i suoi voti; e la sua felicità sarebbe rimasa a lungo inalterata, se al dividersi da lei nelle ore notturne, una sinistra novella, che gli venne secretamente recata, riempiendolo di sospetto e d’agitazione, non gli avesse amareggiato il cuore.
CAPITOLO XII.
Un cadaver qui giace; lacerate Son le squallide fibre, e l’ossa peste, Le chiome sulla fronte rabbuffate, E le luci terribili e funeste: Ha l’insegne regali... GIANNI, _Poes. estemp._
Enzel Petraccio, entrato che si fu nel castello, ruminando le parole intese nel viaggio da quello ch’ei suppose finto scudiero, s’era fitto in capo di scoprire ad ogni patto chi egli realmente si fosse. Recatosi seco lui alle stalle, veggendolo in ambarazzo nel dissellare i cavalli, s’avea dato con premurosa opera a prestargli mano; per il che Lanza, alleggerito da quelle servili fatiche a lui poco gradevoli, gli si dimostrò sommamente obbligato. Enzel per tale amichevole di lui disposizione d’animo, venuto seco a confidenziali parole, il seguì nelle stanze prossime alle cucine, destinate alla dimora dei servi.
Pochi istanti eran quivi rimasi, attendendo fra le ciance d’altri paggi e domestici che loro s’allestisse il pranzo, quando portossi colà il capitano Ubaldino, e disse alcune secrete parole a Lanza; che levatosi, uscì tosto con lui da quelle camere. Una lunga ora stette esso lontano: indi rivenne solo e con fisonomia più meditabonda di prima. Ritornato ch’ei si fu, vennero tosto ivi recate molte vivande ed ampii vasi di vino.
Mentre mangiavano, assisi ad un desco, ristorati dal calore d’un gran fuoco che ardeva quivi d’appresso, e vuotando molti bicchieri, l’aríolo non perdendo mai di mira il proprio divisamento, circuiva Lanza traendolo con molt’arte a famigliari discorsi. Dopo varii cibi fu portato innanzi a loro un piatto con legumi saporitamente conditi. «Noi siamo da più di un principe (disse Enzel sorridendo): il signor Bernabò forse non mangiò mai fagiuoli più gustosi di questi[15].»
— «Egli li mangerà però gustosissimi (rispose Lanza) la prima volta che si assiderà alla mensa: v’è tal cuoco che glieli cucinerà ottimamente.» Siccome avea esso la testa già alterata dal vino, pronunciò queste parole con tal aria misteriosa e con sì sinistro sogghigno, che penetrate nel profondo del cuore dell’aríolo, il colpirono di spavento. Avanzando le labbra e spalancando gli occhi, come chi fiuta alcun che con gran sospetto: «Non ne mangio altri (esclamò rimescolando que’ legumi col cucchiaio): sentono odore di cataletto. — Mangiane, scudiero, mangiane ancora (soggiunse Lanza mirandolo collo sguardo fatto più torvo dal vino e dai truci pensieri): il sale che vi è sparso non fu liquefatto sui miei carboni.»
Questi tronchi detti, il volto di Lanza su cui stava una malefica espressione come d’uomo dato alle malie ed agli incantesimi, persuasero l’aríolo che egli era stato spedito colà per consumare nascosamente qualche delitto o contro Bernabò ed i suoi, o contra Palamede. Perturbato, tremante per tale convinzione, temendo a se stesso grave danno se ciò avveniva, torturò lo spirito per trovare un riparo al tradimento che si preparava; ma nessun modo gliene si offriva alla mente. Pensò di recarsi a svelare l’arcano a Bernabò; ma fece calcolo nell’istesso tempo che se si fosse scoperto ch’esso l’aveva palesato, sarebbe stato immancabilmente ucciso, e il colpo consumato per diversa via. Da mille sospetti agitato, nè sapendo a qual partito appigliarsi, stette in quelle sale con Lanza sino all’ora del riposo, pel quale furono loro indicate due contigue camerette presso una torre del castello.
Ivi recatisi, Lanza si rinchiuse nella propria a chiavistello; ed Enzel non potendo prender sonno, vedendo trapelare lume pei pertugi dell’uscio della stanza del finto scudiero, si pose per quelli a mirare attentamente che facesse. Vide che spogliatisi gli abiti servili era sotto coverto da fini drappi; e lo scorse trarsi dai panni un involto, e scioltolo da molti nodi levare da quello una fialetta cristallina piena d’un bianco liquore, e sturatala infondervi una polvere che tenea chiusa in una picciola scatola di metallo che aveva nascosta sotto i lini del petto: quel bianco liquore tocco dalla polvere, intorbidatosi, illividì: allora Lanza turata di nuovo la fialetta, la scosse innanzi al lume a più riprese; indi la ripose nell’involto, che rannodò diligentemente; ed ascosala sotto il guanciale, sdraiossi, e spense il lume.
L’aríolo, che aveva più volte veduti e maneggiati veleni, s’accorse ben tosto dal colore verde-giallo che veleno appunto era quella polvere infusa da Lanza nella fiala. Tosto gli occorse al pensiero che in un angolo del parco del castello avea altre volte veduta crescere un’erba la cui radice, bollita con fresco latte, era ottimo antidoto alle inghiottite velenose sostanze. Racconsolato da tale scoperta, e gioiendo in sè stesso pel colpo di difesa che poteva recare a quello che stava per iscagliare il finto scudiero, proponendosi, appena spuntasse il giorno, di disporre il suo contravveleno, s’adagiava al riposo; allorchè udendo rumore di persone, le quali uscendo dagli appartamenti di Bernabò attraversavano il cortile, e distinguendo in esso la voce di Palamede, pensò essere saggio consiglio il recarsi ad avvertirnelo di tutto, giovandogli per far ciò celatamente la fitta oscurità della notte. Seguendo tale idea, cheto cheto lasciò la sua cameretta; ed a passi leggieri venendo lungo il porticato, entrò nelle stanze in cui s’era ritirato il cavaliero.
Palamede, che non respirava che pensieri d’amore e di gioia, fu preso da stupore nel vedersi apparire davanti l’aríolo a quell’ora; e s’accrebbe la sua sorpresa quando questi fatto cenno col dito che tacesse, accostatoglisi: «Con grave mia pena (disse a voce sommessa) son costretto a porvi in cuore una spina che parte vi distruggerà della contentezza recatavi dalla signora Ginevra. — Che mai avvenne? (chiese palpitando Palamede, cui si trasfuse subito in cuore l’agitazione che stava in volto ad Enzel, recandogli un’affannosa tema). — Nulla sinora di disastroso (rispose questo); ma discoprii una serpe che attende la letizia dei conviti per addentare una segnata vittima. Sì, ad alcuno di voi dee scorrere di certo per le vene il veleno: esso è già in pronto; domani a quest’ora potrebbe avervi colpito ed ucciso. — Che dici? (esclamò Palamede atterrito) è preparato per noi il veleno? Giovan Galeazzo mi avrà forse lasciato entrare in questo castello per togliere in una sol volta la vita a me, a Bernabò, a suoi figli?... Qual tradimento?» A questo pensiero trasportato da un impeto di furore, impugnata la spada: «M’indica, aríolo (gridò), chi deve eseguire sì infame comando: io gli passerò questo ferro dieci volte nel cuore.» Enzel all’infuriare del cavaliero fu preso da doppia paura: temeva che qualche persona avesse ad udire quegli accenti pronunciati con forza dal cavaliero, o che questi acciecato dall’ira volesse eseguire ciò che minacciava; il che riusciva per lui egualmente fatale.
Adoperossi perciò con atti e parole ad acquetarlo; e paventando di non poterne frenare lo sdegno se palesava tutto ciò che aveva visto ed udito, determinò in sua mente che bastava a’ suoi fini l’aver posto Palamede in avvertenza, onde mirando a calmarlo, fingendo di ritrattarsi, ed addolcendo la voce: «Potrebbe essere (disse) che false immagini m’abbiano illuso, facendomi veder veleno là dove non eravi forse che un liquido innocente; ma comunque però sia la cosa, vivete tranquillo: io tengo disposta una bevanda che ingoiandone poche goccie al manifestarsi dei sintomi d’attossicamento ne distrugge affatto la forza. Se per disavventura si avverasse il mio sospetto, io non sarò mai lontano da voi: chiamatemi, e vi porgerò l’infallibile medicina.»
Queste parole ritornarono più queto il cuore di Palamede. Egli mirò Enzel attentamente; e vedendone la faccia sconvolta e il guardo vagare incerto esprimendo interna paura, rammentossi che in quel castello avea esso corso altre volte pericolo della vita, e pensò che fossero le sue visioni mosse da panico terrore che il facesse delirare: onde così rapidamente come avea ricevuta la dolorosa impressione, accolse quella consolante idea, che la prima cancellava; ma sentendo nell’istesso tempo pietà dell’aríolo, che credeva trasognante, affabilmente gli prese una mano, e gli disse: «Ritorna al luogo del tuo riposo; chiudi pure con placidezza gli occhi al sonno, che io ho certezza di qui ritrovarmi frammezzo a uomini che non vorranno attentare alla nostra vita; ne tengo franchigia nei sensi stessi espressimi da Giovan Galeazzo. Va sicuro; e se funesti pensieri ti turbano la mente, pensa che domani deve essere per noi tutti un giorno d’allegrezza. — Un giorno d’allegrezza!... (esclamò l’aríolo con tuono mesto e solenne, crollando il capo) Lo voglia la Vergine e il glorioso Sant’Ambrogio!...» Indi serrando la mano a Palamede, e dandogli un ultimo espressivo sguardo, uscì da quelle stanze.
Il cavaliero seguitollo sino al limitare del cortile. Ivi la densa oscurità che regnava l’arrestò; da cento diversi moti in seno agitato, fissò con terrore quelle imponenti tenebre. Appena il profilo delle mura distinguevasi dal cielo nero; la debole luce d’una lampada della chiesa che trapelava dalle vetriate, era il solo lume che si scorgesse: profondo dominava il silenzio, e non udivansi che i passi di Enzel che s’allontanava, e l’incessante romoreggiare dell’Adda a piè del castello.
Una paura, un segreto palpito di spavento lo assalì; parvegli scorgere aggirarsi per l’aere oscuro ombre di morti, ed udire stridule infauste voci. Si ritrasse velocemente nella propria stanza: ivi si chiuse, e si piegò innanzi ad un sacro dipinto in fervorosa preghiera. Svanirono a poco a poco i suoi timori, e l’immagine di Ginevra possedendolo tutta sola, gli ritornò la gioia nell’anima. Allorchè però si fu coricato, pensando alle parole, al volto, agli ultimi accenti di Enzel, crudeli presentimenti lo invasero di nuovo e dolorosamente gli contristarono il cuore.
Al sorgere del diciannove dicembre, giorno che seguì quello della venuta di Palamede al castello, Bernabò destossi da un lungo profondo sonno; e la prima fiata da che era in quelle mura sentissi scendere in petto un dolce conforto nel pensiero delle vicine nozze della propria figlia. Levatosi, si recò nella sala maggiore, e volle che tutti i suoi venissero a fargli corona: essi infatti colà si raccolsero, e con festosa ilarità molti beni da quel giorno si auguravano.
Ginevra appariva oltre ogni dire bella e ispirante soavi sentimenti: le si scorgeva in fronte la contentezza, e i suoi azzurri occhi amorosi si volgevano pieni di contentezza; più ricche e leggiadre portava le vesti; le bionde chiome con maggior grazia inanellate, ed in più vaghe treccie sul capo ravvolte. Appressando la madre, attendeva con ansia Palamede; ed allorquando ivi giunse, da quel desiderato aspetto inebbriata, d’un roseo colore suffuse le guance, appalesò sul viso il tripudio del cuore.
La notte fra le agitazioni trascorsa, e il malaugurato sospetto aveva fatto pallido il volto del cavaliero; ma al primo mirare la sua bella fidanzata, sparve dal suo spirito come sogno fugace ogni tristezza, e i suoi pensieri si fecero ridenti. Accolto con un amplesso da Bernabò, venne poscia ad imprimere, palpitando, sulla destra a Ginevra un bacio d’amore. Lodovico fraternamente abbracciollo; e fra l’espressione del reciproco affetto, rammentando la loro passata intimità, ridestarono mille dolci memorie di Milano e delle loro usate occupazioni, delle armi, de’ privati tornei e delle corse.
Palamede tenendosi stretto al fianco il giovin figlio di Bernabò: «Ginevra (disse, mirandola con tenerezza), amaro sommamente riuscir dee al vostro cuore il disgiungervi da questi cari parenti, abbandonandoli entro le triste mura d’un castello; ma io ho la ferma speranza, e ciò sia per voi consolante pensiero, che venuti al cospetto di Giovan Galeazzo, potremo, colle nostre replicate istanze, cangiare in meglio la sorte loro.» A Ginevra per questi detti si bagnarono gli occhi di pianto, e delle braccia cingendo Donnina, ascondendole il volto in seno: «Madre mia (esclamò), se chi vi tiene qui rinchiusa non ha cuore di ferro, io tanto da lui e dal cielo invocherò colle lagrime e colla voce, che voi, e con voi questi altri tutti, verrete liberi nel mio soggiorno, ed allora potrò chiamarmi compiutamente felice. — Il mio destino (rispose affettuosamente Donnina additando Bernabò) dipende dal suo; sposa tu stessa, sentirai fra poco che ogni diletto di moglie sta nell’essere vicina e nel recar sollievo all’uomo cui si va congiunte. Per me il mondo più non possiede attrattive; qualunque dimora mi è egualmente cara, purchè io possa giovare a quello cui ho consacrata la mia vita. Iddio conosce se mi duole il lasciarti; ma dandoti ad un prode cavaliero che ti provò sì altamente l’amor suo, io m’affido in lui che ti avrà ogni tenera cura; e fatta madre de’ suoi figli, addoppierà per te la stima e l’affetto.»
Palamede, a lei ed a Ginevra rivolto, giurò che morrebbe cento volte anzi che cessare un istante d’aver cara la sua sposa sovra ogni altro oggetto; ed espose di volerla tener sempre in quell’elevato grado a cui i di lei nobili natali l’avevano destinata.