Part 2
Erano in abito di lutto. La loro presenza in quel luogo mi muoveva a curiosità. Tanti tipi strani e diversi mi erano passati innanzi durante il mio lungo soggiorno in quel tugurio; tutta la delinquenza umana dalla più raffinata alla più volgare, a quella dei trivii e delle suburre, aveva sostato al mio tavolo o m’era apparsa nella gabbia, al palazzo della giustizia. Avevo l’occhio esercitato ai tratti, alle caratteristiche di innumerevoli ceffi umani, sì che non destavano ormai più la mia attenzione.
Ora quelle due creature mi avevano incuriosito e le guardavo con vivo interesse. Non conoscendo la ragione della loro comparsa in quel luogo, mi pareva che un grande dolore e una grande speranza ve le avessero condotte.
Come un’altra mezz’ora trascorse, levai risolutamente il capo:
— Siete qui per cose gravi? — chiesi loro. Le donne si guardarono un attimo consultandosi, poi la giovane si levò e disse:
— Possiamo parlare con lei?
— Io sono nulla — risposi.
— Non aiuta l’avvocato vossignoria? — riprese la vecchia levandosi a sua volta.
— Vi ripeto ch’io sono nulla qui e fuori di qui e che non avrei potere di muovere neppure una piuma per voi. Però...
— Però?... — fece la giovane chinando un poco il viso ansioso verso me.
— Però potrò sollecitare l’avvocato perchè vi riceva.
— Ve ne ringrazio. La via del ritorno è lunga, vorremmo giungere a casa prima di notte.
— Vorrà ascoltarci l’avvocato? — riprese la vecchia sorridendo. Era nella domanda di lei e nel viso tutta l’ingenua rassegnazione di chi, per lunga consuetudine, ha l’abito del tacere e dell’ubbidire.
— Ma certamente! — risposi.
— Perchè vede — riprese la giovane atteggiando il volto a dolce atto di dolore — lassù, nei nostri monti, ci hanno detto che l’avvocato può tutto e noi speriamo nel suo potere. Siamo povere...
Ad un mio gesto involontario la giovane donna si interruppe:
— Non vorrà ascoltarci se non abbiamo danaro? — chiese.
— Secondo. A causa vinta ne avrete?
— No.
— Allora...
Vidi tale abbattimento improvviso dipingersi sul volto delle due creature che non ebbi core di proseguire.
— Ma di che si tratta? — ripresi dopo breve silenzio.
La giovane mi alzò in viso gli occhi suoi belli. Vidi come una fiamma tremare in fondo a quelle pupille oscure. La bocca un poco pallida discoperse, nell’atteggiarsi alla parola, due file di denti che erano come marmo lucente.
— Mio padre è in prigione — rispose. — Siamo rimaste sole.
— Da quanto tempo è rinchiuso?
— Da un anno. Compì cinque giorni fa l’anno. Eravamo di marzo. Mio padre conduceva un podere, un poderetto accasato che poco ci dava ma tanto che l’inverno s’avesse di che sfamarci. Era a solato; tutto il nostro bene era. E si campava, Iddio lo sa, si campava benedicendo. Ma un vicino nostro nutriva rancore per noi. Io non so perchè. Molte volte erano nate parole fra mio padre e il vicino, senza conseguenza però, perchè mio padre badava a sè e pensava che c’erano due donne su la sua via e che la vita di lui era un poco anche delle donne sue. Così viveva appartato. Allora Simonetto del Monte, ch’era il nemico nostro, disse: — Bardella è un vigliacco!...
— Disse così — interruppe la vecchia — lo udiron le donne dei Masi e chi lo volle udire l’udì, perchè lo disse ad alta voce, lo gridò ai venti...
— Allora mio padre fece un giuramento: giurò che Simonetto avrebbe avuto di che pentirsi...
— Giurò anche, su l’immagine di Dio, che non l’avrebbe provocato... rimise l’anima sua nelle mani del Signore...
— Sì, era buono mio padre....
— In venticinque anni di matrimonio non c’è stata parola fra noi — aggiunse la vecchia.
— ... ci teneva come le sue pupille. Che vuole? si viveva in tre, s’era come una piccola nidiata fra le roccie aspre. Una sera la mamma dormiva. Dormivate è vero? — chiese la giovanetta volgendosi a sua madre.
— Sonnecchiavo — rispose la vecchia e con la cocca della pezzuola si rasciugò una lacrima.
— Dormiva, era quasi buio, io raccoglievo un po’ d’erba su per uno sgaruglio e cantavo. È la nostra gioia cantare, non abbiamo altro. Subitamente odo un grido dalla valle e mi pongo in orecchio ed ho un gran tremo al core. Vedo qualcuno che corre giù a precipizio. — Bardella!... — gridavano dall’altra costa del monte: — Bardella abbi core!... — Io non so come non venissi meno; giungi al basso dirocciando. Fu il Signore che mi resse. Su la porta di casa trovai la mamma. Ci guardammo senza parlarci. Stavamo per prendere la viottola dell’aia quando il babbo ci si presentò innanzi. Era trafelato, aveva tutta una mano insanguinata. — Che hai fatto? — domandò la mamma che si premeva il core: — Che hai fatto? — Mio padre ci guardò, lo ricorderò fin che viva, aveva gli occhi lucenti, terribili e disse: — Ho ammazzato Simonetto! — Noi sbiancammo inorridendo.
Aveva parlato a voce bassa frettolosamente; negli occhi suoi era dipinto il terrore della scena che veniva rievocando. Il pallido volto di lei si era animato un poco a sommo delle gote, la pezzuola le era ricaduta su le spalle lasciando libero tutto il tesoro de’ suoi capelli neri e ricciuti.
— Vorrà ascoltarci l’avvocato? — riprese la vecchia e la voce corrispose al ritmo del pensiero che le batteva nel cervello una diana uguale ed assidua.
— Siamo sole — continuò la giovanetta — siamo povere e sole; si andrà tutti in consumamento se qualcuno non ci aiuta!
Mi levai. La mia condizione mi parve ancora superba di fronte alla miseria delle creature che mi stavano innanzi.
— Andrò ad annunziarvi — dissi. — È l’unica cosa che posso fare per voi.
Non avevo appena dischiusa la porta dello studio che la voce aspra dell’avvocato mi accolse con un:
— Chi vi ha chiamato, ignorante?
— Due povere donne chiedono di parlarle — risposi contenendo lo sdegno.
— Aspettino; ora non posso riceverle; ritornino domani alle due. In quanto a voi, debbo dirvi che sono stanco....
— Anch’io!... — risposi seccamente.
Dovette essere nella voce mia un acerbo rancore e una sfida se l’uomo abituato alla mia continua, pecorile sottomissione levò il capo a guardarmi con aria stupefatta.
Passò una pausa durante la quale sostenni lo sguardo di lui senza scompormi. Ciò finì per inasprire la sciocca vanità del mio padrone. Dopo avere arrossito e impallidito scattò in piedi d’improvviso e gridò:
— Mascalzone!
— Perdonate — risposi facendo gran forza su me stesso per contenermi — perdonate, ma dal momento ch’io torno uomo libero, voi non avete alcun diritto di insultarmi. Fino a poco fa ero ancora il vostro servitore, voi mi davate di che non morire, avevate padronanza su me; ora, rifiutando il vostro danaro, irrisorio compenso alla mia dura fatica, ridivento uomo. Posso guardarvi in faccia.
Il tono mutato, la fermezza delle parole, la calma con la quale avevo risposto ad una fra le tante ingiurie di cui mi gratificava, lo stesso pronome usato, più che dispetto per l’inatteso avvenimento, gli destarono stupore tantochè con voce meno aspra soggiunse, ma ebbero un tremito le parole:
— Potrò rimproverarvi, mi pare!
— L’avreste potuto, ma i vostri non erano rimproveri. Io per voi non sono stato mai qualcosa di diverso da un cane; un cane che può essere utile e che si tiene incatenato in una tana. Avete avvelenato lentamente la mia prima giovinezza; debbo dirvelo: io sono debole e malato per la vita alla quale mi avete costretto...
— Chi vi ha costretto?
— Il bisogno e voi. Il bisogno inumano, voi più crudele del bisogno.
— Basta — gridò scattando — vi ho ascoltato fin troppo!
— Vi brucia la verità!
— Andatevene!
— Non cerco di meglio! Fuori di qui, potremo incontrarci talvolta a viso a viso, allora vedremo fra i due chi cederà il passo.
Quando uscii dallo studio una felicità nuova m’irradiava. Ero libero, potevo andarmene ove meglio mi piacesse.
Le due donne che mi attendevano, mi accolsero con un sorriso di speranza e mi fu cosa amara il disilluderle.
— Ha detto di tornare domani?
— È inutile, non accetterebbe la vostra difesa. Io vi indicherò persona che potrà giovarvi. Venite.
Uscimmo. Non mai come in quel giorno, in quell’ora vidi più bello il sole. La gioia di vivere faceva vibrare i miei sensi; negli occhi miei doveva essere una di quelle luminosità giovanili che danno l’ebbrezza. Mi sentivo libero. Per la prima volta tale coscienza era piena in me, soverchiava il mio desiderio. Avevo sognato per tanto tempo l’ora deliziosa della libertà assoluta! Venisse pure ogni sofferenza, era pronto a tutto; il passato mi era stato maestro; che potevo rimpiangere nella vita se il poco e qualche volta il niente era stata mia legge? A che poteva condannarmi la società per la mia ribellione se non a quella miseria ch’io conoscevo già da lunga data?
Tanto valeva, allora. Servire per soffrire era da bruti, tanto valeva andarsene con le proprie bisacce su le spalle, andarsene pel mondo; essere il viatore che non ha meta perchè una meta è già un segno di prigionia, il viatore che sorge col sole e col sole riposa ove si trovi; che non teme la morte, che nulla teme se non gli uomini e la loro civiltà.
A questo aspiravo; questo potevo fare il giorno stesso se avessi voluto. La terra ed il mare sono grandi: gli uomini sono come un mucchietto d’arena fra le due vastità. Per la prima volta mi trovavo di fronte al mio volere. Che potevo temere mai? Vedevo la morte sopra un trono di porpore coronato di stelle. La mia giovinezza l’avrebbe avuta come un’amante superba e si sarebbe abbandonata a lei delirando. Io non conoscevo l’amore.
Le vie erano luminose di sole, gaie di festosità primaverili. Le due donne mi seguivano o mi precedevano fra la gente affaccendata che andava per i portici. Guardavo di tanto in tanto la superba persona della giovane; era flessuosa e fine, era come un viburno. Notai che molti si soffermavano o si rivolgevano per vederla passare.
Ottenni poi, da un giovane avvocato che conoscevo, il patrocinio della causa delle sconosciute. La loro gratitudine fu grande.
— Come vi chiamate? Dove potremo venire a ringraziarvi? — chiese la vecchia tenendomi fortemente serrata una mano fra le sue.
— Io non ho casa — risposi.
— Siete solo?
— Sì.
— Allora se passate dai nostri monti venite a salutarci. Noi stiamo a San Benedetto dall’Alpe. Chiedete delle donne di Bardella.
— Sì venite — sussurrò la giovinetta alzandomi in volto quegli occhi suoi ch’erano come velluto ed avevano una indicibile dolcezza di preghiera.
— Quando andrò in Toscana, verrò.
— Il Signore vi ha posto su la nostra via — disse ancora la bella creatura; poi arrossì come vide ch’io la guardavo troppo fissamente.
Quando fummo per lasciarci le chiesi:
— Come ti chiami?
Si tirò la pezzuola su gli occhi e sorridendo rispose:
— Io mi chiamo Pavona.
Poi si mise a fianco della madre e disparve fra la folla.
III.
L’ignoto.
Qualche cosa era in me ch’io non sapevo vincere; qualcosa ch’era disceso nell’anima mia per inavvertite vie. Nell’attimo in cui stavo per troncare ogni legame col passato mi inteneriva con tale dolcezza di rimpianto che temetti esserne vinto. Ed era un niente per sè stesso; un amore di povere, di umili cose: del poco ch’era mio, ch’era stato di mia madre. Dovevo disfarmene chè, per la vita del domani, non m’era possibile serbare gli oggetti che erano stati compagni miei nel periodo più quieto della mia esistenza; disfarmene per sempre; ed era la certezza di questa eternità ch’io ponevo volontariamente fra il passato e l’avvenire, la certezza che non avrei potuto mai più ricuperare la benchè minima parte del piccolo tesoro di dolcezza dispersa, che mi riempiva di amara perplessità.
Passò qualche giorno senza che una decisione definitiva mi si presentasse. Omero rispettò il mio dolore nè una sola volta mi chiese che pensassi fare: socchiudeva la porta, mi guardava qualche secondo e ripartiva senza nulla dire. Rimanevo accasciato nel più assoluto abbandono. La crisi fu quale non mi sarei aspettata; fu improvvisa, passò come un vento di bufera; non ne fui travolto e non so perchè. Mille voci sorsero in me, e mi consigliarono la schiavitù; mille dubbi si affacciarono e riaffacciarono alla mente mia; pareva ch’io albergassi una intera tribù di persone previdenti e sagge, di persone che temono il domani, che si preparano un niduccio a modo per non soffrire il domani, che tollerano con rassegnazione, che mangiano, dormono, generano in vista di una quieta morte, di un tranquillo riposo. E perchè mai dovevo soggiacere a tale incubo, a tale spavento? Che c’era in me di così vecchio, di tanto debole ch’io non avessi conosciuto ancora?
Rividi la mia tana, il mio principale; ripensai le interminabili ore di prigionia; mi tornarono alla mente le ingiurie, i patimenti, le terribili angoscie della mia giovinezza costretta a macerarsi in una inattività bruta, eppure qualcosa fu in me che cercò scusare, smussare, attenuare ogni asprezza; qualcosa fu che mi tenne dubbioso tuttavia. Una forza ch’io temevo e alla quale non potevo ribellarmi ad un tratto. Era l’ombra dell’anima stanca della mia stirpe; della secolare condanna che per lunga consuetudine, da padre in figlio, si era connaturata nella famiglia nostra, nella grande famiglia dei servi; una debolezza innanzi alla quale mi trovavo d’improvviso e che mi lasciava stordito.
Nasceva dall’amore che avevo per le poche cose ereditate da mia madre, poneva radici profonde in un sentimento più che umano, dilagava nel misoneismo, giungeva all’aggiogazione bruta.
Quando fui per disfarmi di tutto, quando giunse il rigattiere che avevo chiamato e cominciò a sbirciare, a porre le sue mani sozze su gli oggetti che mi erano sacri perchè erano stati della mia santa, perchè serbavano ancora nel loro colore, nella loro forma, e nella disposizione un atteggiamento del pensiero di lei, del suo volere; quando con l’indifferenza del mestierante che ha l’abito di simili faccende, levando le coltri del letticciuolo ov’ella era morta disse:
— Vi compro questo per otto lire! — sentii sì violenta la profanazione, tale impeto di sdegno mi invase che balzai in piedi e gridai su la faccia al malcapitato:
— Vattene, vattene via, vattene!
— E perchè? — chiese egli maravigliando.
— Non voglio vender nulla, vattene!
Allorchè ebbe richiuso l’uscio, mi sentii un groppo di singhiozzi alla gola. Poi mi si presentò il dilemma che mi arse nel cervello come una febbre: o rinunziare al passato, lasciar cadere come il coperchio di un’arca su tutto ciò ch’era stato dolcezza di un tempo — o riprendere, chi sa fino a quando, per sempre forse, la mia vita del giorno prima.
Non m’era possibile una qualsiasi decisione allora; nel pensiero travagliato, combattuto da mille correnti, non poteva presentarsi una limpida linea risolutiva. La libertà è un sogno di assoluto egoismo; finchè il minimo sentimento permane, nessuno può raggiungerla e non v’è uomo che sia tanto vicino a Iddio o ai bruti da esser libero da ogni sentimentalità.
Io fui umile e schiavo, in quei giorni; più che nell’anima mia, sentii mia madre nelle cose; era una idolatria; un feticismo che aveva ragioni di abitudine e di dolcezza. Ogni uomo che voglia disciogliere qualcuno dei molteplici nodi che lo avvincono alla società, deve portare il suo tesoro con sè, tutto nel suo cuore. Questo intendevo, questo avrei voluto, ma la forza veniva a mancarmi; finchè un giorno chiamai Omero e gli dissi:
— Io non ho coraggio che mi basti a disfarmi di queste povere cose. Ti consegno tutto, vendi tutto. Ti aspetterò questa sera al fiume.
Omero mi guardò fissamente e mi chiese:
— Hai proprio deciso?
— Aiutami — risposi — aiutami tu che mi vuoi bene!
— Bada Duccio della Bella, ti poni sopra una via che ti farà sanguinare.
— Ho deciso: non tornerò più. Perchè vuoi accrescere la mia tristezza?
— Vorrei consigliarti se fosse possibile.
— Non eravamo dello stesso avviso qualche giorno fa quando ti narrai ciò che avevo detto al mio principale?
— Io tacqui. Ti approvavo in cuor mio forse, ma tacqui.
— Ebbene taci ancora, non aumentare il mio dubbio. Ma perchè tu, che mi sei amico fraterno, non mi aiuti a seguire la via che ho eletto?
— Perchè non ci vedo chiaro, perchè non so dove riesca.
— E che t’importa?
— Poco m’importerebbe se si trattasse di me. Tu non potrai essere mai un niente come sono io; tu non potrai mai dimenticarti come io mi dimentico. Tu hai una ragione forte, hai studiato, sai ciò che è scritto nei libri. A proposito: vorresti vendere anche quelli?
— Anche quelli!
— Vuoi serbare nulla?
— Nulla.
— Io ti dico che piangerai! — esclamò Omero.
Per qualche istante rimanemmo di fronte muti; quando gli chiesi, e la mia voce ebbe un tremito:
— Vuoi aiutarmi? — non rispose ma scosse il capo affermativamente.
— Allora a questa notte?
— Sì.
— Al ponte del fiume?
— Sì.
Me ne andai lentamente. Volgevano le ore pomeridiane, i quartieri popolari nei quali si trovava la mia dimora erano deserti. Su qualche porta ruzzavano gruppi di bambini sudici: erano seminudi, avevano i capelli lunghi, aggrovigliati, e i visucci a volte terrei a volte diafani e gialli, non mai animati da un’onda sana di sangue; ruzzavano fra la polvere e le immondizie. Una vecchia sedeva su l’uscio di una lurida casa agucchiando intorno ad un cencio abbandonato sul grembo; vicino al rigagnolo d’acqua nerastra che scorreva in mezzo alla via alcune galline pasturavano gracilando. La giornata era tepida chè aprile era alla soglia dei cieli.
Mentre attraversavo un vicoletto buio nel quale le alte case si aduggiavano sentii chiamarmi:
— Duccio? O Duccio?
Mi volsi. La vecchia Simona, da un uscio dischiuso, mi faceva cenno perchè mi avvicinassi:
— Dove vai? — mi chiese.
— Perchè vuoi saperlo?
— Per nulla... così! Non ti ricordi più della tua vecchia Simona? Da quanto tempo mai non ci eravamo veduti?
— Da molto tempo infatti.
— Non vieni più da queste parti! Quando c’era la tua povera mamma le cose andavano diversamente; ora sei rimasto solo, ora la fai da padrone. Dove andavi?
— Ti preme saperlo?
— No; ma non si può chiedere?
— Non saprei risponderti — dissi freddamente.
Dopo una sosta, la vecchia Simona riprese:
— Ora penserai ad accasarti, non è vero?
— Ad accasarmi? E perchè?
— Perchè? Ma chi ti può reggere la casa, chi può conservarti quel poco che hai? La vita è difficile, una compagna ci vuole: io avrei la donna adatta al tuo caso.
— Proprio per me l’hai serbata?
— Sì. Ho pensato: Duccio è solo, Duccio è un buon figliuolo, guadagna abbastanza per reggere una famiglia: procuriamogli una famiglia. Avrai così, almeno, chi curerà i tuoi panni, chi ti preparerà il mangiare quando tornerai dal lavoro, chi ti farà compagnia...
— Guarda quante belle cose!
— Sì. Poi, detta fra noi, la gente cominciava a mormorare perchè non andavi più all’ufficio, perchè ti eri dato alla vita scapestrata. Mi hanno detto anche che ti ubbriachi, io non ci ho creduto ma l’hanno detto. L’altra notte han dovuto portarti a casa perchè non ti reggevi più! Un brutto vizio, figlio mio, guardatene. Il marito di Susanna è morto l’altr’ieri all’ospedale in causa al vino!
— Si occupano tanto di me?
— Sì, ti vogliono bene, la gente fa per tuo bene. Ti biasimano perchè dispiace a tutti che tu faccia così!
— E s’io ti dicessi che in tutto ciò non c’è una parola di vero, cosa ne penseresti della gente?
— Naturalmente si esagera; tutti esagerano ma ciò avviene senza che uno se ne avveda. Nel raccontare può sfuggire una parola di più. Però ascolta: tutto ciò che è passato si dimentica, ora devi seguire il mio consiglio. Vuoi conoscere la ragazza che ti ho destinato?
— No.
— E perchè?
— Perchè no! Non ti pare che basti?
— Ma vuoi dunque rimaner solo?
— Più che solo, solissimo!
— Vuoi continuare questa tua vita?
— Fino alla consumazione di tutte le mie forze voglio rimanere così.
— Fa come credi. Però, se fosse al mondo la tua povera mamma...
— Non parlare di lei!
— S’ella ti vedesse — continuò la vecchia — non potrebbe che soffrire per questa tua decisione. Ella che sognava per te un pane, una famiglia e dei figli...
— Non è vero! — gridai — Non continuare!
— Ma sei pazzo? — domandò Simona stupefacendo.
— Sono pazzo perchè non sono un servo come tutti voi.
— Ma che vuoi dire? Non ti capisco!
— Non importa, nonna Simona. S’io ti parlassi tre ore, tre lunghe ore, non capiresti ugualmente una sola parola di ciò che ti direi.
— Quanto soffrirebbe povera donna! — esclamò la vecchia scuotendo il capo. Vidi sul viso ipocrita della femmina maligna ed insensibile una smorfia che avrebbe voluto essere di dolore e che mi destò ripugnanza per la troppo vile finzione.
Simona non aveva amata mai mia madre della quale era parente prossima; in molte occasioni ch’io ricordavo con chiarezza, aveva cercato esserle dannosa, le aveva procurato continui dolori, amarezze continue. Ella era stata prima ad abbandonarla quando, per la sua dolce colpa, le ero nato, frutto di un non egoistico amore; era stata prima a denigrarla, aveva detto di lei cose infami, l’aveva indicata alle compagne come meretrice, poi, nel seguito degli anni, per necessità sopravvenute, composto il viso a dolcezza, era ricomparsa nella nostra casa, chiedendo, benedicendo, esaltando. Mia madre conosceva il perdono e perdonò; dette ciò che poteva, fu buona come sempre, come sapeva esserlo lei che regalava e pareva togliesse. Ora io sapevo perchè Simona m’era apparsa innanzi; due volte era giunta fino al mio tugurio a cercarmi. Ella aveva una nipote, una brutta figlia infingarda, una sozza ignorante che moveva a schifo per la sua volgarità — erano sole e poverissime, incapaci di qualsiasi lavoro; necessitava loro un uomo che si sobbarcasse la spesa del loro vagabondaggio e andavano cercandolo. Simona aveva pensato a me; mi credeva docile, umile, maneggiabile; aveva scambiato il profondo amore che portavo a mia madre con la debole sommissione degli impossenti e aveva creduto potermi facilmente aggiogare. Di fronte all’ira che le sue parole avevano destato in me, s’era trovata sì d’improvviso sbalzata nell’inatteso che una meraviglia infantile aveva sconvolto il pensiero di lei.
Per parte mia, quell’incontro bastò perchè la decisione dei giorni innanzi mi tornasse al pensiero chiara e precisa, vincesse gli ultimi dubbi, le ultime sentimentalità; mi parve anzi che mia madre stessa mi avrebbe consigliato partire, mia madre che aveva a sdegno ogni cosa vile e volgare.
L’ambiente nel quale mi trovavo mi riusciva intollerabile, era un legame che dovevo infrangere assolutamente; mi sentivo troppo lontano da tutta quella gente cieca; troppa noia mi destava la confidenza con la quale ero trattato e lo spionaggio e i consigli e i pettegolezzi; non volevo essere e non ero uno dei loro, una bestia da soma per tutti, dalla donna in su; non volevo rimanere nel cielo breve al quale pareva avermi condannato la sorte. Il mio spirito alerte riprese le sue vie ribelli; ritrovai me stesso con grande gioia.
Solo col mio tesoro: un niente per gli uomini, l’infinito per me!
— Sono le ultime tue parole quelle che hai detto? — riprese Simona levandomi in viso gli occhi biancastri.
— Sono le ultime; almeno così spero perchè parto.
— Parti? E dove vai?
— Non lo so. Dove vorrà il mio capriccio.
— Ma per quanto tempo rimarrai assente?
— Per sempre, spero.
— Vai in America?
— No.
— Ma che vorresti fare?
— Nulla.
— Il vagabondo?
— Sì.
— Finirai male.
— Ti dispiacerebbe?
— Sì, perchè ti voglio bene, perchè penso a quella santa donna di tua madre...
— Ti ho detto che non devi parlarne!
— Perchè?
— Perchè non voglio, perchè sei un’ipocrita e t’infingi e non l’hai amata mai!
— Io?
— Tu! Ricordo tutto, non meravigliare, ricordo quanto l’hai fatta piangere, quanto l’hai amareggiata con ogni tua viltà.