Il Cantico

Part 1

Chapter 13,944 wordsPublic domain

IL CANTICO

ROMANZO

DI ANTONIO BELTRAMELLI

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1906 — =Secondo Migliaio.=

PROPRIETÀ LETTERARIA

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

Published in Milan, May 10th, 1906. Privilege of copyright in the United States reserved under the Act approved March 3rd, 1905, by Fratelli Treves.

Tip. Fratelli Treves.

PARTE PRIMA.

VERSO LA LIBERTÀ.

I.

Aeternum vale.

Nessuno pianse con me nè io volli che la finzione degli uomini fosse al letto di mia madre. Ella era bastata a sè stessa per condurmi all’età del volere; aveva sentito l’orgoglio della sua creatura senza umiliarsi innanzi all’ambiguo volto della pietà; la forza che l’aveva retta, dopo il peccato, nella vita amara, dovea bastarmi ad esserle unico compagno nell’ora terribile.

Qualcuno picchiò a più riprese all’uscio sconnesso, qualche sussurro di tremula voce mi giunse, voce improntata quasi a sincerità; ma io ricordai la solitudine di mia madre, allora; ricordai le lacrime lente che avevo veduto discendere per le sue gote quando le male femmine avevan detto di lei ogni vituperio, di lei ch’era buona ed aveva le mani prodighe e le parole gentili, e non volli.

Di fronte al mio viso strano, alle mie parole rudi vidi atteggiarsi a stupore, a insolvibile maraviglia più di un volto. Come mai, se tutte quelle creature avevano l’ipocrita convinzione di recare la tradizionale parola di conforto ad un figlio che stava per rimanere povero e solo nel mondo, come mai venivano accolte sì malamente quasi andassero per mendicare? Non era impazzito forse Duccio della Bella? O non aveva cuore di figlio per la sua povera madre che si moriva? Io vidi negli occhi delle creature che venivano a picchiare sommessamente all’uscio della nostra stanza, vidi questo nuovo stupore di domande. Non si chiude la porta in faccia a chi giunge per curiosare, per godere dell’altrui sofferenza, se reca sul volto l’atteggiamento della pietà e, su le labbra, la parola del conforto; è socievolmente utile ingannarci a vicenda; dire: — Povero figlio! — e pensare che la propria miseria non ha avuto ancora prova sì aspra e consolarsi nel male altrui e fingere di parteciparvi.

Non volli. Di fronte al mistero potevo essere solo. Ella mi sarebbe stata grata, nell’ultima ora sua, della mia forza d’amore.

Anche Omero sostò qualche secondo su la soglia, ma senza levare gli occhi, senza dir parola. Si era tolto il cappello lacero; stava come su la porta di un tempio. Sentii che l’anima di lui mi era vicina. Poi come si era presentato scomparve, in silenzio.

La notte volgeva al suo colmo; la città era muta sotto le tenebre. Nella triste casa dove avevamo preso dimora da tanti anni, tutte le voci note si erano spente ad una ad una, o a gruppi, trascorrendo per gli anditi bui, risonando vicine e lontane nei meandri del caseggiato.

Voci di bimbi, da prima, quando il crepuscolo aveva acceso le stelle nei cieli; pispiglio di piccole voci superate dal sonno; poi incoramenti materni, sussurrio di parole gravi, accenti d’ira, d’augurio, di preghiera come tutte le sere finchè non passasse la campana del coprifoco, il consiglio del sonno che scendeva dall’antica torre lontana. Allora (abitavamo un pianterreno oscuro ed umido) si udiva uno scalpiccio lento sopra ai nostri capi, si udiva ancora la eco di qualche suono ma debole, spento, remoto, poi null’altro.

Giunse, dalla finestra socchiusa, il canto di un ubbriaco; quando si sperse in vicoli lontani, dalla vigile torre del tempo scivolò nell’aria il battere dell’ora notturna. L’alba era prossima forse, non so: queste cose tornano alla mia memoria come da un’altra vita. Mia madre mi aveva chiamato già, per dirmi: — Duccio, guarda se c’è il sole ancora — e come aveva veduto il mio capo accennare negativamente: — Chi sa se lo potrò rivedere! — aveva soggiunto.

Poi non più. Le sue mani abbandonate su le coltri erano immobili e così il viso e tutta la persona come se l’anima di lei fosse esulata già incontro al suo sole d’oro.

Mia madre aveva l’anima di una capinera: amava le cose gaie e fiorenti, ciò che è di tutti, i tesori che l’egoismo umano non può limitare a pochi. Il dolore che l’aveva costretta a prove amare, era stato impossente a turbare la serenità dell’anima di lei. Ella aveva pianto, sì, e tutte le sofferenze trascorse si risvegliavano ora a spegnere la fiamma della sua vita; ma era donna anzitutto e della sua natura non sapeva vincere a quando a quando i pieni abbandoni. Era l’esule di un regno grande, mia madre, del regno della felicità per il quale era nata sì fine e gentile e così buona. Ma se il destino le aveva volto tutto il mondo in guerra, se l’aveva condannata a tutte le angoscie, non aveva potuto turbare l’anima di lei ch’era serena ed era, come il sogno di un fanciullo, luminosa di mattutine luci.

Le nostre gioie, nei giorni di libertà, quando gli uomini ci concedevano di seguire per qualche ora la volontà nostra, erano semplici; era ciò che per altri sarebbe poco.

Prendevamo la via dei colli. C’era una selva remota che conoscevamo, una selva di roveri antiche, piena di rovi, di rosalbe e di eriche; non distava molto dalla città; copriva un colle che si vedeva dal piano come un gran velo azzurro su i cieli.

Allorquando, desto di soprassalto per le prime voci del giorno, mi levavo sul letticciolo a guardare per l’aperta finestra e gridavo: — Mamma c’è il sole! — ella si levava sorridendo, si abbigliava in un battibaleno (di poche cose aveva occorrenza la sua fiera bellezza per trionfare) e, raccolte in una pezzuola le poche provviste necessarie alla nostra fame, si partiva.

Eravamo in aperta campagna che ancora cantavano i galli usciti appena su le aie o appollaiati su qualche fico elevantesi con le rame bistorte oltre le siepi; il sole era grande e vermiglio nè aveva preso forza ancora per il suo lungo cammino. Fiorivano gli orti; nei campi era la mollezza dei grani, delle biade e delle canape folte. Ella diceva: — Respira, Duccio; l’aria del mattino è vita! — e levava la faccia contro ai cieli quasi a comprendere tutta nel suo piccolo cuore la soavità dell’ora. Incontravamo qualche bifolco che scendeva al mercato; qualche barroccio che giungeva dalla Toscana (andavano le mule travagando col muso a terra, fra il fioco tinnire dei campanacci e l’uomo, abbandonato su l’alto del carico, dormiva con le braccia pendule) e qualche bimbo che usciva da una redola o da un’aia a sogguardare. Poca gente: sceglievamo le strade solitarie.

Mia madre aveva l’anima bambina. L’aperta purezza dei campi le dava l’aspetto ed il parlar giocondo. Io l’ho veduta ridere di nulla, così per quel commovimento che l’improvvisa freschezza dei campi pone in cuore a chi ha l’abito di una schiavitù giornaliera; l’ho veduta animarsi innanzi alla gioia del rifiorire ed aveva allora le sue parole belle ch’io ricordo come una musica lontana. Per quel giorno di felicità dimenticava tutto; non una volta ho raccolta dalle sue labbra una sola frase amara; voleva dimenticare. Forse le era rimasto in core qualcuno che non poteva porre in oblio qualcuno ch’era stato nella giovinezza di lei come un compimento; ma non seppi mai dalla voce di mia madre questa sua interna pena; era troppo fiera per parlarne a me, per confessarlo a sè stessa ella che sapeva l’amore e non la servitù dell’amore.

Quando il sole toccava già le cime degli olmi, quando lo stridere delle rondini, il canto delle allodole saliva più in alto, più in alto con tutta la luce d’oro, eravamo già su le coste dei colli. E, nella selva remota, ci fermavamo ad una macera. Poco più sotto, fra le querce, era una casa dalla soglia erbita. Non ricordo aver veduto mai affacciarsi persona su la piccola soglia.

Fra i varchi delle rame (erano come occhi azzurri aperti su l’orizzonte) apparivano le bianche navi del piano: le città e, come un sorriso d’infinite gemme, le case disperse fino ai limiti del mare.

La nostra vita era, in quel tempo, simile a quella di due fanciulli che di tutto si appagano perchè l’anima loro ha la freschezza di un’acqua che rivena di continuo dalla profondità delle rocce. Poco bastava alla nostra gioia. La terra, nelle sue libere forze, c’era dimora regale.

Nulla di più si chiedeva ed anche di questo gli uomini ci furono avari.

Comunque fosse, il poco ci parve assai e la serenità ci fu compagna assidua.

Mia madre era una santa; non da altri trassi quel poco che è in me di luce; quel poco ch’è in me di buono. La parte più oscura dell’anima mia ereditai dall’uomo che non conobbi e dalla società che mi accolse.

Per quanto tempo la guardassi spegnersi a poco a poco nel suo sopore, non ricordo. Non ricordo, sentivo dentro me il vuoto di una solitudine immensa; un martirio che non ha parole perchè non ha limite di sensazione, perchè è come il mistero.

Ella era lontana, partiva; chi sa mai se, prima di varcare la soglia oscura, avesse aperto gli occhi ancora per vedermi, per recare l’immagine mia nell’ombra delle pupille; poteva essere anche che l’anima sua non riapparisse neppure nell’attimo estremo; che quell’atteggiamento soave del volto di lei, fosse già l’addio. Oh! la morte della quale gli uomini temono l’orrore, non ebbe aspetti sinistri nel nostro tugurio: venne con ali lievi; col fiato di un infante alitò il suo soffio su la face semispenta e alla creatura che la terra si tenne non tolse la soavità del sorriso.

Pareva dormisse. Era giovane ancora e bella, anche nell’agonia. La nobiltà della sua fronte pallida ed ampia si accrebbe. La bocca esangue scopriva, in un dolce atteggiamento, il candore dei denti ch’io avevo veduto brillare tante volte al sole quand’ella rideva come una bambina.

Nonostante il grande silenzio io, ritto nell’ombra vicino al capo di lei, non potevo udirne il fremito del respiro.

Due volte ebbi un brivido improvviso alla nuca e mi chinai e per due volte sentii il battere lento del suo cuore.

C’era, a capo del letto, una rama d’olivo posata sopra una pila d’acqua santa; c’era una piccola croce nera ed un nido di passeri che avevamo trovato un giorno fra l’intrichio di un roveto: qualcosa di molto vecchio, qualcosa di eterno. Un simbolo di fede ch’era per lei come una memoria dolce della sua infanzia (null’altro perchè ella non pregava che in cuor suo, mentalmente e tutto il suo Dio era in lei e nulla all’esterno, se non la terra ed i cieli glielo significavano) e un ricordo d’amore abbandonato fra i rovi, sotto la tormenta. Ella parlava in quelle poche cose; era viva in quei segni dell’anima sua.

Così sentii, durante la terribile attesa, un mondo rivivere e scomparire; ebbi coscienza improvvisa di cose lontane alle quali mi parve tornare dopo un lungo sonno ed ebbi sensazioni oscure di smarrimento durante le quali altro non vidi se non l’immobile fiamma della lucerna, nè so che pensai. Fu un continuo vedere e svedere, un disperdersi, un ritornare, un’onda alterna di luce sopra una vastità muta di mare. Forse non soffersi allora. L’essere mio non era raccolto in un unico pensiero di dolore, ma era disperso nella vertigine di un turbine.

A volte, con una lucidezza che mi destava un brivido, vivevo dell’attimo che mi toglieva l’unico mio bene su la terra: mia madre; a volte, ricaduto nell’incubo, avevo l’incerto pensiero di non dover tornare alla luce del sole mai più. Vi fu un punto in cui mi sentii il singhiozzo alla gola, in cui sentii sciogliersi la rigidezza che teneva l’anima mia, per un intenerimento derivato più dalla pietà che mi destavo anzichè dal dolore dell’estremo abbandono e allora non volli, ogni mia forza alerte risorse in impeto repentino, ricacciò le sciocche lacrime che stavano per isgorgare, mi rese la mia piena coscienza. Rude ma non imbelle. L’uomo che si compiange è vile.

In quell’istante udii il cigolio di un carro per la via. L’alba era prossima, sopra i mari lontani; ai limiti delle selve e dei campi dischiudeva le sue molli ciglia. Nel vicoletto angusto era ancor buio. Tutte le case tacevano nel sonno; le case delle prolifiche gramigne. Udii un breve pispiglio di voci infantili sopra il mio capo; udii il remoto uggiolio di un cane in guerra con qualche vagabondo che gli rubava i rifiuti delle vie; e lo scalpicciare del lampionaio che andava, in quell’ora antelucana, a spegnere le rare fiammelle che vegliavano all’angolo dei vicoli, pallidamente.

Io non sapevo se la notte fosse trascorsa o se cominciasse allora; del tempo ch’era volto su la mia veglia, non avevo coscienza. M’era presente il pensiero di lei, ora, di lei sola che giaceva innanzi a me viva per gli ultimi istanti. Ogni istante trascorso mi era come una lacerazione profonda.

Batteva il cuore del tempo inesorabilmente il ritmo della piccola vita; qualcosa ch’era disceso dall’eternità, che aveva avuto una sosta al raggio di un astro, ecco, l’eternità se lo riprendeva per la sua legge ignota; batteva il cuore del tempo, ritmo della vertigine nell’immensità, batteva il palpito angoscioso della moritura. Io lo sentivo dentro: nelle tempie, nel tremito dei polsi, nel cuore; lo sentivo in me ch’ero nato di lui come tutte le creature. L’Ombra si era affacciata agli orizzonti; giungeva, di secondo in secondo, con fulminea rapidità su la via del tempo, indicibilmente precipite dai silenzi dell’alto sul piccolo cuore degli uomini che non sanno. Non mai come in quella notte, come in quell’ora, in quell’attimo, mi fu presente, visse ne’ miei sensi protesi l’indicibile angoscia che non ha paragone; non mai questo lampo luminoso che diciamo vita io vidi più chiaramente nel suo mistero e per l’impeto sovrastante, per il battere fulmineo dell’ignoto cuore, per l’ansia, per la paura, per l’orrore che n’ebbi, stetti con gli occhi sbarrati finchè ad un gesto di lei, della mia santa, sorsi in un grido terribile.

Fu allora che udii un lieve cigolìo dell’uscio.

Non mi volsi; qualcosa di me intese, non io. Ella non era morta, anzi socchiuse gli occhi che vidi sì bianchi e lontani; lontani, sì, per l’anima esule ormai.

Fu quand’era chiaro, quando cantarono i primi galli. Qualcosa di primaverile tornava. Il sole era sorto dai mari, veniva a chiamarla.

Cantarono i galli da tutti i cortili, dagli orti vicini. O voce fresca, eterna tremula albata come ti intesi in quell’ora non più potrai essermi discara! Mia madre pareva dormisse. Ad un tratto le sue labbra ebbero un tremito; la bocca s’aperse un po’ più.

Non vidi, non seppi: chi sa per quanto tempo avrei spiato così quel volto immobile e sereno, se una voce non fosse giunta simile ad un singhiozzo trattenuto chè ha tema di riuscir grave:

— Duccio della Bella, preghiamo!

Quando mi volsi, inginocchiato su la terra, il capo scoperto e gli occhi chini nel pianto, vidi Omero, il pezzente.

II.

Alba nuova.

— Ci vedremo questa sera? — chiese Omero.

— Sì, questa sera verrò. Aspettami.

— Non giuocare d’orgoglio, per il tuo bene lo dico — riprese Omero mentre stavo per avviarmi.

— Non so che potrò fare — risposi.

— Cerca vincerti. Tutti abbiamo un padrone!

— A chi ubbidisci tu?

— Io sono un miserabile. Tu devi andare per le tue vie.

— Quali vie? Ci vorrebbero ali che non ho; poi, se anche le avessi, non saprei difenderle!

— Abbi fede.

— In che cosa?

— Abbi fede nella tua volontà. A questa vita non resisteresti.

— E che ne sai tu?

— Taci, sei un bambino. Io sono vecchio ormai. Ti dico che non sapresti resistere. In fondo in fondo non sei fatto d’acciaio. L’anima tua è più forte del tuo corpo. Dopo qualche mese finiresti all’ospedale. Ciò è più temibile che la morte.

— Saprei scegliere fra i due.

— Ora dici una sciocchezza! Scegli prima, fin che hai tempo. Quando si è giunti a quel termine di via non si ha più facoltà di scelta. I patimenti ti rendono come una rama recisa: è il vento che la conduce.

— E tu come hai fatto?

— Ti desto invidia?

— Sì, io ti invidio.

— E perchè?

— Perchè sei padrone di te stesso; perchè hai vinto!

— Che cosa ho vinto, di grazia?

— La società.

— Io?

— Sì, tu: riducendo i tuoi bisogni al niente; accontentandoti di occuparti or qua, or là secondo i tuoi desideri, per la tua poca fame. Io ti invidio per la libertà che ti è sorella!

Omero alzò per un attimo gli occhi azzurri, mi fissò intensamente quasi a leggermi nel viso la sincerità, poi soccallò le palpebre scuotendo il capo:

— Io sono un miserabile!

— Ma non sei contento del tuo stato? — gridai afferrandolo per un braccio.

Omero ebbe un sorriso tristissimo:

— E puoi crederlo?

Dopo una pausa si sciolse lentamente dalla mia stretta e riprese a voce spenta:

— Bada a te, Duccio della Bella!

Poi raccolse la bisaccia che gli era caduta e se ne andò per il vicolo oscuro.

Ripresi la strada. Era tardi ormai; avrei dovuto trovarmi un’ora prima al mio banco di scrivano perchè il principale mi aveva sovraccaricato di lavoro la sera innanzi. Da una settimana non vedevo il sole chè, dalla mattina alla notte, stavo rinchiuso nella piccola stanza di passaggio la quale da un andito buio conduceva allo studio del mio principale e avevo appena mezz’ora di intervallo per poter inghiottire alla lesta il pane e il companatico che portavo con me. Qualche volta ero costretto a lavorare, anche in pieno meriggio, con la lampada accesa. La stanza era a un pianterreno e aveva una finestra che si apriva in un cortiluccio angusto ed umido, simile in tutto ad un pozzo abitato da uomini pallidi e macilenti. Un poco di sole non scendeva mai nel pozzo oscuro che m’era di orribile tana.

Lavoravo a quel tavolo da molti anni. Qualcuno aveva creduto compiere un grande atto di beneficenza verso mia madre imprigionandomi così, avvelenando giorno per giorno la miglior parte della mia giovinezza, del mio sangue. Nel tempo trascorso non mi ero lamentato mai; troppe mi parevano le trenta lire che con gioia trionfale recavo ogni mese alla mia santa; a ben altra pena mi sarei sottoposto senza mormorare, pur di scorgere sul viso di lei un rapido balenio di felicità; ma ora non avevo più un cuore che mi attendesse, non avevo più una scusa a quel quotidiano consumamento. La mia vita era spezzata. Dall’istante in cui ebbi la piena coscienza di essere solo, terribilmente solo nel mondo degli uomini che si acceffano e si azzannano, si scoprì in me un essere nuovo per lo innanzi assopito; un essere fiero e ribelle che non voleva scomparire supinamente nel turbine di miseria che la società muove di continuo. Io non avevo più alcuna ragione di starmene sottoposto, perchè nulla temevo, perchè ero solo di fronte all’indifferente cinismo di tutti, e odiavo la pietà, la sciocca pietà lacrimante.

Che avevo fatto perchè mi si togliesse il sole? Non ero nato di donna? Non avevo gli occhi e una voce per esaltare la mia gioia? E a quanto si valutava il mio sacrificio? A niente, a qualcosa che rasentava la fame. Inoltre che cos’ero io per il mio principale? Una macchina che vive, con la quale si può scambiare qualche parola e nulla più.

Io l’ho provato l’odio che gli apostoli biasimano. Ora, forse, dal punto così diverso dal quale considero il mio stato d’allora, sento il dovere di affermare: Non è buona cosa! — ma l’essere mio non consente. Pur ridendomi della giustizia sociale che è stata il manichino di tante vesti ed ha fatto bella mostra di sè sotto varî panneggiamenti nelle vetrine dei filosofi, degli apostoli e dei parolai, sento che, in certi casi, l’odio è una necessità di vita, una imprescindibile necessità alla quale non si può trasgredire senza pericolo di rimanere inesorabilmente travolti. Da questa forza gagliarda molto si attinge di energia; in essa si rinsalda ogni virile possanza. Di fronte a certi stati inumani, l’uomo non ha che tre vie di scelta: la rassegnazione, l’indifferenza e l’odio, solo quest’ultimo, terribile assillo del pensiero, può condurre a qualche compimento.

Allora, quantunque sentissi quanta dolcezza mi sarebbe derivata dall’amore che improvvisamente mi era mancato in mia madre e che credevo non dover incontrare mai più, non poteva soverchiare in me il sentimento.

S’io avessi pianto sarei giunto forse al suicidio o all’incoscienza. Inoltre ogni cosa si trasfigura nel pianto. Io volevo veder chiaro innanzi a me, distinguere con nitidezza, con sicurezza, senza ingannarmi e senza temere. Ora non mi so biasimare. Ogni uomo che abbia battuto vie aspre sarà del mio avviso.

Camminai a buon passo. L’abitudine che aggioga l’uomo al suo carro sì ch’egli più non veda e più non senta e agisca come un automa, mi traeva ancora. Oltrepassai le vie principali urtando i passanti tanto andavo a fretta; quando fui su la soglia dello studio mi soffermai un istante per riprender fiato. Dalla porta a vetri vidi, nella semioscurità del mio tugurio, due donne vestite miserabilmente. Stavano col capo reclino, non potei distinguerle in viso. Sul tavolo era accesa la lampada. La finestra che si apriva sul cortile era chiusa.

Mi volsi a sogguardare una striscia di sole che illuminava il principio dell’andito, spinsi la porta ed entrai. L’aspro tocco del campanello a scatto mi destò una commozione violenta, guardai istintivamente l’uscio di contro, pronto già a rispondere agli insulti che mi attendevo dal principale, con parole audaci. Nessuno comparve. Le due donne si levarono in piedi. Le guardai sorridendo; s’avvidero subito di essersi ingannate tanto che mi ricambiarono il sorriso e risedettero.

Gettai una rapida occhiata sul tavolo: il lavoro era aumentato forse del doppio. Ripresi la sciocca fatica di amanuense attendendo. La certezza dell’attacco da parte del mio signore, pur dandomi un poco d’ansia, mi lasciava tranquillo circa l’ultima risoluzione che avrei presa.

Ciò che avevo pensato doveva accadere per fatalità di cose. Il tempo trascorse. Ad ogni minimo scotimento della porta dello studio alzavo il capo e rimanevo qualche secondo in attesa. Gli occhi miei dovettero illuminarsi di luci sinistre se le donne che mi sedevano incontro mormorarono:

— Che avete?

— Nulla — risposi e, senza badar oltre alla loro curiosità, chinai il capo su le carte.

Dopo un lungo silenzio durante il quale si udì unicamente lo stridere della mia penna e il respiro asmatico della più vecchia fra le due donne, chiesi loro:

— Vi hanno annunziate all’avvocato?

— Sì.

— E che vi ha detto?

— Di aspettare.

— Siete qui da molto tempo?

— Da due ore forse.

— Non avete fretta?

— Ne avremmo molta — rispose la giovane, levando gli occhi — molta, perchè dobbiamo partire. Non si potrebbe chiedere all’avvocato di sollecitare?

Guardai l’orologio: erano le undici. Fra non molto il principale mi avrebbe chiamato per domandarmi conto del lavoro fatto.

— Abbiate pazienza qualche minuto — risposi — e sarete ricevute.

Le donne chinarono il capo, mute e rassegnate. Parevano, all’aspetto, due contadine benchè la giovane avesse il viso pallido e gentile. La loro imperturbabile pazienza nell’attesa, la tranquilla gravità che è tutta propria della gente dei campi, rendeva palese agli occhi miei la loro origine. La vecchia, in tutto il tempo che era rimasta seduta incontro a me, non aveva neppure una volta levata una mano dal grembo; nulla era sul viso di lei che tradisse la noia, l’impazienza o la stanchezza. Su la sua faccia rugosa era un’espressione indecifrabile che molto teneva dell’indifferenza. Non un muscolo di quel viso ebbe una contrazione, nè gli occhi espressero un qualsiasi risentimento per la soverchia attesa: la vecchia donna sarebbe rimasta nell’identica posa, tutto un giorno, senza lagnarsene.

La giovane di tratto in tratto traeva un sospiro lungo, tremante come per rattenuti singhiozzi; teneva le mani incrociate, in abbandono sul grembo: aveva il capo reclino verso una spalla, dolorosamente. Una pezzuola nera, annodata alla gola, le copriva in parte i capelli.