Part 13
— No; tu perdonerai a quell’uomo. Non tocca a te in tutti i modi fare giustizia. Tu gli perdonerai... anzi il tuo silenzio sarà la sua minaccia continua... Perdonagli...
— No.
— Perdonagli.
— No.
— Funestando le nozze altrui, funesteremmo le nostre. _Contessa Melisardi_, per amor mio, perdonate! ve ne prego.
Tacquero entrambi, diversamente sospesi, poi Hulda ruppe il silenzio:
— Dunque, tu vuoi davvero che io diventi tua moglie?
— Sì.
— E mi presenterai a tuo padre?
— Certamente...
— Ed io, dopo tutto quello che sono stata, dovrò essere ricca, felice, udirmi chiamare contessa? Ma è un sogno, o una burla infernale? È la verità, o io sono fuori di me, non capisco sono pazza?
— È l’amore! Concetta; il mio...
Hulda, come fulminata, cadde ai piedi di Fausto, esclamando:
— Tu sei l’uomo più grande della terra! La tua generosità ha vinto il mio amore.
— No! Non così! Alzati, abbracciami Concetta; il tuo posto è qui sul mio cuore... Baciami...
Ella s’alzò; i due volti si unirono ma nella dolce effusione delle lagrime, una interna spina fece sanguinare Concetta. Ella pensò. Perchè non sono io vergine?...
* * *
Bess, che vedeva prolungarsi il colloquio, che coglieva qualche frase a volo, che udiva scoccare baci ogni tratto, seduta nella sua camera attigua e come in guardia diceva esasperata:
— Da capo! Da capo! Questa volta ci rovineremo per sempre.
CAPITOLO XIX.
I sotterranei di Benvenuto Cellini — Beneficenza — vanità — réclame — Una visita del conte
Un uomo alto, di grosse membra quadrate, con lunga barba brizzolata, sempre vestito di nero, ma senza ricercatezza, con un cappellaccio parimenti nero, a cencio, buttato sull’orecchia sinistra, entrava ed usciva dal palazzo degli uffici della _Nuova linea dell’Est_.
Non avvicinava alcuno, nè era da alcuno avvicinato.
La fronte alta, un po’ calva al sommo, il grosso naso aquilino, la bocca grande e sdegnosa, lo sguardo acceso e fisso, aveano in quella sua alta e muscolosa persona, un doppio prestigio che dava rispetto insieme e timore, mentre per la simpatia dell’insieme suscitava la curiosità.
Egli entrava sempre da una piccola porta laterale, sotto un arco oscuro a tergo del palazzo maestoso, annerito dal tempo.
Di quella porta aveva la chiave. Entrava solo e spariva per discendere nei sotterranei, grandi sotterranei a volta del palazzo.
Tutti avevano notato come l’unico che lo avvicinasse, fosse il signor Evaristo Grinfieri che si recava spesso agli _Uffici_ come amico, molto famigliare del direttore, l’avvocato Gasperal.
Si sapeva pure un’altra cosa ed era questa, che nei sotterranei era stata impiantata la luce elettrica.
Quando Evaristo e l’alto uomo vestito di nero si lasciavano, il saluto di Evaristo era invariabilmente questo:
— Arrivederci, Benvenuto Cellini!
Alle quali parole l’altro levando al cielo i grandi occhi e squassando la lunga chioma inanellata e grigia, rispondeva con un sorriso amaro:
— Qualche cosa di meno.
Qualcuno credette che realmente quell’uomo si chiamasse Benvenuto Cellini; la cosa era d’altronde possibilissima; qualcuno invece diceva che doveva essere un soprannome lusinghiero, dato per ammirazione da Evaristo.
Certo, convenivano tutti in questo:
— Quell’uomo deve essere un’artista.
Si direbbe che negli esseri geniali, madre natura si sia compiaciuta d’una impronta speciale che li stacca da tutti gli altri individui e li accenna già quasi prima che sieno conosciuti, alla ammirazione.
Sono davvero dei tipi speciali.
Così, mentre tanti uomini hanno cura meticolosa di sè e del vestito più ancora, essi tutto negligono, intesi ad una sola cura, una sola bellezza, l’ideale che palpita in loro.
Molti li accusano di posare, ma molti sbagliano, spesso confondendo l’artista con colui che lo vuol sembrare. Nella loro fede, nel loro sentimento, nell’acutezza, nello spirito di penetrazione, i veri artisti, hanno care inconsapevolezze di fanciulli, e spesso mirabili ignoranze, più rilevatrici di tanta mal digerita sapienza.
Si potrà far loro accusa di essere troppo spesso innamorati di se stessi, ma eglino si amano appunto, per la divina facoltà che sentono in sè, e la cui rilevazione, il cui trionfo, costa tante battaglie, tante lagrime...
Era precisamente uno di questi cosiffatti tipi artisti, quello di cui abbiamo dato un rapido cenno, ed al quale Evaristo Grinfieri aveva concessi gli inesplorati sotterranei a volta del palazzo.
In qual ramo d’arte lavorava costui?
Lo vedremo in seguito, ma l’accorto lettore può quasi argomentarlo dal nome con cui lo chiamava Evaristo: — Benvenuto Cellini.
Si notò pure, da parecchi che si erano accesi di curiosità e volevano soddisfarla, ma invano, si notò pure dico, che dopo un certo tempo, insieme col _Benvenuto Cellini_, entravano nel sotterraneo degli uomini più giovani di lui, silenziosi come lui, ma bizzarri al vestire, e con volti simpatici ed espressivi, quasi quanto l’uomo che chiamavano _maestro_.
Già, c’era chi da costoro aveva udito chiamarlo maestro.
* * *
Francis Webb, non era diventato ricco, nè era americano per nulla.
Se egli, Webb con tante privazioni, aveva accumulato un così enorme capitale, ora, per gli sponsali della figlia, voleva ricomprarsi tutto in una volta del passato, delle abnegazioni sostenute anche nella ricchezza.
Quell’unica Mary doveva figurare quanto una principessa. La luce di quegli sponsali doveva risplendere su tutta New-York.
Grandi dunque i preparativi da parte sua e grandi da parte di Evaristo al quale aveva detto facendolo suo collaboratore e consigliere:
— Sopratutto, non badare a spese. Onorando Mary, io voglio che si sappia chi è Francis Webb, fin dove Francis Webb può arrivare. Mi si quota alto, ben tu lo sai, ma non si raggiunge ancora il vero.
— Non dubiti.
— Io voglio sbalordire con il matrimonio di mia figlia, questi inglesi e questi americani.
— Riusciremo — Rispondeva nella sua calcolatrice freddezza ambiziosa Evaristo. — Riusciremo, e dentro di sè pensava amaramente: — Come mi tarda l’ora di rendere ciò che ho rubato; come mi tarda l’ora di apparire ladro per un istante... e poi non esserlo più... Se è vero che dopo restituito si ritorni galantuomo... Del resto... io fui più che altro un ambizioso speculatore... Io... ho una attenuante nella mia opera, nell’uso che ho fatto del denaro...
* * *
Ecco brevissimamente un cenno di ciò che si era stabilito dalla Casa Webb per festeggiare le nozze di Mary.
A tutte le fanciulle povere di New-York, qualunque la loro confessione religiosa, recantisi a marito quel giorno, sarebbe assegnata una dote di dollari duecentocinquanta.
Ad ogni cocchiere che con la sua vettura adorna di fiori seguisse il corteo nuziale, la somma di dollari trentacinque, più un premio di dollari cinquecento da sorteggiarsi.
Ad ogni persona che si presentasse in una galleria, acciò designata, fossero dati vino e liquori gratuitamente, con la sola clausola di brindare agli sposi.
A tutte le fanciulle povere che si chiamassero Mary, un paio d’orecchini d’oro.
A tutti i fotografi che presentassero delle istantanee, la commissione di copie tremila, e mille dollari in premio a quella dove la testa di Mary fosse più riuscita.
A queste facevan seguito altre ed altre disposizioni, dettate dalla fantasia capricciosa di Evaristo, l’uomo, confessiamolo, meraviglioso, che tutto quello sfoggio, faceva anticipatamente servire di _réclame_, alla colossale impresa della _Nuova Linea dell’Est_.
Scoppierebbe dopo, quella _réclame_, come una pioggia d’oro su l’immensa rete di ferro, su le negre locomotive rombanti, su gli immani serpenti fatti di _vagoni_ e divoranti le distanze delle lande silenziose...
Quella pioggia d’oro correrebbe sul fiume creazione, vita, anima, di movimento novello; sui villaggi che diventano paesi, sulle plaghe che fioriscono sulle comunicazioni che si schiudono, sui deserti che diventano città.
Aveva di questi voli la fantasia di Evaristo, e egli qualche volta, dopo l’austerità matematica dei calcoli, vi si abbandonava come alla più dolce voluttà del suo spirito intraprendente.
Che dire delle disposizioni per la festa che chiameremo propriamente nuziale?
Gli invitati, le centinaia di invitati dovrebbero, benchè assuefatti alla magnificenza passare di meraviglia in meraviglia.
Un notissimo ingegnere aveva assunto l’impegno di fare, sotto i dettami di Evaristo, del palazzo Francis Webb, una reggia fantastica, una visione di bellezze di seduzioni e di grazie, quale non s’era fatto mai per un’altra sposa.
Una squadra di operai lavorava già da parecchi giorni. Eran falegnami, eran meccanici, eran tappezzieri e via...
— O Mary, io penso in questo momento scrivendo — quante cose, quante cose per te che ami sinceramente e che pure amata non lo sei quanto meriti!
Gentile ed inconscia, bella e soavissima, tu entri fidente nella vita nuova che ti si prepara. Ma ahimè! Non nella ricchezza è la felicità tu già lo hai detto. Che Iddio ti preservi da un doloroso esperimento, quello di provare per te stessa che hai ripetuto una gran verità!
Per chi ama, il solo pane è necessario, e si conserva la vita per amore; tutto il resto è superfluo.
Io so bene che a una mentita si leveranno parecchie signorine di quelle che hanno giudizio e che ragionano, ma io sorrido pur sentendo di loro la immensa pietà.
Le infelici che ragionano e nell’amore vogliono gittar le basi dell’avvenire, non amano e non saranno amate mai. Per esse l’amore quello che paga la vera fede anche col sacrifizio dell’intera vita non esiste non può essere.
Il matrimonio poi è per loro una specie di surrogato del padre e della madre, una nuova forma di tutela e di irresponsabilità.
Ma ritorniamo nel solco, non lasciamoci vincere dalla manìa delle digressioni.
Le digressioni nel romanzo, cioè — in quella forma d’arte che è la storia di tutti — le digressioni sono un po’ come le _tirate_ in palcoscenico. Ora non vanno più, non son più di moda; al meno lo dicono i critici. Anzi, è tanto vero che lo dicono loro, che quando c’è una tirata il pubblico applaude.
Avrà forse l’istinto di tornare all’antico.
* * *
— Il signor conte Melisardo — annunziò un servo ossequiente.
— Farlo passare subito — rispose Francis Webb.
Il conte Melisardo entrò con la scioltezza e disinvoltura di quegli uomini d’affari, a cui la vita pratica e laboriosa del commercio, non ha tolto l’eleganza della nascita gentile.
— Caro Melisardo...
— Caro Webb, io sono venuto a congratularmi per la vostra prossima festa di famiglia! Ottimamente scelto lo sposo. È un uomo invidiabilissimo. E anch’io, anch’io sapete, ho avuto una consolazione in questi giorni... una consolazione certo anche più grande della vostra.
— E sarebbe?
— Ho trovato mio figlio.
Pensatelo, dopo tanto tempo, dopo che per una infame vendetta mi avevano accusato della sua morte... eccolo, eccolo fra le braccia di suo padre.
— Ma davvero?
— Non potete credere il piacere provato nel rivederlo... Io mi sento forte, felice, giovane... Io mi vedo, mi specchio in lui... È tutto me, te lo farò conoscere, tutto me... ed è tanto buono, tanto gentile, di un sentimento così squisito che non puoi credere... quando gli sono vicino mi pare che i miei pensieri passino a traverso del suo cervello mi pare che le nostre due anime, siano per un istante una sola... Dimmi, non è vero che è così? Non senti così, quando sei vicino a tua figlia?
— Sicuro, sicuro... ah, la mia Mary...
— A proposito, dov’è? Desidero salutarla.
— È occupata... cioè, è fuori e tarderà una buona ora... — Così dicendo Webb levò l’orologio di tasca. — A proposito, guarda il dono che mi ha fatto mia figlia al suo ritorno da Napoli...
— Un orologio antico straord...
— Come? Da Napoli? L’orologio antico!... Tua figlia? gridò come impazzito il conte. — Ma dov’è, dov’è tua figlia che io l’abbracci, che io me la stringa qui sul cuore...
— Conte Melisardo! fece Webb tutto sorpreso, vi assicuro che di questi vostri scatti io non capisco un’acca...
— Capirete, capirete, dov’è? dov’è?
È a quell’angelo di vostra figlia che debbo di aver ritrovato il mio Fausto.
Questo orologio è stato comprato nella bottega di mio figlio. È lui che lo ha venduto... Là c’era un grande ritratto, era il mio.
Fausto ignorava che quella fosse l’immagine di suo padre.
Mary fece notare alla signora che l’accompagnava, la somiglianza di quel quadro con me e poi... con l’antiquario che le vendeva l’orologio, che è questo che portate voi...
Fausto capì, domandò, ebbe una vaga intuizione: il resto lo fece un pittore... Noi ci siamo ritrovati...
Il conte Melisardo pronunziando commosso queste ultime parole portò alle labbra l’orologio di Webb come una reliquia.
— Ma queste sembrano cose da romanzi — non seppe tenersi dal dire meravigliato Webb.
— E i romanzi — rispose con profonda convinzione il conte — i romanzi, sono le cose della vita. Vedete voi pure che strano sviluppo di avvenimenti?
E dire che i due signori non sapevano ciò che sanno i lettori nostri che speriamo di non avere annoiati fin qui.
CAPITOLO XX.
Evviva gli sposi! — La domanda di un colloquio! — Hulda ed Evaristo
Sono trascorsi due mesi da quando più sopra narrammo.
* * *
Un salone grandioso con le pareti di velluto rosso, a frange d’oro enormi, listate di grossi cordami d’oro, con singolarissimi fiocchi pesanti, d’oro parimenti.
Il soffitto invece, tutto un giuoco di fiori, tutta una bizzaria mirabile di rose, di margherite, di mughetti, di viole, di glicine di edere, in volate capricciose, in ciocche ricchissime cadenti, in grappoli cascanti, in ventagli di lunghi raggi, in spalliere bizzarre facenti artistica invasione sul velluto rosso dalle liste, dai cordoni, dai fiocchi d’oro.
Cinque grandi lampadari elettrici, sfolgoravano dai prismi iridescenti già prima che fossero accesi.
Duecento, fra dame e cavalieri, aspettavano gli sposi ritornanti dalle cerimonie.
L’indugio non fu lungo. Dal fondo della sala si levò un gran mormorio confuso, picchiettato di piccoli gridi gentili, poi si fece un gran silenzio. Tutti erano percossi dalla solennità del momento.
A un tratto abbuiò, come se un lampo nero fosse passato su tutte quelle teste; poi un improvviso folgorio di luce, uno sprazzo strabiliante di elettricità fece succedere a quell’istante di notte, la luce del sole.
Il piedino della sposa, entrando aveva dato il passaggio alla corrente, e la luce fu.
Mary splendeva meravigliosa nella candida semplicità.
Il velo rialzato e fluttuante in sua balìa, metteva intorno alla testa della biondissima — di statura alta un poco, e nello incedere graziosa tanto — un’aureola vaporosa e un profumo celestiale.
Si poteva essere belle quanto Mary, ma non più modeste, ma non più angioli in sembianza umana.
Non aveva luccicore, non aveva costellamento alcuno di diamanti, nè alle orecchie, nè al collo.
Su quelle i biondissimi verginali capelli cadenti, erano l’ornamento più bello, su questo il fior d’arancio era il più ambito fermaglio.
Solo il fianco, solo il fianco sinuoso lievemente, era cinto da un doppio giro di diamanti, cadenti in due liste su la soffice gonna bianchissima...
Ad ogni mover di passo, agitando i cento diamanti, le saliva dal piede tutto un mutevole fiammeggiare di raggi che s’arrestavano alla cintura quasi non osando levarsi più in alto, dove una casta luce indescrivibile si partiva dagli occhi celesti della sposa specchianti un’anima celeste pure...
Evaristo, in abito nero, avanzava a lato della sposa, disinvolto, squisitamente superbo, ma pallidissimo.
Egli si sentiva d’intorno come una grande soddisfazione, come un omaggio principesco, ma di dentro il cuore gli ripeteva quella parola che aveva cominciato a dirgli dal primo giorno di amore con Mary.
In mezzo a quella festa, a quello sfarzo, accanto a una creatura angelica quale Mary, il cuore gli gridava: ladro!
* * *
Quando fra strette di mano e complimenti la coppia nuziale fu giunta a mezzo del salone una sorpresa colpì tutti, e colmò di meraviglia.
Le grandi pareti di velluto rosso a frange, a cordoni a fiocchi d’oro, si elevarono lentamente aggruppandosi, annichilendosi tra i fiori del soffitto, scomparendo, senza scomporli...
Tutt’intorno eran disposte le mense, in grandioso ferro di cavallo per duecento persone.
Trenta servi in livrea, irreprensibili, inappuntabili come statue...
Cominciò una musica dolcissima tutta di archi, e invano le dame e i cavalieri cercavano i suonatori. Quella melodia veniva un po’ dappertutto e d’ogni punto del vasto ambiente sembrava il sospirar melodioso.
Della dovizia della mensa, dello sfoggio di argenteria e di cristalli è proprio superfluo parlare...
Quando la musica cessò cominciarono le piccole conversazioni in quelle cento coppie, conversazioni che riunite e fuse in un solo concerto di voci, davano già per sè stesse una gaiezza ed una animazione insolita.
Comunque parlando, gli occhi di tutti difficilmente si staccavano dalla sposa.
Mary sentiva addosso tutti quegli sguardi, i quali, se avessero avuto la parola, avrebbero taciuto; sguardi di ammirazione, di passione, di invidia, d’odio sepolto in fondo al cuore, di desiderio, di rabbia e perfino di compassione.
A un certo punto del convito, poco prima dei brindisi, un servo presentò a Francis Webb una lettera, sopra una guantiera d’argento.
— Oggi veramente non si trattano affari — disse Webb aprendo la lettera. — Come! — fece poi sottovoce — una lettera di Evaristo, di mio genero? Ma se è qui a tavola!
La lettera diceva così:
«Signor Webb mio amatissimo suocero.
«Appena letta la presente lasciate la tavola per pochi minuti. Io vi seguirò. Debbo comunicarvi cosa che vi farà grandissimo piacere».
Webb si alzò e si allontanò.
Evaristo lo seguì.
Quando furono appartati e soli Evaristo disse:
— Signor Webb, abbia la bontà di entrare nell’ascensore.
Entrarono e discesero.
Nel cortile stava una vettura pronta.
— Favorisca salire in vettura.
— Ma perchè? Dove andiamo?
— A brevissimo tratto di qua. Meno di cinque minuti.
— Ma, che diamine di imbroglio è questo? Proprio oggi? Di che si tratta, parla.
— Pazienti pochi minuti.
La carrozza infatti poco appresso si fermò al palazzo della _Nuova linea dell’Est_.
Discesero nel grandioso vestibolo in fondo al quale era un’ampia scala di marmo.
— Mi segua — disse Evaristo con un tremito nella voce e affrettando il passo come spinto da una forza superiore.
Entrarono in un salotto elegantissimo.
— Segga — disse Evaristo, che restò in piedi avanti a Webb.
Evaristo ebbe un momento d’esitazione, poi parlò risoluto:
— Signor Webb, suocero mio, le dirò cosa che penerà a credere e che pur troppo è vera.
— Di che si tratta? Spiegati, perchè siamo attesi...
— Ebbene, la somma che vi fu involata, il milione preparato pei pagamenti d’Italia e Francia, l’ho rubato io!!
— Tu?!
— Io!!
Webb rimase immobile, con le mani in avanti e gli occhi sbarrati.
— Lei rammenta quando le chiesi i mezzi per la _Nuova linea dell’Est_?
— Sì, rammento...
— Rammenta che me li negò?
— Ebbene?
— Allora, io architettai il furto, che è riuscito. La nuova società è costituita; io che non ho figurato finora, io sono quello che lo possiede e la dirige... Gaspero!... son io!
— Ma come hai fatto tutto, se tu sei stato vittima con me?
— Questo è stato il mio segreto per rendermi superiore ad ogni sospetto. Oggi, giorno del mio matrimonio, io rendo a Francis Webb quello che, per dargli una lezione, gli ho preso. Favorisca di qua, signor Francis Webb.
Entrarono in grande studio arredato col massimo sfarzo.
— Oggi io regalo a mio suocero il busto in oro di sua figlia. Eccolo. Guardi come le somiglia. Costa duecento mila dollari... è l’equivalente del furto più gli interessi. Osservi il peso.
Toccò una molla e il busto d’oro ebbe una oscillazione come se sotto di esso, agisse una bilancia.
— È di più! — disse Webb.
— No, sono gli interessi.
— Tutto ciò mi sorprende... io non so che dirti.
— V’è di più. Signor Webb, tutto quanto vede è suo. Ella è il maggiore azionista della _Nuova linea dell’Est_... Mi accordi il suo perdono e mi prometta di non far sapere mai nulla a Mary.
— Hai troppo ingegno, troppa abilità, perchè non ti perdoni.... Ho avuto torto quel giorno a negarti poche migliaia di dollari, ho avuto torto... Vuol dire che adesso noi siamo i padroni del nuovo movimento.
— Noi!
Webb abbracciò commosso Evaristo..
— Lei dunque, non mi ritiene per un... per un ladro?...
— Ah, no! Ah, no! Tu sei un genio — Così dicendo lo abbracciò teneramente. — Ora torniamo subito a Mary, essa ci aspetta... abbiamo tardato abbastanza.
* * *
Alla fine del banchetto nuziale, quando si formarono pei vaghi conversari i diversi gruppi passando nelle sale attigue, e dopo che Isaia Wood ridendo, faceva ridere, con i denti da foca, avvenne un fatto semplice, ma curioso.
Il Conte Melisardo che era tra gli invitati andò a Webb che discorreva fra gli sposi, conducendo per presentare, non avendolo potuto fare prima, il figlio Fausto — l’antiquario — e la di lui _fidanzata_ la signorina Concetta, già Hulda ed ora Concetta per sempre.
Quando nella presentazione venne la volta di Hulda e di Evaristo, questi inchinandola con elettissima galanteria le strinse la mano dicendo:
— Contessa, ben felice di fare la sua conoscenza. Il conte Fausto avrà in voi una moglie ideale.
* * *
Mentre per tutta New-York si parlava degli splendissimi sponsali di Evaristo e di Mary — un vecchio cieco che insegnava a rubare — il Padre di Guy Stein — diceva ai giovani che lo ascoltavano intenti:
— Ricordatevi sempre, che esistono dei galantuomini, più ladri di noi perciò state in guardia. La buon’anima di mio figlio Guy, non lo ha mai voluto credere...
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