Il busto d'oro : romanzo

Part 12

Chapter 123,877 wordsPublic domain

— Ebbene — disse Bill Oward alzando per la quarta volta il calice — acciocchè sparisca per sempre ogni rancore, acciocchè la più sincera amicizia regni d’ora innanzi fra noi, diventiamo parenti.

— Parenti? — domandò Guy, scattando.

— Parenti? — chiese a sua volta il cieco trasalendo.

— Sicuro, io domando la mano di Ellen.

Questa, il padre ed il fratello, diedero un grido solo. La proposta parve ai tre, la cosa più assurda del mondo.

— Perchè? — domandò Bill acceso d’ira a quella prima risposta che era una così recisa ripulsa, — Perchè?

— Questo fatto lasciamolo — disse risoluto Guy Stein.

— Ma perchè? — insistette l’altro con più veemenza.

— Io non darò a te mia sorella, nè ora, nè mai. Essa non deve diventar moglie di un uomo, che fa la nostra vita. Parliamoci chiaro. Tu sei un ladro...

— E tu chi sei?

— Ma io, non ti chiedo una sorella!

— Ellen ascoltava spaventata, tremando. Avrebbe voluto essere lontana, ben lontana, vicino alla sua buona vecchietta.

Il cieco, che conosceva il carettere impetuoso, bestiale, di Guy Stein, volle usare per amor della figlia la massima prudenza:

— Non sono cose da parlarne adesso e in fretta. Ne tratteremo dimani o dopo, con calma. In calma figliuoli miei... Date retta a me che son vecchio. È l’ora di andare a dormire.

— Nè domani, nè dopo. Ora, proprio ora _voglio_ una decisione.

— Qua dentro nessuno deve dir _voglio_ — gridò Guy.

— Alle corte, una risposta, l’ultima!

— L’ultima? No! Ed ora via di qui! Ritorniamo come prima nemici! Io non ti temo, io non sono venuto a cercarti.

— Ah, tu mi insulti?

Si udì lo scatto di una molla, si vide il baleno di una lama, e Guy Stein, cadde con un urlo fra le braccia della sorella.

— Che è stato?! — gridò il vecchio che pure con la finezza del cieco aveva indovinato...

— Vile! Vile! urlò Ellen.

Bill Oward che s’era avanzato verso l’uscio si volse e con un ghigno infernale disse a Ellen:

— Sposa, vatti a vestire di nero! — e sparve.

CAPITOLO XVII.

In prossimità delle nozze — Il divisamento disperato — Un miracolo del caso

Dopo un convegno di famiglia era stato definitivamente stabilito il giorno per le nozze di Evaristo e Mary.

Questa attendeva l’avventurosa mattina col desiderio velato, ma non nascosto, da un placido accoramento, che di giorno in giorno la rendeva più pensosa insieme e più bella.

Evaristo, con una calma coraggiosa, anzi con una gran sicurezza, dacchè Hulda aveva finito, egli lo credeva, per chetarsi, ed egli aveva poi trovato anche il modo di restituire a Webb, divenutogli suocero, il capitale che gli aveva rubato.

Quella restituzione sarebbe fatta appena gli sposi fossero legati indissolubilmente, e qualunque reazione avrebbe dovuto tacere nell’animo di Webb.

Le cose sarebbero poste in modo che egli, il vecchio, farebbe di necessità virtù per amore della figlia, cioè buon viso ad avversa fortuna, accettando i fatti compiuti, e in base all’affetto e all’interesse, chiudendo un occhio sull’onore.

* * *

Ma Hulda, caldissima amante, ferita così crudelmente dalla condotta di Evaristo, non s’era chetata che in apparenza, non s’era chetata che per meditare, architettare, rendere più terribile la sua vendetta.

Perciò aveva accettato di vivere ancora a spese di Evaristo. Bisognava non dargli sospetto in modo alcuno.

— Occhio per occhio, dente per dente. Tu getti nella desolazione per sempre il mio cuore? Ebbene, io ti rovinerò per sempre. Io che ti sono stata complice, ora ti tradirò. Io non ho più nulla da perdere, poichè ho perduto te, mentre invece, tu vedrai sul verde delle tue speranze calare un velo di lutto.

Sapranno tutti chi sei, e Mary avrà orrore di te! Ella non vorrà più essere toccata dalle mani di un ladro. Povera creatura, tu la stai ingannando io la vendicherò. Ah, bisogna pur mettervi a posto, bisogna pur darvi una lezione, uomini, che ci supponete incapaci di amare... come le altre!

Mi butterò ai piedi di Guy Stein, gli rivelerò tutto, tutto! Penserà lui a vendicare entrambi. Cioè... adagio... e se la prima vendetta la facesse su di me? Non potrebbe questo essere anche possibile? Ebbene, che importa? Se anche mi uccidesse, non ho io tutto perduto?

Irremovibile dal suo proposito, come venne la sera, e non più in abiti dimessi, ma con una sfarzosa toeletta in seta nera e d’un velo pur nero coperto il volto, salì su d’una vettura di piazza, facendosi condurre in una via, molto presso a quella che era veramente la cercata.

Questo per eludere ogni congettura che potesse a suo carico fare il cocchiere.

Nel tragitto e per l’agitazione che aveva addosso, l’assalì con repentina violenza il ricordo di quella volta in cui per la stessa strada, la carrozza era distinta dal _numero 13_ e il cocchiere si chiamava Ben, ed era avvenuta la sorpresa di Evaristo e la confessione, di conseguenza, del di lei duplice amore!

Rivide a tratti foschi e dolorosi la storia di ciò che era avvenuto quella notte, e le mille angosce che da quella aveva provato poi sempre.

Aveva sofferto troppo, sì, troppo, ed ora bisognava pur farla finita una buona volta, con uomini come Evaristo, peggiori di Bill Oward e di Guy Stein, con questa sconosciuta misteriosa specie di assassini del cuore!

Più che preoccuparsi del modo con cui Stein accoglierebbe le di lei rivelazioni, così inaspettate e così importanti, si compiaceva di fissare il pensiero su la vendetta che ne trarrebbe, sulla maniera di compierla.

Certo il matrimonio andrebbe a monte; certo Mary, prima vedova che sposa, avrebbe dovuto irremissibilmente far rinuncia della sua corona nuziale.

Poichè ella aveva amato un uomo fatale come Evaristo, il destino le riserbava dei crisantemi.

Prima il disonore poi la morte. Questo doveva essere l’epilogo di quella vita di scettico, di egoista, di ambizioso.

Come aveva saputo per tanto tempo mentire, per tanto tempo simulare un affetto che dentro non gli palpitava!

Ah, chi avesse veduto Hulda in carrozza e presa da questi pensieri!

In certi momenti un riso feroce per un compiacimento infernale, ne deturpava la bellezza, dalla linea ardita e resoluta.

La carrozza cominciò a entrare nelle vie più strette, più oscure, più popolose.

Hulda sentì uno stringimento e un diaccio intorno alla vita.

Quando noi stiamo per conseguire ciò che bramammo e con tanto spasimo e quasi in delirio, si direbbe che estenuate dalla prima tensione, le nostre forze ci abbandonino, qualche cosa, venga meno, si attutisca in noi.

Hulda fu invasa da un gran terrore e fu quasi sul punto di recedere dal proprio divisamento.

Ebbe spavento di tutto il male che produrrebbe la sua vendetta, delle lagrime... anzi del sangue che potrebbe costare.

Seguitò a lasciarsi portare dalla carrozza per la via indicata, in uno stato quasi di atonia, di incaglio, dirò così, d’ogni senso e d’ogni potenza di volontà.

Ma quando il cocchiere fermò, quasi fatta valorosa davanti al pericolo, tornò quella di prima e s’inoltrò con passo risoluto e celere, verso la casa di Guy Stein, dov’era conosciuta e dove fu tosto introdotta.

Quando Hulda entrò, non era ancora la mezzanotte.

Ma quello che le recò una prima sorpresa fu che le aprì una fanciulla che mai prima d’allora aveva veduto.

Una bella fanciulla, cui non mancava nel portamento e nell’abito una certa modesta signorilità.

— Che sia un’altra vittima come sono stata io? — pensò subito Hulda — e intanto chiese — Guy Stein?

— Non c’è più speranza! — disse la fanciulla che era poi Ellen e portò il fazzoletto agli occhi singhiozzando.

— Non c’è più speranza? Ma come sarebbe a dire? Che cosa è stato, che cosa è avvenuto?

— Come, non sapete signora, che Bill Oward ha ferito a morte mio fratello Guy?

— Io, no; nulla ho saputo di questo, e quando è stato, e perchè?

— Fu pochi giorni or sono e perchè Bill Oward si era permesso di chiedere la mia mano.

— E Guy Stein?

— Rifiutò che sposassi un simile mostro, come avrei rifiutato io pure direttamente, se si fosse rivolto a me.... ma non parliamone, venite signora, venite a vedere il mio povero fratello. Io vi aspettavo quasi, egli ha chiesto di voi...

— Ha chiesto?

— Sì.

— E che ha detto pure?

— Nulla.

— Nulla proprio?...

— Ha chiesto soltanto.

— E non v’è più speranza davvero?

— La coltellata nel ventre, penetrò in cavità, e malgrado le cure produsse la peritonite.

Qui la fanciulla scoppiando nuovamente in lagrime, prese per mano la signora e la condusse nella camera del moribondo.

La camera era rischiarata a mala pena dalla luce rossastra di una lampada posta in un angolo, sur un piccolo tavolino.

All’entrare di Hulda, Guy Stein dilatò orribilmente gli occhi. Quello fu l’unico segno, forse l’unico saluto, forse l’unica imprecazione.

Alla vista di Hulda, che pensieri gli vibravano nel cervello? Chi può saperlo?

Hulda s’accostò al letto, e posò una mano sulla fronte madida di Guy Stein, ma sotto quel tocco freddo egli rimase immoto, come già nell’atonia della morte.

Il vecchio Stein cieco, stava all’altra parte del letto, muto, immobile, compreso della imminente sciagura, che i suoi occhi non vedevano, ma che il suo cuore doveva sentire ugualmente.

Davanti alla pietà del quadro inaspettato, tacque in Hulda ogni pensiero di vendetta, per risorgere dopo, non meno truce.

— Io mi fermerò qui con voi — disse mite e buona a Ellen — io mi fermerò qui con voi, per assistere il povero Guy.

— Come volete signora. In questi momenti non si ricusa la pietà, anche se non giovi ormai più.

Dopo queste parole pronunciate molto sommessamente orecchio a orecchio, regnò intorno al moribondo un silenzio già di sepolcro, nel quale, a grado a grado, si cominciò a sentire il respiro sempre più affannoso e rantoloso di Stein.

Passò così, quasi un’ora, una di quelle ore che nella camera di un malato in estremo, sono eterne.

A un certo punto il cieco, brancolando su la coltre cercò e trovò la mano del figlio e la strinse.

Ellen con la testina bionda abbandonata sulla spalliera della sedia, piangeva, soffocando i sussulti.

Ella lo sapeva, la povera Ellen, che il cieco l’ascoltava intento, argomentando dai suoi singhiozzi, l’avvicinarsi minuto per minuto della fine. Che bella creatura, che anima gentile! Comprimeva in sè stessa tutto lo strazio, per alleviar quello che sentirebbe il vecchio...

Che lunga, che lunghissima ora!

Lettrice pietosa, trasportati col pensiero in quella camera, guarda, osserva, medita tutta la solennità della morte...

Guy Stein, dalla trista vita, stava ora per comparire davanti alla Giustizia, e doveva sentirlo. Egli riuscì a deludere quella degli uomini, ora, nei rantoli dell’agonia, ha il terrore di quell’altra che l’attende e alla quale non si sfugge: la giustizia di Dio!

Il cieco seguitava a stringere quella mano che sembrava insensibile, che dico? già morta nella sua. Ellen continuava a piangere con un raccoglimento quasi sublime.

In punta di piedi, entrò un uomo alto e nero. Posò il largo cappello dalle ali cascanti a piè del letto, e si tolse una gran barba nera da padre cappuccino che gittò accanto al cappello.

Si protese sul moribondo. Lo guardò fisso... fisso...

Poco prima il rantolo era cessato. Le due donne e il cieco credettero che fosse un momento di calma, la tregua... però quella che non risveglia più la speranza.

Sull’incognito stavano gli occhi di Ellen e di Hulda che s’erano alzate ponendosegli a lato.

— Dunque? — chiese Ellen perchè l’altro parlasse — Dunque?

L’incognito, che era il dottore e il fidanzato di Ellen; che per amor suo ne curava il fratello e sfidava la polizia travisandosi, perchè almeno non morisse sotto una condanna, colui che ne aveva meritate tante, l’incognito al _dunque_ di Ellen, si voltò lento, quasi solennemente...

Levò le sue mani alla fronte di lei, l’attirò a sè, come per baciarla; invece le disse a pena nell’orecchio:

— È morto.

* * *

Mentre il vecchio piangeva senza lacrime, e mentre Ellen desolata, in disparte versava le sue sul petto del dottore, che sempre dottore, la serrava con una mano al polso (era tanto delicato quel fiore nato nel fango!) Hulda — la Concetta napoletana — tutta presa dal sentimento religioso, andò di là a frugare in un armadio, dove ricordava di aver veduto un crocifisso d’argento, molti mesi prima. Sperava che ci fosse ancora. Lo trovò.

Venne con esso nella camera del morto e lo pose sul tavolo che era nell’angolo, dopo averlo accostato al letto, poi vi accese ai lati due candele.

La vicenda, il poema delle cose! Quel crocifisso d’argento era l’avanzo di un furto sacrilego, operato sotto la direzione di Guy Stein. Ora egli lo aveva accanto morto, accennante l’ultima idealità, il cielo.

Hulda si inginocchiò per pregare.

CAPITOLO XVIII.

D’un pensiero d’un accento — L’antiquario di Toledo — Cause ed effetti

Dopo tutto questo e di tutto questo a malgrado, non si creda che Hulda avesse rinunziato all’ideale che vagheggiava allora, la vendetta. Anzi, quella morte, se veramente non l’addolorava la indispettiva e inaspriva sempre più.

Il mezzo sul quale essa contava era per fatale incanto, per strana concomitanza di cose svanito; ora bisognava cercarne un altro. Le cose erano, anche indipendentemente da lui andate troppo a seconda di Evaristo perchè non la pungesse più vivo di prima il desiderio di smascherarlo e di spingerlo sulla via della rovina e del disonore.

Adesso il compito diventava tutto suo. Le bisognava agire da sola.

Passò qualche giorno in siffatti torbidi pensieri, per trovar modo a renderli più facilmente attuabili, poi quando la voce delle cospicue nozze era ormai divulgata, un mattino si pose in via, resoluta di presentarsi a Mary e narrarle tutto.

Era stata un po’ in dubbio, se prima parlare a Mary che al padre, poi pensò bene di affrontare direttamente Mary. Francis Webb diventava adesso il vero colpo di riserva, l’ultima cartuccia.

L’ultima? Ah, no! Dopo di quella ci sarebbe, come suprema corte di cassazione la polizia. Sicuro andrebbe direttamente là al magistrato a fare le sue più ampie rivelazioni. Occhio per occhio, dente per dente.

* * *

Hulda camminava frettolosa. Al disopra delle ultime e forti emozioni, si levava alta e gigante l’idea di porre in atto il suo pensiero.

All’offesa ricercata, ben si doveva quella rivincita.

Quando un poco affannata dal rapido camminare Hulda fu dinnanzi alla casa di Francis Webb, rallentò il passo come per riprendere fiato e riordinare le idee, chè in quella confusione, in quel turbinio della mente agitata dal cuore, temeva soltanto questo, di non esporre bene, di non dire tutto, almeno di non dire abbastanza.

Stava in cosifatto stato di animo, cosifatta tensione, quando udì gridare:

— Concetta! Concetta!

Un uomo si precipitò su di lei, la strinse con violenza tra le braccia, ripetendo ancora:

— Concetta! Concetta!

— Riccardo?! Riccardo! tu qui?

— Non mi vedi?

— Ma è mai possibile?! Ma sei forse venuto a cercarmi, a cercare colei che diventata indegna di te ha però avuto il coraggio e l’amore di fuggirti?

— Concetta, io sono troppo felice per non soffrire. Dammi un momento di respiro, un momento di tregua. Lasciami la consolazione desiderata da anni di guardarti... Ti guarderò in silenzio. Se in questo momento aggiungessi una parola, mi scoppierebbe il cuore...

Hulda lo strinse sotto il braccio come per sorreggerlo e domandandosi intimamente:

— Dunque, esiste proprio un destino.

— Dove abiti? Sei libera? Sei sola? Che fai? — chiese dopo qualche momento Riccardo Carassole. — Conducimi a casa tua. Puoi condurmi?

— È quello che sto facendo. Abbiamo bisogno di restare soli, di dirci tante cose, di piangere insieme... Riccardo... Riccardo mio, ma dimmi, dimmi perchè ti trovi a New-York? Sei venuto a cercarmi? Chi ti ha detto ch’ero qui?

— Ma prima di tutto, dimmi tu, perchè sei fuggita da Napoli? Perchè mi hai lasciato in quel modo e per tanti anni mi hai tenuto la morte nel cuore? Perchè?

— Lo saprai. Pensa che solo il mio abbandono, la rinuncia a diventare tua moglie, sono la prova dell’affetto che io ti portavo, dell’amore, veramente grande e rispettoso, che nutrivo per te.

Quando furono entrati in casa, Hulda disse non curando la presenza di Bess che non sapeva spiegarsi la cosa:

— Qui, sono nel mio piccolo regno... qui ci diremo con tutta la calma e con tutto l’affanno, i nostri dolori.

Sedettero, ma prima ancora di parlare, Riccardo si buttò fra le braccia di Hulda soffocandola di baci e di carezze.

— Io so già che cosa vuoi dirmi, io indovino tutti i tuoi pensieri, ma io domando una cosa soltanto.

— Parla.

— Puoi tu diventare mia e per sempre?

— Tua e per sempre? — fece Hulda seria e meravigliata. — Ma no, non è possibile. Quando avrai udita la mia storia, ti vergognerai di me, sentirai di non potermi amare. E avrai ragione, avrai ragione...

Allora darai sfogo tu pure al capriccio, all’amore che non può durare, per poi dirmi: «Non puoi diventare mia moglie, io ho bisogno di una fanciulla onesta».

— Ma no! No! Te l’ho detto prima. Io immagino già che cosa tu possa farmi conoscere, ma non è un motivo perchè Riccardo non t’ami più.

— No, no; io non mi devo illudere e non devo illudere te. La tua è una esaltazione che non può durare...

Io sì ho amato quando ne sono stata degna. Ora sono passata a traverso a tutte le vergogne... Non ti inganni questa signorilità, tutte le vergogne, sai... Se tu mi facessi tua moglie, ameresti più di me, e non è possibile. Farmi credere che il tuo amore superi il mio, è togliermi l’ultima e l’unica illusione che mi resti...

Perchè vedi, quando mi trovo con l’anima abbandonata, piango senza che nessuno mi dica una buona, una cara parola, quando sono da per me nella mia solitudine, e questa immensa città mi diventa un deserto, allora io mi conforto vedi, pensando che tutti i miei spasimi, tutti i miei dolori, mi vengono per averti amato, per averti saputo amare, con tanto silenzio, con tanto sacrificio, con tanta vergogna...

— Io vorrei che tu tacessi, ma io penso ancora, quanto ti debba essere di sollievo, l’aprire dopo sì lungo tempo l’anima tua a me.

Allora parla. Concetta, parla, ma pensa che qualunque cosa tu sia per dirmi, tu hai tutta la mia pietà, il mio perdono, e sempre sempre l’amore.

Hulda rinnovellò a sè stessa lo strazio del proprio passato narrandolo a Riccardo, e che il lettore conosce per filo e per segno. Se non che giunta agli ultimi avvenimenti e proprio al fatto di Guy Stein e di Evaristo più che raccontare fece dei rapidi accenni, tacendo non pochi particolari e tutti i nomi. Riccardo ascoltava, passando di sorpresa in sorpresa, felice di essere accanto a Concetta e insieme disgustato e commosso, per tutte le miserie che avevano attraversato il cammino della povera, della disgraziata fanciulla.

— Ed ora — domandò conchiudendo — ora sai dove andavo? Sai dove sarei andata, se non mi avesse trattenuto il tuo incontro?

— Dove?

— Indovina? — disse Hulda tutta accesa in volto e presa dal suo primo pensiero — Indovina?

— Via, parla, non tenermi in sospeso.

— Ecco; a fare una vendetta!

— Contro chi?

— Contro l’uomo che mi ha voluta sua finora, l’uomo al cui volere mi sono sempre e in tutti i modi sacrificata, e che adesso mi lascia, perchè deve sposare una ereditiera al cui padre...

— Al cui padre? — fece con uno scatto di curiosità Riccardo.

— Non voglio dirtelo. Non debbo dirtelo. Vedrai solo fra giorni ciò che accadrà. Della mia vendetta conoscerai, tutto l’odio che gli porto...

— E perchè, Concetta tutto quell’odio?

— Perchè non posso più amarlo! — gridò Hulda abbracciando Riccardo. — Vedi come sono sincera, un’altra non lo avrebbe detto, perdonami questo sfogo.

— Ed il mio amore, quello che fu il primo, non ti compenserà di questo? Non ti ho io detto che dovrai essere mia e per sempre?...

— Ascolta Riccardo, tu hai ancora una bella, una cara anima di fanciullo. Un’affezione fra me e l’uomo che oggi odio... era possibile. Noi ci conoscevamo entrambi, ma con te, farei la tua rovina, spezzerei tutto il tuo avvenire... Sono stata di tanti, di troppi... In te io prendo un angelo, in me, tu prendi, no! no! non farmelo dire... Io non mi illudo e non voglio illuderti... Lasciami Riccardo; io vado ora alla casa della fidanzata di quell’uomo e parlerò e dirò tutto e lo svergognerò e New-York domani, avrà un grande avvenimento di più... Lasciamoci...

— Io dico di no. Ti ho trovata e non ti lascierò più.

— Ma che? Tu conti di rimanere qui?

— Io conto... di dirti le mie vicende da allora che ci lasciammo.

— Chi sa poverino, quanto avrai sofferto anche tu...

— Molto, molto ho sofferto, Concetta, ma ne fui compensato, dacchè potei trovare le due persone che cercavo, e che avevo fede di trovare.

— Due persone?!

— Sì, una sei tu...

— E l’altra?

— Mio padre!

— Tuo padre?!

— Sì.

— E si trova qui?

— Per l’appunto.

— E l’hai già veduto?

— Sicuro, sono già tre giorni che stiamo insieme, dopo tanti anni di separazione, e non per sua colpa. Egli mi cercava, e gli scrissero ch’ero morto.

— E chi è tuo padre? me lo farai conoscere?

— Lo conosci già.

— Io?

— Tu, sì.

— Non è vero...

— È verissimo. Lo hai conosciuto prima di me, tu lo hai scoperto, tu lo hai rivelato...

— Ma Riccardo, suvvia, non ti capisco...

— Ti ricordi Concetta _quel quadro_?

— Quale?

— Quello che mi somigliava? Tu mi chiamasti per farmelo vedere... Fu il giorno di quel bacio che io credetti l’ultimo...

Hulda, come sopraffatta si rizzò fiera su la bella persona, portò le mani alla tempia in atto di suprema sorpresa, con i grandi occhi sbarrati, immobili, fissi in quelli del giovane.

Questi caldo d’affetto ed ammirato dalla magnificenza del gesto l’abbracciò, dicendo:

— Io ti devo mio padre, ti devo la mia fortuna, la conoscenza di me stesso, la mia risurrezione nel mondo... Io non sono Riccardo Carassale, come per tanti anni falsamente mi fecero credere, per una serie di turpi cagioni e di basse mire... Io sono invece il conte Fausto Melisardi; mio padre ricchissimo, è felice d’avermi trovato, egli non ha che una volontà: la mia...

— Ma dal notare la somiglianza di quel ritratto con te, al trovare tuo padre, corre un abisso. Che è avvenuto? Che hai fatto?...

Fausto, ora noi pure lo chiameremo così, narrò, della biondissima signorina americana compratrice dell’orologio antico, un orologio Luigi XV dei più belli; narrò del pittore più specialmente e più diffusamente e disse come per mezzo di questo, quindi dei consolati, fosse riuscita la ricerca.

Fausto Melisardi, era meno alto, meno abile, e meno imperioso di Evaristo, ma una qualità mentita in Evaristo, in lui emergeva in modo eccezionale, perchè sincera, perchè in lui connaturata: la dolcezza della parola. E insieme con la bocca parlavano gli occhi e con gli occhi tutto il volto fosse mesto, fosse pure sorridente.

Dalle sue labbra sgorgava l’anima, e Hulda la beveva con le pupille nere accese, mobilissime, Hulda se ne inebriava inconsciamente.

Così l’amore di quel momento stillava in lei il filtro, rendendo consapevole e umano, quell’altro amore, così alto che aveva prima comandata la repulsa, e l’aveva fatta gustare, come un conforto, ormai abituale, per l’anima addolorata.

— Hulda, l’amore non è bello se non fa dei miracoli... Il mondo riderebbe di noi, cioè di me, se sapesse tutto, e riderà certo perchè si viene a sapere. Io mi rido del mondo, io non conosco che te, mio amore, mia passione.

— Mi sembra di udire _quell’altro_ — non seppe trattenersi dall’osservare Hulda...

— No, questo no! Tu m’offendi nel dir così. Uguali le parole, ma diversi gli uomini...

— Perdonami...

— Infatti, egli ti abbandona; io... ti sposo.

— Fausto! Non farmi ridere via.... Io non mi permetterò mai di diventare tua moglie... Poi, adesso che ho ingaggiato battaglia, devo andare fino in fondo. Guerra! Guerra! Altro che matrimonio... per far ridere...