Il Benefattore

Part 6

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--Non faccia il profeta anche lei!--lo interruppe la baronessa Lanari, con la gentile autorità di padrona di casa che vuol impedire un eccesso.

--Dirò soltanto che il _feminismo_ e il _misoginismo_ odierni sono la naturale preparazione dal fatto previsto cinquant'anni fa da Manlio Brezzi. Tra pochi anni, tra pochi secoli... tra qualche millennio, la donna e l'uomo non avranno rapporti tra loro molto diversi da quelli che noi ora abbiamo con le nostre mandrie, coi nostri armenti. Lo donna sarà la _Magna Parens_, la covatrice artificiale, e l'uomo... Ma, forse, allora l'uomo attuale non esisterà più, trasformato in essere assai più spirituale e più perfetto.

--Ma, dottore!... dottore!

--Non parlo così io, per mio conto, cara baronessa--rispose tranquillamente il dottor Maggioli.--Ho ripetuto le precise parole di Manlio Brezzi, d'un mirabile scenziato che, nel momento in cui mi diceva ciò, era, probabilmente, anche _la Scienza_!

III. Un geloso !!!

--Anormalità! Pervertimenti!--esclamò con insolito calore il dottor Maggioli.--Che ne sappiamo?

--Ma... allora la scienza--riprese l'avvocato Rosaglia--non riuscirebbe più a raccapezzarsi...

--Peggio per essa!

--Come? Lei, uno scienziato positivo...

--Non mi aduli! Scienziati sono coloro che fanno progredire la scienza. Io, tutt'al più, merito di essere chiamato studioso. E soltanto con questa qualità ho ardito di domandare: Che ne sappiamo? Ogni individuo è un mondo a parte, un caso specialissimo. Le generalità, creda, sono metafisicherie senza costrutto, o piuttosto, costruite artificiosamente da persone per bene, non c'è dubbio!, di grande ingegno, chi vuol negarlo?, le quali però hanno fretta di riassumere, di concludere, dimenticando la gatta frettolosa che fece i gattini ciechi, secondo la sapienza dei secoli!

Anormalità! Pervertimenti! È presto detto. Io potrei anche sostenerle, e con ottime ragioni, che in certi casi, quel che più ci sembra anormale, infine, non è altro che il normale spinto al suo estremo e completo sviluppo... Ma lasciamo stare le astruserie. Niente convince meglio di un bel fatto. Lei ha recato parecchi esempi di passioni giudicate anormali. Che dirà quando io le avrò narrato il più strano caso di gelosia che, forse sia accaduto finora? Lo so, dirà:--Pervertimento di sensi! Pervertimento di coscienza!...--A che discutere? Finiremmo con fare scappar via le signore, e saremmo davvero imperdonabili.

--Questo poi no!--disse, con un bel sorriso, la baronessa Lanari.--Quando parla lei, le signore non scappano; anzi!

--Probabilmente, perchè come tutti i vecchi ho sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Infatti, un marito della specie del mio amico Bertagni--è morto da un pezzo, e posso nominarlo senza riguardi--non si trova a ogni piè sospinto.

Noi ci vedevamo soltanto al caffè, dove andavo quasi tutte le sere, per tre partite di bigliardo con lui e con altri due amici. Non ero il suo medico di famiglia. Nella giornata, c'incontravamo di rado, e scambiavamo, in fretta e in furia, un saluto. Egli aveva i suoi affari; io i miei malati... E poi, da qualche tempo in qua, volevo evitare di ritrovarmi, anche per pochi istanti, da solo a solo con lui. Non ero sicuro di non commettere la bestialità di scaraventargli a bruciapelo:

--Ma insomma, sei cieco, o... contento? Tu solo non ti accorgi?... Tu solo non badi?... Che uomo sei?...

Quella sua serenità, quella specie di sfida--immaginavo--gettata in viso alla gente con lo starsene sempre alle costole di colui che lo rendeva... ridicolo, oh, m'indignava! Poi riflettevo:--Bertagni non è uno sciocco, nè un vile; lo conosci fin da bambino. Deve soffrire immensamente e non vuol farlo capire! Lasciagli almeno il pudore della sua disgrazia! Ma una mattina, insolitamente, ecco Bertagni da me.

--La signora Lucia sta male?

--Lucia sta benissimo.

--Stai male tu dunque?

--Sì; ma la tua arte non può far niente per me.

--E... allora perchè sei venuto?

--Per sfogarmi!... E per consultarti.

Abbozzai un gesto di stupore, ma non così abilmente da poter farlo passare per sincero.

--Eh, via!... Tu sai, come tutti gli altri!... È inutile fingere... Ti ringrazio della gentile intenzione--soggiunse, vedendo che tentavo d'insistere in quella dichiarazione di ignoranza.--A me, credimi, non importa niente di quel che tutti sapete! Tre anni fa, sì, ci fu un momento--sono di carne anch'io!--che avrei fatto strage di lui, di lei, dei loro complici... A che pro? Ci eravamo sposati per amore; amavo Lucia con tenerezza paterna--ho dieci anni più di lei!--E poi!... Aveva confessato; mi s'era buttata ai piedi implorando:--Perdonami!... o ammazzami!--Sembrava una pazza.. La presi tra le braccia.. la baciai... e le perdonai!

--E l'ingrata ha ricominciato?--lo interruppi.

--Ha continuato--egli rispose con incredibile calma.--Io non le avevo chiesto l'assurdo; non volevo costringerla a mentire peggio di prima. Capivo ch'era stata trascinata da folle passione; cercando di comprimerla, di soffocarla, lei stessa ed io avremmo ottenuto l'effetto contrario. E, senza ombra di amarezza o di sarcasmo, senza atteggiamenti melodrammatici, con gran semplicità di parola e di gesto, le dissi:--Attenderò. Tutto finisce a questo mondo; finirete di amarvi anche voi due. Intanto, io sarò per te, più che un amico sincero, un complice... Oh, rassicurati! Ti voglio troppo bene da mentire fanciullescamente...

--Hai avuto questa forza d'animo?--esclamai.

--Vuoi dirmi: Sei stato così imbecille?

Sì, ne conveniva, era stato così imbecille; ma non ne era pentito. Aveva visto due felici, e provato la raffinata sensazione di chi, sapendo di aver prodotto una bella e fragile opera, ha pure la convinzione che, volendo, potrebbe sùbito distruggerla con la stessa facilità con cui l'ha prodotta... e se n'astiene unicamente per pietà di essa, non per altro. Quale di quei due era più felice? Colui che ignorava quel che era avvenuto tra moglie e marito? O la donna che si abbandonava tutta alla sua passione con l'indefinito acre piacere d'un pericolo sfidato e non potuto credere immaginario, per quanto il contegno del marito l'affidasse?

Egli non aveva saputo indovinarlo; ma si sentiva felice anche lui. Niente era mutato in casa sua e nei rapporti con quell'amico. La loro intimità anzi, da allora in poi, era divenuta più stretta, più cordiale. Quegli doveva certamente essergli grato della creduta cecità di marito; Bertagni gli era gratissimo della felicità di Lucia...

--Questo sconvolge tutti i tuoi pregiudizi sociali; te lo leggo in viso... ma non importa!--egli esclamò interrompendosi.

Sfido! Quel che avevo udito mi sembrava enorme; rovesciava ogni mia convinzione, ogni mia esperienza psicologica; e intanto colui che seguitava a farmi la incredibile rivelazione parlava con calma, come chi ragiona di cose affatto naturali per lui, pur accorgendosi che non debbano nè possano apparir tali anche agli occhi degli altri.

Finalmente, Bertagni intravede che le parole da lui pronunciate il giorno della confessione di Lucia, sono già sul punto di avverarsi:--Tutto finisce quaggiù! Finirete di amarvi anche voi!--Non aveva però mai pensato al caso che potesse essere _lui_ il primo a finire! Ed ora intuiva qualche cosa che non avrebbe saputo precisare, una lontana minaccia da quella parte; e ne era profondamente turbato.

Una mattina aveva detto alla moglie:

--Che faresti... se _lui_ non ti amasse più?

--Mi ammazzerei!

--Perchè?

--Perchè non vorrei rifarmi daccapo, con un altro; e tornar tua non saprei. Tu mi disprezzi.

--Da che cosa lo deduci?

--Dalla tua insensibilità. Ci ho pensato a lungo, spessissimo.

--T'inganni.

--Va bene. Che significa dunque questa tua domanda? Ti compiaci di spaventarmi?

--No, faccio soltanto un'ipotesi.

--Tu sai qualche cosa!--ella proruppe.

--Niente.

--Giuralo!

--Lo giuro!

Era impallidita, e le lagrime che le tremavano nella voce già le sgorgavano dagli occhi.--Mi hai fatto una gran paura!--esclamò. E lo guardava ancora incredula, ansiosa.

--E allora? domandai io, con vivissima curiosità.

--Non dev'essere lui a finire il primo, no!--

Entratagli in testa questa fissazione, il povero Bertagni non ebbe più pace.

L'amante si era stancato? C'era qualcuna che lo contendeva a Lucia?... Questa relazione però non gli costava niente... Egli era covato tra la bambagia... Ma, spesso, l'uomo si stanca della felicità posseduta senza nessuno sforzo e di cui si stima sicuro... Un'altra? Chi?... Più bella, più buona di Lucia? Oh, voleva vederla!

E cominciò a osservarlo, a spiarlo, a notare ogni mossa, ogni gesto, ogni parola dell'amante di sua moglie, per strappargli il segreto. E a un saluto, a un sorriso, a un complimento rivolto da colui a qualche signora, Bertagni vibrava di indignazione. Non erano furati a sua moglie? Capiva di esagerare: ma, da lì a poco, dovette convincersi che faceva benissimo; la esagerazione lo costringeva a spalancare gli occhi, ad aguzzare lo sguardo, a tendere l'orecchio.

E così ora soffriva lui--Lucia non sospettava affatto, e si lasciava illudere dalle apparenze!--soffriva lui tutte le torture, tutte le lacerazioni, tutti gli strappi al cuore prodotti dalla gelosia allorchè ci si rizzano davanti agli occhi misteriosità terribili, e per poco la nostra intelligenza non si smarrisce tra le tenebre della pazzia!

--Che hai?--gli domandava Lucia.

--Nulla.

--Che ha?--gli domandava anche l'_altro_.

--Nulla.

E il più profondo dolore del Bertagni era quel turbamento che involontariamente egli doveva cagionare nell'animo della moglie col silenzio, con le reticenze, con l'aspetto rannuvolato; giacchè, per quanto si sforzasse di dissimulare, non sempre riusciva.

--Sai tu qualcosa?... Puoi tu indicarmi qualche traccia? Non essere pietosamente crudele! Parla!--mi disse all'ultimo.--Te ne supplico: parla!

Non sapevo che rispondergli e lo guardavo stralunato.

E mi raccontò che il giorno avanti avea voluto ammonire _colui_, senz'averne l'aria, fingendo di ragionare intorno a un caso molto simile al suo.

--Il seduttore--gli aveva detto--è vigliacco, se tradisce senza nessuna ragione. Offende due volte la donna amata; prima, rendendola colpevole; poi, posponendola a un'altra che, forse, vale assai meno di quella. Io, marito, se avessi la disgrazia...

--Che discorsi!--lo aveva interrotto l'amico.

--Io, marito,--egli continuò--se avessi la disgrazia... (oh, non tanto pel tradimento--novantanove volte su cento, il seduttore è un amico!--quanto per l'offesa dell'abbandono...) Io marito...

--Che discorsi!--tornò ad interromperlo colui, imbarazzato.

--Io marito, che potrei essere indulgente nel primo caso, sarei proprio inesorabile nel secondo, se mai avessi la disgrazia...

--Non mi ha lasciato finire--esclamò dolorosamente--e mi ha voltato le spalle!:.. Ho fatto male? Forse, ahimè, ho accelerato la catastrofe che avrei voluto impedire!... E per ciò oggi che ho il cuore assai più oppresso, e sento un gran bisogno di sfogarmi nel seno di un amico fidato, sono venuto da te. Scusami!... Povera Lucia!

Non l'ho riveduto più, nè ho mai saputo la soluzione di questo caso, forse unico, di gelosia maritale. Io dovetti lasciare Torino alcune settimane dopo, e non vi sono più ritornato. Appresi a San Francisco che il buon Bertagni era morto di nefrite, nel '50.

IV. La redenzione dei capolavori.

--Che ne dice, dottore?--domandò la baronessa Lanari.

--Non ho capito bene--rispose il dottor Maggioli.--I giovani di oggi fanno da vecchi anche parlando. A vent'anni--ahimè, più di mezzo secolo fa--la generazione a cui appartengo urlava, gesticolava fin ragionando di cose ordinarie, metteva in ogni suo atto quella vivacità e quell'entusiasmo che poi produssero le _quarantottate_... Non rida, giovinetto mio--egli proseguì, rivolgendosi a colui che aveva parlato.--Le _quarantottate_ sono valse a qualche cosa; e, forse senza di esse... ma non entriamo nella politica. Volevo dire che non ho afferrato bene il senso delle sue parole; lei parlava troppo piano.

--Per timidezza,--lo interruppe il giovinetto.--La mia opinione avrebbe potuto sembrarle un'enormità.

--Abbia il coraggio di affermare qualunque enormità ad alta voce. È un modo come un altro di far progredire l'umanità. Lei dunque sosteneva...

--Che un giorno noi ci sbarazzeremo delle nostre gallerie d'arte, vendendole ai selvaggi del centro dell'Africa, della Nuova Zelanda, della Papuasia, agli Esquimesi, agli abitatori dei Poli, se ce ne sono. Quadri e statue serviranno loro da giocattoli, fino a che quei selvaggi non si saranno anch'essi inciviliti; se pure, da fanciulli grandi, non li sciuperanno prima, per vedere come sono fatti, precisamente come praticano i nostri fanciulli coi giocattoli di Parigi e di Norimberga.

--S'inganna, riprese il dottore sorridendo.--Così le avrebbe risposto il mio vecchio professore di fisiologia, se lei gli avesse espresso questo suo convincimento. Tra quattro o cinque secoli--egli metteva una lunga data per precauzione--i veri capolavori di pittura e di scultura non esisteranno più, cioè non staranno più chiusi nelle gallerie, ma andranno attorno pel mondo, vivi, immortali, e genereranno altri esseri, immortali al pari di loro; e formeranno, forse, il nucleo dell'umanità futura.

--Questa, sì, è un'enormità!--esclamò la baronessa.

--Lo credevo anch'io; ma ho dovuto ricredermi. E morrò col dispiacere di non poter assistere alla _Redenzione dei capolavori_, come il mio professore la chiamava.

--Ci sarà dunque pure un Cristo per le opere d'arte?

--Sì, baronessa; e sarà quella stessa divina forza che le ha create: il Pensiero!

--Vuole sbalordirci, dottore!

--Quando avrò raccontato quel che ho visto con questi occhi, lei penserà diversamente.

--Quante stranissime cose ha viste!--esclamò la baronessa con fine espressione di malizia.

--Privilegio della vecchiaia! Quel mio professore di fisiologia aveva un gran difetto; era eccessivamente modesto.

Soleva dire:--Più la scienza va avanti e più diviene ignoranza!--Modo suo speciale per indicare che ogni mistero schiarito ce ne mette sùbito innanzi parecchi altri e maggiori. La modestia di quel grand'uomo proveniva dalla sua immensa dottrina. Diceva pure:--Una verità precoce può esser utile assai meno di una menzogna opportuna.--Ed è vero. Ma se io dovessi riferire tutti i sapienti aforismi del mio vecchio professore non la finirei fino a domani.

Per arrivare al concetto della _Redenzione dei capolavori_, egli era partito dall'idea che il pensiero umano, creando un'opera d'arte, non poteva agire diversamente dal pensiero divino che agisce nella natura. Secondo lui, si trattava anzi dell'identica forza creatrice, con la sola differenza che il pensiero divino opera nella natura direttamente; indirettamente, per mezzo dell'umano organismo, nell'opera d'arte.

Io, materialista in quel tempo, sorridevo sotto il naso udendo queste metafisicherie dalla bocca di un professore che, appunto per la scienza da lui coltivata, la fisiologia, giudicavo avrebbe dovuto essere più materialista di me. Lo ascoltavo però con rispetto, perchè infine le sue metafisicherie si abbarbicavano sempre a un fatto, a parecchi fatti che gli esperimenti rendevano indiscutibili. Pensavo--È un gran poeta costui!--e ignoravo di dire una profonda verità, giacchè poeta significa: creatore o, meglio, rivelatore.

Egli stimava che le figure umane dipinte dai grandi artisti o scolpite in marmo, quando raggiungevano un alto grado di bellezza, dovevano essere certamente qualche cosa di più che semplici figure con la sola apparenza della vita. Figure voluttuose, figure severe, figure pensose, figure dai cui occhi e atteggiamenti traspariscono l'anima e la volontà, no, non potevano essere soltanto un gioco di linee e di colori, se poi provocavano sensazioni e sentimenti che sono arrivati in certi individui fino alla passione e alla pazzia. Piuttosto creature con organismi incompleti, o, meglio con organismi più raffinati, più perfetti del nostro, ma rimasti come in incubazione su la tela o nel marmo, in attesa dell'alito risvegliatore della loro vita latente.

--È una bella fantasia!--gli dissi un giorno.

--Sarà una realtà, giacchè mi costringi a rivelartelo--egli rispose.

E mi condusse in una stanza appartata del suo vasto laboratorio.

A una parete era appeso un ritratto di donna. Mi parve di riconoscerlo; avevo una confusa idea di averlo visto e ammirato non ricordavo più dove, quantunque ora--per accorta disposizione di luce, credevo--mi sembrasse assai più bello. Quell'attraentissima mezza figura cinquecentesca produceva una straordinaria illusione di rilievo, quasi di stacco, dal fondo grigio oscuro. Gli occhi avevano vividi lampi, come se nella pupilla si riflettessero le persone e gli oggetti circostanti; le labbra, un umidore, come di fiato che passasse a traverso della sottile apertura della bocca, donde s'intravedeva una fila di denti bianchissimi: la pelle una colorazione, una morbidezza, come se sotto la epidermide palpitassero, con impercettibile movimento, le vene che la rendevano fresca, rosea, quasi fosforica.

--Che capolavoro!--esclamai.

--È di Sebastiano del Piombo. Siedi là e sta a osservare.

Si sedette pure lui davanti al quadro a mezzo metro di distanza, e tese le braccia con le mani aperte, al modo che usano i magnetizzatori coi soggetti da ipnotizzare.

Oh, quel che avevo notato poco prima non era stato una illusione ottica, prodotta dai chiaroscuri e dalla luce! A poco a poco, sotto la influenza della corrente magnetica che si sprigionava dalle mani del professore, la figura dipinta si animava sempre più, s'agitava con lieve fremito, prendeva un'incredibile espressione di benessere, di piacere e, talvolta, anche di sofferenza, di smania repressa o che non riusciva a manifestarsi compiutamente. Dopo un'ora, e fino a che le braccia rimasero tese verso di essa, io potei credere che la figura di donna, immortalata su la tela dal prodigioso pennello di Sebastiano del Piombo, sentisse circolare dentro di sè un alito di vita assai diverso da quello ricevuto dalla potenza dell'arte. E quando le braccia del professore, cadendo stanche ed estenuate pel lungo sforzo fatto, interruppero la miracolosa operazione, dovetti accertarmi che qualche cosa era rimasto là, su la tela, qualche cosa di più di quel che vi avevo notato entrando, quantunque assai meno di quel che era apparso sotto i miei occhi mentre l'opera di vivificazione durava.

Sfinito, col respiro ansante, col viso livido di pallore, il professore teneva china la testa sul petto e gli occhi socchiusi. Gli presi una mano; era diaccia come quella di un cadavere. Dopo alcuni istanti, però, egli si riaveva, alzava la fronte rugosa e mi guardava tentando di sorridere.

--È mai possibile?--esclamai.

--Dubiti ancora!--mi rimproverò.--Sei dunque di coloro che preferiscono di dar torto alla testimonianza dei loro sensi, se questi contradicono un'opinione da essi stimata certezza?

Non lo nego, ero di questi! Dopo un quarto d'ora di riflessione, io credevo di essermi lasciato vincere dalla violenza suggestiva di lui; ma la sicurezza di tale convincimento veniva sùbito scossa, appena volgevo lo sguardo al ritratto. L'impressione che ne sentivo era stranissima: di cosa equivoca, non più opera d'arte e non ancora persona viva.

--Dovresti aiutarmi; sei giovane, robusto, e persona seria, di cui posso fidarmi--soggiunse il professore rizzandosi da sedere.

E mi raccontò la storia di quel ritratto d'ignota. Qualcuno di voialtri forse ricorderà lo scalpore che levarono i giornali parecchi anni addietro pel furto di un quadro della Galleria degli Uffizi. Lo aveva fatto rubare lui.

--Per tentare la prova--continuò--occorreva un capolavoro che esercitasse vivissima impressione su l'operatore; mi sembrava condizione indispensabile, ed io non potevo chiedere di averne uno a mia disposizione, senza farmi giudicare impazzito. Questo ritratto lo avevo visto più volte e n'ero rimasto profondamente scosso. Ne avevo anche ordinato una copia quattr'anni prima, ma era riuscita così male che avevo dovuto rifiutarla. Quando mi fissai nell'idea di questo esperimento, la _ignota_ di Sebastiano del Piombo mi si presentò così insistentemente davanti agli occhi, che decisi di averla qui, a ogni costo. Non ho rimorso di aver fatto commettere un furto; lo scopo scientifico assolve d'ogni peccato. Tu non andrai a denunziarmi--soggiunse.--Mi denunzierò da me stesso, quando sarà l'ora.

Ahimè, quell'ora non arrivò, perchè le cose di questo mondo sono in gran parte rette dal caso. La morte colpì all'improvviso il professore, quando il suo esperimento era appena a un terzo di strada. Due giorni avanti, io avevo potuto assistere, ancora mezzo incredulo ma stupito, alla progressiva animazione del ritratto dell'ignota; ed ero uscito dal laboratorio domandandomi:--È possibile?--e rispondendo a me stesso:--sei peggio di San Tommaso!

Infatti, avevo osato di accostare la punta delle dita a quel volto che si animava, che palpitava; e, provata la sensazione di toccare non un freddo dipinto ma carne tiepida e molle che si sollevava, come una bolla, dal fondo della tela, avevo tratto indietro la mano con rapido gesto di terrore e di ripugnanza.

Il giorno della morte del professore, dopo averlo adagiato con l'aiuto di altre persone sul lettino di ferro dove egli aveva dormito, per tanti anni, poche ore della notte--non si permetteva, da quasi mezzo secolo, più di quattr'ore di sonno--io volli rivedere il ritratto dell'ignota. Un doloroso presentimento mi agitava: che la interruzione di quella vita avesse dovuto guastare i resultati ottenuti.

Un orribile spettacolo mi fece indietreggiare.

Il capolavoro di Sebastiano del Piombo era irrimediabilmente deformato; quasi la pelle di quel florido viso femminile fosse stata ridotta una vescica sgonfiata, raggrinzita e appiccicatasi, seccando, su la tela.

V. Due scoperte.

Che cosa era accaduto durante la giornata al dottor Maggioli? Qualcosa di lieto certamente, perchè in quella sera lo vedemmo entrare in salotto così arzillo e così allegro da irradiare il suo buon umore su tutte le persone colà raccolte.

--Sentiamo il suo parere--gli disse la baronessa Lanari.--Ma già lei lo ha espresso anticipatamente con la pratica; non ha preso moglie. Il cavalier Borrelli sostiene che artisti e scienziati dovrebbero restare celibi; non si può servire a due padroni, egli afferma.

--Sarei giudice e parte nella quistione--rispose il dottor Maggioli.--Per ciò riferirò soltanto come credeva di averla risoluta un luminare della scienza tedesca.

Nessuno, meglio del chiarissimo professore Jonath von Schwächen della piccola ma celebre università di Entmannt nello Schwazabourg, nessuno ha sperimentato meglio di lui la verità di quel proverbio. E nel suo caso c'era l'aggravante, come direbbe un avvocato, che, invece di due padroni, egli doveva servire due padrone: la moglie e la scienza.

--Avrebbe potuto scegliere!--direte. Eh, no! oramai la scelta non era più possibile. Fatta la sciocchezza di prender moglie--e vi assicuro che non era stata una sciocchezza, perchè la signora Von Schwächen rappresentava quel che c'è di più grazioso, di più roseo, di più biondo e nello stesso tempo di più solido nel tipo viennese--fatta, come suol dirsi, la sciocchezza di prender moglie, il povero professore non aveva altri mezzi di mantenere la sua cara metà all'infuori di quelli che poteva apprestargli la scienza; scienza a cui aveva consacrata tutta la sua giovinezza, vivendo di patate e di birra per parecchi anni, e di castagne in alcuni mesi dell'anno, intestato di riuscire una celebrità nel ramo della neurologia, scelto non so perchè, ma certamente non a casaccio.

A trent'anni infatti, egli era già additato come una delle glorie più luminose di questa nuova branca della antica fisiologia; le sue scoperte si contavano a dozzine; e due o tre di esse avevano sconvolto da cima a fondo scienza e scienziati, aprendo larghi spiragli di verità neppur sospettati fin allora.