I tre moschettieri, vol. IV

Part 3

Chapter 33,874 wordsPublic domain

Un giorno in cui divorato da una noia mortale, senza speranze di trattative con la città, senza notizie dell'Inghilterra, il ministro era uscito col solo scopo di uscire accompagnato soltanto da Cahusac e da Houdinière lungo la spiaggia, unendo l'immensità delle sue idee colla immensità dell'Oceano, giunse, al piccolo passo del suo cavallo, sopra una collina, di dove scoprì dietro una siepe, sdraiati sull'erba, e al sicuro da un troppo gran sole, sotto l'ombra di un gruppo di alberi, sette uomini circondati da bottiglie vuote. Quattro di questi uomini erano i nostri moschettieri, intenti ad ascoltare la lettura di una lettera che uno di essi aveva ricevuta; questa lettera era così importante, che aveva fatto abbandonare sopra un sasso le carte e i dadi. Gli altri tre erano occupati a levare il tappo ad una enorme damigiana di vino di Collioure; erano i lacchè di questi signori.

Il ministro, come abbiamo detto, era di cattivo umore, e quando era in questa situazione di spirito, niente raddoppiava più il suo malo umore, quanto la allegria degli altri. D'altronde egli aveva una singolare preoccupazione, ed era quella di creder sempre che le stesse cause della sua tristezza, cagionassero la allegria degli altri. Facendo segno a Houdinière e a Cahusac di fermare, discese da cavallo, e si avvicinò a questi allegri sospetti, sperando che la sabbia avesse coperto il rumore dei suoi passi, e mercè la siepe che velava il suo cammino, poter sentire qualche parola di questa conversazione che gli sembrava tanto interessante. A dieci passi soltanto dalla siepe riconobbe la pronunzia guascona di d'Artagnan, e siccome egli sapeva già che questi uomini erano moschettieri, non dubitò più che gli altri tre fossero quelli che venivano nel campo chiamati gl'inseparabili, vale a dire Athos, Porthos ed Aramis.

Si penserà facilmente se il suo desiderio di sentire la conversazione si aumentò per questa nuova scoperta; i suoi occhi presero una strana espressione e con un passo di tigre si avanzò verso la siepe, ma non aveva ancora potuto afferrare che vaghe sillabe e senza alcun senso positivo, allorquando un grido sonoro e corto lo fece fremere, e attirò l'attenzione dei moschettieri.

— Ufficiale! gridò Grimaud.

— Voi parlate, io credo, disse Athos sollevandosi sopra un gomito e affascinando Grimaud col suo sguardo fiammeggiante.

Per questo Grimaud non aggiunse parola, e si contentò di stendere il dito indicatore verso la direzione della siepe, denunziando con questo gesto il ministro e la sua scorta.

Con un solo sbalzo i quattro moschettieri furono in piedi e salutarono con rispetto.

Il ministro sembrava esser furioso.

— Sembra che i sig. moschettieri si facciano guardare? diss'egli. Forse che gl'Inglesi vengono per terra, o sarebbe forse che i moschettieri si considerano come ufficiali superiori?

— Mio-signore, riprese Athos, poichè, in mezzo al generale spavento, egli solo aveva conservata la calma e quel sangue freddo da gran Signore, che non lo abbandonavano mai; Mio-signore, i moschettieri, quando non sono di servizio o che il loro servizio è terminato, giuocano ai dadi, bevono e sono ufficiali più che superiori pei loro lacchè.

— Dei lacchè, brontolò il ministro, dei lacchè che hanno la consegna di avvertire i loro padroni quando passa qualcuno; questi non sono lacchè, sono sentinelle!

— Sua Eccellenza vede bene, frattanto, che se non avessimo presa questa precauzione, noi saremmo stati esposti a lasciarla passare senza presentargli i nostri rispetti, e offrirgli i nostri ringraziamenti per la grazia che ci ha fatta di riunire a noi d'Artagnan, continuò Athos. D'Artagnan, voi che poco fa desideravate questa occasione di esprimere la vostra gratitudine a Sua Eccellenza, eccola giunta, approfittatene.

Queste parole furono pronunciate con quella flemma imperturbabile che distingueva Athos nelle ore di pericolo, e quella eccessiva gentilezza che in certi momenti faceva di lui un re più maestoso che i re di nascita.

D'Artagnan s'avvicinò e balbettò alcune parole di ringraziamento, che ben presto sparirono sotto il torbido sguardo del ministro.

— Non importa, signori, continuò il ministro senza sembrare menomamente sviato dalla sua prima intenzione, per l'incidente che Athos aveva sollevato; non importa, io non amo che dei semplici soldati, perchè hanno il vantaggio di servire in un corpo privilegiato, facciano tutti i gran signori, la disciplina è uguale a tutti.

Athos lasciò il ministro terminare compiutamente la sua frase, e inchinandosi in segno di assentimento, riprese a sua volta.

— La disciplina, Mio-signore, non è stata in alcun modo, io spero, dimenticata da noi. Noi non siamo di servizio e abbiamo creduto, non essendo di servizio di potere impiegare il nostro tempo come meglio ci pareva. Se siamo abbastanza fortunati perchè Vostra Eccellenza abbia qualche ordine particolare da darci, siamo pronti ad obbedire Vostra Eccellenza; Vostra Eccellenza vede, continuò Athos aggrottando il sopracciglio, perchè questa specie d'interrogazione cominciava a fargli perdere la pazienza, che per esser pronti al più piccolo segnale noi siamo usciti con le nostre armi.

E col dito mostrò al ministro i quattro fucili in fascio vicino al luogo sul quale erano le carte e i dadi.

— Che vostra Eccellenza voglia credere, che noi ci saremmo posti davanti ad essa, aggiunse d'Artagnan, se avessimo potuto supporre che ella veniva a questa parte con così piccola scorta.

Il ministro si morse i baffi, e un poco ancora le labbra.

— Sapete voi di chi avete l'aspetto, sempre insieme come in questo momento, armati come voi siete, e vegliati dai lacchè? disse il ministro, voi avete l'aria di quattro cospiratori.

— Oh! in quanto a questo, Mio signore, è vero, disse Athos, e noi cospiriamo, come l'altra mattina Vostra Eccellenza ha potuto vederlo; soltanto però contro i Roccellesi.

— Eh! signori politici, riprese il ministro aggrottando a sua volta il sopracciglio, si potrebbe forse ritrovare nei vostri cervelli il segreto di molte cose se vi si potesse leggere, come voi leggevate in quella lettera, che avete nascosta quando mi avete veduto venire.

Il rossore montò al viso di Athos; egli fece un passo verso Sua Eccellenza.

— Si direbbe, che voi ci sospettate in realtà, Mio-Signore, e che subiamo un vero interrogatorio. Se la cosa è così, che Vostra Eccellenza si degni spiegarsi, e noi sapremo almeno a qual partito appigliarci.

— E quando questo fosse un vero interrogatorio, riprese il ministro, altri più di voi lo hanno subito, signor Athos, e vi hanno risposto.

— Per questo, Mio signore, io ho detto a Vostra Eccellenza che non aveva che ad interrogarci, e che noi eravamo pronti a rispondere.

— Che cosa è quella lettera che stavate leggendo, sig. Aramis, e che avete nascosta?

— Una lettera di donna, Mio-Signore.

— Oh! capisco, disse il ministro; bisogna essere discreto per questa specie di lettere, ma però si possono mostrare ad un confessore, e voi sapete che io...

— Mio-Signore, disse Athos con una calma tanto più terribile, in quanto che sapeva di giuocare la sua testa nel fare questa risposta, Mio-Signore la lettera è di una donna, ma però non è sottoscritta nè da Marion Delorme, nè dalla sig. de Combalet, nè dalla sig. de Chaulnes.

Il ministro divenne pallido come la morte. Un lampo giallo uscì dai suoi occhi. Egli si voltò come per dare un ordine a Cahusac, e a Houdinière. Athos vide il movimento, fece un passo verso i moschetti, su i quali i suoi amici avevano già fissati gli occhi, come uomini mal disposti a lasciarsi arrestare. Il ministro era il terzo; i moschettieri, compresivi i lacchè, erano sette: giudicò che la partita, quand'anche fosse stata uguale, Athos e i suoi compagni avrebbero allora realmente cospirato; e con uno di quei rapidi cambiamenti che teneva sempre a sua disposizione, tutta la sua collera terminò in un sorriso.

— Andiamo, andiamo, diss'egli, voi siete bravi giovanotti, fieri al sole, fedeli nell'oscurità, e non vi è nessun male di farsi sorvegliare quando si sorveglia così bene gli altri. Signori, io non ho dimenticata la notte in cui mi serviste di scorta per andare al Colombaio Rosso. Se vi fosse qualche pericolo da temere nella strada che debbo percorrere, io vi pregherei accompagnarmi; ma siccome non ve ne è alcuno, restate dove siete, terminate le vostre bottiglie, la vostra partita e la vostra lettera. Addio, signori.

E rimontando sul suo cavallo che Cabusac gli aveva condotto li salutò con la mano e si allontanò.

I quattro giovani in piedi ed immobili lo seguirono cogli occhi, senza dire una sola parola fino a che fu scomparso.

Si guardarono quindi tutti in viso.

Avevan tutti la faccia costernata, poichè, ad onta dell'amichevole addio di Sua Eccellenza, essi capivano che il ministro se n'andava colla rabbia nel cuore.

Athos sorrideva con un sorriso sdegnoso.

Quando il ministro fu fuori della voce e della vista.

— Questo Grimaud ha gridato troppo tardi, interruppe Porthos, che aveva conservato una gran volontà di far cadere il suo cattivo umore sopra qualcuno. Grimaud voleva rispondere per scusarsi; Athos, alzò il dito, e Grimaud tacque.

— Avreste voi data la lettera, Aramis? disse d'Artagnan.

— Io, disse Aramis con la voce la più melodiosa, io era deciso, se egli esigeva che gli avessi consegnata la lettera, io gli presentava la lettera con una mano, e coll'altra gli trapassava la mia spada attraverso il corpo.

— Me lo aspettava bene, disse Athos; ecco perchè mi sono gettato fra voi e lui. In verità, quest'uomo è bene imprudente a parlare in tal guisa ad altri uomini. Si direbbe che non ha mai avuto che fare che con donne e con dei ragazzi.

— Mio caro Athos, disse d'Artagnan, io ammiro; ma frattanto, dopo tutto, noi eravamo dalla parte del torto.

— Come, dalla parte del torto! disse Athos. E di chi è dunque quest'aria che noi respiriamo? di chi è questo Oceano sul quale estendiamo i nostri sguardi? di chi è questa lettera della vostra amica? forse del ministro? Sull'onor mio, quest'uomo si immagina che tutto il mondo sia suo. Voi eravate là, balbettanti, stupefatti, annientati; si sarebbe detto che la Bastiglia si erigeva avanti a voi, e che quella gigantesca Medusa vi cambiava in pietra. Forse che si chiama cospirare, sentiamo, l'essere innamorato? voi siete innamorato di una donna che il ministro ha fatta imprigionare, voi volete toglierla dalle mani del ministro; questa è una partita che giocate con Sua Eccellenza. Questa lettera, è il vostro giuoco. Perchè mostrate voi il vostro giuoco al vostro avversario? che egli lo indovini, alla buona ora! noi parimente indoviniamo il suo.

— Infatti, disse d'Artagnan, ciò che voi dite è pieno di buon senso.

— In questo caso, non si parli più di ciò che è accaduto, e che Aramis riprenda la lettura della lettera di sua cugina al punto in cui è stata interrotta dal ministro.

Aramis cavò la lettera di saccoccia; i tre amici si riavvicinarono a lui, e i tre lacchè si raggrupparono di nuovo intorno alla damigiana.

— Voi non avevate lette che due righe, disse d'Artagnan; riprendete adunque la lettura dal suo principio.

— Volentieri, disse Aramis:

«Mio caro cugino, io credo bene che mi deciderò a partire per Béthune, ove mia sorella ha fatto entrare la piccola servente nel convento delle carmelitane. Questa povera giovinetta si è rassegnata, ella sa che non può vivere in altro luogo senza che sia in pericolo la salute della sua anima. Però se gli affari della nostra famiglia si accomoderanno nel modo che desideriamo, io credo che ella correrà il rischio di dannarsi, e che ritornerà vicino a coloro che la desiderano, tanto più che sa che si pensa sempre a lei. Frattanto, essa non è troppo disgraziata, tutto ciò che le resta a desiderare, è una lettera del suo pretendente. Io so bene che questa specie di derrata passa difficilmente fra le inferriate, ma oltre a tutto, come ve ne ho date pruove, mio caro cugino, io non sono molto mal destra e m'incarico della vostra commissione. Mia sorella vi ringrazia della vostra buona e continua rimembranza: per un istante ella ha avuto grandi inquietudini, ma finalmente ora si è alcun poco tranquillizzata, avendo inviato un suo commesso laggiù affinchè non accada niente di imprevisto.

«Addio, mio caro cugino: dateci le vostre notizie il più spesso che potete, vale a dire tutte le volte che credete poterlo fare con sicurezza. Vi abbraccio.

Maria Michon»

— Oh! quanto vi devo, Aramis! gridò d'Artagnan. Cara Costanza! finalmente ho avuto le sue notizie! ella vive, ella è al sicuro in un convento; ella è a Béthune; dove credete voi che sia Béthune, Athos?

— Sulle frontiere dell'Artois e della Fiandra; una volta che sia tolto l'assedio, noi potremo andare a fare un giro da quella parte.

— E non vi vorrà molto, bisogna sperarlo, disse Porthos: questa mattina pure è stata impiccata una spia, che ha dichiarato che i Roccellesi sono ridotti a mangiare il cuoio delle loro scarpe. Supponendo che, dopo aver mangiato il cuoio, mangino la suola, io non vedo più che cosa loro rimanga dopo, a meno che non si mangino gli uni gli altri.

— Poveri stupidi! disse Athos vuotando un bicchiere di eccellente vino di Bordeaux, che, senza avere in quell'epoca la riputazione che gode oggi giorno, non meritava però meno: poveri stupidi! come se la Religione Cattolica non fosse la più vera avvantaggiosa, e la più aggradevole di tutte le religioni? riprese egli dopo aver fatto sbattere la sua lingua contro il palato, però sono brava gente. Ma che diavolo fate dunque, Aramis? continuò Athos, voi richiudete questa lettera in saccoccia?

— Sì, disse d'Artagnan, Athos ha ragione, bisogna bruciarla. Ed ancora se basta, il ministro potrebbe forse avere qualche segreto per esplorare le ceneri.

— Ma che volete voi fare di questa lettera? domandò Porthos.

— Vieni qui, Grimaud, disse Athos.

Grimaud si alzò ed obbedì.

— Per punirvi di aver parlato senza permesso, amico mio, voi mangerete questo pezzo di carta, poi, per ricompensarvi del servizio che ci avete reso, beverete dopo questo bicchiere di vino. Ecco prima la lettera. Masticate con energia.

Grimaud sorrise, e tenendo gli occhi fissi sul bicchiere che Athos aveva riempito colmo, masticò la lettera e la inghiottì.

— Bravo! padron Grimaud, disse Athos, ora prendete questo. Bene. Io vi dispenso dal dire grazie.

Grimaud bevè silenziosamente il bicchiere di vino di Bordeaux, ma i suoi occhi alzati al cielo parlavano, durante il tempo che percorse in questa operazione, un linguaggio, che per esser muto, non era però meno espressivo.

— Ed ora, disse Athos, ammenocchè il ministro non abbia l'ingegnosa idea di fare aprire il ventre a Grimaud, io credo che possiamo essere presso a poco tranquilli.

In questo mentre Sua Eccellenza continuava la sua melanconica passeggiata, e mormorava sotto i suoi baffi.

— Decisamente bisogna che questi quattro diventino del mio partito.

CAPITOLO LII.

PRIMO GIORNO DI PRIGIONIA

Ritorniamo a milady, che uno sguardo gettato sulle coste di Francia ci ha fatto perdere di vista un istante.

Noi la ritroveremo nella stessa disperata posizione ove l'abbiamo lasciata, scavandosi un abisso di cupe riflessioni, innanzi alla porta del quale ella ha quasi lasciato la speranza, poichè per la prima volta ella dubita, per la prima volta ella teme.

In due occasioni la sua fortuna le aveva mancato, in due occasioni ella si vedeva scoperta e tradita, e in queste occasioni essa aveva urtato contro il suo genio fatale; che senza dubbio le era inviato dal signore per combatterla, per attaccarla. D'Artagnan l'ha vinta, essa, genio possente del male.

Egli abusò del suo amore, l'umiliò nel suo orgoglio, la deluse nella sua ambizione, ed ora, che la perde nella sua fortuna, che la colpisce nella sua libertà, che la minaccia ancora nella sua vita. Che più, egli ha alzato un canto della sua maschera, questa egida con cui ella si cuopre e che la rende così forte.

D'Artagnan ha sviato da Buckingham, che essa odia, come odia tutto ciò che ha amato, la tempesta di cui lo minacciava Richelieu nella persona della regina. D'Artagnan si è fatto passare per de Wardes, pel quale ella aveva un ardente trasporto da tigre, indomabile, come lo hanno tutte le donne di questo carattere. D'Artagnan conobbe quel fatal segreto che ha giurato che niun uomo avrebbe mai conosciuto senza morire. Finalmente, al momento in cui essa aveva ottenuto una firma in bianco da Richelieu, col mezzo della quale essa poteva vendicarsi del suo nemico, la firma in bianco le viene strappata dalle mani, ed è d'Artagnan che la tiene prigioniera, e che è sul punto di farla inviare in qualche immondo Botany-bay, in qualche Tyburn infame dell'oceano indiano.

Perchè tutto ciò le viene senza dubbio da d'Artagnan; e da chi altro potrebbero venirle tante onte ammassate sulla sua testa, se non da lui? Egli solo ha potuto trasmettere a Lord de Winter tutti questi terribili segreti, che ha scoperti gli uni dopo gli altri per una specie di fatalità. Egli conosceva suo cognato, doveva avergli scritto.

Quando odio essa distillava! là, immobile e cogli occhi ardenti e fissi, nel suo deserto appartamento, come gli scoppi dei suoi sordi ruggiti, che qualche volta le sfuggono dal fondo del suo petto, accompagnano il rumore della ondata, che sale, rumoreggia, mugisce, e viene ad infrangersi come una disperazione eterna ed imponente contro gli scogli sui quali è fabbricato questo castello, tetro ed orgoglioso! come al chiarore dei lampi che la sua collera tempestosa fa brillare nel suo spirito, ella concepisce contra la signora Bonacieux, contro Buckingham, e soprattutto contro d'Artagnan, dei magnifici progetti di vendetta perduti nel remoto! Sì, ma per vendicarsi bisogna esser libero, quando si è prigioniere bisogna sapere aprire una serratura, rompere dei chiavacci, smurare delle sbarre, scavare un pavimento; tutte imprese che possono condurre al suo scopo un uomo paziente e forte, ma davanti alle quali devono andare a vuoto le febbrili irritazioni di una donna.

D'altronde, per far tutto ciò, bisogna avere il tempo, dei mesi, degli anni, ed ella non ha che dieci o dodici giorni, per quanto le ha detto lord de Winter, suo fratello e terribile carceriere.

Eppure se essa fosse un uomo tenterebbe tutto, e forse riuscirebbe: e perchè dunque il cielo si è in tal modo sbagliato mettendo quest'anima ardente in questo corpo debole e delicato?

Fu per questo che i primi momenti della prigionia riuscirono terribili: alcune convulsioni di rabbia che essa non potè sormontare, pagarono il suo debito di femminile debolezza alla natura. Ma a poco a poco sormontò la foga della sua pazza collera, disparvero i fremiti nervosi che avevano agitato il suo corpo, e si ripiegò su se stessa come un serpente stanco che ha bisogno di riposo.

— Andiamo, andiamo, io era folle di lasciarmi in tal modo trasportare, disse ella, fissandosi sullo specchio che riflettè ai suoi occhi il suo avvampante sguardo, col quale sembrava che interrogasse se stessa. Non usiamo violenza! la violenza è una pruova di debolezza; e per primo, io non sono mai riuscita a niente con questo mezzo. Forse, se io usassi della mia forza contro delle donne, potrei avere la combinazione di ritrovarne anche più deboli di me, e per conseguenza di vincerle; ma è contro ad uomini che io mi batto; e per essi io non sono che una donna. Combattiamo adunque da donna. La mia forza è nella mia debolezza.

Allora, come per render conto a se stessa dei cambiamenti che poteva imporre alla sua fisonomia così espressiva e così immobile, essa le fece assumere successivamente tutte le espressioni, da quella della collera che corrugava i suoi lineamenti, fino a quella del più dolce, del più affettuoso e del più seducente sorriso. Quindi i suoi capelli sotto le sue sapienti mani presero quelle ondulazioni che ella credè potere aiutare le grazie del suo viso. Finalmente, contenta di se stessa, mormorò:

— Andiamo, non vi è ancora niente di perduto, io sono sempre bella.

Erano circa le otto della sera. Milady scoperse un letto, e pensò che il riposo di alcune ore rinfrescherebbe non solo la sua testa e le sue idee, ma ancora il suo colorito. Però, prima di andare in letto, le venne un idea anche migliore: essa aveva inteso parlare di cena, essendo già da un'ora in quella camera non potevano tardar molto a portarle il vitto. La prigioniera non volle perder tempo e risolse di far fin da quella prima sera alcuni tentativi per acquistare terreno, studiando i caratteri delle persone alle quali era stata confidata la sua custodia.

Un lume apparve sulla porta; questo lume annunciava il ritorno dei suoi carcerieri. Milady, che si era alzata, si rigettò prestamente sulla sua poltrona, colla testa rovesciata indietro, i suoi bei capelli snodati e sparsi, la sua gola per metà nuda sotto i suoi merletti scomposti, con una mano sul cuore e l'altra pendente.

Furono tolti i catenacci, la porta cigolò sopra i suoi cardini, alcuni passi rintronarono nella camera, e si avvicinarono.

— Ponete là questa tavola, disse una voce che la prigioniera riconobbe per quella di Felton. L'ordine fu eseguito.

— Voi porterete dei lumi e cambierete la sentinella, continuò Felton.

E questo doppio ordine che diede ai medesimi individui il sottotenente, provò a Milady che i suoi servitori erano quegli stessi uomini che erano i suoi guardiani, vale a dire soldati.

Gli ordini di Felton erano, del resto, eseguiti con una silenziosa rapidità, che dava una buona idea dello stato florido nel quale egli manteneva la disciplina.

Finalmente Felton, che non aveva ancora guardata Milady, si voltò verso di lei.

— Ah! ah! disse egli, ella dorme; sta bene, al suo svegliarsi cenerà.

E fece alcuni passi per uscire.

— Ma, mio tenente, disse un soldato meno stoico del suo capo, e che si era avvicinato a milady, questa donna non dorme.

— Come ella non dorme? disse Felton, e che fa essa allora?

— Essa è svenuta. Il suo viso è pallidissimo, ed io ho un bell'ascoltare, non sento la sua respirazione.

— Avete ragione disse, Felton dopo aver guardato milady dal posto in cui era, senza fare un passo verso di lei. Andate a prevenire lord de Winter che la sua prigioniera è svenuta, poichè non so che farle, non essendo stato preveduto il caso.

Il soldato uscì per obbedire agli ordini del suo ufficiale. Felton si assise sopra una sedia, che per caso si trovava vicina alla porta, e aspettò, senza dire una parola, senza fare un gesto. Milady possedeva quella grand'arte tanto studiata dalle donne di veder tutto coll'aiuto di uno specchio, di un riflesso, di un'ombra. Ella vide Felton che le voltava le spalle; continuò a guardarlo per dieci minuti circa, e in questi dieci minuti, l'impassibile guardiano non si voltò neppure una volta.

Essa pensò allora che lord de Winter sarebbe venuto ad aumentare, colla sua presenza, una nuova forza nel suo carceriere. Fallita la prima pruova, essa prese un altro partito, come donna che conta sulle proprie risorse; in conseguenza, alzò la testa, aprì gli occhi e sospirò debolmente.

A questo sospiro, Felton finalmente si voltò.

— Ah! eccovi risvegliata, disse egli; io non ho adunque più nulla da fare qui. Se voi avrete bisogno di qualche cosa, chiamerete.

— Oh! mio Dio! quanto ho sofferto, mormorò milady con quella voce armoniosa che, simile a quella delle incantatrici, incantava tutti quelli che voleva perdere.

E nel raddrizzarsi nel suo seggio, assunse una posizione la più graziosa e più abbandonata di quella che aveva quando era svenuta.

Felton si alzò.

— Voi sarete servita in questo modo, tre volte il giorno, signora, disse egli; la mattina a nove ore, nel giorno a un'ora, e la sera a otto ore. Se ciò non vi accomoda, potete indicare le vostre ore in vece di quelle che vi ho proposte, e su questo punto noi ci conformeremo ai vostri desiderii.

— Ma dovrò dunque sempre restare sola in questa grande e trista camera? domandò milady.