Part 6
Fu la stessa sera in cui ebbe luogo il rapimento della sig. Bonacieux. D'Artagnan fremette, ed egli si ricordò che una mezz'ora prima, la povera donna era passata vicino a lui, trasportata senza dubbio da quella stessa potenza che l'aveva fatta scomparire.
— Finalmente, continuò il ministro, siccome io non sentiva parlare di voi da qualche tempo, ho voluto sapere che cosa facevate. D'altronde voi mi dovete qualche ringraziamento: avete rimarcato voi stesso con quanti riguardi siete sempre stato trattato in tutte le circostanze?
D'Artagnan s'inchinò con rispetto.
— Ciò, continuò il ministro, proveniva non solo da un sentimento di equità naturale, ma ancora da un piano che mi era formato a vostro riguardo.
D'Artagnan era sempre più meravigliato.
— Io voleva, riprese il ministro, esporvi questo piano il giorno che riceveste il mio primo invito; ma voi non siete venuto. Fortunatamente non si è perduto niente per questo ritardo, e oggi voi lo sentirete. Sedetevi là dirimpetto a me, signor d'Artagnan; voi siete abbastanza buon gentiluomo per non dover restare in piedi.
E il ministro indicò col dito una sedia al giovane, che era così meravigliato di quanto accadeva, che per obbedire aspettò un secondo segno del suo interlocutore.
— Voi siete coraggioso, signor d'Artagnan, continuò Sua Eccellenza; voi siete prudente, ciò che vale ancora più. Io amo gli uomini di cuore e di testa, intendo gli uomini di coraggio; ma per quanto giovine, e appena entrato nel mondo voi avete dei possenti nemici. Se non state in guardia, essi vi perderanno.
— Ahimè! mio-signore, rispose il giovane, essi potranno facilmente farlo senza dubbio, poichè sono forti e bene appoggiati, nel mentre che io sono solo...
— Sì, è vero, ma quantunque siete solo, voi avete già fatto molto, e non dubito che farete ancora più... Però voi avete, credo io bisogno di essere guidato nell'avventurosa carriera che avete intrapresa, poichè, se non m'inganno, voi siete venuto a Parigi colla ambiziosa idea di far la vostra fortuna.
— Io sono nell'età delle folli speranze, Mio-signore, disse d'Artagnan.
— Non vi sono folli speranze che per gli stupidi, signore, e voi siete un uomo di spirito. Vediamo che direste voi di un grado di alfiere nelle mie guardie, e di una compagnia dopo la campagna?
— Ah! Mio-signore!...
— Voi accetterete, non è vero?
— Mio-signore... riprese d'Artagnan con aria imbarazzata.
— Come, voi rifiutate? gridò il ministro con meraviglia.
— Io sono nelle guardie di Sua Maestà, Mio-signore, e non ho ragione di essere mal contento.
— Ma mi sembra, disse Sua Eccellenza, che le mie guardie sieno pure le guardie di Sua Maestà, e che quando si serve in un corpo francese si serve il re.
— Vostra Eccellenza ha compreso male le mie parole.
— Voi volete un pretesto, non è vero? io lo capisco. Ebbene! questo pretesto lo avete. L'avanzamento, la campagna che si apre, l'occasione che vi offre, eccola ostensibile a tutti: per voi il bisogno di protezioni sicure: poichè è bene che voi sappiate, signor d'Artagnan, che ho ricevute delle gravi accuse contro di voi. Voi non consacrate esclusivamente i vostri giorni e le vostre notti al servizio del re.
D'Artagnan arrossì.
— Del resto, continuò il ministro ponendo una mano sopra un involto di carte, io ho là un registro intero che non riguarda che voi. Io so che voi siete uomo di risoluzione, e una volta che i vostri servigi venissero ben diretti, invece di condurvi al male, potrebbero esservi molto profittevoli. Allora riflettete, e decidetevi.
— La vostra bontà mi confonde, Eccellenza; una tal grandezza d'animo, mi fa piccolo come un verme della terra; ma poichè mi permettete di parlare francamente...
D'Artagnan si fermò.
— Sì, parlate.
— Ebbene, io dirò a Vostra Eccellenza che tutti i miei amici sono fra i moschettieri e le guardie del re, e che i miei nemici, per una inconcepibile fatalità, sono presso Vostra Eccellenza. Io dunque sarei mal veduto qui, e mal veduto là, se accettassi ciò che mi offre il Mio-signore.
— Avreste voi già l'orgogliosa idea, che io vi offra ciò che volete, signore? disse il ministro con un sorriso di sdegno.
— Mio-signore! Vostra Eccellenza è cento volte buona per me, e, al contrario, io penso di non avere fatto ancora abbastanza per essere degno delle sue bontà. L'assedio della Rochelle sta per aprirsi, io servirò sotto gli occhi di Vostra Eccellenza, e se avrò la fortuna di condurmi a quest'assedio in modo tale da meritare di attirarmi i suoi sguardi, ebbene! allora avrò almeno avanti di me qualche azione eroica o rumorosa per giustificare la protezione di cui ella vorrà onorarmi. Ogni cosa dev'esser fatta a suo tempo. Forse più tardi avrei il diritto di darmi, ora avrei la sembianza di vendermi.
— Vale a dire che voi rifiutate di servirmi, signore? disse il ministro con un tuono di dispetto nel quale però spiccava una certa stima.
— Rimanete dunque libero, e conservate i vostri odii e le vostre simpatie.
— Mio-signore...
— Bene, bene, disse il ministro, io non per questo me la prenderò con voi, ma voi capirete, se ho abbastanza da fare nel difendere i proprii amici, e nel ricompensarli, non si è tenuto a niente coi propri nemici. Io però voglio darvi un consiglio, mantenetevi sempre bene in guardia, signor d'Artagnan, poichè dal momento che io avrò ritirata la mia mano di sopra a voi, non darei un obolo per la vostra vita.
— Mi vi proverò, Mio-signore, rispose il Guascone con un'umile sicurezza.
— Pensateci più tardi, ed in un certo momento, se vi accadono disgrazie, disse Richelieu con una certa espressione, che sono stato io che sono venuto a cercarvi, e che ho fatto ciò che ho potuto per salvarvi da queste disgrazie.
— Qualunque cosa mi accada, disse d'Artagnan, mettendo la sua mano sul petto e inchinandosi, avrò un'eterna riconoscenza a Vostra Eccellenza di quanto fa per me in questo momento.
— Ebbene! come voi dunque lo avete detto, signor d'Artagnan, noi ci rivedremo dopo la campagna; io vi seguirò collo sguardo, perchè io pure sarò laggiù, continuò il ministro mostrando col dito a d'Artagnan una magnifica armatura ch'egli doveva indossare, e al nostro ritorno, faremo i conti.
— Ah! Mio-signore! gridò d'Artagnan, risparmiate il peso della vostra disgrazia, restate neutro se vedete che agisco da galantuomo.
— Giovinotto, disse Richelieu, se io posso dirvi anche una volta ciò che vi ho detto oggi, vi prometto di dirvelo.
Quest'ultima parola di Richelieu esprimeva un dubbio terribile, essa costernò d'Artagnan più che non lo avrebbe fatto una minaccia, poichè era un avvertimento. Il ministro cercava adunque di preservarlo da qualche disgrazia che lo minacciava? egli aprì la bocca per rispondere, ma un gesto della mano del ministro lo congedò.
D'Artagnan uscì, ma alla porta il cuore fu presso a mancargli, e poco mancò che non rientrasse. Però la figura grave e severa di Athos gli comparve. Se faceva il patto che dal ministro gli veniva proposto, Athos non gli stenderebbe più la mano, Athos lo rinegherebbe.
Fu questo timore che lo trattenne, tanto è possente l'influenza di un carattere veramente grande sopra tutto ciò che lo circonda.
D'Artagnan discese per la medesima scala per cui era salito; egli trovò davanti alla porta Athos e i quattro moschettieri che aspettavano il suo ritorno, e che cominciavano ad inquietarsi. Con una parola d'Artagnan li rassicurò, e Planchet corse a prevenire gli altri posti che era inutile il montare una più lunga guardia, attesochè il suo padrone era uscito sano e salvo dal palazzo del ministro.
Rimasti in casa di Athos, Aramis e Porthos s'informarono delle cause di questo strano appuntamento; ma d'Artagnan si contentò dir loro che il signor di Richelieu l'aveva fatto venire per proporgli di entrare nelle sue guardie col grado d'alfiere, e che egli aveva rifiutato.
— E voi avete avuto ragione! gridarono ad una sola voce Porthos ed Aramis.
Athos cadde in una profonda distrazione, e non disse niente.
Ma quando fu rimasto solo con d'Artagnan:
— Voi avete fatto ciò che dovevate fare, gli disse; ma forse avete avuto torto a fare così.
D'Artagnan mandò un sospiro, poichè questa voce corrispondeva ad una voce segreta dell'anima sua, che gli diceva che grandi sventure lo aspettavano.
L'indomani passò tutta la giornata in preparativi per la partenza.
D'Artagnan andò a fare i suoi addii col signor de Tréville. In quell'ora si credeva ancora che la separazione delle guardie e dei moschettieri, sarebbe stata momentanea, il re in quel giorno aveva seduto al Parlamento, e doveva partire l'indomani. Il signor de Tréville si contentò dunque di chiedere a d'Artagnan se aveva bisogno di lui; ma d'Artagnan rispose con una certa fierezza che egli aveva tutto ciò che gli abbisognava.
La notte riunì tutti i camerati della compagnia delle guardie del signor des Essarts, e della compagnia dei moschettieri del signor de Tréville, che avevano fatto amicizia assieme. Si lasciarono per rivedersi quando piacerebbe a Dio, e se a Dio piaceva. La notte fu dunque delle più rumorose, come bene si può credere, poichè in simili casi non si può combattere l'estrema preoccupazione che con l'estrema non curanza.
Il giorno di poi, al primo suono delle trombette, gli amici si separarono; i moschettieri corsero al palazzo del signor de Tréville, e le guardie a quello del signor des Essarts, ciascuno dei capitani condusse tosto la sua compagnia al Louvre ove il re passò la rivista.
Il re era tristo, e sembrava malato, cosa che gli toglieva il suo altero portamento. In fatti il giorno innanzi era stato colto dalla febbre, durante il Parlamento e nel mentre che amministrava la giustizia. Ciò non ostante non era meno deciso a partire pel campo nella stessa sera; ad onta delle osservazioni che gli venivano fatte, aveva voluto passare la rivista operando con questo primo colpo di vigore di vincere la malattia che già incominciava ad impadronirsi di lui.
Terminata la rivista, le guardie sole si misero in moto, i moschettieri non doveano partire che col re, cosa che permise a Porthos di andare a fare col suo superbo equipaggio un giro nella strada degli Orsi.
La procuratrice lo vide passare sul suo bel cavallo, e coll'uniforme nuovo; ella amava troppo Porthos per lasciarlo partire così, e però gli fece segno di discendere, di venire da lei. Porthos era magnifico: i suoi sproni risuonavano, la sua corazza brillava, la sua spada gli batteva seriamente sulle gambe. Questa volta gli scrivani non avevano alcuna volontà di ridere, tanto Porthos aveva l'aspetto di essere un tagliatore di orecchie.
Il moschettiere fu introdotto presso il signor Coquenard, il di cui piccolo occhio grigio brillò di collera vedendo il suo preteso cugino tutto fiammeggiante; una cosa sola però lo consolava interamente, e si era che da tutti si diceva che questa campagna sarebbe stata seria: egli sperava con tutta dolcezza nel fondo del suo cuore, che Porthos sarebbe stato ucciso.
Porthos presentò i suoi complimenti al signor e alla signora Coquenard; ella non poteva trattenere le lagrime, ma non si fece alcun cattivo pensiero sul suo dolore, si sapeva da tutti ch'ella era attaccatissima a tutti i suoi parenti, pei quali aveva sempre avuto delle dispute assai crudeli con suo marito.
Fino a che la procuratrice potè seguire con gli occhi il suo bel cugino, ella agitò un fazzoletto sporgendosi dalla finestra in modo da far credere che voleva precipitarvisi. Porthos ricevette tutti questi segni di tenerezza come uomo avvezzo a tali dimostrazioni. Soltanto nel voltare l'angolo della strada, sollevò il suo cappello, e lo agitò per l'aria in segno di addio.
Dal canto suo, Aramis scriveva una lunga lettera. A chi? nessuno ne sapeva niente. Nella camera vicina, Ketty, che doveva partire la stessa sera per Tours, aspettava questa lettera misteriosa.
Athos beveva a gran sorsi gli ultimi residui del suo vino di Spagna.
In questo mentre, d'Artagnan sfilava con la sua compagnia. Giungendo nel sobborgo S. Antonio, si voltò per guardare allegramente la Bastiglia alla quale era sfuggito fino allora. Siccome egli guardava soltanto la Bastiglia così non vide punto milady che, cavalcando un cavallo colore isabella, lo designava col dito a due uomini di molto cattivo aspetto, che si accostarono alle file per riconoscerlo. Dietro un'interrogazione che essi fecero con lo sguardo, milady rispose con un segno che era veramente lui. Quindi, certa che non poteva più accadere sbaglio sulla persona, punse il suo cavallo, e disparve.
I due uomini seguirono allora la compagnia, e alla uscita del sobborgo S. Antonio, montarono sopra due cavalli già preparati, che erano tenuti a mano da due servitori senza livrea.
CAPITOLO XLI.
L'ASSEDIO DELLA ROCHELLE
L'assedio della Rochelle fu uno dei più grandi avvenimenti del regno di Luigi XIII.
Le viste politiche del ministro, allora quando intraprese quest'assedio, erano considerevoli. Delle città importanti, date da Enrico IV agli ugonotti come piazze di sicurezza, non restava più che la Rochelle. Il ministro voleva distruggere quest'ultimo baluardo del calvinismo.
La Rochelle, che aveva presa una nuova importanza per la rovina delle altre città calviniste, era d'altronde l'ultima porta aperta agl'Inglesi nel regno di Francia, e chiudendola all'Inghilterra, nostra eterna nemica, il ministro compiva l'opera di Giovanna d'Arco, e del duca di Guise.
Così Bassompierre, che era ad un tempo protestante per convinzione, e cattolico come commendatore dell'ordine di Santo Spirito, Bassompierre che era germano di nascita, e francese di cuore, Bassompierre finalmente che aveva un comando particolare all'assedio della Rochelle, diceva, nel caricare alla testa di molti altri signori protestanti come lui:
— Voi vedrete, signori, che noi saremo abbastanza bestie per perdere la Rochelle.
E Bassompierre aveva ragione. La cannonata dell'isola Re gli presagiva le dragonate dei Cévennes; la presa dalla Rochelle era il prefazio dell'editto di Nantes.
Ma, al lato di queste viste generali del ministro livellatore e simplificatore, e che appartengono alla storia, il cronicista è obbligato di raccontare le piccole viste dell'uomo innamorato e del rivale geloso.
Richelieu, come ognun sa, era stato innamorato della regina; questo amore aveva presso di lui un semplice scopo politico? o era naturalmente una di quelle profonde passioni come ne inspirò Anna in quelli che la circondavano? Ciò non sapremo dire; ma, in ogni caso, si è visto dallo sviluppo anteriore di questa storia che Buckingham l'aveva vinta su lui, e che in due o tre circostanze, e particolarmente in quella de' puntali, egli lo aveva, mercè la devozione dei tre moschettieri, ed il coraggio di d'Artagnan, egli lo aveva crudelmente mistificato.
Si trattava dunque per Richelieu non solo di sbarazzare la Francia da un nemico, ma di vendicarsi di un rivale. Del resto la vendetta doveva essere grande e rumorosa, e degna in tutto di un uomo che tiene nella sua mano per spada di combattimento tutte le forze dì un gran regno.
Richelieu sapeva che combattendo l'Inghilterra, egli combatteva Buckingham, e che trionfando dell'Inghilterra, trionfava di Buckingham; finalmente che nell'umiliare l'Inghilterra agli occhi d'Europa, umiliava Buckingham agli occhi della regina.
Dal canto suo Buckingham, mentre metteva avanti l'onore dell'Inghilterra, era mosso da sentimenti assolutamente uguali a quelli del ministro. Buckingham pure teneva dietro ad una vendetta particolare. Buckingham non era potuto entrare sotto nessun pretesto ambasciatore in Francia, egli voleva entrarvi come conquistatore.
Ne risulta che il vero giuoco di questa partita che giuocavano questi due possenti regni pel capriccio di due uomini innamorati, era un semplice sguardo della regina Anna.
Il primo vantaggio era stato pel duca di Buckingham; giunto improvvisamente a vista dell'isola Re con novanta vascelli, e circa ventimila uomini aveva sorpreso il conte de Toiras, che comandava pel re nell'isola, e, dopo un combattimento sanguinoso, aveva operato il suo sbarco.
Il conte de Toiras, si ritirò nella cittadella S. Martino colla guarnigione, e gettò un centinaio di uomini in un piccolo forte che si chiamava il forte della Prée.
Questo avvenimento aveva sollecitato le risoluzioni del ministro; e mentre si aspettava che il re in persona andasse a prendere il comando dell'assedio della Rochelle, com'era stato risoluto, aveva fatto partire Monsieur per dirigere le prime operazioni, e aveva inviato verso il teatro della guerra tutte le truppe di cui poteva disporre.
Era in un di questi distaccamenti di avanguardia di cui faceva parte il nostro amico d'Artagnan.
Il re, come si disse, doveva seguirlo subito dopo amministrata la giustizia; terminate le sedute di giustizia il 28 di giugno, egli era stato preso dalla febbre, ciò non ostante aveva voluto partire; ma peggiorando lo stato di sua salute, aveva dovuto fermarsi a Villeroy.
Ora, dove si fermava il re, si fermavano i moschettieri, e ne resultava che d'Artagnan, ch'era puramente e semplicemente nelle guardie, si ritrovava separato, momentaneamente almeno dai suoi buoni amici Athos, Porthos ed Aramis. Questa separazione, che per lui non era che una contrarietà, sarebbe certamente divenuta una seria inquietudine, se avesse potuto indovinare da quali sconosciuti pericoli era circondato.
Arrivò però senza avventure fino al campo, stabilito davanti alla Rochelle.
Tutto era sempre nello stesso stato: il duca di Buckingham ed i suoi Inglesi, padroni sempre dell'isola Re, continuavano ad assediare, ma senza risultato, la cittadella di San Martino e il forte della Prée, e le ostilità colla Rochelle erano cominciate da due o tre giorni a cagione di un forte che il duca di Angoulème aveva fatto costruire in vicinanza della città.
Le guardie, sotto il comando del signor des Essarts, avevano il loro quartiere ai Minimi.
Ma noi lo sappiamo, d'Artagnan, preoccupato dall'ambizione d'entrare nei moschettieri, aveva raramente fatto amicizia coi suoi camerati; egli si ritrovava dunque isolato e abbandonato alle proprie riflessioni.
Le sue riflessioni non erano ridenti. Da un anno che egli era giunto a Parigi, erasi intricato in affari pubblici, ed i suoi affari particolari non avevano progredito molto nè come amore, nè come fortuna.
In amore, la sola donna che egli aveva veramente amata, era stata la signora Bonacieux, la quale era scomparsa, senza ch'egli avesse potuto scoprire che cosa era di lei avvenuto.
In fortuna, egli, meschino, si era fatto un nemico nel ministro, vale a dire in un uomo davanti al quale tremavano tutti i più grandi del regno, cominciando dal re.
Quest'uomo poteva schiacciarlo, eppure non lo aveva fatto. Per uno spirito così perspicace, quale era quello di d'Artagnan, questa indulgenza era un raggio di luce per mezzo del quale egli vedeva nell'avvenire.
Quindi si era fatto ancora un altro nemico, meno a temersi, credeva egli; ma che però sentiva per istinto che non era da disprezzarsi: questo nemico era milady.
In compenso di tutto questo, egli aveva la protezione e la benevolenza della regina; pel tempo che correva, era una causa di più di persecuzione, e la sua protezione, si sa, proteggeva molto male; ne faceva testimonianza Calais e la signora Bonacieux.
Ciò che aveva guadagnato di più chiaro in tutto questo, era il diamante di cinque o seimila lire che egli portava in dito, e questo diamante ancora, supponendo che d'Artagnan, nei suoi progetti d'ambizione, avesse voluto conservarlo per servirsene un giorno come un segnale per farsi riconoscere dalla regina, non aveva, mentre aspettava, perchè non poteva disfarsene, maggior valore di un sassolino che si calpesta coi piedi.
Noi diciamo di un sassolino che si calpesta, perchè d'Artagnan faceva queste riflessioni passeggiando solitariamente sopra un bel sentiero che conduceva dal campo ad un villaggio vicino: ora, queste riflessioni lo avevano portato più lontano di quello ch'egli avrebbe voluto, e il giorno cominciava ad abbassarsi; quando ad un ultimo raggio del sole cadente, gli parve di veder brillare dietro una siepe la canna di un moschetto.
D'Artagnan aveva l'occhio vivo e lo spirito pronto: egli capì che il moschetto non era venuto là da sè solo, e che colui che lo portava non doveva essersi nascosto dietro una siepe con intenzioni amichevoli. Risolse dunque di riguadagnare il largo, allorchè, dall'altra parte della strada, dietro una roccia, scoperse l'estremità di un secondo moschetto.
Questa era evidentemente una imboscata.
Il giovane gettò un'occhiata sul primo moschetto, vide con una certa inquietudine che si abbassava verso la sua direzione. Ma tosto che vide l'orifizio della canna immobile, si gettò a pancia a terra. Nello stesso tempo il colpo partì, ed egli intese il fischio di una palla che passava al di sopra della sua testa.
Non v'era tempo da perdere; d'Artagnan si alzò in piedi, e nello stesso momento la palla dell'altro moschetto fece saltare de' sassolini nella stessa direzione, sul sentiero ove si era gettato colla faccia per terra.
D'Artagnan non era uno di quegli uomini inutilmente coraggiosi, che cercano una morte ridicola, perchè si dica di essi che non hanno rinculato di un passo; d'altronde qui non si trattava più di coraggio, d'Artagnan era caduto in una insidia.
— Se vi è un terzo colpo; disse a se stesso, io sono un uomo morto.
E tosto fuggì a tutte gambe nella direzione del campo, colla prestezza delle genti del suo Paese, così rinomate per la loro agilità. Ma per quanto fosse stata grande l'agilità della sua corsa, il primo che aveva tirato, aveva pure avuto il tempo di ricaricare il suo moschetto, e gli tirò un colpo così aggiustato questa volta, che la palla traversò il suo cappello, e se lo vide volare a dieci passi di distanza.
Siccome d'Artagnan non aveva altro cappello, raccolse il suo mentre correva, giunse ansante e pallido al suo alloggio, si assise senza dir niente ad alcuno, e riflettè.
Questo avvenimento poteva avere tre cause.
La prima, e la più naturale, poteva essere una imboscata di quei della Rochelle, che non si sarebbero ritrovati malcontenti di uccidere una guardia di Sua Maestà, per avere un nemico di meno, e perchè questo nemico poteva avere una borsa ben piena nella sua saccoccia.
D'Artagnan prese il suo cappello, esaminò il foro della palla e scosse la testa. La palla non era del calibro che portavano i moschetti, era una palla d'archibugio; l'aggiustatezza del colpo gli avevo già dato un'idea che era stata tratta con un arme particolare; non era dunque una imboscata militare, perchè la palla non era di calibro.
Poteva però essere un ricordo del ministro. Ci risovverremo che al momento in cui, mercè il benefico raggio del sole, aveva scoperto la canna del fucile, egli si maravigliava della longanimità di Sua Eccellenza a suo riguardo.
Ma d'Artagnan scosse la testa con aria di dubbio. Per le persone che non aveva che a stendere la mano per colpire, il ministro ricorreva raramente a simili mezzi.
Poteva essere una vendetta di milady.
Questa congettura era la più ragionevole.
Egli cercò, ma inutilmente, di ricordarsi i lineamenti o il vestito degli assassini: ma si era allontanato da loro con tanta rapidità, che non aveva avuto il comodo di rimarcar niente.
— Ah! poveri amici miei, mormorò d'Artagnan, dove siete mai? Oh! quanto mi è dannosa la vostra lontananza!
D'Artagnan passò una cattivissima notte; tre o quattro volte si risvegliò con uno sbalzo figurandosi che un uomo si avvicinasse al suo letto per pugnalarlo. Però il giorno comparve senza che l'oscurità avesse portato alcun accidente.
Ma d'Artagnan pensò bene che quello che veniva differito non veniva annullato.
Egli rimase tutta la giornata nel suo alloggio, scusandosi seco stesso che non usciva perchè il tempo era cattivo.
Il giorno dopo a nove ore fu battuto al campo. Il duca di Orleans visitava i posti. Le guardie corsero alle armi, d'Artagnan prese il suo posto in mezzo ai suoi camerati.