Part 9
— Siccome allora eravamo al tempo delle guerre dei cattolici contro gli ugonotti, e che vedeva i cattolici esterminare gli ugonotti, e gli ugonotti esterminare i cattolici, il tutto in nome della religione, egli si era formata una credenza mista, cosa che gli permetteva di essere ora cattolico, ora protestante. Frattanto, egli passeggiava abitualmente colla sua carabina sulla spalla, dietro le siepi che orlano le strade, e quando vedeva venire un cattolico solo, la religione protestante la vinceva subito nel suo spirito, egli abbassava la sua carabina nella direzione del viaggiatore; quindi, allorquando egli era poco distante da lui, intavolava un dialogo che ordinariamente finiva coll'abbandono che il viaggiatore faceva della sua borsa per salvare la sua vita. Va senza dirlo, che allorquando vedeva venire un ugonotto, si sentiva prendere da un zelo cattolico così ardente, che non capiva come un quarto d'ora prima egli avesse potuto avere dei dubbi sulla nostra religione. Poichè io, signori, sono cattolico; mio padre, fedele ai suoi principii, aveva fatto mio fratello maggiore ugonotto.
— E come ha finito questo degno galantuomo? domandò d'Artagnan.
— Oh! nel modo il più disgraziato, signore; un giorno egli si è ritrovato preso in una strada stretta fra un ugonotto e un cattolico, coi quali aveva avuto che fare, e che lo riconobbero tosto: dimodochè essi si riunirono contro di lui e lo impiccarono ad un albero; quindi vennero a vantarsi di quest'azione che avevano fatta nell'osteria del primo villaggio, ove mio fratello ed io stavamo a bere.
— E che faceste voi? disse d'Artagnan.
— Noi li lasciammo dire, riprese Mousqueton, poi, siccome quando sortirono dall'osteria presero ciascuno una strada opposta, mio fratello si rimboscò sulla strada che dovea percorrere il cattolico, ed io su quella del protestante. Due ore dopo tutto era finito, noi avevamo loro fatto a ciascuno il loro affare, ammirando in ciò la providenza di nostro padre, che aveva presa la precauzione di farci allevare in religione diversa.
— Infatti, come voi dite, Mousqueton, vostro padre mi sembra essere stato un birbo molto intelligente. E voi dite dunque che nei suoi momenti perduti egli andava alla caccia di contrabbando.
— Sì, signore, fu lui che m'insegnò ad annodare un colletto, e a situare una linea di fondo. Ne risulta che, allorquando io ho veduto che il nostro impertinente oste ci nudriva con delle grossolane vivande, buone soltanto per dei carrettieri, e che non si confacevano a degli stomachi deboli come i nostri, mi sono rimesso un poco al mio antico mestiere. Passeggiando così per divertimento nei boschi, ho tesi dei colletti nei passaggi, e, mentre mi sono sdraiato sulle rive di un lago, ho gettato le lenze nell'acqua. Dimodochè ora, grazie a Dio, non manchiamo, come il signore se ne può assicurare, di pernici, di conigli, di carpii, d'anguille e di tutti gli alimenti leggieri e sani, convenienti a dei stomachi malati.
— Ma il vino? gli disse d'Artagnan; chi fornisce il vino? è forse il vostro albergatore?
— Cioè, sì e no.
— In che modo, sì e no?
— Lo fornisce è vero; ma egli non sa di avere questo onore.
— Spiegatevi, Mousqueton, la vostra conversazione è piena di cose istruttive.
— Ecco signore, ii caso ha fatto che io incontrassi nelle mie peregrinazioni uno Spagnuolo che aveva veduti molti paesi, e fra gli altri il nuovo mondo.
— Che cosa ci ha che fare il nuovo mondo con le bottiglie che sono su questo segreter e su questo comodino?
— Pazienza, signore, ciascheduna cosa verrà a suo tempo.
— È giusto, Mousqueton, io sono del vostro avviso, e ascolto.
— Questo Spagnuolo avea al suo servizio un lacchè, che lo aveva accompagnato in un suo viaggio al Messico. Questo lacchè era mio compatriota, dimodochè noi legammo amicizia tanto più rapidamente in quantochè vi era molta analogia fra i nostri caratteri. Noi amavamo entrambi particolarmente la caccia, dimodochè egli mi raccontava in che maniera nelle pianure di Pampas, gli indigeni del paese davano la caccia alle tigri ed ai torretti con dei semplici nodi scorsoi, che gettavano al collo di questi terribili animali. Sulle prime, io non voleva credere che si potesse giungere a questo grado di destrezza, di gettare a venti o trenta passi l'estremità di una corda ove si vuole, ma dopo la pruova, bisognò ben riconoscere la verità del racconto. Il mio amico situava una bottiglia a trenta passi, e a ciaschedun colpo egli prendeva il collo nel nodo scorsoio. Io mi abbandonai a questo esercizio, e siccome la natura mi ha dotato di certe facoltà, oggi io getto il laccio tanto bene quanto un uomo del mondo nuovo. Ebbene! capite voi ora? il nostro albergatore ha una cantina molto ben guernita, ma non ne lascia mai la chiave; questa cantina ha soltanto uno spiraglio, ora, da questo spiraglio, io getto il laccio, e siccome so adesso dov'è l'angolo buono, vi do la caccia. Ecco, signore, in che modo il nuovo mondo si trova in rapporto con le bottiglie che sono su questo marmo e sul secreter. Ora, volete voi gustare il nostro vino? e senza prevenzione, ci direte ciò che ne pensate.
— Grazie, amico mio, grazie; disgraziatamente ho fatto colezione in questo momento.
— Ebbene! disse Porthos, prepara la tavola, Mousqueton, e mentre noi faremo colezione, d'Artagnan ci racconterà ciò che gli è accaduto nei dieci giorni da che ci siamo lasciati.
— Volentieri disse d'Artagnan.
Nel mentre che Porthos e Mousqueton facevano colezione da convalescenti, con quella cordialità che riavvicina gli uomini nelle disgrazie, d'Artagnan raccontò in che modo Aramis ferito era stato obbligato di fermarsi a Creve-Coeur, come aveva lasciato Athos battersi in Amiens, fra le mani di quattro uomini che lo accusarono essere un falso monetario, ed in che modo, egli stesso, era stato obbligato di passare sul ventre del conte de Wardes per giungere fino in Inghilterra.
Ma là si fermò la confidenza di d'Artagnan; egli annunziò soltanto che al suo ritorno dalla Gran Brettagna aveva condotto seco quattro magnifici cavalli, dei quali uno era per lui, e un altro per ciascuno dei suoi compagni; quindi terminò annunziando a Porthos che quello che gli era destinato era già insellato nella scuderia dell'albergatore.
In questo momento entrò Planchet: egli avvisava il suo padrone che i cavalli erano sufficientemente riposati, e che sarebbe stato possibile di andare a dormire a Clermont.
Siccome d'Artagnan era quasi rassicurato su Porthos, e che gli premeva di avere le notizie degli altri due amici, stese la mano al malato, e lo prevenne che andava a mettersi in viaggio per continuare le sue ricerche. Del resto, siccome contava di ritornare per la stessa strada, se, fra sette o otto giorni, Porthos era sempre all'albergo del Gran S. Martino, lo riprenderebbe passando.
Porthos rispose che secondo tutte le probabilità, la sua stravoltura non gli avrebbe permesso di alzarsi prima di quell'epoca. D'altronde gli abbisognava di restare a Chantilly, per aspettare aria risposta dalla sua duchessa.
D'Artagnan gli augurò questa risposta pronta e buona, e dopo aver raccomandato di nuovo Porthos a Mousqueton, e pagata la sua spesa all'oste, si rimise in viaggio con Planchet, di già sbarazzato di uno dei suoi cavalli a mano.
CAPITOLO XXVI.
LA TESI D'ARAMIS
D'Artagnan non aveva detto niente a Porthos, nè della ferita, nè della procuratrice di lui; il nostro Bearnese era un giovane saggio: per quanto fosse giovane, in conseguenza aveva fatto sembiante di credere a tutto ciò che gli aveva raccontato il glorioso moschettiere, convinto che non vi poteva essere amicizia che reggesse ad un segreto scoperto, particolarmente quando questo segreto interessa l'orgoglio, poichè si ha sempre una certa superiorità morale su quelli di cui si conosce la vita; e d'Artagnan, nei suoi progetti d'intrighi futuri, deciso come egli era di farsi dei tre suoi compagni altrettanti istrumenti della sua fortuna, d'Artagnan non era dispiacente di raccogliere nelle sue mani le fila invisibili coll'aiuto delle quali contava di guidarli.
Frattanto, lungo tutta la strada una profonda tristezza gli stringeva il cuore; egli pensava a quella bella e giovane signora Bonacieux che doveva dargli il premio dal suo attaccamento. Ma affrettiamoci di dirlo, questa tristezza meno veniva nel giovane dal dispiacere della sua felicità perduta, che dal timore che provava che potesse accadere qualche disgrazia a questa povera donna. Per lui non vi era dubbio, ella era vittima di una vendetta del ministro, e, come si sa, le vendette di Sua Eccellenza erano terribili. In che modo egli aveva ritrovato mercè davanti agli occhi del ministro, era quello che ignorava egli stesso, e senza dubbio quello che gli avrebbe rivelato il sig. de Cavois, se il capitano delle guardie lo avesse ritrovato in casa.
Niente fa tanto correre il tempo ed abbrevia la strada, quanto un pensiero che assorbe in se stesso tutte le facoltà dell'organizzazione di quello che pensa. L'esistenza esterna rassomiglia allora ad un sonno di cui questo pensiero è il sogno; per mezzo della sua influenza, il tempo non ha più misura, lo spazio non ha più distanza: si parte da un luogo e si arriva in un altro, ecco tutto. Dell'intervallo percorso non rimane nulla nella nostra memoria, se non che una vaga nebbia, nella quale si presentano mille immagini confuse di alberi, di montagne e di paesaggi. Fu in preda ad una simile allucinazione che d'Artagnan percorse, col passo che volle prendere il suo cavallo, le sei od otto leghe che dividono Chantilly da Creve-Coeur, senza che, giungendo in questo villaggio, si ricordasse di alcuna delle cose che aveva incontrate sulla sua strada.
La memoria gli ritornò soltanto nel giunger là; egli scosse la testa, riconobbe la bettola ove aveva lasciato Aramis, e mettendo il suo cavallo al trotto si fermò davanti alla porta.
Questa volta non fu un oste, ma un'ostessa che lo ricevette. D'Artagnan era fisonomista; egli circondò con un colpo d'occhio la grossa figura gioiosa della padrona del luogo, sì che egli giudicò che non aveva bisogno di dissimulare con essa, e che non vi era niente da temere per parte di questa contenta fisonomia.
— Mia buona signora, le domandò d'Artagnan, potreste voi dirmi ciocchè sia avvenuto di uno dei miei amici che fummo costretti di lasciar qui, sarà una dozzina di giorni?
— Un bel giovane di ventitre a ventiquattro anni, dolce, amabile, ben fatto?
— È lui.
— Di più, ferito in una spalla?
— Precisamente.
— Ebbene! signore, egli è sempre qui.
— Ah! perdinci! mia cara signora, disse d'Artagnan mettendo piede a terra e gettando le redini del suo cavallo sulle braccia di Planchet, voi mi rendete la vita; dove è questo caro Aramis, che io lo abbracci? poichè, lo confesso, ho fretta di rivederlo!
— Perdono, signore; ma io dubito che egli non possa ricevervi in questo momento.
— E perchè? è forse con una donna?
— Dio buono! che cosa dite mai? il povero giovane! no, signore, egli non è con una donna.
— E con chi è adunque?
— Col curato di Montdidier, e col direttore del collegio d'Amiens.
— Mio Dio! gridò d'Artagnan, il povero giovane sta dunque male?
— No, signore, al contrario; ma in seguito alla sua malattia, si è ravveduto ed ha deciso di lasciare il mondo.
— È giusto, disse d'Artagnan, aveva dimenticato che egli non è moschettiere che provvisoriamente.
— Il signore insiste sempre per rivederlo?
— Più che mai.
— Ebbene! il signore, non ha che a montare la scala a destra nel cortile, salire al secondo piano e portarsi al N. 5.
D'Artagnan si slanciò nella direzione indicata, trovò una di quelle scale esterne, come in oggi ne abbiamo qualcuna nei cortili delle vecchie osterie; ma non si giungeva così facilmente vicino al futuro abbate. L'entrata della camera d'Aramis era sorvegliata, nè più nè meno dei giardini d'Armida; Bazin faceva sentinella nel corridoio, e gli barricò il passaggio con tanta maggiore intrepidezza, ove dopo molti anni di pruova, Bazin si vedeva alfine vicino, a giungere a quel resultato che aveva sempre desiderato.
Infatti, il sogno del povero Bazin era sempre stato quello di un uomo lontano dagli affari mondani, e aspettava con impazienza il momento incessantemente traveduto nell'avvenire, ove Aramis getterebbe finalmente la casacca fra le ortiche per assumere un abito più sodo. La rinnovata promessa fatta ciascun giorno dal giovane, che in questo momento non poteva venir meno, lo aveva soltanto ritenuto al servizio di un moschettiere, servizio nel quale, diceva egli, non poteva fare a meno di dannarsi l'anima sua.
Bazin era dunque al colmo della sua gioia. Secondo tutte le probabilità, questa volta il suo padrone non si disdirebbe. La riunione del dolor fisico al dolor morale, avevano prodotto l'effetto da sì lungo tempo desiderato: Aramis soffriva ad un tempo nel corpo e nello spirito, aveva finalmente fermati sulla morale i suoi occhi e i suoi pensieri, e aveva considerato come un doppio avviso del cielo il doppio accidente che gli era accaduto, vale a dire la sparizione istantanea della sua amica, e la sua ferita sulla spalla.
Si capirà facilmente che niente poteva, nella disposizione in cui si trovava, essere più disaggradevole a Bazin, quanto l'arrivo di d'Artagnan, il quale poteva gettare il suo padrone nei vortici delle idee mondane in cui era stato per sì lungo tempo trascinato. Risolse adunque di difendere coraggiosamente la porta; e siccome, tradito dalla padrona dell'albergo, egli non poteva dire che Aramis era assente, tentò di provare al nuovo arrivato, che sarebbe il colmo dell'indiscretezza il disturbare il suo padrone nella morale conferenza che aveva intavolata fin dalla mattina, e che, al dire di Bazin, non poteva esser terminata prima di sera.
Ma d'Artagnan non tenne alcun conto dell'eloquente discorso di mastro Bazin: e siccome non si curava di ingolfarsi in una polemica col cameriere del suo amico, lo allontanò semplicemente con una mano, e coll'altra girò la maniglia della porta al N. 5.
La porta s'apri, e d'Artagnan entrò nella camera.
Aramis, in soprabito nero, colla testa accomodata con una specie di berretto rotondo, era assiso davanti ad una tavola oblunga, coperta da un fascio d'enormi libri in foglio: alla sua destra era assiso il direttore del collegio, alla sua sinistra il curato di Montdidier; le tende erano per metà abbassate, e non lasciavano penetrare che una luce misteriosa. Tutti gli oggetti mondani che potevano colpire l'occhio, quando si entra nella camera di un giovane, e soprattutto quando questo giovane è moschettiere, erano scomparsi come per incanto; e per paura, senza dubbio, che la loro vista non riconducesse il padrone alle idee militari, Bazin aveva fatto man bassa sulla spada, le pistole, il cappello a piume, i galloni e i merletti di ogni genere e di ogni specie.
Al rumore che fece d'Artagnan aprendo la porta, Aramis alzò la testa e riconobbe il suo amico; ma, a grande meraviglia del giovane, la sua vista non parve produrre una grande impressione sul moschettiere, tanto il suo spirito era in quel momento lontano dalle cose guerresche.
— Buon giorno, caro d'Artagnan, disse Aramis; credete che io sono ben contento di rivedervi.
— Ed io pure, disse d'Artagnan, quantunque non ben sicuro che sia ad Aramis cui parlo.
— A lui stesso, amico a lui stesso. Ma che cosa ve ne può far dubitare...?
— Aveva paura di essermi sbagliato di camera, e a prima vista ho creduto di essere entrato nella camera di qualche ecclesiastico; quindi mi ha preso un alto spavento, trovandovi in compagnia di questi signori, quello cioè che foste gravemente malato.
I due uomini vestiti di nero lanciarono sopra d'Artagnan, di cui capirono le intenzioni, uno sguardo quasi minaccioso, ma d'Artagnan non se ne inquietò.
— V'incomodo forse caro Aramis? continuò d'Artagnan; mentre, a quanto mi pare, io sono portato a credere che voi facciate la vostra confessione.
Aramis arrossì impercettibilmente.
— Voi incomodarmi? oh! al contrario, amico caro, ve lo assicuro; ed in pruova di ciò ch'io dico, permettetemi di rallegrarmi con voi, poichè vi vedo sano e salvo.
— Ah! ritorna finalmente, pensò d'Artagnan; non vi è male!
— Perchè il signore, che è un mio amico, ha sfuggito un gran periglio, continuò Aramis, mostrando colla mano d'Artagnan ai due seduti.
— Lodate Iddio, signore, risposero, questi inchinandosi all'unisono.
— Non ho mancato di farlo, rispose il giovane restituendo loro il saluto.
— Voi giungete a proposito, d'Artagnan, disse Aramis: e voi, prendendo parte alla discussione, vorrete rischiararla coi vostri lumi. Il sig. direttore del collegio d'Amiens, il sig. curato di Montdidier ed io eravamo occupati ad argomentare sopra certe questioni di filosofia morale, il di cui interesse ci occupa da molte ore. Io sarò contentissimo se avrò un vostro parere.
— Il parere di un uomo di spada è privo di autorità, rispose d'Artagnan, che cominciava ad inquietarsi del giro che prendevano le cose, e voi potete attenervi, credetemi, alla scienza di questi signori.
I due uomini neri salutarono a loro volta.
— Al contrario, rispose Aramis, il vostro avviso sarà prezioso; ecco di che si tratta. Il sig. direttore vorrebbe che sostenessi la mia tesi filosoficamente, mentre io bramerei meglio esporla oratoriamente.
— La vostra tesi! voi dunque fate una tesi?
— Senza dubbio, rispose il direttore, per l'esame di accettazione una tesi è di tutto rigore.
— L'accettazione! gridò d'Artagnan che non capiva niente, e dove dunque vi volete fare accettare?
— Al posto vacante di professore del collegio d'Amiens. Ora, continuò Aramis prendendo sul suo seggio la stessa posizione che se fosse stato sopra una cattedra, esaminando con compiacienza la sua bella mano bianca e paffuta, come una mano di donna, ch'egli teneva quasi sempre in aria per farne discendere il sangue; ora, come vi ho detto, il signor direttore vorrebbe che la mia tesi fosse una serie di sillogismi, mentre che io bramerei che fosse oratoria. L'argomento, sebbene non nuovo, si può trattare magnificamente in ambi i modi, eccolo: _Non dantur effectus sine causa._
D'Artagnan, di cui noi conosciamo l'erudizione, non inarcò meno le sopracciglie di quello che aveva fatto alla sentenza del capitano Tréville, sul proposito del regalo che si credeva che d'Artagnan avesse ricevuto da Buckingham.
— Che è quanto dire, riprese Aramis per dargli una maggior facilità d'intendere, che non si dà effetto senza causa.
— Argomento ammirabile, fecondo delle più utili deduzioni e conseguenze! gridò il direttore.
— Ammirabile e filosofico, ripetè l'altro, ch'era circa della forza di d'Artagnan nell'intendere il latino, e aveva per massima di ripetere sempre come un eco le parole del direttore per non impegnarsi in discussioni.
In quanto a d'Artagnan, egli rimase perfettamente indifferente all'entusiamo dei due uomini in abito nero.
— Oh! ammirabile! _prorsus admirabile!_ continuò Aramis, e che esige la conoscenza di tutte le diverse sette filosofiche per prevenire e abbatterne tutte le false teorie, e che non si estende dalla prima causa, _causa causarum_, fino all'ultimo effetto. Io mi troverei però più comodo, _facilius natas_, trattandole in un discorso accademico oratorio, di quello che con una serie di scolastiche argomentazioni sillogistiche. Poichè l'arte oratoria somministra fonti per le quali l'avversario viene dolcemente condotto alla persuasiva, anche negli argomenti filosofici, _ratione et convinctione_.
— No rispose il direttore, il sillogismo circonda, allaccia, incatena l'avversario in modo che non possa più fuggire da nessuna parte, e sia costretto a cedere alla forza dell'argomentazione _velis, nolis_.
Aramis gettò un colpo d'occhio dalla parte di d'Artagnan e s'accorse che andava sbadigliando.
— Parliamo in francese, sig. direttore, il sig. d'Artagnan gusterà meglio le nostre parole, disse Aramis.
— Sì, io sono stanco... dal viaggio, disse d'Artagnan, e tutto questo latino mi sfugge.
— Siamo d'accordo, disse il direttore, un poco sconcertato nel mentre che il curato, messo in più comoda via, voltava verso d'Artagnan uno sguardo pieno di riconoscenza. Ebbene veniamo ad una decisione.
— Ebbene! sig. direttore, io tratterò la questione secondo il vostro aggradimento: _Argumentum omnidenudatum ornamento._
— Ora sta bene, e la vostra docilità mi è di felice augurio. Venghiamo ora alla seconda tesi. Voi sapete che, per entrare professore nel nostro colleggio, fa d'uopo rinunciare ad ogni relazione mondana, e sebbene non sia il nostro istituto una corporazione che leghi con voti, pure bisogna fare il sacrifizio del mondo, farlo _animo alacre_...
— Ecco appunto l'argomento che ho prescelto, e di cui sono già molto innoltrato nel lavoro; io voglio sostenere e provare che si può lasciare il mondo, e farne un sacrifizio meritorio, ancorchè dispiaccia lasciarlo.
— Disgraziato! gridò il direttore, aver dispiacere di lasciare il mondo, è lo stesso che aver dispiacere di lasciare il demonio.
— Questa è pure la mia opinione, disse il curato.
— Ma di grazia... riprese Aramis.
— _Desideras diabolum?_ disse il direttore.
— Avete rincrescimento a lasciare il diavolo? Ah! mio giovane amico, riprese il curato gemendo, non vi rincresca pel diavolo, sono io che ve ne supplico.
D'Artagnan piegava all'idiotismo; gli sembrava di essere in una casa di pazzi, e di esser vicino a divenir pazzo come quelli che vedeva.
Era però obbligato a tacersi per non sentirsi gettare in viso una sentenza latina che non avrebbe intesa.
— Ma ascoltatemi dunque, riprese Aramis con una gentilezza, dalla quale cominciava a trasparire l'impazienza. Io non dico che mi dispiace di lasciare il diavolo; no, io non pronuncierò mai questa frase: ma convenite che vi è poco merito a lasciare una cosa di cui si è compiutamente disgustati. Ho ragione d'Artagnan?
— Io lo credo bene, perdinci! gridò questi.
— Ecco dunque il mio modo d'argomentare ed il mio punto di partenza; è un sillogismo: il mondo non manca di attrattive, ma il volgere le spalle alle attrattive è un sacrificio: dunque io faccio un sacrificio.
— È vero, dissero gli antagonisti.
— Nella vostra argomentazione però, riprese il direttore guardatevi bene dai gusti profani, _severus sit sermo tuus_.
— Sì, che il discorso sia chiaro, disse il curato...
— Altrimenti, si affrettò d'interrompere il direttore vedendo il suo compagno andar giù di strada, la vostra dissertazione piacerà soltanto alle signore, ed ecco tutto; essa avrà lo incontro di una dissertazione del sig. Patru.
— Piacesse a Dio! gridò con entusiasmo Aramis.
— Lo vedete! gridò il direttore battendo il pugno sulla tavola, il mondo parla ancora in voi ad alta voce, _altissima voce_. Voi amate ancora il mondo...
— Tranquillizzatevi, signor direttore, io rispondo di me.
— Presunzione mondana!
— Io conosco me stesso; la mia risoluzione è irrevocabile.
— E voi vi ostinate a voler continuare questa tesi?
— Io mi sento chiamato a trattar questa e non altra, io la terminerò quest'oggi e domani, spero, sarete soddisfatto delle correzioni che vi avrò fatte, dietro i vostri consigli.
— Lavorate lentamente, disse il curato, noi vi lasciamo in ottime disposizioni.
— Sì, il terreno è ben seminato, voglia il cielo che non abbiamo a dire _aves comederunt illum._
— Addio, mio figlio, disse il curato, a domani.
— A domani, giovine temerario, disse il direttore; voi promettete di divenire un luminare del nostro collegio; voglia il cielo che la luce non sia quella di un fuoco divoratore.
I due uomini neri salutarono e partirono.
Aramis li accompagnò fino in fondo alla scala, e rimondò tosto presso di d'Artagnan.
D'Artagnan, la cui pazienza era arrivata al suo estremo, quando vide rientrare l'amico fece una profonda inspirazione ed espirazione per dilatarsi il petto, che fino a quel momento gli sembrava averlo oppresso da un pesante macigno.