Part 10
Rimasti soli i due amici, da prima conservarono un silenzio imbarazzante; pure abbisognava che uno dei due rompesse il silenzio pel primo, e siccome d'Artagnan sembrava deciso di lasciare questo onore al suo amico:
— Voi lo vedete, disse Aramis, io sono ritornato alle mie idee fondamentali: questi piani di ritiro dalle armi, per tornarmi a dedicare agli studi serii, sono già stabiliti da lungo tempo, e voi me ne avete udito a parlare più volte; non è vero amico mio?
— Senza dubbio; ma vi confesso che ho sempre creduto che voi scherzaste.
— Con simil sorta di cose? oh! d'Artagnan!
— Diamine! non scherziamo noi colla morte?
— E si ha torto, d'Artagnan, poichè la morte è la porta che ci conduce alla salvezza o alla perdizione.
— Siamo d'accordo. Ma se vi piace, non filosofichiamo: voi ne dovete avere abbastanza per quest'oggi: in quanto a me ho per fino dimenticato quel poco di latino che non ho mai saputo; poichè, ve lo confesso, non ho mangiato niente da questa mattina a dieci ore, ed ho una fame diabolica.
— Noi pranzeremo or ora, caro amico; soltanto, dovete ricordarvi che oggi è venerdì; ora, non essendo io più militare, non posso nè mangiare nè veder mangiar carne; se volete contentarvi del mio pranzo, esso si compone di tetragoni cotti e di frutta.
— Che cosa intendete voi per tetragoni? domandò d'Artagnan con inquietudine.
— Intendo spinaci, riprese Aramis; ma per voi vi aggiungerò delle uova, e questa è già una grave infrazione alla regola; a tutto rigore le uova sono il prodotto della carne, poichè si cangiano in polli.
— Questo festino non sarà molto succolento, ma non importa; per restare in vostra compagnia, lo subirò.
— Io vi sono riconoscente del sacrifizio, disse Aramis; ma se non profitta al vostro corpo, profitterà certamente alla vostra anima.
— Pare dunque deciso che vogliate entrare in qualche corporazione religiosa.
— Io non entro in alcuna corporazione religiosa, rientro in collegio diretto da persone morali e religiose, vi rientro di mia volontà, e di mia volontà mi attengo ai principii della vita morale e religiosa.
— Che diranno mai i vostri amici? che dirà il sig. de Tréville? Vi prevengo che essi vi riterranno per un disertore.
— Voi sapete che io assunsi la casacca da moschettiere per violenza, e che era moschettiere provvisoriamente.
— Io non so niente.
— Come voi non sapete in qual modo lasciai il collegio?
— Affatto.
— Ecco la mia storia: «Io era in colleggio dall'età dì nove anni ed aveva ventun'anno; mancavano tre giorni e la mia carriera era irrevocabilmente decisa.
«Un giorno che io mi portava, siccome alcune volte accadeva, in una casa in cui era ricevuto con molta distinzione, un ufficiale, che per quanto mi sembrava, mi vedeva con occhio geloso leggere la Bibbia alla padrona di casa, entrò ad un tratto senza essere annunziato. Precisamente quella volta io aveva tradotto il capitolo di Giuditta e terminava di comunicarne la spiegazione alla signora che mi usava ogni specie di riguardi, e in quel momento prestava tutta la sua attenzione col più profondo silenzio alle mie parole, le quali, per la novità dei miei versi che ascoltava, dovevano risvegliare in lei molto interesse. Pare che questo trattenimento non andasse molto a genio all'ufficiale: egli non disse niente, io lo confesso, ma quando uscii, uscì dietro di me e mi raggiunse.
« — Signore, disse egli, voi siete amante delle bastonate?
« — Io non posso dirlo, signore, risposi, non avendo mai osato nessuno di darmene.
« — Ebbene, ascoltatemi, signore; se voi ritornate nella casa ove vi ho incontrato adesso, l'oserò io.
«Credo che ebbi paura; divenni molto pallido, sentii le mie gambe piegarsi sotto, cercai una risposta che non trovai, e mi tacqui.
«L'ufficiale aspettava questa risposta, e vedendo che essa tardava si mise a ridere, mi voltò le spalle, e rientrò in casa.
«Io rientrai nel mio collegio.
«Io son un buon gentiluomo ed ho il sangue vivo, come avete potuto rimarcarlo, mio caro d'Artagnan. L'insulto era terribile, e quantunque rimanesse sconosciuto al mondo, lo sentii vivere ed agitarsi nel fondo del mio cuore. Dichiarai ai miei superiori che non mi sentiva ancora abbastanza preparato per decidermi sulla scelta del mio stato, e dietro una mia domanda si differì la decisione ad un anno.
«Andai a cercare il miglior maestro di spada che fosse in Parigi. Combinai con lui per prendere una lezione di scherma ogni giorno, ed ogni giorno, per un anno, presi questa lezione. Quindi il giorno anniversario di quello in cui era stato insultato, attaccai la mia consueta veste ad un chiodo, mi misi in abito completo da cavaliere, e mi portai ad un ballo che dava una dama mia amica, ove sapeva che doveva trovarvisi il mio uomo. Era nella strada dei Franchi-Borghesi vicino alla Force.
«Infatti, il mio ufficiale vi era; io mi avvicinai a lui, e siccome cantava un lagno d'amore, guardando teneramente una donna, lo interruppi a bel mezzo della seconda strofa.
« — Signore, gli dissi, vi dispiace sempre che io ritorni in certa casa della strada Pagana, e mi darete voi sempre dei colpi di canna se mi prende la fantasia di disobbedirvi?
«L'ufficiale mi guardò con meraviglia, quindi mi disse:
« — Che cosa volete voi da me, signore? io non vi conosco.
« — Io sono, risposi, colui che legge la Bibbia e che traduce in versi il capitolo di Giuditta.
« — Ah! ah! me ne ricordo, disse l'ufficiale sorridendo, e che volete da me?
« — Vorrei che aveste la compiacenza di venire a fare un giro di passeggiata meco.
« — Dommattina, se non vi rincresce, e ciò sarà col mio più gran piacere.
« — Non già dommattina se vi aggrada, ma sul momento.
« — Se lo esigete assolutamente...
« — Sì, lo esigo.
« — Allora usciamo; signore, disse l'ufficiale; quindi voltandosi alle signore della società: non vi disturbate; vi chiedo soltanto il tempo di uccidere questo giovane, e ritorno subito a terminare la mia seconda strofa.
«Noi sortimmo.
«Lo condussi in via Pagana, nel luogo precisamente ove un anno avanti e nella stessa ora egli mi aveva fatto il complimento che vi ho riferito. Faceva un superbo chiaro di luna. Mettemmo mano alla spada, e al primo colpo io lo uccisi freddo.
— Diavolo! disse d'Artagnan.
— Ora, continuò Aramis, siccome le signore non videro più ritornare il cantore, che fu trovato in via Pagana con un gran colpo di spada che gli attraversava il petto, si pensò che era stato io che lo aveva in tal modo accomodato, e la cosa produsse uno scandalo. Io dunque fui per qualche tempo costretto di rinunciare alla mia carriera che voleva intraprendere. Athos, di cui feci la conoscenza in quell'epoca, e Porthos che mi aveva, oltre le mie lezioni di scherma, imparato qualche botta vigorosa, mi decisero a domandare una casacca di moschettiere. Il re che aveva molto amato mio padre, rimasto ucciso all'assedio d'Arras, mi accordò questa casacca. Voi capirete adunque che oggi è venuto il momento per me di riprendere il mio pristino stato, dopo la vita che ho condotta non entrerò negli ordini, ma condurrò una vita analoga, e sarò fatto professore di filosofia morale in qualche colleggio.
— E perchè oggi e non ieri, e perchè oggi e non domani? che cosa dunque vi è accaduta oggi che vi consigli una simile idea?
— Questa ferita, mio caro d'Artagnan, mi è stato un avviso del cielo.
— Questa ferita! bah! ella è quasi guarita, ed io sono sicuro che oggi non è quella la causa che vi fa soffrire di più.
— E quale è dunque? domandò Aramis arrossendo.
— Voi ne avete una nel cuore, Aramis, una più viva e più sanguinosa, una ferita fatta da una donna.
L'occhio d'Aramis sfavillò suo malgrado.
— Ah! disse egli, dissimulando la sua emozione sotto una finta negligenza, non mi parlate di queste cose. Io pensare a queste cose! io avere dei dispiaceri per amore! _vanitas vanitatum!_ Avrei io forse, a vostro parere, dato di volta al cervello? e perchè? per qualche crestaia, per qualche figlia di un dottore, alla quale avrei fatta la corte in una guernigione? bah!
— Perdono mio caro Aramis, io credeva che voi portaste le vostre mire più in alto.
— Più in alto? e chi sono io per avere tanta ambizione? un povero moschettiere, molto gonzo e molto oscuro, che odia il suo servizio, e si trova grandemente spostato nel bel mondo.
— Aramis! Aramis! gridò d'Artagnan guardando il suo viso con aria di dubbio.
— Polvere, continuò Aramis, io rientro nella polvere. La vita è piena di umiliazioni e di dolori, continuò egli imbruttendosi, tutti i fili che riattaccano la felicità si rompono volta per volta nella mano dell'uomo, particolarmente il filo dell'oro. Oh! mio caro d'Artagnan, riprese Aramis dando una leggera tinta d'amarezza, credetemi, nascondete bene le vostre piaghe, quando ne avrete: il silenzio è l'ultima delle gioie dei disgraziati; guardatevi di mettere chicchessia sulla traccia dei vostri dolori; i curiosi succhiano le nostre lagrime, come le mosche succhiano il sangue del daino ferito.
— Ah! mio caro Aramis, disse d'Artagnan mandando un profondo sospiro, quella che voi dite è la mia storia.
— In che modo?
— Sì, una donna che io amava, che io adorava, mi è stata rapita dalla forza. Io non so ove ella sia, ove l'abbiano condotta, ella forse è prigioniera, ella forse è morta.
— Ma voi avete almeno la consolazione di dire che ella non vi ha abbandonato volontariamente: che se voi non avete le sue notizie, è perchè le è stata tolta ogni comunicazione con voi, nel mentre che....
— Nel mentre che?
— Niente rispose Aramis, niente.
— Così voi rinunziate per sempre al mondo; è un partito preso, una risoluzione stabilita.
— Per sempre. Voi oggi siete mio amico, domani non sarete più per me che un'ombra, anzi non esisterete più. In quanto al mondo egli per me è un sepolcro, niente altro.
— Diavolo! è ben tristo ciò che voi dite.
— Che volete! è la mia vocazione che mi rapisce, è dessa che mi trasporta.
D'Artagnan sorrise e non rispose. Aramis continuò:
— Eppure mentre appartengo ancora a questa terra, avrei desiderato parlare di voi e dei nostri amici.
— Ed io, disse d'Artagnan, avrei voluto parlarvi di voi stesso, ma vi vedo così staccato da tutto: con gli amori avete fatto fine, gli amici sono ombre, il mondo è un sepolcro.
— Eh! voi lo vedete da voi stesso, disse Aramis con un sospiro.
— Non ne parliamo dunque più, disse d'Artagnan, e bruciamo questa lettera, che, senza dubbio, vi annunzierebbe qualche nuova infedeltà della vostra crestaia, o della figlia del vostro dottore.
— Qual lettera? gridò vivamente Aramis.
— Una lettera che era stata diretta a casa vostra nella vostra assenza, e che mi fu consegnata per rimettervela.
— Ma di chi è questa lettera?
— Ah! di qualche cameriera, di qualche crestaia in disperazione: forse della cameriera della sig. de Chevreuse, che sarà stata obbligata di ritornare a Tours colla sua padrona, e che per farsi sentimentale, avrà presa una carta profumata e avrà sigillata la sua lettera con la corona della duchessa.
— Che dite voi dunque?
— Osservate... l'avrei io perduta!... disse d'improvviso il giovane; fingendo di cercare. Fortunatamente che il mondo è un sepolcro, che gli uomini, e per conseguenza anche le donne, sono ombre, che l'amore è un sentimento cui avete dato fine.
— Ah! d'Artagnan! gridò Aramis, tu mi fai morire.
— Eccola finalmente, disse d'Artagnan.
E cavò la lettera di saccoccia.
Aramis fece uno sbalzo, afferrò la lettera, la lesse o per dir meglio la divorò, il suo viso divenne raggiante.
— Sembra che la cameriera abbia un bello stile, disse con non curanza il messaggero.
— Grazie, d'Artagnan, grazie, gridò Aramis quasi in delirio. Ella è stata sforzata di ritornare a Tours; ella non mi è infedele, ella mi ama sempre. Vieni amico, vieni che io ti abbracci: la felicità mi soffoca!
E i due amici si misero a ballare intorno all'ammasso dei venerabili autori di filosofia di cui era coperta la tavola, calpestando bravamente i fogli della tesi, che erano caduti sul pavimento. In questo momento entrò Bazin cogli spinaci e la frittata.
— Fuggi disgraziato! gridò Aramis gettandogli in viso il suo berretto, ritorna donde ne vieni, riporta questi orribili legumi, e questa spaventosa frittata! Domanda una lepre picchettata, un cappone grasso, un pasticcio e quattro bottiglie di vecchia borgogna.
Bazin che guardava il suo padrone senza capir niente di questo cambiamento, lasciò malinconicamente scivolare la frittata sugli spinaci, e gli spinaci sul pavimento.
— Ecco il momento di consacrare la vostra esistenza al re di Francia, disse d'Artagnan, se avete interesse di fargli una gentilezza: _non inutile desiderium in oblatione._
— Andate al diavolo col vostro latino! mio caro d'Artagnan, beviamo, perdinci! beviamo, e raccontatemi ciò che si fa laggiù.
CAPITOLO XXVII.
LA MOGLIE DI ATHOS
— Ora mi resta a sapere le notizie d'Athos, disse d'Artagnan dopo che ebbe messo Aramis al corrente di quanto era accaduto nella capitale dalla loro partenza, e dopo che un eccellente pranzo ebbe fatto dimenticare all'uno la sua tesi, all'altro la stanchezza.
— Credete voi dunque che gli sia accaduta qualche disgrazia? domandò Aramis. Athos è così freddo, così bravo, maneggia tanto bene la spada.
— Sì, senza dubbio: e nessuno conosce meglio di me il coraggio e l'astuzia di Athos; ma io desiderava piuttosto sentire intorno a lui il rumore delle spade e delle lance, che dei bastoni. Dubito che Athos non sia stato strigliato dalla canaglia di servitorame. I servitori sono gente che batte forte e non finisce presto. Ecco perchè, ve lo confesso, vorrei ripartire il più presto possibile.
— Vorrei potervi accompagnare, ma sono ancora molto debole... e voi quando partirete?
— Domani alla punta del giorno, riposatevi in questa notte il meglio che vi sarà permesso, e domani, se lo potrete, partiremo assieme.
— Addio dunque a domani, poichè per quanto siate di ferro, dovete aver bisogno di riposo.
La mattina dipoi, quando d'Artagnan ritornò in camera di Aramis, lo ritrovò che stava guardando fuori della finestra.
— Che cosa guardate? domandò d'Artagnan.
— In fede mia, ammiro questi tre magnifici cavalli che lo stalliere tiene per le redini. È un piacere da principe il viaggiare con simili cavalcature.
— Ebbene, mio caro Aramis, voi proverete questo piacere, perchè uno di quei tre cavalli è vostro.
— Ah! ah! e quale?
— Quello dei tre che voi vorrete, io non ho preferenza.
— E la ricca gualdrappa che lo ricopre è pur mia?
— Senza dubbio.
— Ma voi volete ridere, d'Artagnan?
— Io non rido più dal momento che voi non parlate più latino.
— Sono per me quei fondi, le pistole dorate, la gualdrappa di velluto, quella sella colle borchie d'argento?
— Per voi stesso come quel cavallo che scalpita è per me, e quell'altro che fa salti, è per Athos.
— Per bacco! questi sono tre superbi animali.
— Sono contentissimo che sieno di vostro gusto.
— È dunque il re che vi ha fatto questo regalo?
— Per cosa certa non è stato il ministro; ma non v'inquietate sulla provvenienza, e pensate soltanto che uno dei tre è vostro.
— Io prendo quello che è là.
— A meraviglia!
— Viva Dio! gridò Aramis, ecco ciò che mi fa passare il resto del mio dolore; vi monterei sopra con trenta palle in corpo. Ah! sull'anima mia, le belle redini, le belle staffe! Olà! Bazin, venite qui, e sull'istante.
Bazin comparve tetro e melanconico sul limitare della porta.
— Forbite la mia spada, raddrizzate il mio cappello, spazzolate il mio mantello, e caricate le mie pistole! disse Aramis.
— Quest'ultima raccomandazione è inutile interruppe d'Artagnan, nei fondini della sella vi è già un paio di pistole cariche.
Bazin sospirò.
— Andiamo, maestro Bazin, tranquillizzatevi disse d'Artagnan, in tutti gli stati si può guadagnare l'eterna salvezza.
Così dicendo i due amici discesero le scale seguiti dai lacchè.
— Tienmi la staffa, Bazin disse Aramis.
E si slanciò in sella colla sua grazia e la sua leggerezza ordinaria; ma, dopo qualche volata e qualche corvettata del nobile animale, il suo cavaliere risentì dei dolori talmente insopportabili, che impallidì e vacillò. D'Artagnan che aveva preveduto quest'accidente, non lo aveva perduto di vista un momento, per cui si slanciò verso di lui, lo ritenne fra le sue braccia, e lo ricondusse nella sua camera.
— Sta bene, mio caro Aramis; curatevi, diss'egli, io anderò solo a ricercare Athos.
— Voi siete un uomo di bronzo, gli disse Aramis.
— No, io ho fortuna; ecco tutto; ma come vivrete voi aspettandomi? Non più cattedra, non più colleggio, non più tesi!
Aramis sorrise.
— Farò invece dei versi.
— Sì, dei versi profumati coll'odore del biglietto della cameriera della duchessa di Chevreuse. Insegnate dunque la prosodia a Bazin, ciò lo consolerà; quanto al cavallo, montatelo un poco tutti i giorni, e ciò vi farà riprendere l'abitudine alle manovre.
— Ah! in quanto a questo siate tranquillo, disse Aramis, voi mi ritroverete pronto a seguirvi.
Si dissero addio, e dieci minuti dopo, avendo prima raccomandato il suo amico a Bazin e all'ostessa, d'Artagnan trottava nella direzione d'Amiens.
Come, mai andare in traccia di Athos, e poi come ritrovarlo?
La posizione, nella quale l'aveva lasciato d'Artagnan, era critica, e forse aveva ancora potuto soccombere. Quest'idea oscurò la fronte di d'Artagnan e gli fece formulare sotto voce qualche giuramento di vendetta. Dei suoi amici, Athos era il più attempato, e in apparenza sembrava quello che meno si accostasse ai suoi gusti ed alle sue simpatie. Però egli portava a questo gentiluomo una preferenza notevole. L'aria nobile ed il portamento distinto di Athos, i suoi lampi di grandezza che brillavano di tratto in tratto fra l'ombre entro cui si riteneva volontariamente racchiuso, quella inalterabile uguaglianza d'umore che ne formava il più comodo compagno della terra, quell'allegrezza forzata e mordente, la sua bravura che si sarebbe detta cieca se non fosse stata il risultato del più gran sangue freddo: tante qualità si attiravano più che la stima e l'amicizia di d'Artagnan, la sua ammirazione.
In fatti, considerato ancor vicino al sig. de Tréville l'elegante e nobile cortigiano, Athos, nei giorni del suo buon umore, poteva sostenere con vantaggio il confronto; egli era di mezzana statura, ma questa era così regolare e ben proporzionata, che più di una volta, nelle sue lotte con Porthos, aveva fatto piegare il gigante, la di cui forza fisica era divenuta proverbiale fra i moschettieri. La sua testa con gli occhi scrutatori, col naso aquilino, mento ben disegnato come quello di Bruto, aveva un carattere indefinibile di grazia e grandezza; le sue mani, di cui non prendeva mai alcuna cura, facevano la disperazione di Aramis che coltivava le sue con una grande quantità di pasta di mandorle e olio profumato; il suono della sua voce era ad un tempo penetrante e melodioso, e poi ciò che vi era d'indefinibile in Athos, che sempre si faceva oscuro e piccolo, era quella delicata conoscenza del mondo e degli usi della più elevata società, quelle abitudini di buona famiglia, che spiccavano anche senza volerlo nelle sue più piccole azioni.
Se si trattava di un pranzo, Athos l'ordinava meglio di qualunque altro, situando ciascun convitato al suo posto a seconda del rango in cui era stato trasmesso dai suoi antenati o che si era procacciato da se stesso. Se si trattava di scienza araldica, Athos conosceva tutte le famiglie nobili del regno, le loro genealogie, le loro alleanze, i loro stemmi e l'origine dei loro stemmi; l'etichetta non aveva minuzie che gli fossero estranee; sapeva quali erano i diritti dei grandi proprietarii e della nobiltà, conosceva a fondo le leggi e le regole della caccia, e un giorno parlando su questo argomento, aveva fatto meravigliare il re Luigi XIII, che pure passava per maestro; come tutti i gentiluomini di quell'epoca, montava a cavallo, e maneggiava le armi con tutta la perfezione: vi è di più, la sua educazione era stata così poco negletta, anche sotto il rapporto degli studi scolastici, tanto raramente coltivati dai gentiluomini di quell'epoca, ch'egli sorrideva ai testi latini che stillava Aramis, e che Porthos faceva mostra di capire. Anzi, due o tre volte, con gran meraviglia dei suoi amici, che Aramis inciampò in qualche errore di rudimenti, egli rimise il verbo al suo tempo, o il nome al suo caso. Inoltre, la sua probità era inattaccabile; in quel secolo ove gli uomini d'arme transigevano tanto facilmente colla loro religione e la loro coscienza, e i poveri col settimo comandamento di Dio. Athos dunque era un uomo molto straordinario.
E ciò non ostante si vedeva questa natura così distinta, questa creatura così bella, questa essenza così fina, piegare insensibilmente verso la vita materiale, come i vecchi piegano generalmente verso l'imbecillità fisica e morale. Athos, nelle sue ore d'ozio, e queste erano frequenti, spegneva affatto tutta la sua parte luminosa, e spariva come in una profonda notte la parte brillante. Allora svaniva il semideo e restava appena un uomo, colla testa bassa, l'occhio truce, la parola pesante e penosa; Athos guardava per lunghe ore sia la bottiglia, sia il bicchiere, sia Grimaud, che abituato ad obbedirlo a segni, leggeva nello sguardo senza forza del suo padrone fino il più piccolo desiderio, che tosto soddisfaceva. Se la riunione dei quattro amici aveva luogo in uno di questi momenti, una parola, cavata con uno sforzo violento, era tutto il contigente che Athos pagava al dialogo della conversazione: in una voce Athos da se solo poteva come quattro, e ciò senza che li producesse altra alterazione, che un aggrottamento di ciglia più rimarcato, ed una tristezza più profonda.
D'Artagnan, di cui conosciamo lo spirito investigatore e penetrante, non aveva, qualunque si fosse l'interesse a soddisfare la sua curiosità su questo argomento, non aveva ancora potuto assegnare alcuna causa di questo marasmo, nè notarne le ricorrenze. Athos non ricercava mai lettere. Athos non faceva mai cosa alcuna che non fosse nota ai suoi tre amici; non si poteva dire che fosse il vino che gli procurava questa tristezza, perchè, al contrario, egli beveva soltanto per abbattere questa tristezza, quantunque questo rimedio, come abbiamo detto, non faceva che aumentarla. Non si poteva attribuire al giuoco questo eccesso d'umor nero, che al contrario di Porthos, che accompagnava ogni cambiamento di fortuna, o coi canti o colle imprecazioni, Athos rimaneva impassibile tanto quando vinceva, che come quando perdeva. Fu veduto una volta nel circolo dei moschettieri vincere una sera tremila doppie, quindi riperderle, e dietro esse perdere quanto aveva, perfino il suo cavallo e la sua bandoliera ricamata in oro dei giorni di parata, per riguadagnare tutto al più dugento luigi, senza che il suo sopracciglio nero si fosse alzato o abbassato di una mezza linea, senza che le sue mani avessero perduta la loro bianchezza d'avorio, senza che la sua faccia si fosse adombrata, senza che la conversazione, che in quella sera era gaia ed aggradevole, cessasse un istante di esserlo.
Non era neppure, come presso i nostri vicini, gl'inglesi, un influenza atmosferica che rendeva tetro il suo viso, poichè in generale questa tristezza aumentava nei più bei giorni dell'anno. Giugno e Luglio erano i due mesi terribili per Athos. Pel presente, egli non aveva dispiaceri, si stringeva nelle spalle quando gli si parlava dell'avvenire; il suo segreto era dunque nel passato, come era stato detto vagamente a d'Artagnan.
Questa tinta misteriosa sparsa sopra tutta la di lui persona, rendeva ancora più interessante quell'uomo cui giammai nè gli occhi nè la bocca, avevano rivelato niente nell'ubriachezza la più compiuta, qualunque fosse stata la rivoltagli interrogazione.
— Ebbene! pensava d'Artagnan, il povero Athos è morto a quest'ora, è morto per mia cagione, poichè sono stato io che l'ho trascinato in quest'affare, di cui egli ignorava l'origine, di cui ignora il resultato, di cui non avrà a ricavarne alcun profitto.