Part 2
— E in quanto alle mie istruzioni? domandò la bella viaggiatrice.
— Esse sono racchiuse in questo pacco, che voi non aprirete che giunta all'altra parte della Manica.
— Benissimo; e voi cosa fate?
— Io? io ritorno a Parigi.
— Senza gastigare questo insolente ragazzo? domandò la dama.
Lo sconosciuto stava per rispondere, ma al momento in cui apriva la bocca, d'Artagnan, che aveva tutto inteso, si slanciò sulla soglia della porta.
— È questo insolente ragazzo che gastiga gli altri, gridò egli, e spero bene che questa volta quello che egli deve gastigare non gli scapperà, come la prima volta.
— Non gli scapperà? riprese lo sconosciuto aggrottando il sopracciglio.
— No, davanti una donna, voi non oserete fuggire, lo presumo.
Pensate, gridò Milady vedendo il gentiluomo portare la mano alla sua spada, pensate che il più piccolo ritardo può perdere tutto.
— Voi avete ragione, gridò il gentiluomo; partite dunque dalla vostra parte, io parto dalla mia.
E salutando la dama con un segno di testa, si slanciò sul suo cavallo nel mentre che il cocchiere della carrozza frustava la sua pariglia. I due interlocutori partirono dunque al galoppo, allontanandosi ciascuno da una parte opposta della strada.
— E le vostre spese? vociferò l'oste, in cui l'affezione per il suo viaggiatore si cambiava in uno sdegno profondo, vedendo ch'egli si allontanava senza saldare il suo conto.
— Paga gaglioffo, gridò il viaggiatore, sempre galoppando, al suo lacchè, il quale gettò ai piedi dell'oste due o tre monete d'argento, e si mise a galoppare dietro al suo padrone.
— Ah! vile, ah! miserabile, ah! falso gentiluomo gridò d'Artagnan slanciandosi dietro il lacchè.
Ma il ferito era troppo debole ancora per sopportare una simile scossa. Appena egli ebbe fatto dieci o dodici passi, sentì un tintinnio alle orecchie, fu preso da un rivolgimento, una nube di sangue passò avanti i suoi occhi, e andò a cadere nel mezzo della strada gridando sempre:
— Vile! vile! vile!
— Egli di fatti è ben vile, mormorò l'oste avvicinandosi a d'Artagnan, cercando con questa adulazione di raccomodarsi col povero giovane, come l'airone della favola colla sua lumaca della sera.
— Sì, ben vile, mormorò d'Artagnan, ma ella, ben bella!
— Chi ella? domandò l'oste.
— Milady, balbettò d'Artagnan.
E si svenne una seconda volta.
E lo stesso, disse l'oste: io ne perdo due, ma mi resta questo, che almeno son sicuro, di trattenere qualche giorno. Sono sempre undici scudi guadagnati.
Noi sappiamo che undici scudi formavano precisamente la somma che restava nella borsa di d'Artagnan.
L'oste aveva contato sopra undici giorni di malattia ad uno scudo il giorno; ma egli aveva contato senza il viaggiatore; l'indomani, alle cinque del mattino, d'Artagnan si alzò, discese egli stesso in cucina, domandò, fra gli altri ingredienti la di cui nota non è giunta fino a noi, del vino, dell'olio, del ramerino, e, con la ricetta di sua madre alla mano, si compose un balsamo col quale si unse le sue numerose ferite rinnovellando le sue compresse da se, e non volendo ammettere l'intervento di alcun medico. Mercè senza dubbio all'efficacia di questo balsamo della zingara, e forse anche mercè all'assenza di ogni medico, d'Artagnan si ritrovò in piedi fin dalla stessa sera, e quasi guarito l'indomani.
Ma al momento di pagare questo ramerino, questo olio e questo vino, sole spese del giovane che aveva osservata la dieta la più assoluta; nel mentre che al contrario il cavallo giallastro, al dire almeno dell'oste, aveva mangiato tre volte più che non si sarebbe potuto supporre ragionevolmente dalla sua struttura, d'Artagnan non ritrovò più nella sua saccoccia che la piccola borsa di velluto rapato, unitamente agli undici scudi che conteneva; ma in quanto alla lettera diretta al sig. de Tréville, ella era sparita.
Il giovane cominciò dal cercare questa lettera con una gran pazienza, girò e rigirò venti volte le sue saccocce, e i suoi saccoccini, frugò e rifrugò nel suo sacco, aprendo e richiudendo la sua borsa; ma allorquando egli fu convinto che la lettera non potevasi ritrovare montò in un terzo accesso di rabbia, che poco mancò non gli facesse aver bisogno di un nuovo consumo di vino e dell'olio aromatizzati, poichè, vedendo questa giovane testa riscaldarsi e minacciare di romper tutto nello stabilimento se non si ritrovava quella lettera, l'oste si era già provveduto di uno spiedo, sua moglie di un manico di scopa, e il servitore di uno di quei bastoni che avevano servito così bene l'antivigilia.
— La mia lettera di raccomandazione, o per bacco, io v'infilo tutti come tanti ortolani.
Disgraziatamente una circostanza sola si opponeva a ciò che il giovane potesse compiere la sua minaccia: ed era, come lo abbiamo detto, che la sua spada era stata spezzata nella sua prima lotta, cosa che egli aveva del tutto dimenticato. Ne resultò, che allorquando d'Artagnan volle, in fatti, sguainarla, egli si trovò puramente e semplicemente armato di un tronco di spada di circa otto o dieci pollici di lunghezza, che l'oste aveva con ogni cura rimesso dentro al fodero. Quanto al resto della lama, l'oste l'aveva destramente riposta colla idea di farne un coltello da cucina.
Questo disinganno non avrebbe però trattenuto probabilmente il nostro giovane focoso, se l'oste non avesse riflettuto che il reclamo che gli veniva diretto dal viaggiatore, era perfettamente giusto.
— Ma, al fatto, diss'egli abbassando il suo spiedo, ov'è questa lettera?
— Sì, dov'è questa lettera? grido d'Artagnan. Primieramente io vi avverto che questa lettera è per il signor de Tréville, e bisogna ch'ella si trovi, o se non si trova, egli saprà bene farla ritrovare.
Questa minaccia compiè d'intimidire l'oste. Dopo il re ed il ministro, il signor de Tréville era l'uomo il di cui nome fosse il più spesso ripetuto dai militari ed anche dai borghesi. Vi era pure il padre Giuseppe, è vero; ma il suo nome non era mai pronunziato che a bassa voce, tanto era il terrore che inspirava il frate grigio, come veniva chiamato il confidente del ministro.
Così, gettando il suo spiedo lungi da se, e ordinando a sua moglie di fare altrettanto del suo manico di scopa, e ai suoi servitori dei loro bastoni, egli dette pel primo l'esempio mettendosi egli stesso a cercare la lettera perduta.
— Questa lettera racchiude forse qualche oggetto prezioso? domandò l'oste dopo un momento di ricerche inutili.
— Senza dirlo, lo credo bene! gridò il Guascone, che calcolava su questa lettera per fare il suo cammino per la corte; ella conteneva la mia fortuna.
— Dei buoni sulla Spagna? domandò l'oste inquieto.
— Dei buoni sulla tesoreria particolare di Sua Maestà, rispose d'Artagnan, che, contando di entrare al servizio del re mercè quella raccomandazione credeva poter fare senza mentire questa risposta quantunque un poco azzardata.
— Diavolo! fece l'oste disperato del tutto.
— Ma non importa, continuò d'Artagnan colla sua indifferenza nazionale, non importa, il denaro non è niente: questa lettera è il tutto. Avrei amato meglio perdere mille doppie di quello che perdere la lettera.
Egli non arrischiava di più se avesse detto venti mila, ma un certo pudore giovanile lo trattenne.
A un tratto un lampo di luce colpì in un subito lo spirito dell'oste, che si dava al diavolo, non trovando niente.
— Questa lettera non è perduta, gridò egli.
— Ah! fece d'Artagnan.
— No, ella vi è stata presa.
— Presa! e da chi?
— Dal gentiluomo d'ieri, egli discese in cucina dove stava il vostro sajo. Egli è rimasto solo. Scommetterei che è stato lui che l'ha rubata.
— Voi credete? riprese d'Artagnan poco convinto, poichè sapeva meglio di qualunque altro l'importanza del tutto personale di quella lettera, e non vi vedeva niente che potesse tentare la cupidigia. Il fatto è che nessuno dei viaggiatori presenti avrebbe guadagnato nel possedere quel foglio.
— Voi dite dunque, riprese d'Artagnan, che supponete questo impertinente gentiluomo?...
— Io vi dico che sono sicuro, continuò l'oste; allora quando gli ho annunziato che vostra signoria era il protetto del signor de Tréville, che voi avevate una lettera per questo gentiluomo, egli è sembrato molto inquieto, mi ha domandato ove era questa, ed è disceso immediatamente in cucina ove sapeva essere il vostro sajo.
— Allora egli è il mio ladro, rispose d'Artagnan; io ne farò le mie lagnanze col sig. de Tréville, ed il sig. de Tréville farà le sue dimostrazioni al re. Cavò quindi maestosamente due scudi dalla sua borsa, li dette all'oste, che l'accompagnò coi cappello in mano fino alla porta, rimontò sulla sua cavalcatura gialla, che lo condusse senza alcun accidente alla porta sant'Antonio di Parigi, ove il suo proprietario lo vendè per tre scudi con che era molto bene pagato, attesocchè d'Artagnan l'aveva molto stancato nell'ultima tappa. Così il birocciajo al quale d'Artagnan lo cedè, mercè le nove lire suddette, non nascose al giovane che gli dava questa somma esorbitante soltanto per la originalità del colore della pelle.
D'Artagnan entrò dunque in Parigi a piedi, portando il suo piccolo fagotto sotto il braccio camminando fino a tanto che ebbe ritrovato una camera ammobiliata che convenisse alla tenuità delle sue risorse. Questa camera era una specie di mezzanino, ritrovata nella strada Fossoyeurs, vicino al Luxembourg.
Subito dopo data la caparra, d'Artagnan prese possesso del suo alloggio, passò il restante della giornata a cucire al suo sajo e a' suoi calzoni dei passamani, che sua madre aveva staccati da un sajo quasi nuovo del signor d'Artagnan padre, e che gli aveva regalati sotto Sigillo; quindi andò alla riviera della Ferraille a far rimettere la lama della sua spada, poscia ritornò al Louvre per informarsi, dal primo moschettiere che ritrovò, dove era situato il palazzo del signor de Tréville, che era nella strada del Vecchio Colombajo, vale a dire precisamente nelle vicinanze della camera presa in affitto da d'Artagnan; circostanza che gli parlava di un felice augurio pel successo del suo viaggio. Dopo di che, contento del modo con cui si era condotto a Méung, senza rimorsi del passato, confidando nel presente e pieno di speranze nell'avvenire, andò a letto e dormì il sonno del bravo.
Questo sonno, ancora tutto provinciale, lo portò fino alle nove del mattino, ora nella quale si alzò per portarsi da questo famoso signore de Tréville, il terzo personaggio del regno giusta il giudizio paterno.
CAPITOLO II.
L'ANTICAMERA DEL SIGNOR DE TRÉVILLE
Il signor de Troisville, come si chiamava ancora la sua famiglia in Guascogna, o il sig. de Tréville, come anch'egli aveva finito per chiamare se stesso a Parigi, aveva realmente cominciato come d'Artagnan, vale a dire senza un soldo, ma con quel fondo di audacia, di spirito e di testardaggine che fa sì, che il più povero gentiluomo _guascone_ riceve spesso di più nelle sue speranze dall'eredità paterna, che il più ricco gentiluomo _perigordino_ o _berissone_ non ne riceve in realtà. Il suo coraggio insolente, la sua fortuna anche più insolente in tempi in cui i colpi piovevano come la tempesta, lo avevano tirato alla sommità di quella scala difficile, che si chiama il favore della corte, e della quale egli aveva montati a quattro a quattro gli scalini.
Egli era l'amico del re, il quale onorava molto, come ognun sa, la memoria di suo padre Enrico IV. Il padre del signor de Tréville lo aveva così fedelmente servito nelle sue guerre contro la lega, che in mancanza di denaro contante, cosa che mancò in tutta la sua vita al Bearnese, il quale pagava costantemente i suoi debiti colla sola cosa che non aveva mai bisogno di comprare, vale a dire collo spirito: che in mancanza di denaro contante, dicevamo noi, egli lo aveva autorizzato, dopo la resa di Parigi, a prendere per stemma un leone d'oro posante sopra una sbarra, con questa divisa: _Fidelis et fortis_. Era molto per l'onore, ma era poco per viver bene. Per tal guisa, quando morì l'illustre compagno del grande Enrico, lasciò per unica eredità al signor figlio la sua spada e la sua divisa. Mercè questo doppio dono, ed un nome senza macchia che lo accompagnava, il signor de Tréville fu ammesso nella casa del giovane principe, in cui si servì tanto bene della sua spada, e fu tanto fedele alla sua divisa, che Luigi XIII, che era una delle buone spade del suo regno, aveva l'abitudine di dire che, s'egli avesse un amico che si dovesse battere, lo consiglierebbe a scegliersi per padrino prima lui, poscia de Tréville, e forse anche prima di lui.
Luigi XIII aveva dunque un vero attaccamento per de Tréville, attaccamento regio, attaccamento egoista, è vero, ma che ciò non pertanto era un vero attaccamento. Fu perchè in quei disgraziati tempi si aveva gran cura di circondarsi d'uomini della tempra dei de Tréville. Molti potevano prendere per divisa l'epiteto _di forte_ che formava la seconda parte del motto del suo stemma, ma ben pochi gentiluomini potevano reclamare l'epiteto di _fedele_ che ne formava la prima parte. De Tréville era uno di questi ultimi; era una di quelle rare organizzazioni, colla intelligenza obbediente come quella di un alunno, con un valore cieco, coll'occhio rapido, la mano pronta, ed a cui l'occhio non era stato dato che per vedere se il re era malcontento di qualcuno, e la mano per percuotere questo qualcuno che dispiaceva, un Besme, un Maurevers, un Poltrot, de Merè, in fine un Vitry. A de Tréville fino allora non era mancata che un'occasione, ma egli la appostava, e si riprometteva di afferrarla bene pei suoi tre capelli se mai fosse passata alla portata della sua mano. Così Luigi XIII fece de Tréville capitano dei suoi moschettieri, i quali pel loro attaccamento, o piuttosto per il loro fanatismo, eran a Luigi XIII ciò ch'erano gli ordinarj ad Enrico III, e ciò che la guardia scozzese era a Luigi XI.
Dal suo lato, e sotto questo rapporto, il ministro non era rimasto addietro al re. Quando vide la formidabile _scelta_ di cui si circondava Luigi XIII, questo secondo, o per meglio dire questo primo re di Francia, aveva anch'egli voluto avere la sua guardia. Egli ebbe dunque i suoi moschettieri, come Luigi XIII aveva i propri, e si vedevano queste due potenze rivali scegliere pel loro servigio, da tutte le parti della Francia ed anche dagli stati stranieri, gli uomini i più celebri pei loro gran colpi di spada. Così Luigi XIII e Richelieu quistionavano spesso la sera mentre giuocavano agli scacchi, in rapporto al merito dei loro servitori. Ciascuno vantava la proprietà ed il coraggio dei suoi, e mentre decretavano formalmente contro i duelli e le risse, li eccitavano in secreto a venire alle mani, e provavano un vero dispiacere, od una gioja immoderata per la vittoria dei loro. Così almeno raccomandano le memorie di un uomo che si trovò in qualcuna di queste disfatte e in molte di queste vittorie.
De Tréville aveva preso il lato debole del suo padrone, ed era a questa destrezza ch'egli doveva il lungo e costante favore di un re, che non ha lasciato la fama di essere stato troppo fedele alle sue amicizie. Egli faceva mettere in parata i suoi moschettieri davanti ad Armando Duplessis, con un'aria beffarda che non faceva che arricciare per la collera i baffi grigi del ministro. De Tréville intendeva ammirabilmente la guerra di quell'epoca, in cui; quando non si viveva alle spese del nemico, si viveva alle spese dei propri compatriotti: i suoi soldati formavano una legione di diavoli a quattro, indisciplinati per tutti fuorchè per lui.
Sfrenati, avvinacciati, scorticati, i moschettieri del re, o piuttosto quelli del signor de Tréville, si spandevano per le osterie, per le passeggiate, nei giuochi pubblici, gridavano forte, arricciandosi i baffi, facendo suonare le spade, urtando con voluttà le guardie del ministro quando le incontravano, e cavando quindi le spade in piena strada con mille motteggi; uccisi qualche volta, ma sicuri sempre in questo caso d'essere compianti e vendicati; uccidendo spesso, e sicuri allora di non ammuffare in prigione, perchè il signor de Tréville era sempre là per reclamarli. Per tal modo il signor de Tréville era lodato in tutti i tuoni, cantato per tutte le canzoni da questi uomini che l'adoravano, e che, per quanto fossero tutti gente da sacco e da corda, tremavano davanti a lui come altrettanti scolari davanti al loro maestro, obbedendo alla più piccola parola, e pronti a farsi ammazzare per lavare il più piccolo rimprovero.
Il signor de Tréville aveva fatto uso di questa leva potente prima pel re e per gli amici del re, quindi per se stesso e per i suoi amici. Del resto in nessuna memoria di quel tempo, che ha lasciate tante memorie, non si vede che questo degno gentiluomo sia mai stato accusato neppure dai suoi nemici, ed egli ne aveva tanti, sia fra gli uomini di penna che fra quelli di spada, in nessun luogo si vede, diciamo noi che questo degno gentiluomo sia stato notato d'essersi fatto pagare la cooperazione de' suoi. Con un raro ingegno d'intrigo; che lo rendeva uguale ai più forti intriganti, egli era rimasto onest'uomo. Più ancora, a dispetto dei grandi ostacoli che sfiancano, e degli esercizi penosi che affaticano, egli era divenuto uno dei più galanti scorridori delle stradelle, uno dei più fini damerini, uno dei più lampiccati parlatori della sua epoca; si parlava delle buone avventure di de Tréville, come vent'anni prima si era parlato di quelle di Bassompierre, e non era dir poco. Il capitano dei moschettieri era dunque ammirato, temuto ed amato, ciò che costituisce l'apice delle umane fortune.
Luigi XIV assorbì tutti i piccoli astri della sua corte nel suo vasto splendore; ma suo padre, sole _pluribus impar_ (_non uguale per tutti_) lasciò il suo splendore personale a ciascuno dei suoi favoriti, il suo valore individuale a ciascuno dei suoi cortigiani. Oltre l'udienza mattinale _l'alzata_ del re e quella del ministro, si contavano a Parigi allora più di duecento piccole _alzate_, quella di de Tréville era una delle più frequentate.
Il cortile della sua abitazione, posta nella strada del Vecchio Colombajo, rassomigliava ad un campo, e ciò fin dalle sei ore della mattina nell'estate, e dalle otto ore nell'inverno. Da cinquanta a sessanta moschettieri, che sembravano colà radunarsi per offrire un numero piuttosto imponente, vi passeggiavano sempre, armati come in istato di guerra, e pronti a tutto. Lungo quelle spaziose scale; sul solo pianerottolo di una delle quali la nostra moderna civilizzazione fabbricherebbe una casa intera, ascendevano e discendevano i sollecitatori di Parigi, che correvano dietro un favore qualunque, i gentiluomini di provincia, avidi di essere arruolati, ed i lacchè guerniti di tutti i colori, che venivano a recare al signor de Tréville i messaggi dei loro padroni. Nell'anticamera sopra lunghi panchetti circolari riposavano gli eletti, cioè quelli ch'erano stati chiamati. Il mormorio là era continuo dalla mattina alla sera, nel mentre che il signor de Tréville, nel suo gabinetto contiguo a questa anticamera, riceveva le visite, ascoltava le lagnanze, dava i suoi ordini, e, come il re dalla sua loggia del Louvre, non aveva che a mettersi alla finestra per passare la rivista degli uomini e delle armi.
Il giorno in cui si presentò d'Artagnan l'assemblea era imponente, particolarmente per un provinciale che veniva dalla sua provincia: è vero che questo provinciale era guascone, e che soprattutto in quell'epoca i compatrioti di d'Artagnan godevano della riputazione di non lasciarsi facilmente intimorire. In fatti, una volta che erasi superata la porta massiccia, incavigliata con lunghi chiodi dalla testa quadrangolare si cadeva in mezzo ad una folla d'uomini d'arme che s'incrociavano nel cortile interpellandosi, o querelandosi, o giuocando fra loro. Per aprirsi liberamente un passaggio in mezzo a tutti questi flutti tempestosi, bisognava essere ufficiale, gran signore o bella donna.
Fu dunque in mezzo a questa mischia, e a questo disordine che il nostro giovane si avanzò col cuore palpitante, accomodando la sua lunga spadaccia parallela alle sue magre gambe, tenendo una mano all'orlo del suo feltro con quel mezzo sorriso da provinciale imbarazzato che vuol fare il disinvolto. Appena aveva oltrepassato un gruppo, allora respirava più liberamente; ma capiva che si rivolgevano per guardarlo, e per la prima volta in vita sua d'Artagnan, che, fino a quel giorno, aveva avuta molta buona opinione di se stesso, si riconobbe ridicolo.
Giunto alla scala, fu ancora peggio; sui primi scalini vi erano quattro moschettieri, che si divertivano al seguente esercizio, nel mentre che dieci o dodici altri dei loro camerati aspettavano sul piano che venisse il loro turno per prendere parte attiva alla partita.
Uno di essi situato sullo scalino superiore, colla spada alla mano, impediva, o meglio, fingeva d'impedire agli altri tre di salire.
Gli altri tre giuocavano di scherma contro di lui colle loro spade, e con grandissima agilità. D'Artagnan sulle prime suppose che quello spade fossero fioretti: egli credè che fossero bottonati: ma riconobbe ben tosto da certe graffiature, che ciaschedun'arma, al contrario, era molto bene affilata ed appuntata, e a ciascheduna di queste graffiature, non solo gli spettatori, ma ancora gli attori ridevano come matti.
Colui che in quel momento occupava lo scalino teneva in rispetto i suoi assalitori maravigliosamente. Era stato fatto cerchio intorno ad esso. La condizione portava che a ciascun colpo il toccato lasciasse la partita, perdendo il suo giro d'udienza a profitto del toccatore. In cinque minuti tre furono sfiorati, uno alla mano, l'altro al mento, l'altro all'orecchia, dal difensore dello scalino, che non fu per niente toccato, sveltezza che secondo le convenzioni gli valse tre turni in suo vantaggio.
Per quanto fosse difficile non già ad essere, ma a volersi maravigliare, questo passatempo però maravigliò il nostro giovane viaggiatore: egli aveva veduto nella sua provincia, in quella terra ove si scaldano così prestamente le teste, un poco più di preliminare ai duelli, e la guasconata di questi quattro giuocatori gli parve la più forte di tutte quelle che aveva udito fino allora anche in Guascogna. Egli credette di essere trasportato nei famosi paesi dei giganti, ove Gulliver andò in seguito, ed ebbe così gran paura; e ciò nonostante non era ancora al termine, gli rimaneva il pianerottolo e l'anticamera.
Sul pianerottolo non si batteva più; si raccontavano delle storie di donne, e nell'anticamera delle storie di corte. Sul pianerottolo d'Artagnan arrossì; nell'anticamera, egli fremette. La sua immaginazione svegliata e vagabonda, che, in Guascogna lo rendeva terribile alle giovani cameriere, qualche volta anche alle giovani padrone, non aveva mai sognato, neppure nei suoi momenti di delirio la metà di quelle meraviglie amorose, e il quarto di quelle furberie galanti, rialzate dai nomi i più conosciuti, ed abbellite dai dettagli i meno velati. Ma se il suo amore per i buoni costumi ricevette in sul pianerottolo un cozzo, il suo rispetto pel ministro fu scandalizzato nell'anticamera. Là a sua gran sorpresa, d'Artagnan intese criticare ad alta voce la politica che faceva tremare l'Europa, e la vita privata del ministro, che tanti alti personaggi erano stati puniti di aver solo tentato di approfondare. Questo grand'uomo, riverito dal signor d'Artagnan padre, serviva di argomento di risa ai moschettieri del signore de Tréville, chi rideva sulle sue gambe cagnesche, e sul suo dorso inarcato; qualcun altro contava le novelle sulla signora d'Aiguillon, sua amica, e la signora di Combalet sua nipote, nel mentre che gli altri combinavano delle partite contro i paggi e le guardie del duca-ministro, tutte cose che sembravano a d'Artagnan tante mostruose impossibilità.