I tre moschettieri, vol. I

Part 1

Chapter 13,818 wordsPublic domain

I TRE MOSCHETTIERI

DI

Alessandro Dumas

VERSIONE DI ANGIOLO ORVIETO.

VOL. I.

Napoli, GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE Strada Trinità Maggiore nº 27 1853

TIPOGRAFIA DI G. PALMA

CAPITOLO I.

I TRE REGALI DEL SIGNOR D'ARTAGNAN PADRE

Il primo lunedì del mese d'aprile 1625 il borgo di Méung ove nacque l'autore del _Romanzo della Rosa_, sembrava esser in una così completa rivoluzione, come se gli ugonotti vi fossero venuti a fare una seconda Rochelle. Molti borghigiani vedendo correre le donne lungo la strada maestra, sentendo i fanciulli gridare sul limitare delle porte, si sollecitavano ad indossare la corazza, equilibrando il loro portamento alquanto incerto col mezzo di un moschetto o di una partigiana, o dirigendosi verso l'osteria del _Franc-Meunier_, davanti alla quale si affrettava ed ingrossava di minuto in minuto, un gruppo compatto, rumoroso e pieno di curiosità.

In quei tempi i timori panici erano frequenti, e pochi erano quei giorni che passavansi senza che una città o l'altra non registrasse nei suoi archivj qualche avvenimento di questo genere. Vi erano i signori che guerreggiavano fra di loro; v'era il re che faceva la guerra al suo ministro; vi era la Spagna che faceva la guerra al re. Quindi, oltre a queste guerre sorde o pubbliche, secrete o patenti vi erano ancora i ladri, i mendicanti, gli ugonotti, i lupi ed i lacchè che facevano la guerra a tutti, spesso contro i signori e gli ugonotti, qualche volta contro il re, ma mai contro il ministro e lo spagnuolo. Ne resultò dunque da questa presa abitudine, che nel suddetto lunedì del mese d'aprile 1625, i borghigiani sentendo il rumore, e non vedendo nè la banderuola gialla e rossa, nè la livrea del duca di Richelieu si precipitarono dalla parte dell'albergo del Franc-Meunier.

Là giunto, ciascuno potè vedere e riconoscere la causa di questo rumore.

Un giovane... tracciamo il suo ritratto con un colpo di penna: figuratevi Don Chisciotte di diciotto anni, Don Chisciotte senza giubba, senza usbergo e senza corazza; Don Chisciotte rivestito con un sajo di lana, il di cui colore blu si era trasformato in un miscuglio incomprensibile di fondo di vino e di azzurro celeste. Il viso era lungo e scuro; gli zigomi delle guance sporgenti, segno d'astuzia; i muscoli mascellari enormemente sviluppati; contrassegno infallibile dal quale si riconosce il Guascone anche senza il berretto, ed il nostro giovane portava un berretto ornato con una specie di piuma. L'occhio aperto e intelligente, il naso rivolto, ma disegnato con precisione; troppo grande per essere un fanciullo, troppo piccolo per essere un uomo, e che un occhio un poco esercitato avrebbe preso per il figlio di un affittajuolo in viaggio se non avesse avuto una lunga spada, che appesa ad un pendaglio di pelle, batteva nelle polpe del suo proprietario quando egli era in piedi, e sul pelo arricciato della sua cavalcatura quando era a cavallo.

Poichè il nostro giovane aveva una cavalcatura, e questa cavalcatura era anzi così rimarchevole che venne rimarcata di fatto; era un ronzino di Béarn, della età di dodici in quattordici anni, colla pelle gialla, senza crini alla coda, ma non senza vesciconi alle gambe, e che sebbene camminasse con la testa più bassa dei ginocchi, cosa che rendeva inutile l'applicazione della martingala, faceva ancora le sue otto leghe il giorno con tutto il comodo suo. Disgraziatamente le nascoste qualità di questo cavallo, erano così bene nascoste sotto il suo strano pelo e sotto la sua incongrua camminata, che in un tempo in cui gli uomini si distinguevano dai cavalli, l'apparizione del suddetto ronzino a Méung, ove era entrato da circa un quarto d'ora per la porta del Beaugency, produsse una sensazione il di cui disfavore giunse fino al suo cavaliere.

E questa sensazione era riuscita tanto più penosa al giovane d'Artagnan (così chiamavasi il don Chisciotte di questo altro Rosinante) che egli non si nascondeva la parte ridicola che gli procurava una simile cavalcatura, per quanto fosse buon cavaliere. Fu per questo che egli aveva sospirato molto quando accettò il dono che a lui ne fece il sig. d'Artagnan padre; egli non ignorava che questa bestia valeva almeno venti lire. È vero però che le parole con cui fu accompagnato il dono non avevano prezzo.

«Figlio mio, aveva detto il gentiluomo guascone, in quel puro dialetto di Béarn di cui Enrico IV non potè mai arrivare a disfarsi, figlio mio, questo cavallo è nato nella casa di vostro padre, sono oramai tredici anni, esso vi è sempre rimasto per tutto questo tempo, lasciatelo morire tranquillamente ed onoratamente di vecchiaja, e se voi fate qualche campagna con lui, abbiategli quei riguardi che avreste per un vecchio servitore. Alla corte, continuò il sig. d'Artagnan padre, se pure avreste l'onore di andarvi, onore al quale la vostra vecchia nobiltà vi dà del resto non pochi diritti, sostenete degnamente il vostro nome di gentiluomo, che è stato portato degnamente per più di cinquecento anni dai vostri antenati, tanto per voi, che per la vostra famiglia e per i vostri amici. Non sopportate mai niente se non ciò che viene dal ministro, o dal re. È per il solo suo coraggio, intendetelo bene, per il solo suo coraggio che un gentiluomo in oggi può fare la sua carriera. Chiunque trema anche per un secondo, lascia fuggirsi l'occasione, che precisamente durante questo secondo la fortuna gli presentava. Voi siete giovane e dovete essere coraggioso per due ragioni: la prima è perchè siete guascone, la seconda è perchè voi siete mio figlio. Non schivate le occasioni, e cercate le avventure. Io vi ho fatto imparare a maneggiare la spada; voi avete un garetto di ferro, un pugno di acciajo, battetevi, a tutti i conti; battetevi, tanto più che i duelli sono proibiti, e che per conseguenza è necessario un doppio coraggio per battersi. Figlio mio, io non ho a darvi che quindici scudi, il mio cavallo ed i consigli che avete ascoltati. Vostra madre vi aggiungerà la ricetta di un certo balsamo che ella ha avuto da una zingara, e che ha una virtù miracolosa per guarire tutte le ferite che non hanno colpito il cuore. Traete profitto da tutto, e vivete felice e per lungo tempo.

«Non ho più che una sola parola da aggiungere, ed è un esempio che io vi propongo; non il mio, poichè io non sono mai comparso alla corte, e non ho mai fatto che le guerre di religione come volontario: io voglio parlarvi del signor de Tréville, che era in altri tempi mio vicino, e che ha avuto l'onore di giuocare col re Luigi XII, che Iddio conservi, fin da quando era fanciullo. Qualche volta i loro giuochi degeneravano in battaglie, in queste battaglie il re non era sempre il più forte. I colpi che egli ne ricevette procacciarono molta stima ed amicizia al signor de Tréville. In seguito il signor de Tréville si battè ancora con altri, nel suo primo viaggio a Parigi cinque volte; dopo la morte del fu re, fino alla maggiorità del giovine, senza contare le guerre e gli assedi, sette volte; e dopo questa maggiorità fino al giorno d'oggi, forse cento volte! così ad onta degli editti, delle ordinanze, dei decreti, eccolo Capitano dei moschettieri, vale a dire capo di una legione di Cesari di cui il re fa gran conto, e che è temuta dal ministro che, come ognun sa, non teme molte cose. Di più il signor de Tréville guadagna dieci mila scudi per anno; egli è dunque un gran signore. Egli però ha cominciato come voi; andate a fargli visita con questa lettera, e regolatevi a seconda del suo esempio, per fare come ha fatto lui.»

Dopo le quali parole il signor d'Artagnan padre cinse a suo figlio la sua propria spada, lo baciò teneramente sopra ambedue le guance e gli dette la sua benedizione.

Nel sortire dalla camera paterna, il giovane trovò sua madre che lo aspettava colla famosa ricetta di cui, pe' consigli che abbiamo testè riportati, doveva necessariamente avere spesso necessità d'impiegarla. Gli addii furono da questa parte più lunghi e più teneri di quello che lo erano stati dall'altra parte, non già perchè il signor d'Artagnan non amasse suo figlio, che era la sola sua progenitura, ma il sig. d'Artagnan era un uomo, e avrebbe considerato come indegno di un uomo il lasciarsi trasportare dalla sua emozione, nel mentre che la signora d'Artagnan era donna, e di più era madre. Ella pianse abbondantemente, e, diciamolo a lode del signor d'Artagnan figlio, per quanti sforzi facesse onde restar saldo come doveva esserlo un futuro moschettiere, la natura la vinse, e fu sforzato a versare lagrime, di cui egli giunse con grande stento a nasconderne la metà.

Nello stesso giorno il giovine si mise in viaggio, munito dei tre regali paterni che si componevano, come dicemmo, di quindici scudi, del cavallo e della lettera per il sig. de Tréville come si crederà bene, i consigli erano stati dati per un di più al disopra del mercato.

Con un simile _vade-mecum_, d'Artagnan si ritrovò, tanto pel morale che per il fisico, una copia esatta dell'eroe di Cervantes, al quale noi lo abbiamo così felicemente paragonato, allorchè il nostro dovere di storico ci ha imposto la necessità di delinearne il ritratto. Don Chisciotte prendeva i molini a vento per giganti, e le mandrie di montoni per armate; d'Artagnan prese ciascun sorriso per un insulto, e ciascuno sguardo per una provoca. Ne resultò che egli ebbe sempre il pugno stretto da Tarbes fino a Méung, e che uno per l'altro portò la mano al pomo della spada almeno dieci volte il giorno; tuttavolta, il pugno non discese sulla mascella di alcuno, e la spada non sortì dal suo fodero, non già che la vista del mal avventurato ronzino giallo non facesse comparire il sorriso sulla faccia di coloro che passavano, ma siccome al disopra del ronzino tentennava una spada di rispettosa lunghezza, e che al disopra di questa brillava un occhio feroce, piuttosto che superbo, quelli che passavano reprimevano la loro ilarità, o se la ilarità aveva il sopravvento sulla prudenza, cercavano almeno di ridere da una parte soltanto, come le maschere antiche, D'Artagnan dimorò dunque maestoso e intatto nella sua suscettibilità, fino a quella malaugurata città di Méung.

Ma là, mentre discendeva da cavallo alla porta del _Franc-Meunier_ senza che alcun oste, cameriere o palafreniere venisse a prendere le redini al montatore, d'Artagnan scôrse da una finestra socchiusa del pian terreno un gentiluomo di alta statura e di belle sembianze, quantunque col viso alquanto increspato, il quale parlava con due persone, che sembravano ascoltarlo con attenzione. D'Artagnan credè naturalmente, secondo la sua abitudine, di essere l'oggetto della conversazione, ed ascoltò. Questa volta d'Artagnan non si era sbagliato che per metà, non si trattava di lui, ma del suo cavallo. Il gentiluomo sembrava enumerare ai suoi uditori tutte le sue qualità, e poichè, come si disse, gli uditori sembravano avere una grande attenzione al narratore, davano in risate ad ogni momento. Ora, siccome bastava un mezzo sorriso per svegliare l'irascibilità del giovane, si comprenderà facilmente quale effetto dovesse produrre in lui una ilarità così rumorosa.

Ciò non ostante d'Artagnan volle sulle prime rendersi conto della fisonomia dell'impertinente che si burlava di lui. Fissò il suo sguardo orgoglioso sullo straniero; e riconobbe un uomo dai quaranta ai quarantacinque anni, con gli occhi neri e penetranti, un colorito scurito, un naso fortemente accentato, e un pajo di baffi neri tagliati a perfezione: egli era vestito di un sajo e di un giacco da caccia violetto colle rivolte dello stesso colore, senz'altro ornamento che le aperture ordinarie dalle quali usciva la camicia. Questo giaco e questo sajo, quantunque nuovi, sembravano spiegazzati come gli abiti di viaggio tenuti lungamente chiusi nel porta-mantello. D'Artagnan fece tutte queste osservazioni colla rapidità dell'osservatore il più scrupoloso, e senza dubbio per un sentimento istintivo che gli diceva, che questo sconosciuto doveva avere una grande influenza sulla sua vita avvenire.

Ora, siccome al momento in cui d'Artagnan fissava lo sguardo sul gentiluomo dal sajo violetto, il gentiluomo faceva sul ronzino bearnese una delle sue più sapienti e profonde dimostrazioni, i suoi uditori scoppiarono in una risata, ed egli stesso, contro la sua abitudine, lasciò visibilmente errare, se si può dir così, un pallido sorriso sulle sue labbra. Questa volta non vi era più alcun dubbio: d'Artagnan era realmente insultato. Così, pieno di questa convinzione, si calcò il berretto sugli occhi, e, cercando di copiare qualcuna di quelle posizioni di corte che aveva osservate in Guascogna presso dei signori viaggiatori, egli si avanzò con una mano sulla guardia della spada, e coll'altra appoggiata sul fianco. Disgraziatamente, a misura che egli si avanzava, la collera lo accecava sempre più, e in luogo del discorso degno e sostenuto che aveva preparato per formulare la sua provoca, egli non trovò più all'estremità della sua lingua che una grossolana personalità, che fu da lui accompagnata con un gesto furioso.

— Che! signore, gridò egli, signore! che vi nascondete dietro lo sportello? sì, voi, ditemi dunque un poco di che cosa ridete, e noi rideremo assieme!

Il gentiluomo ricondusse lentamente gli occhi dal cavallo al cavaliere, come se fosse abbisognato qualche tempo per capire che così strane parole erano a lui indirizzate; quindi, allorchè non potè più averne alcun dubbio, i suoi sopraccigli si aggrottavano leggermente, dopo una sufficiente pausa, con un accento d'ironia e d'insolenza impossibili a descrivere, egli rispose a d'Artagnan.

— Io non parlo con voi, signore.

— Ma parlo ben io con voi, gridò il giovane esasperato da questo miscuglio d'insolenza e di buone maniere, di convenienza e di disprezzo.

Lo sconosciuto lo guardò ancora un istante col suo leggero sorriso; e, ritirandosi dalla finestra, sortì lentamente dall'osteria per venirsi a piantare in faccia al cavallo, alla distanza di due passi da d'Artagnan. Il suo portamento tranquillo, e la sua fisonomia scherzosa avevano raddoppiato l'ilarità di coloro coi quali parlava, e che erano rimasti alla finestra.

D'Artagnan, vedendolo arrivare cavò più di un piede della sua spada fuori del fodero.

— Questo cavallo è decisamente, o piuttosto è stato nella sua gioventù pomellato in oro, riprese lo sconosciuto, continuando le investigazioni incominciate e indirizzandosi a' suoi uditori della finestra, senza sembrare di fare alcuna attenzione alla esasperazione di d'Artagnan, che pure frapponevasi fra lui ed essi. Questo è un colore conosciuto in botanica, ma fino adesso molto raro nei cavalli.

— V'ha tale che ride del cavallo che non oserebbe ridere del padrone! gridò l'emulo furioso di de Tréville.

— Io non rido spesso, signore, riprese lo sconosciuto, come voi potete persuadervene da voi stesso dall'aspetto del mio viso; ma io voglio conservare il privilegio di poter ridere quando mi piace.

— Ed io gridò d'Artagnan, io non voglio che si rida quanto mi dispiace.

— Davvero, signore? continuò lo sconosciuto più calmo che mai. Ebbene! è perfettamente giusto.

E girando su' suoi calcagni si disponeva a rientrare nell'osteria per la gran porta, sotto la quale d'Artagnan nel giungere aveva rimarcato un cavallo già insellato.

Ma d'Artagnan non era di tal carattere da lasciare in tal modo un uomo che aveva avuta l'insolenza di burlarsi di lui. Cavò interamente la sua spada dal fodero, e si mise a perseguirlo gridando:

— Voltatevi, voltatevi dunque signor motteggiatore, che io non abbia a battervi per di dietro!

— Batter me! disse l'altro girando sui talloni e guardando il giovane con tanta meraviglia quanto era il disprezzo. Andiamo dunque, mio caro, voi siete un pazzo!

Quindi a mezza voce, e come se avesse parlato a se stesso.

— È cosa dispiacente, continuò egli, bella recluta per Sua Maestà, che cerca da tutte le parti dei bravi per completare i suoi moschettieri!

Terminava appena, che d'Artagnan gli stendeva un così furioso colpo di punta, che, s'egli non avesse fatto prestamente uno sbalzo in addietro, è probabile che avrebbe scherzato per l'ultima volta. Lo sconosciuto vide allora che la cosa oltrepassava lo scherzo, cavò la sua spada, salutò il suo avversario, e si mise gravemente in guardia. Ma nello stesso tempo i suoi due uditori, accompagnati dall'oste, piombarono sopra d'Artagnan con gran colpi di bastone, di paletta e di molle. Ciò fece una diversione così rapida e così completa all'attacco, che l'avversario di d'Artagnan, nel mentre che questi si voltava per far fronte a quella grandine di colpi, rimetteva nel fodero la sua spada colla massima precisione, e, da attore, ritornava spettatore del combattimento, parte di cui si disimpegnava colla consueta sua impassibilità, mentre ciò non ostante brontolava:

— Venga la peste a questi Guasconi! rimettetelo sul suo cavallo color d'arancio, e ch'egli se ne vada.

— Non prima di averti ucciso! gridò d'Artagnan, mentre faceva fronte il meglio che poteva, senza rinculare di un passo, ai suoi tre nemici, che lo maltrattavano di colpi.

— Ancora un'altra Guasconata! mormorò il gentiluomo. Sull'onor mio, questi Guasconi sono incorreggibili. Continuate dunque la danza, poichè egli vuole assolutamente ballare. Quando sarà stanco, egli dirà che ne ha abbastanza.

Ma lo sconosciuto non sapeva ancora con qual genere di testardo aveva a che fare: d'Artagnan non era l'uomo da domandare mai grazia. Il combattimento continuò dunque ancora qualche secondo: finalmente, d'Artagnan spossato lasciò sfuggirsi la spada, che un colpo di bastone aveva troncata in due pezzi. Un altro gli colpì la fronte, e lo rovesciò quasi nello stesso tempo tutto insanguinato, e quasi svenuto.

Fu in questo momento che da tutte le parti si accorse al luogo della scena. L'oste, temendo uno scandalo, trasportò coll'ajuto del suo servitore il ferito in cucina, ove gli furono usate alcune cure.

In quanto al gentiluomo, egli era ritornato a prendere il suo posto alla finestra, e guardava con una certa impazienza tutta quella folla, che sembrava destargli una contrarietà nel rimanere in quel luogo.

— Ebbene come va quell'arrabbiato? riprese egli voltandosi al rumore che fece la porta nell'aprirsi, indirizzandosi all'oste che veniva ad informarsi della sua salute.

— È sana e salva vostra Eccellenza? domandò l'oste.

— Sì, perfettamente sano e salvo, mio caro oste, e sono io che vi domando come va quel giovane.

— Va meglio, disse l'oste, egli è del tutto svenuto.

— Davvero? fece il gentiluomo.

— Ma prima di svenirsi, egli ha radunate tutte le sue forze per chiamarvi, e per sfidarvi chiamandovi.

— Ma dunque è il diavolo in persona, questo malandrino! gridò lo sconosciuto.

— Oh! no, Eccellenza; non è il diavolo, riprese l'oste con una smorfia di disprezzo, perchè durante il suo svenimento noi lo abbiamo perquisito, e nel suo fagottino non ha che una camicia, e nella sua borsa non ha che undici scudi, cosa però che non gli ha impedito dire mentre cadeva in svenimento, che se una simile cosa fosse accaduta a Parigi voi ve ne sareste pentito sull'atto, nel mentre che qui voi non ve ne pentirete che più tardi.

— Allora, disse freddamente lo sconosciuto, è qualche principe del sangue travestito.

— Io vi dico questo, mio gentiluomo, riprese l'oste, affinchè voi stiate sulle difese.

— Nella sua collera, ha egli nominato nessuno?

— Sì, egli batteva sulla saccoccia, e diceva noi vedremo ciò che il signore de Tréville penserà di questo insulto fatto al suo protetto.

— Il signor de Tréville? disse lo sconosciuto divenendo attonito; batteva sulla sua tasca pronunciando il nome del signor de Tréville?... Vediamo, mio caro oste, mentre che il giovane era svenuto, voi non sarete stato, ne son ben certo, senza guardare in questa saccoccia. Che cosa v'era?

— Una lettera indirizzata al signor de Tréville, capitano dei moschettieri.

— Davvero?

— La cosa è come ho l'onore di dirvela, eccellenza.

L'oste che non era dotato di una grande perspicacia, non notò l'espressione che le sue parole avevano impresso nella fisonomia dello sconosciuto. Questi lasciò il parapetto della finestra sul quale era sempre rimasto appoggiato colla punta del gomito, e aggrottò il sopracciglio come un uomo inquieto.

— Diavolo! mormorò egli fra' i denti; Tréville mi avrebbe egli inviato questo Guascone? questi è molto giovane! ma un colpo di spada è un colpo di spada, qualunque sia l'età di quello che lo dà, e si ha minor diffidenza in un ragazzo che in tutt'altro, basta molte volte un debole ostacolo per mandare a terra un gran disegno.

E lo sconosciuto cadde in una riflessione che durò qualche minuto.

— Vediamo, oste, diss'egli, non mi sbarazzerete voi da questo frenetico? in coscienza, ora non posso ucciderlo, e ciò non ostante aggiunse egli con una espressione freddamente minacciosa, ciò nonostante egli m'incomoda. Ov'è egli?

— Nella camera di mia moglie al primo piano, ove è medicato.

— I suoi arredi e il suo sacco sono con lui? ha egli seco il suo sajo?

— Tutto ciò, al contrario, è disotto in cucina. Ma poichè v'incomoda questo giovane pazzo...

— Senza dubbio. Egli cagiona nella vostra osteria uno scandalo al quale non saprebbero resistere le persone oneste. Salite nella vostra stanza, fatemi il conto e avvertite il lacchè.

— Che il signore ci vuole lasciare di già?

— Voi lo sapete bene, poichè vi aveva dato l'ordine di fare insellare il mio cavallo. Non sono io forse stato obbedito?

— Certamente e, come vostra Eccellenza ha potuto vederlo, il suo cavallo è sotto la porta grande già apparecchiato per partire.

— Sta bene, allora fate quanto vi ho detto.

— Che! disse a se stesso l'oste avrebbe egli forse paura di quel ragazzo?

Ma un colpo d'occhio imperativo dello sconosciuto venne a tagliar corto, egli salutò umilmente e sortì.

— Non bisogna che Milady[1] si accorga di questo furbo, continuò lo straniero: ella non deve tardare a giungere; ella è già in ritardo. Decisamente val meglio che io monti a cavallo, e che vada ad incontrarla... Se potessi soltanto sapere ciò che contiene quella lettera indirizzata a Tréville!

E lo sconosciuto, borbottando si diresse verso la cucina.

In questo mentre l'oste, che non dubitava che fosse la presenza del giovane che scacciava lo sconosciuto dalla sua osteria, era risalito da sua moglie, e aveva ritrovato d'Artagnan padrone finalmente dei suoi sensi. Allora, facendogli comprendere che la polizia potrebbe fargli un cattivo partito per aver cercato contesa con un gran signore, poichè, secondo il parere dell'oste, lo sconosciuto non poteva essere che un gran signore, egli lo determinò, ad onta della sua debolezza, ad alzarsi e a continuare il suo viaggio. D'Artagnan mezzo sbalordito, senza sajo, e colla testa tutta ammaliata di fasce, si alzò adunque, e sollecitato dall'oste, cominciò a discendere; ma giungendo in cucina, la prima cosa di cui s'accorse fu del suo provocatore, che parlava tranquillamente appoggiato allo sportello di una pesante carrozza alla quale erano attaccati due grossi cavalli normanni.

La sua interlocutrice, la di cui testa compariva incorniciata dalla portiera, era una donna dai venti ai ventidue anni. Noi abbiamo già detto con quale rapidità d'investigazione d'Artagnan abbracciava una intiera fisonomia; egli dunque vide a primo colpo d'occhio che la donna era giovane e bella. Ora questa bellezza lo colpì tanto più, inquantochè essa era perfettamente straniera ai paesi meridionali che fino allora erano stati abitati da d'Artagnan. Era una pallida e bionda signora, coi capelli arricciati cadenti sulle spalle, con grandi occhi blu languenti, colle labbra rosee e colle mani d'alabastro; ella parlava con molta vivacità allo sconosciuto.

— Per tal modo, il ministro m'ordina... diceva la signora.

— Di ritornare sull'istante in Inghilterra, e di prevenirlo direttamente se il duca lasciasse Londra.