I suicidi di Parigi

Chapter 28

Chapter 283,846 wordsPublic domain

--Olà!--urlò Adriano. Rubare è una parola che non squarcia mica la bocca a voi--a voi che siete abituato alla cosa! Ma non osate articolarla più in mia presenza, se volete evitarmi il disgusto di schiaffeggiarvi.

--Che cosa è codesto modo di favellare?--osservò il duca atterrito.

--Il modo con cui gli uomini di onore parlano alla gente della vostra specie e del vostro calibro. Sì, le conosco tutte le vostre gesta: ciò che è occorso la notte del ballo presso il principe di Lavandall; ciò che è occorso la notte dell'orgia in casa Morella; i vostri debiti; le vostre scroccherie; il furto dei gioielli, che avete commesso in pregiudizio di vostra moglie; l'uso cui vi apprestavate a fare dei documenti che vi ò presi. Mia cugina andava a soccombere alla tentazione di restituir quelle carte contro l'autografo glorioso cui avete scritto presso il principe di Lavandall. Carpirvi quel portafogli sarebbe forse stata una cattiva azione per vostra moglie. Gli era un dovere per me d'impedirle di contaminarsi. Gli è un dovere per me d'impedirvi di aggiungere altra infamia all'onta cui avete di già sparsa sul capo di vostra moglie e del vostro figliuolo.

--E chi vi à delegato codesto doppio dovere, signore?--dimandò il duca.

--Il sangue che mi corre nelle vene. Ma ciò non è tutto ancora. Vi ò dato delle spieghe. Ascoltate adesso i miei ordini.

Balbek trasalì.

--I vostri ordini?--borbottò egli sillabando, le labbra tremanti.

--Cui eseguirete come quelli del vostro re. Vi do, per compierli, un mese--a partire da questo momento, le 3 e 25 minuti del 7 marzo, fino alle 3 a 25 minuti del 7 aprile.

--Vi ascolto--biascicò il duca, più bianco che la sua camicia--e sono soprafatto dallo stupore.

--Io non so che uso farò di quelle carte cui vi tolsi. Al contatto di quell'immondizia: diplomatici, spie e pretendenti a cui vo' a fregarmi, il sentimento del giusto e del vero si perverte. Io non so se giungerò a strappare dagli artigli del Russo la dichiarazione firmata da voi. Ma l'è questa l'ultima delle mie preoccupazioni. Vostra moglie è vedova, da ieri in qua. Vostro figlio sarà, a partir da domani, non più il duca di Balbek, ma il conte di Meuge. Che il vostro nome resti o no contaminato innanzi al pubblico, ci cale men di nulla. Perchè, per noi, non è il mondo che determina il delitto: gli è il delitto stesso che ci fa orrore. Che la vostra infamia resti nascosta, voi non siete meno, agli occhi nostri, un codardo, un ladro, uno scroccone, un brigante che si mette in agguato armato di scritte delicate, e grida ad una regina: la borsa o il trono! Noi vi disprezziamo. La vostra presenza ci è divenuta intollerabile, ci fa nausea. Capite voi questo?

--No. Ma terminate.

--Ebbene, voi avete un mese di tempo per dimandare ed ottenere dal vostro governo la vostra rimozione da Parigi. Se, a capo di questo tempo, voi non siete scomparso da questa città, solo, senza moglie e senza figliuolo, io vi schiaffeggio la sera e vi uccido l'indomani. Voi venivate a domandarmi probabilmente un duello. Voi avete visto che vi accordo un mese d'esistenza--perchè non voglio imbrattarmi le mani di un simile sangue. Ecco.

Il duca, che era stato assiso durante questa scena, si alzò e disse:

--Una parola ancora, per mio governo, signore. Gli è la virtù sdegnata _sola_ che vi detta quei propositi?

Adriano si fermò di botto. Era stato colpito in mezzo del petto. Esitò un istante a rispondere; poi, senza nulla dire, indicò del dito la porta al duca e si assise.

Il signor di Balbek soggiunse:

--Io non rilevo i vostri insulti, signor di Alleux. Voi parlate con lo stesso senza scrupoli con cui agite. Noi siamo entrambi allievi della Chiesa: ci intendiamo dunque. Io smentisco le indegne supposizioni cui avete costrutte sulle mie intenzioni--di trafficare, cioè, delle carte cui mi avete involate. Io non iscuso le mie colpe--di cui voi avete goduto i frutti nelle braccia della mia ganza. Vedrò, quando l'ora sarà opportuna, se conviene di battermi con voi o di premunirmi. Voi capite? Poichè voi chiamate _impedire di contaminarsi_ ciò che il mondo chiamerebbe _rubare_, io mi permetterò di addimandare _premunirmi_ ciò che gli ingenui addimanderebbero _assassinare_.

Il conte sorrise.

Il duca continuò:

--Mia moglie e mio figlio mi riguardano... ed all'uopo vi son perfino dei tribunali...

--Vostra moglie è vedova--gridò Adriano andando verso il duca. E se voi non vi rassegnate alla vedovanza sociale, cui le avete fatto, io m'incarico di far eseguire da Dio la sentenza del mondo. I forzati perdono i diritti civili.

E ciò dicendo chiudeva l'uscio del suo salone in faccia al duca.

Alle cinque, Adriano entrava nel gabinetto del principe di Lavandall.

--Signor conte--disse il principe di Lavandall--voi siete cugino della duchessa di Balbek. Venite altresì in nome di lei?

--No, signore. Io vengo nel nome mio proprio. La duchessa però mi à narrato le proposizioni cui le avete fatto, gli accomodamenti che avete stabiliti. So tutto, insomma.

--Ne sono lietissimo. Amo meglio trattar con un uomo--continuò il principe. Si esce sempre battuti di un negoziato con una donna. Se il _diplomatico_ trionfa, l'_uomo_ perde; se il _cavaliere_ si allegra del suo successo, il _negoziatore_ ne piglia il bruno. Gli è impossibile intendersi, quando non è lecito chiamar le cose del loro nome; quando è mestieri far delle perifrasi per spiegarsi, ed astenersi dalle proposizioni chiare, brutali: se no, no! Preferisco dunque intendermi con voi. Che venite a dirmi?

--Son compiaciuto trovarvi del mio avviso, principe. La duchessa non poteva intingere il dito, senza insozzarsi, in questa immonda bisogna. Le ò sparmiato questo compito, a sua insaputa. Ecco dunque che vengo a dirvi. Voi avevate proposto un baratto: carte per carte! Io vi porto, al contrario, quest'offerta: silenzio per silenzio!

--Come ciò?--sclamò il principe.

--Dapprima, signore, è una cosa, che antistà a tutte, a dichiararvi: che, cioè, l'onore del signor duca di Balbek non ci riguarda più. Esso è a voi: potete sparmiarlo o distruggerlo a vostro talento. Madama di Balbek ritorna contessa di Meuge. Suo figlio prende il nome dell'avolo. Cosicchè, che voi conserviate, pubblichiate o bruciate la dichiarazione del duca, cui possedete, torna per noi completamente lo stesso. Noi lo abbiamo cancellato dalla nostra famiglia. Egli potrà essere per il mondo puro o riabilitato; per noi, egli sarà mai sempre infame.

--E la signora di Balbek consente a codesto?

--Ella lo esige per la prima.

Il principe azzeccò il suo sguardo dritto e profondo sul conte e replicò:

--Ne siete voi ben sicuro, signor conte?

--Signore, io non ò l'abitudine di parlare alla ventura. Ciò posto, venghiamo agli altri documenti.

--Ebbene?

--Io li ò. Io li ò presi, per impedire che la duchessa li prendesse. Conosco il valore di quelle scritte, e l'uso che se ne potrebbe cavare...

--Allora?

--Allora, io li conservo--come se mi fossi un sepolcro!

--Ma non è codesto che era stato convenuto con la duchessa.

--Lo so. Ma altresì, io non agisco d'appo i suoi ordini. Ecco il mio avviso, signore. Il vostro governo è avverso alla regina Bianca, favorevole a quell'abbominevole principe di Tebe--di cui l'elemento vitale è il delitto e l'abbrutimento dei popoli per mezzo del clero e dalle fraterie. Questi documenti, nelle vostre mani, potrebbero servire ad un compito più fatale di quello del duca di Balbek. Egli vuole quattrini; voi volete confiscare la libertà di un popolo. Quegli mira alla lista civile della regina; voi al trono di lei. Un uomo di onore non può dar mano ad alcuna di codeste manovre. Io ò quelle indegne carte. Le conservo, le sotterro--se tuttavia non le brucio.

--Ma, signore, le avete lette voi, quelle scritte?

--Sì.

--Allora, voi vi fate complice di una estorsione, di un adulterio, di una sostituzione, di un furto, di una prostituzione... che so ancora? voi tenete il sacco a coloro che rubano.

--Signore, i due re ed i loro ministri sono stati infami; il duca di Balbek--forse il meno colpevole--è stato infame anche egli. La morale si vela la faccia in mezzo a quella gente. Io non mi preoccupo ove sia la giustizia. Io non calcolo che questo: la regina Bianca è un vituperio; il principe di Tebe un flagello. Il vituperio ricade sur una regina; il flagello si abbatte sur una nazione. Dei due disastri, scelgo il minore. Qual re al mondo, d'altronde, può affermare: questo figliuolo è mio? Gli altri lo sospettano; Taddeo IX lo sapeva.

--Conchiudete, signore, se vi aggrada--disse il principe freddamente, ma umiliato del suo scacco fino al fondo dell'anima.

--Termino, principe. Ecco dunque l'ultima mia parola: silenzio per silenzio--se volete essere generoso. Se no, fate l'uso che vi piace dell'autografo del duca. Io fo scomparire le carte di Balbek.

--Signore, avreste voi per avventura un terreno meno assoluto sul quale potessimo impegnare un negoziato più logico?

--Signore, io non sono mica diplomatico, e perciò non negozio. Vi dovevo una risposta dalla parte di mia cugina, ed una spiegazione da _parte mia_. Ve le porto. Esse contrariano forse il _diplomatico_; ma io porto nella mia coscienza il convincimento che il _padre_, il _marito_, il _gentiluomo_, che sono in voi, non mi sconfesseranno. Me ne appello al vostro cuore ed al vostro onore, principe.

Il signor di Lavandall si alzò, senza rispondere, salutò e ricondusse il conte di Alleux fino alla porta del suo gabinetto.

La sera, Adriano andò a raccontare a sua cugina tutto ciò che si era passato fra lui ed il duca, e fra lui ed il principe.

Vitaliana approvò...

La duchessa si dileguò.

La donna si mostrò allora in tutta la sua potenza.

E la lotta cominciò.

Il fantasma di Morella andava a costare ad Adriano più di cure, che non gli era costato di tempo e di pena la conquista di lei.

--Vitaliana--disse infine Adriano partendo--che debbo io sperare?

--Mio povero amico--rispose la duchessa di un accento triste e scoraggiato--di' piuttosto: che debbo io temere?

--Io metto tutto nella mia posta--riprese Adriano.

--Me lo immagino bene--replicò Vitaliana. Perocchè io vi metto tutto, e, più che tutto, me stessa ed il figlio mio!

Adriano partì, il paradiso negli occhi, lo sgomento nel cuore.

Prevedeva egli?

XVII.

Corbezzoli! Fidatevi dunque dei fiori!

Due settimane sono scorse.

Una mattina, a mezzodì, il duca si presentò in casa del dottore di Nubo.

Il duca non aveva ancora trent'anni.

Ieri ancora, egli sembrava sì giovane, sì felice! Alcuni giorni di quella zona torrida della sventura lo avevano maturato subitamente!

Par di quarant'anni adesso.

Vari capelli bianchi si fan passo sulle sue tempie. È fosco. È affranto. Il suo sguardo, capovolto indentro, è velato e tetro. I suoi abiti non dinotano la negligenza, ma la gravezza delle preoccupazioni dello spirito.

E davvero, gli era impossibile di cumular più disastri sur un capo di uomo, in minor tempo e con altrettanto rigore!

Era marito invidiato, padre contento, circondato di una considerazione relativa, onorato. Aveva un'amante che gli apriva olimpi incogniti. Possedeva un parafulmine che lo metteva al sicuro dalle disgrazie della sua corte e dalla ingratitudine della regina Bianca. Poteva innalzare ancora la fronte con orgoglio: sua moglie era pura; la sua casa casta; la sua fortuna al livello dei suoi bisogni e del suo grado.... Tutto codesto si è sprofondato come una valanga! Un bacio di donna à creato più ruine che il ciclone nei mari del Sud ed il simoun nel deserto!

--Io sono un misero!--sclamò egli infine, essendosi assiso, dopo qualche istante di tacere, cui il dottore non interruppe perchè gli scandagliava il cranio ed il petto del suo occhio scrutinatore.

--Bah! bah! io sono abituato a quelle frasi--rispose il dottore di un tono gaio. Tutti coloro che vengono a consultarmi cominciano per quel motto. Come la lingua francese è povera, e lo spirito umano poco elastico!

--Il dolore è un grido e non una lingua, dottore--osservò il duca. Voi lo ignorate; tanto meglio!

--Che vi càpita, dunque? Io credeva, al contrario, che la calma vi ritornasse.

--Io sono agli estremi. Mi affliggono a questi tre abissi: uccidermi, lasciarmi uccidere, o assassinare!

Il dottore, forte pensoso, si grattò la fronte, e dimandò lentamente:

--E voi avete scelto?

--Ve lo chieggo a volta mia.

--Insomma, spiegatevi.

--Voi non mi comprendete, dunque? Avete voi mai assaporato la gelosia dell'odio?

--Ignoro quella dell'amore--figuratevi! Allora?

--Scandagliate. Voi conoscete una parte dei miei disastri.

--Sopra una parola anticipata della morte del re Taddeo--cui il signor di Lavandall si lasciò scappare a disegno--ò guadagnato alla Borsa cento mila franchi. I nostri debiti comuni, e quelli di cui aveva risposto, addossando le vostre cambiali, sono pagati.

--Non è il danaro che cagiona le mie sventure.

--Morella dunque?

--Morella parte dopo domani per la Turchia, a traverso la Russia, in compagnia di parecchi signori. Lord Warland guadagna l'_handicap_. Ella finirà per recarsi in Italia, e sposarvi un marchese, un ministro, un duca, o che so io.

--Voi non l'amate dunque più?

--Non ne so nulla. Galleggio nella nebbia.

--In questo caso, venite a vedermi quando sarete sboccato nel chiaro.

--Voi non vedete dunque altro nel mondo, voi, che la pecunia e la ganza?

--Vi trovate voi altra cosa?

--Io era padre. Mi si viene a dire: voi siete disonorato; il vostro figliuolo non porterà più il vostro nome! Ero marito. Mi si dice: voi siete infame; vostra moglie è vedova!

--La sentenza è feroce.

--Ora, io amo il mio bambino. Senza proprio amarla, tengo a mia moglie. Protesto. Mi si risponde: lascerete Parigi fra un mese, solo, ovvero io vi sforzo a battervi in duello e vi uccido.

--Battetevi allora.

--Non mai. Io sono vile. Spiegate ciò. Se mi trovassi alla testa di uno squadrone, io mi slancerei il primo sur un quadrato di fanteria, sur una batteria. Svenirei, se vedessi una pistola puntata su di me, o una puntata di spada volteggiare attorno al mio petto. Io sono affatto l'opposto dei nostri Siciliani, i quali ànno il terribile coraggio di battersi al duello del coltello, e levano il piede sul campo di battaglia, al primo colpo di cannone.

--Sarebbe egli il conte di Alleux che vi accocca quell'intimazione?

--Egli stesso.

--Egli ama dunque vostra moglie?

--Si amano.

--Ne siete voi ben certo, di parte della duchessa?

--La cameriera--che fin qui fu al soldo del conte di Alleux per riferirgli tutto ciò che Vitaliana faceva--è passata al soldo mio, adesso che il conte viene due volte al giorno ad informarsene da Vitaliana ella stessa. Questa cameriera dunque me lo assevera.

--Allora, partite.

--Impossibile. Osservatemi come sono cangiato. La mia vita è un letto di aculeo. Dovunque io mi giri, gli è tenebre. Dovunque io mi proponga abbordare, gli è l'onta, il delitto o la morte. Non oso più escire, ed ò paura di restare a casa. Se veggo un fanciullo nelle vie, il singhiozzo, il soffoco mi prendono. Se incontro una coppia felice, le lagrime inondano gli occhi miei. Io trovo uno scherno in tutti gli accenti. Ogni parola mi sembra un'allusione. Si direbbe che una mano invisibile scriva le mie colpe sulla mia fronte, e che ciascuno ve le legga. I miei colleghi mi squadrano singolarmente. Morella non mi discaccia neppur più; io non esisto più per lei! Sono andato al teatro, pensando distrarmi; ò creduto riconoscere che mi avevano messo in iscena. Sono andato al ballo della mezza-quaresima; una maschera si è avvicinata e mi à detto: «Ai tu incontrato tua moglie?» Evitano al club di giocare con me. Io trascino nelle feste un piglio che mette le donne in fuga, gli uomini in guardia. All'ultimo ballo delle Tuileries, la regina non mi à parlato. E dietro a me, un militare chiedeva ad un altro, facendo certo allusione ai casi miei: «Come vanno le vostre colombe?»

--Non ne avete dunque mica abbastanza di guai reali, che ve ne create tanti con l'immaginazione?--dimandò il dottore.

--L'immaginazione non alloggia in casa mia. Gli è il fatto materiale che mi schiaccia. Avevo una posizione: me ne cacciano! Avevo una casa: me ne esiliano! Avevo credito: è distrutto! Avevo dei documenti che mi potevano permettere di forzare le porte del favore e scongiurare la disgrazia: me li ànno rubati! Avevo un'amante: me l'ànno sedotta, e se ne vola con l'ultimo mio scudo! Avevo una moglie: si mette al suo capezzale una pistola, ed una spada per interdirmene l'approccio. I miei famigliari sono spie. La mia casa un Calvario... E, malgrado ciò, bisogna che fra due settimane io la lasci!

--Cazzica! se v'incomodate qualcuno!

--Oh! che notti sono le mie, dottore! Vagabondo per Parigi, tanto che io non mi caggia spossato. Io cionco senza potermi ubbriacare ed obliare! Ritorno a casa inzaccherato, lasso, infetto. Credo che quel letto, il quale, ieri ancora mi offriva il sonno, mi tenda le braccia: la disperazione vi si apposta, l'insonnia vi sibila di tutti i suoi serpenti! Le tenebre sono implacabili: non vi è fantasma che non vi sputi le sue furie. Io mi alzo scacciato dall'incubo delle visioni, dei desideri, dei delirii, dei rimorsi, della gelosia... tutto il mondo dell'inferno si rizza sulla mia fronte! Ed io vo, corro, urto a tutti gli angoli, investo tutti i mobili, mi rotolo sul tappeto, striscio, mi trascino fino alla porta di lei... Dessa è chiusa! Ella è rinchiusa! Ma io odo quella respirazione dolce, calma, eguale, talvolta un piccolo gemito... La pace è colà!... forse anco un'anima che pronunziò la sua finale sentenza--e trova il riposo nella risoluzione estrema. Guardo attraverso il buco della serratura quel nido rischiarato da una luce d'ambra... Ecco le sue vesti; ecco la _psiche_ che la rifletteva or ora, facendosi bella per un altro; ecco le sue calze, le sue pantofole... Ella sogna... delle parole le sfuggono dal cuore... Io brucio ed i miei piedi sono nudi, il mio petto è nudo, appena se sono coverto... Vado a picchiare? vado a chiamare? vado a torcermi alle sue ginocchia e gridare: grazia!?... Oh! giammai! Tre parole implacabili sono nella sua bocca: codardo, ladro, infame! Me ne fuggo e ritorno nella mia camera per vegliare, inabissarmi e riflettere... riflettere che, qualche ora innanzi, quella medesima bocca, che à per me propositi sì feroci, diceva ad un altro: io ti amo! Ed ecco i miei giorni, ecco le mie notti. E malgrado ciò, lo ripeto, notti e giorni sono contati.

--Siete voi deciso a partire?

--No. Li ucciderò.

--Riflettete. Val meglio battervi. Avere una probabilità...

--Alcuna. L'ò visto all'opera.

--Un assassinio, anche nel caso di flagrante delitto, provocherà discussioni. La giustizia cava come l'acqua che cade. Essa rimuoverà tutto, rimuginerà dovunque, interrogherà tutti: e d'indagine in indagine, d'induzione in induzione, si arriverà al gabinetto di Lavandall, al salone di Morella. Siete allora perduto senza remissione. Ascoltatemi: battetevi o rassegnatevi.

--Io non posso rinunziare a Vitaliana--riprese Balbek dopo un minuto di riflessione... Perocchè, l'ò capito, ecco ciò che mi vogliono. Si dice: Ci amiamo da dieci anni, ed abbiamo rispettato il vostro onore, perchè voi stesso lo rispettavate. L'avete contaminato; ci stimiamo affrancati. Nulla c'impegna oggimai a preoccuparcene più che voi non ve ne preoccupate. Voi non amate Vitaliana. Ella non vi ama. L'avete oltraggiata... Via, dunque, via! Il vostro posto non è più allato di lei.

--I colpevoli son sempre logici--osservò il dottore di Nubo.

--Ma io non posso staccarmi da lei. Ella è il mio complemento. Il delitto nell'educazione dei gesuiti, presso i quali venni educato, è precisamente in questo: ch'essi producono degli uomini che non bastano a sè stessi e che ànno il loro complemento altrove. Qui la mano, là la lingua; qui il cervello ed il cuore collettivo, là la persona singola!

--Questa è la base e la forza dell'educazione cattolica.

--Orbene, Vitaliana finisce e completa la mia personalità: ella è quella, metà del _me_ che colma il vuoto. M'intendete? Io mi disonorava fuori; ed avevo l'onore in casa mia! Io ballonzava le vecchie baldracche politiche per ragione di Stato, nelle regioni superiori; e venivo a prendere un bagno di giovinezza e di purità nella mia alcova! Lottavo di menzogne e d'intrighi nel mondo officiale; al mio focolaio, trovavo la lingua casta e sincera, il sorriso morale! Mi attossicavo di amore adulterato e fatturato presso le dame e le cortigiane; la mia ingenua mi disinfettava! Vedevo dovunque il culto del diamante; in casa mia, trovavo la religione del fiore! La febbre dappertutto; in quel salottino, poco bazzicato, la calma! Nel mondo, l'artificio, il belletto, la posa; nei miei lari, la semplicità ignorante! Io mi ritemprava qui, per lottare colà; mi temperavo là, per piacer qui. Io repugnava al vizio, ma non adoravo la virtù. Il delitto mi trovava inabile; l'onore improprio: ero incompleto dovunque. Le ganze erano mia moglie; mia moglie, il mio rimorso.

--Trista parte per una donna!--sclamò il dottore.

--Ond'è, che le donne se ne stancano. Or bene, io, il quale non sono che un istinto stroppiato da casuisti; io aveva trovato la mia direzione: perchè mia moglie, essendo il candore stesso, era una luce. Questa luce è estinta. Vitaliana non mi seduceva...

--Perchè la bianchezza non è un colore--ed i mariti sono tutti come gli Indiani: amano il tatuaggio.

--Io ò corso dietro al tatuaggio come gli altri. Però, in mezzo a quel diavolìo di forme, di spezie, e di colori, io sentiva che, se Vitaliana non era un'esca, era un riposo. Il riposo è l'aria vitale della nature incomplete: me l'ànno involata! Voi sapete come sono stato abbattuto dappertutto; in casa Lavandall, in casa Morella, in casa mia. Che volete voi che io mi divenga in questa situazione? Ricostruite col pensiero il vostro cuore a trent'anni, provate d'intendermi, e venite in mio soccorso.

--In che modo?

--Non importa come. Accetto tutto. Funzionario disonorato, padre senza figlio, marito senza sposa, signore povero... Che ò fatto io dunque perchè tante sventure si precipitino ad una volta sopra di me?

--Che avete voi fatto?--disse di Nubo sogghignando. Ma!... Avete avuto l'inaccortezza di trovarvi lì quando la valanga s'è scardinata.

--Non risaliamo più alle cause. Io non veggo oramai che questi quattro spettri: battermi, uccidermi, assassinare, bandirmi--abbandonando mia moglie nelle braccia di un amante. Fin ad ora ella è pura ancora. Fra tre giorni, nol sarà più.

--Chi vi dice codesto?

--La sua cameriera. Gli è dopo dimani l'anniversario dei nostri sponsali. La vedova si rimarita--là, nella casa mia stessa, in quel nido di rifugio ch'ella s'era costrutto, quando, nelle mie braccia, ella sognava dei suoi giorni di vergine! Ora io non ò nè il coraggio di battermi, nè quello di uccidermi; non voglio a prezzo alcuno lasciarli entrare in quel paradiso. Li ucciderò.

--E poi?

--Poi, poi... Dio crea l'avvenire ed il diavolo lo cavalca. Io soffoco. Il pensiero mi rode; il cuore mi divora. Prometeo era un Sibarita, paragonato a me. Oh sì! li assassinerò... l'è la mia calma, è il sonno che essi ànno estinto negli occhi miei.

--Ascoltatemi un po'. Se venite a me perchè sentite il bisogno di esser salassato, io son chirurgo e sono pronto. Se venite per intrattenermi dei vostri delirii, voi avete mal preso il vostro tempo. Io ò fretta. Il mio editore mi intima di consegnargli un certo trattato sui _Fiori_, cui gli ò venduto.

--Avete ragione, signore, io sono uno zotico a venire ad appestare l'atmosfera innocente e soave che vi circonda. Il fiore! mille scuse. Io non sospettava d'infettare codesta innocenza del mio alito di omicida.

--Ebbene, caro duca, non vi abbiate di rimorsi a causa di ciò. Imperocchè, ve lo assicuro, io non conosco nulla nella natura che sia così assassino che il fiore.

--Scherzate, scherzate...

--No, punto. Dimandatelo alla duchessa, che li conosce i fiori. Quella cara dama li ama dessa sempre?

--Sempre.