I suicidi di Parigi

Chapter 27

Chapter 273,758 wordsPublic domain

Ella si apparecchiava a commettere quell'atto abbominevole per salvar l'onore di suo figlio, innanzi tutto; poi quello di una regina; poi la corona di un figliuolo adulterino; poi un popolo dalla guerra civile; poi il nome di suo marito--esso stesso, ed il nome cui ella portava. Ciò era grave. Ciò tentava quel nobile cuore. Ma il suo atto sarebbe desso stato meno un furto per questo?

Ecco la cosa.

Il furto macchierebbe desso quell'anima?

Ecco la quistione.

Adriano ebbe pietà di lei.

--Ella! È mestieri ch'ella arrivi pura nelle mie braccia--si disse egli. L'amore purifica sempre, quando è disinteressato di ogni altro obietto che l'amore stesso. L'amore non macchia giammai. Nelle mie braccia ella non sarà contaminata. Ma se dessa ruba?... Non mai. Se codesta necessità è inesorabile... ebbene io la assumerò. Ma quella colomba? No: io le risparmierò questa contaminazione.

Ed Adriano rubò le carte.

Il fatto gli pesava... Era inevitabile!

Non si commettono però simili intraprese col cuore calmo e gaio. La ragione pertanto zittiva l'istinto.

Infine, per distrarlo, Vitaliana sopraggiunse.

Ella lo condusse, senza dir motto, dritto dritto nella camera di suo marito, e gli mostrò lo stipetto di ebano ed oro.

Adriano osservò, non senza balbutire, che il mobile era chiuso, che bisognava una chiave... E, tirandosi di tasca un po' di cera, modellò il buco della toppa, e ricondusse sua cugina nel _boudoir_.

--O' ben meditato--disse egli.--Tutto codesto è losco, e bisogna procedere lentamente. Andrò a vedere il principe di Lavandall in nome tuo, come tuo cugino, e cercherò di tirare questo affare in chiaro. Calmati. Riposa sopra di me. Il tuo onore e la tua felicità sono miei. Proverò di aggiustar tutto senza troppe infamie. E se, in ultimo, sarà assolutamente d'uopo di consegnar quelle carte maledette per quell'altra satanica carta, io avrò una chiave domani, le prenderò e compierò il baratto. Ma per l'amore di Dio, Vitaliana, per l'amore di tuo figlio, non intrigarti più in questo brago. Lascia che mi vi tuffi io, e mi vi sprofondi; ma tu... resta pura!

Vitaliana sembrava tôcca ed andava a rispondere, quando Maria venne a dimandare se madama poteva ricevere il duca, che aveva a parlarle.

Vitaliana interrogò degli occhi suo cugino--il quale, per tutta risposta, si alzò ed uscì.

Non era stato difficile al duca di Balbek di apprendere il nome del mago che lo aveva fatto svegliare in casa del conte di Alleux, quando si rammentava con delizia su qual guanciale si era addormentato. Gli bastò interrogare Lisa, la cameriera di Morella, la quale, descrivendogli le due persone che erano venute a cercarlo, ed il colore della livrea dei domestici, gli rivelava e spiegava tutto.

Egli non sospettava però punto che sua moglie sapesse altro che quello.

E' non si dissimulava la gravezza di questo fatto agli occhi della duchessa; ma aveva la confidenza di farselo perdonare. Laonde si presentava a lei di un'aria non punto accasciata.

Egli abbordò anzi le spiegazioni di un tono così alto, che la duchessa, negligentemente stesa sul suo canapè, e facendo vista di baloccare colle nappe della cordelliera della sua veste da camera, aggrottò le sopracciglia.

--Madama, non ò d'uopo di annunziarvi di che io mi venga a parlarvi. Se ò procrastinato di un giorno questo colloquio, gli è che ò voluto lasciarvi il tempo di riflettere. Domando risposte categoriche.

--Vi ò abituato a darvene d'altre, signore?--rispose Vitaliana.

--No: ne convengo. Fino a ieri non ebbi mai un sol rimprovero ad indirizzarvi. Voi avete rispettato il nome che portate...

--Quello di mio padre, signore--l'interruppe Vitaliana.

--Anch'esso. Questo doppio rispetto avrebbe dunque dovuto imporvi una condotta più riserbata, ed insegnarvi che la gelosia, essa stessa--la quale è una follia--à dei limiti.

--La gelosia?--obbiettò Vitaliana.

--Io non saprei nè riconoscere nè ammettere altro movente. Ma la gravità della cosa è forse meno nell'atto esso stesso, che nel luogo, nell'ora e nel compagno che sceglieste per compierlo. Esigo dei dettagli precisi su tutto codesto, madama.

--_Su tutto codesto_... che cosa, signore? Perocchè, e' mi sembra, che voi favelliate da un quarto d'ora, senza mettere il soggetto della conversazione.

Il duca, che fin qui era restato in piedi, si assise e disse:

--Voi mi sembrate disposta alla bernìa, signora... ed io nol sono punto. Vi domando, allora, innanzi tutto, che specie di relazioni coltivate voi col principe di Lavandall?

--Sareste voi disposto a credere, per avventura, ch'egli sia mio amante?

--Io non mi spingo fin là. Ma io penso che se n'è ben vicino, quando una donna ed un uomo si lasciano andar di conserto alle scappate che intraprendeste la notte scorsa.

--Vi sono delle distanze--anche della spessezza di un solo capello--che sono un abisso--replicò Vitaliana con disdegno. Io conosceva il principe di Lavandall molto prima di conoscervi: la principessa è una amica di mia madre e la mia.

--Ciò non dice nulla. Io vi domando questo: Chi vi à detto ove io mi era? Come, e perchè il principe di Lavandall si trovava desso con voi?

--Non rispondo alla prima questione. Rispondo alla seconda; che ò fatto pregare io il principe di accompagnarmi. Avreste voi preferito che andassi tutta sola?

--Sarebbe meglio valso che non foste venuta del tutto. Vi sono dei luoghi ove le donne debbono a sè stesse di non mettere il piede. Se io mi avessi saputo come la serata doveva terminare, non avrei accettato l'invito dell'ambasciadore di Turchia.

--Gli è dunque quel pagano che vi à indotto in peccato, eh? Avrei dovuto sospettarlo. Voi eravate dunque presso di lui?

--Eravamo nel suo _presso di lui_ extra-officiale.

--Davvero, signore? Quella Morella, la quale, fra parentesi, è la ganza del conte di Alleux...

--Cosa dite voi, signora?--gridò il duca in sussulto.

--Io l'ò incontrata in casa di lui, in veste da camera, nel suo studio, ieri, andando ad informarmi se vi eravate rimesso dell'... emozioni della notte precedente.

Il duca non rispose più. I suoi occhi fiammeggiavano.

--Quella Morella--riprese Vitaliana facendo mostra di non avvedersi di nulla--è dunque la ganza di quel Turco?

--Sì--urlò il duca.

--Guardate mo' come Parigi è cattiva! Si dice, signore, che voi incontraste quella donna in un bazar, cui si addimanda un ballo in casa di madama Thibault o Thibald... io non so chi; che voi avete comprata quella donna--la quale à abbandonato per voi il conte di Linsac che la pagava male; che avete messo al Monte di Pietà le mie gioie--gioie che mi venivano in grande parte da mia madre; e che avete contratto per 200 mila franchi di debiti.

--Mentono!--gridò il duca, impallidendo.

--Mente, chi? O' fatto verificare che i miei diamanti non sono, nè furono mai da Fromant Meurice. O' fatto constatare che sono al Monte di Pietà. Volete i numeri delle cartelle?

--O' avuto bisogno di danari per delle spese straordinarie cui ò avanzato al mio governo. Ma io non mi so render conto, madama, dell'inquisizione audace che avete intrapresa sulla mia condotta. Quale è il vostro scopo?

--Lo scopo? Ve' mo'... gli è vero! io non ci aveva pensato. Ebbene, se ne volete pur uno, eccolo: la curiosità. Eravate sì bello nel vostro costume di console romano!

--Madama, vi ripeto che l'era una giovialità imprevista. Rappresentavamo una _charade_ in azione. Poi, quel monello di pascià ci aveva fatto fumare dello _hatchich_, per dare una festa alla foggia del suo harem... che so io? Il marchese delle Antilles ed io ci siamo trovati impegolati in quella mascherata. Ma il mio torto--se n'ò uno--non spiega il vostro, e voi girate attorno alle mie domande senza rispondere.

--Lasciatemi far codesto giro, signore; non mi addossate ad una risposta di due parole cui potrei gittarvi alla faccia...

--Voi mi fate trasecolare, madama! Io trovo in bocca vostra una lingua che è tutta una rivelazione. Una donna senza macchia non favella così. Sono quindi forzato d'insistere--non fosse altro che per cessar di dubitare.

--Ebbene, signore, la mia risposta è questa qui: voi mentite.

--Come! Voi osate...

--Morella è la vostra ganza. L'è dessa che à data la festa, ove sono intervenuti gli altri due per divertirvi. Non è nè ad una _charade_ nè ad una mascherata cui voi partecipavate, ma ad un'orgia. Non era di _hatchich_ che voi eravate ubbriaco, nè lo _hatchich_ che vi aveva messo in quello stato di annientamento, ma...

Vitaliana si coprì delle due mani la faccia, divenuta di un tratto infiammata.

--Basta!--gridò il duca. Vi ànno pervertita. L'è un'immaginazione disordinata che erutta tutte quelle immonde supposizioni... Ed il mio cuore sanguina, che voi travestiate di una maniera sì inqualificabile un'imprudenza cui io non scuso. Non si domanda ad una festa turca il _non mi toccare_ di educandelle del _Sacré-Coeur_. La gelosia vi fuorvia. Alcuno non m'insegnerà ciò ch'io mi debba...

--E ciò che mi dovete, e ciò che voi dovete a vostro figlio, signore.

--Io non ammetto la lezione, madama. Ciò che vi compromette, ciò che compromette il nome del vostro figliuolo sono le vostre scappate, di notte, col principe, in una casa dove l'uno non era invitato e dove l'altra avrebbe dovuto astenersi di entrare. Ora, io debbo vegliare al mio onore, madama. Il mondo è indulgente per le colpe degli uomini; implacabile per quelle delle donne.

--Quali sono le colpe che il mondo vi permette, signore? Tradir la consorte, darsi una sgualdrina, far dei debiti, giocare, dar i gioielli di sua moglie ad una cortigiana... e poi ancora?

--Ebbene, per Dio! tutti fan dei debiti, giocano, ingannano le mogli, si accordano più o meno un'amante. Avete voi veduto mai vituperare un uomo per codesto? Supponete che io mi abbia fatto come gli altri; che io abbia morsicato al frutto proibito; che una donna mi abbia stregato e mi abbia fatto commettere qualche storditezza; supponete ciò... Era codesta una ragione per farvi correr Parigi, e cacciarvi in casa di una donna leggiera, la notte, in compagnia di uno straniero che à fama di corruttore di donne? Ecco, ecco, madama, ove è la colpa vera e la gravezza, cui io mi risolverò con pena ad obliare.

Vitaliana saltò dal suo canapè, gli occhi quasi stralunati, il viso rosso, i lineamenti contratti. La sua voce, tutte le sue membra tremavano.

Il duca indietreggiò di un passo.

--Ah!--balbutì Vitaliana--ecco la colpa, dite voi? ecco la colpa cui voi non perdonerete che esitando! Ebbene, sappiate che v'ànno altre colpe--dei delitti anzi, cui io non perdonerò giammai--ed io vo' ad apprenderveli perchè la vostra imprudenza mi riduce allo stremo.

--Madama, madama...

--Voi siete un ladro, signore. Voi avete rubato 60 mila franchi alle carte, in casa del principe di Lavandall, ed io vi ò visto, dei miei proprii occhi visto. Voi siete un vigliacco, signore, un vigliacco! Vi ànno proposto di bruciarvi le cervella nel giardino, e voi avete rifiutato...

--Vitaliana!... gridò Balbek interrompendo.

--Voi siete autore della vostra indegnità con premeditazione--continuò Vitaliana--perchè voi avete scritto e firmato una dichiarazione di ladro, cui io ò letta. Ma, al disopra di tutto ciò, signore, voi siete infame, perchè vi proponete di trafficare di non so quali documenti, che si riferiscono ad una successione reale, minacciando di contaminare una regina che forse è vostra complice; di ruinare un fanciullo che forse è vostro figlio; di gettare una nazione nella guerra civile--se non vi affogano di oro! Ecco chi voi siete, signore, ciò che voi volete, ed i delitti cui nè il mondo, nè io vi perdoneremo giammai. Se mio padre fosse vivo, egli vi avrebbe fatto saltare quel cervello cui tenete tanto. Che posso io, io? Pregare che non si disonori un nome, cui mio figlio ed io portiamo; proporre una transazione. Ove sono codeste carte, signore? Ci si dice: onore per onore, carte per carte... Ove sono desse? Voi volete farne quattrini, e lasciare il nome di vostro figlio infamato!

Il duca era caduto coma fulminato.

Trovando sua moglie così ben ragguagliata sopra tutti i suoi atti, egli intravide una correlazione, che traversò il suo spirito come un baleno. E' si sapeva infame; cominciava a sospettare s'egli non fosse altresì il trastullo di qualcuno!

Pertanto, l'accento, l'attitudine, il viso trasfigurato di sua moglie, le accuse terribili cui pronunziava, lo sopraffacevano. Era confuso, quel diplomatico! La sfrontatezza lo abbandonava. La scusa stessa spirava sulle sue labbra.

Ei rimarcò, tuttavia, che si esagerava la portata dei documenti, cui il destino aveva messo nelle sue mani, e che mentivano attribuendogli il disegno di mercanteggiarli.

--Io ò visto di questi occhi--soggiunse Vitaliana--uno spaccio del principe di Tebe, che ordina di comprare quelle carte ad ogni costo, perchè li re Taddeo è morto ieri o deve morire oggi. Lo assassinano forse.

--Ma, allora, chi è che vuole quelle carte? che vogliono farne?--gridò il duca in un accesso di terrore.

--Le si vogliono bruciare--in uno alla dichiarazione cui avete firmata. Vi si vuol mettere nell'impossibilità di fare il male. Si vuol salvare l'onore del nome cui porta mio figlio...

--E se rifiuto?

--Che so io! Per togliere ogni credito alle vostre scritte, v'infameranno--depositando al _club_ il documento firmato da voi, dal dottore di Nubo, dal principe di Lavandall e da due signori russi. Lo pubblicheranno nei giornali. Vi schiaffeggeranno. Vi cacceranno di dovunque... Oh! padre mio! perchè siete voi morto! Ma suicidatevi dunque, suicidatevi, infame... non assassinate così vostro figlio!

Il duca rimase per qualche tempo la fronte nelle mani, la testa appoggiata al dorso di una poltrona, senza neppur osar respirare.

Che dramma tempestava nel suo cuore? impossibile sbrogliarlo! Fluttuava nel caos. Passioni e dubbi, risoluzioni estreme e scoraggiamenti, rimorsi ed odii si allacciavano, si contorcevano. Infine, egli uscì lentamente, senza sapere che si facesse, sempre assorto.

Entrò nella sua camera; si diresse verso il mobile ove erano le carte; l'aprì; scostò la tavoletta; fece scattare le molle della toppa secreta; cercò il taccuino violetto; rimestò... ancora; si fregò gli occhi; rimosse tutti gli oggetti; visitò tutti gli spigoli; portò le mani alla sua testa; vacillò... e cadde sopra una sedia.

Poi si rilevò di un salto, e corse alla duchessa--la quale, la testa cacciata fra i cuscini del divano, piangeva.

Il duca la guardò, la contemplò.

Quell'attitudine di annientamento cangiò il diapason della sua voce ed il filo delle sue idee--disperse forse i suoi sospetti. Borbottò dunque di una voce sorda:

--Ma l'ànno rubate!

--Che?

--Quelle carte. E pertanto, una sola persona al mondo conosceva il segreto della toppa: voi, madama!

--Ah! ciò eccede il possibile!--gridò Vitaliana, uscendo con veemenza. Voi siete infame fino all'estremo. Ebbene, che l'abisso si apra per tutti.

Vestirsi, uscire, salir in un _fiacre_, correre da suo cugino, fare irruzione nel suo _atelier_... non fu che uno slancio. In meno di un'ora, ella si trovò in faccia del conte di Alleux, e gli gridò:

--Adriano, io ti amo. Eccomi a te!

Adriano gettò un grido ed aprì le braccia.

--No, giammai--gridò di nuovo Vitaliana--rinculando, giammai qui!

E con la stessa esaltazione e la medesima precipitazione che aveva messo a venirsi a dare a suo cugino, fuggì di colà e ritornò a piangere in casa sua.

Adriano non ebbe nemmanco il tempo di gridarle dietro:

--Io ti amo, Vitaliana!

Egli ricadde sul suo seggio, e, come un uomo che parla in meditando, si disse:

--Ed il marito?... Ah!... Ebbene... ella è vedova!

XVI.

Le dighe si rompono.

Nelle situazioni estreme, o si diviene idioti o si acquista una lucidità ed una prontezza straordinarie delle facoltà.

Il duca di Balbek, avendo il senso morale obliterato, non divenne ebete. Perocchè d'ordinario questo stato di spirito è il risultato dell'eretismo della coscienza--quando non v'è lesione organica materiale che lo determina.

Il duca riconobbe dunque immediatamente la mano che aveva potuto sottrarre il suo portafogli violetto dal suo stipetto. Ei ve lo aveva visto due giorni innanzi. Le carte erano dunque state prese in sua casa, negli ultimi due dì.

I domestici non erano in causa. Essi avrebbero, tutto al più, aperto il mobile, ma non avrebbero potuto far agire la molla del nascondiglio.

L'artista che aveva inventato quella piccola macchina era a seicento leghe da Parigi--perchè quel mobile gli era stato inviato dalla regina Bianca. Il duca non aveva comunicato questo segreto che a sua moglie--e se n'era immediatamente pentito. La violazione del segreto proveniva dunque da lei. La cameriera forse glielo aveva carpito; forse i complici di Vitaliana glielo avevano strappato.

Il duca non sospettò un solo istante sua moglie. Ma per i dettagli così esatti ch'ella gli aveva ricordato delle azioni di lui, egli non poteva più dubitare che sua moglie fosse l'organo di un concerto segreto, che la metteva in movimento.

S'informò delle persone venute al palazzo i due ultimi giorni.

Il suo cameriere gli narrò che il conte di Alleux era venuto a parlare alla signora, alle otto del mattino; che l'avevano fatto aspettare--e che aveva infatti aspettato in camera del duca, fumando e leggendo.

--L'è ben questa!--gridò il duca.

Vitaliana rientrò dopo il suo colpo di testa.

Passò per parossismi opposti, di onta, di amore, di gelosia, di pentimento, di risoluzione: un uragano solcato di pianto, di slanci, di progetti, di dispetti! Poi aveva scritto a suo cugino tutto ciò che era occorso fra suo marito e lei, l'interrogatorio a cui il duca aveva sommesso i domestici, ed il motto che gli era sfuggito.

Vitaliana attribuiva questa attitudine ultima del duca alla gelosia. Ella aveva di già interamente obliato le carte ed il resto!

La sua vita nuova datava dalla confessione del suo amore, che aveva fatta a suo cugino--ed in quello si riassumeva.

Adriano fu più chiaroveggente.

--Tanto meglio!--sclamò desso. Sarà più presto finita. Se potessi soltanto sparmiarmi di ucciderlo!

Si apparecchiava a dare qualche ordine, attendendo da un momento all'altro la visita del duca o un messaggio dalla parte di lui, quando il conte Sergio di Linsac entrò.

Il signor di Linsac era un pochino zio di Adriano.

--Tu arrivi a proposito, zio--esclamò Adriano. Io ti confisco.

--Io mi pensava che la _Charte vérité_ avesse abolito quella villana cosa che addimandasi la confisca.

--Sì--con la medesima _verità_ ch'essa è _statuto_! Ebbene, che ti à risposto il signor di Lavandall?

--Ti aspetta alle cinque, stassera, se non ài che semplicemente a parlargli; alle due, se ài qualchecosa a rimettergli, dalla parte di qualcuno. Cosa dunque macchini tu con quell'alta spia? Ti vorresti tu incanagliare nella polizia russa?

--Sta tranquillo, e non domandarmi nulla adesso. Più tardi, ti dirò forse tutto. Infrattanto, tu non mi lascerai punto per oggi; mi seconderai e mi darai la replica, se qualcosa arriva che mi obblighi a rappresentare la commedia.

--Ma io ò bisogno di andare al mio giornale, _petit_.

--Ta! ta! ta! Vado lì lì a scarabocchiarti il tuo _premier-Paris_, mentre tu fumi i miei avana, e lo manderò all'ufficio. Sei tu contento, brontolone?

--Che vescovo à perduto con te la Chiesa, monello! Saresti stato papa.

L'asciolvere terminava, quando il domestico annunziò il duca di Balbek.

--Ah! come arrivate a proposito, cugino--sclamò Adriano, andandogli incontro senza però dargli la mano. Andrete ad esser giudice di una scommessa che ò fatto con questo mio signor zio--il più difficile degli zii che lasciano nulla, morendo, ai nipoti!

--T'inganni, figliuolo--l'interruppe Linsac: ti lascerò i miei debiti e le mie pipe.

--Signor Adriano, avrei a parlarvi--rispose il duca di un tono grave.

--L'è un affare di quindici minuti, non più. Usciamo nel giardino, ove tutto è pronto. O' scommesso cinquecento franchi con mio zio, che sparerò ventiquattro colpi di pistola ed abbatterò, per lo meno, ventidue statuette. Ora, come il signor Sergio è cavilloso, siate voi giudice dei colpi.

La proposizione del conte di Alleux occasionò probabilmente una certa emozione nel duca di Balbek, poichè il suo labbro inferiore fremè e la sua fisionomia espresse un doloroso stupore. Ciò malgrado, accettò la funzione di giudice cui gli si proponeva, e fu il primo a dirigersi verso il giardino.

Il signor di Linsac guardava Adriano di una ciera significativa.

Adriano aveva nel suo giardino un tiro con un bersaglio e dei pupattoli sempre allestiti. Prese dunque la sua scatola a pistole e cominciò la sperienza.

I ventiquattro colpi furono tirati.

Adriano aveva promesso ventidue _mouches_: ne fece ventiquattro.

L'emozione del duca raddoppiò.

--Ti propongo una rivincita--disse infine Adriano a suo zio. Andremo di questo passo in una sala d'armi. Farò dieci assalti col maestro. Se egli è Grisier, scommetto i cinquecento franchi che mi devi, che lo toccherò cinque volte. Se è con tutt'altro maestro di sala, lo _bottonerò_ sette volte.

--Accetto--disse Sergio. Duca, volete voi tenere la scommessa con me?

--Se sono giudice--rispose costui lentamente--non posso esser parte.

--L'è giusto--sclamò Linsac.

--Ebbene--riprese Adriano--andremo a chiacchierare un istante, il duca ed io, perchè egli à a parlarmi; poi ci recheremo ove vorrai, zio.

--Andiamo al momento--interruppe il duca. Parleremo di poi, con più agio. Il mio _coupé_ è alla porta. D'altronde, non voglio far ritardare il cronometro della politica europea--soggiunse quindi, stendendo la mano al signor Linsac.

Questi s'inchinò.

--Ahimè! mio caro duca--rispose Sergio--io posso aspettare; imperciocchè oggidì non sono più i cronometri che regolano la politica, ma le vecchie pendole.

Mezz'ora dopo erano da Grisier.

Un'ora dopo, la scommessa era stata guadagnata.

Adriano aveva toccato il gran maestro sei volte, e parato a meraviglia.

Adriano lasciò una cedola di 200 franchi sul caminetto del maestro, e, volgendosi a Linsac, gli disse:

--Andrò a prendervi alle cinque, e pranzeremo insieme. Ora, cugino, son tutto vostro. Volete parlare in vettura, andare a casa vostra, o ritornare alla mia?

--Da voi--rispose il duca.

Quando furono soli, il contegno di Adriano cangiò.

Il suo viso, sì dolce e trasparente, assunse un'aria dura, altera e supremamente disdegnosa.

Il duca pareva completamente abbattuto.

--Io vi aspettava--disse Adriano, sedendo--ed avete potuto vedere che sono preparato.

--Perchè mi aspettavate voi?--domandò il duca. Voi avete dunque dei rimorsi?

--Io mi metto di raro nel caso di averne--replicò Adriano.

--Nel _caso_!--mormorò il duca.--Con gli altri gentiluomini si sa anzi tratto quali sono codesti _casi_. Con noi altri, allevati al seminario o dai padri gesuiti, codesti casi sono indefiniti e sfuggevoli.

--Voi credete?

--Ditemi, a tutto azzardo, se voi opinate che introdursi in casa di qualcuno che è assente, aprire i mobili, pigliarvi un portafogli con delle carte, non sia il _caso_ di aver dei rimorsi e di offrire delle spieghe.

--Gli è inutile l'andar per circuiti--gridò Adriano con impazienza. Precisate i fatti.

--Precisare! Ma e' mi sembra che io mi abbia messo il proposito assai chiaramente. Gli è vero, sì o no, che voi siete venuto ieri mattina, alle otto, in casa mia?

--Sì. E poi?

--Gli è vero, sì o no, che vi si è fatto attendere nella mia camera da letto, a richiesta vostra, per fumare liberamente, avete voi detto?

--Sì. Continuate.

--Continuo, certo, perocchè non vi è che voi che siate entrato in quella camera. Ora: siete voi che avete aperto uno stipetto a capo del mio letto, e che ne avete tolto un taccuino di velluto violetto, con delle carte di Stato?

--Sissignore!--gridò Adriano, levandosi. Conchiudete.

--Ah! voi lo confessate dunque?--borbottò il duca, tremando di collera. Siete voi dunque che avete rubate le mie carte!