Chapter 2
L'intuizione subìta dall'avvenire poteva ben essere nello spirito del dottore la conclusione di un seguito di ragionamenti anteriori, la soluzione di numerosi dubbii, di molte paure, di lunghe ricerche, di una meditazione attiva e persistente sul suo proprio passato. Il suo grido finale poteva ben essere l'ultima parola di un problema, di cui studiava le premesse da lungo tempo, l'_ergo_ di un sillogismo che era costato, Dio sa quante veglie e quante preoccupazioni. Però chi lo sa? Il conte di Nubo non era comunicativo sulle sue evoluzioni psicologiche.
E' non era di quella pasta d'uomini cui Orazio qualifica di _fruges consumere nati_--buoni tutto al più ad ingollare la loro polenta--come un deputato ministeriale. La sua esistenza, zeppa, poco ordinaria, era scorsa a cielo aperto, a cielo offuscato, nei chiarori del mezzodì sovente, più sovente ancora nei ciechi abissi della notte.
Tornato a Nicastro, e' fece chiamare l'albergatore e gli disse:
--Io sarei curioso di contemplar da vicino e parlare al capo degli zingari, che ò visto stamane nella piazza della fiera. Potreste indurlo a venir qui?
--Nulla di più facile, eccellenza, se tuttavia non se l'è svignata dal paese.
--No: l'ò visto or ora: vi è ancora.
--In questo caso, eccellenza, vado a servirvelo in un quarto d'ora.
--Io non chiedo che il capo solo.
--Vostra eccellenza non vedrà che lui.
Infatti, poco stante, lo zio Tob arrivò.
Non mai Callot, o Moya, o Pinelli, non fantasticò di un cialtrone più compiuto di questo zio Tob. Giammai fiero Castigliano non portò cenci con più fierezza e nobiltà che codestui--vantandosi del resto di discendere dai re di Polonia, benchè nato nello Yorkshire.
La sua _toilette_ era il più strano abuso del pleonasma--eppure sembrava nudo! Aveva una camicia a merletto sur una camicia da notte, sovrapposta essa stessa ad una camiciuola di rosso fustagno. Sulla camicia à jabot s'incrociava un panciotto di _piqué_ bianco, alla Robespierre, sotto, un panciotto di velluto, preceduto da un terzo panciotto di raso nero, che mostrava i suoi lembi consunti in fra i due. Poi, su codesto, un pastranello che si sarebbe detto una _vareuse_ rossa, un _attila_ ungherese, ed un mantello alla spagnuola. Il suo capo era coperto da un _feutre_ grigio a larghe falde, il quale dava libero passo, dai suoi molti buchi, alle ciocche di un'irsuta capigliatura che aspiravano a sventolare a grado dell'aure. Il feltro era sormontato da un'altra piuma di coda di galli, azzeccata da uno scheggiale brillante di acciaio, ed abbellito da una fettuccia di velluto. Poi ancora, dei calzoni azzurri larghissimi, cacciati a mezzatibia, in un paio di stivali alla scudiera, sui quali ballonzavano delle uose mal bottonate.
I capelli neri del babbo Tob si attorcigliavano sulle sue spalle come colubri. I suoi lineamenti, regolarissimi, rilevati da un naso aquilino delicato e da un paio di magnifici occhi neri, restavano ancora imponenti, malgrado l'estrema loro magrezza ed il loro colorito di oliva.
Tob era alto, nervoso, spigliato. Però tutto codesto indovinavasi anzi che vedersi, non essendo facile a discernerlo.
Lo zio Tob era un composto di toppe di rapporto. Ogni parte del suo corpo serviva a completare l'armonia ed a compensar la dissonanza della parte vicina. Ogni arnese aggiunto al suo vestito, serviva a dissimulare la soluzione di continuità dell'arnese sottoposto, di guisa che, ravvicinati l'uno all'altro, essi formavano appena un involucro più screziato che caldo.
La regolarità delle sue forme serviva appena altresì a temperare la ripulsione, che senza ciò avrebbero desta la sua magrezza e la sua itterizia.
Lo zio Tob si fè avanti di un'aria sicura, mentre le sue ossa scricchiolavano al suo passo. Non cavò il copri-capo. Prese per di più una seggiola, cui avvicinò a quella del dottore, ed attribuendosi la parola pel primo e dandogli del tu, al modo dei gitani, disse:
--Che mi vuoi tu, compare?
Il dottore non rispose da prima. E' cercava a rendersi conto dell'uomo con cui aveva a negoziare, mediante l'analisi della fisionomia e l'osservazione di quelle mille protuberanze--cui certe abitudini della vita e del pensiero sollevano sul corpo--sì eloquenti, quando li si sa interrogare da frenologo, non da ciarlatano.
Dopo due minuti di silenzio, che turbavano lo zio Tob, il dottore fiutando una presa di _siviglia_, disse lento, lento:
--Io sono straniero. Viaggio perchè mi annoio. Son curioso. Amo le storie bizzarre. Ora, come io m'immagino, caro, ch'e' vi potria essere nella storia vostra qualche cosa di piccante, vi ò fatto chiamare per chiedervene il racconto.
Il dottore aveva aperta la conversazione con mal garbo--non tardò ad avvedersene.
Lo zio Tob restò un istante come stupefatto, gli occhi spalancati, pensando sognare, sospettando, malgrado ciò, che non fosse innanzi ad un commissario di polizia. Poi si alzò pian piano, e rispose:
--Io pure, sono straniero. Io viaggio per vivere. Io non sono punto curioso. Detesto le storie, bizzarre o no. E come non ò nella mia vita nulla di ghiotto, e come, quand'anche ve ne fosse, io non l'avrei spippolato al primo ozioso venuto che prendesse la pena di chiedermelo a brucia pelo, io ti rispondo: addio compare.
--Scusatemi, signore--riprese il dottore alzandosi--io non aveva intenzione di offendervi. Se vi ò dimandato il racconto delle vostre avventure non è mica unicamente per un sentimento di curiosità. Un'idea più generosa ispiravami.
--Alle corte, compare--sclamò bruscamente lo zio Tob.--tu ài un servigio a chiedermi. Un uomo come te non scomoda un uomo come me pel semplice piacere di fare una chiacchierata come un vecchio paio di amici. Andiamo dunque al _busillis_. Che mi vuoi tu?
--Dappoichè voi mettete la quistione in questi termini--replicò gaiamente il dottore--io l'accetto. Andiamo al fatto.
--Andiamovici--ripostò il babbo Tob.
--Io ò rimarcato, nella vostra banda di gente e di bestie, una creaturina di dieci o dodici anni cui suppongo una fanciulla.
--Ah! ah!--fece Tob grattandosi il naso--Sì, infatti, è una fanciulla. E poi?
--È vostra figlia?
--Che ne so io? Del resto, appo di noi, il figlio appartiene alla comunità. E' non rileva che dal suo capo; non conosce che sua madre; ed è classificato dalla nazione ove nacque. Chi nasce in Ungheria è ungherese; chi nasce in Italia, italiano.
--Che diritto avete voi sulla vostra compagnia?
--Dimanda piuttosto, compare, qual diritto io non mi abbia.
--In questo caso, voi potete vendere quella fanciullina.
--Se volessi, il potrei senza fallo.
--Che prezzo, volendolo come il potreste, ne dimandereste allora?
--Io non ò detto che il volessi. Ma come tu ami a cianciare, cianciamo pur di codesto come di tutt'altro.
--Allora?
--Orbè, l'è secondo. Che vorresti tu farne, anzi tutto.
--Mia figlia--supponiamo.
--In questo caso, e' sarebbe più caro.
--Perchè?
--Perchè la sarebbe perduta per sempre per noi.
--Infine--sclamò il dottore con un po' d'impazienza.
--Cinque mila franchi--disse Tob, distillando le sillabe.
--Il prezzo di un cavallo inglese!--proruppe il dottore. Mille grazie. Compro una Circassa.
--Ti tengo--gridò lo zio Tob. Non è una figlia che tu compri allora, l'è un'utilità, l'è uno strumento, l'è un godimento o un servizio qualunque che tu acquisti infine. Tu calcoli semplicemente, non compi un'opera da filantropo.
--Ciò mi riguarda, brav'uomo.
--E ciò riguarda anche me. Cinque mila franchi, dunque.
--Impossibile. Addio.
--Vuoi tu comprarla alla libbra, compare?
--La carne viva inganna al peso. Voi sareste minchionato, caro. No.
--Ad ogni modo, ne daresti tu che?
--Mille franchi.
--Mille franchi! La sarà per me la gallina dall'uovo d'oro. Però dimmi questo, compare: ne farai tu una cristiana?
--Senza dubbio.
--Io diffalco allora cinque cento franchi di mancia pel diavolo. Prendila a 4,500 franchi.
--No.
--Ne farai tu una cattolica, apostolica, romana, compare?
--Sì.
--In questo caso, ne diffalco altri mille franchi--a causa della probabilità che la potrà un giorno tornare a noi, in un modo o nell'altro. Tre mila cinquecento franchi, allora.
--No. Due mila franchi, ecco l'ultimo mio prezzo.
--Un'ultima domanda, compare, insistè lo zio Tob, riflettendo--ove la conduci tu?
--A Parigi.
--Vada. Te l'abbandono per 3000 franchi. Tutto non è perduto.
Il dì seguente, lo zio Tob consegnava la fanciulla pel prezzo sopradetto, accettato dal dottore.
Infrattanto, il mercato conchiuso, il dottore faceva rivenire l'albergatore e gli comandava da cena per due.
--Io mi tedio a cenar solo e non mangio--diss'egli. A chi potrei indirizzarmi in città per averlo a conviva?
--Ah!--rispose l'albergatore--se vostra eccellenza ama il buon vino, noi abbiam qui il capitano della gendarmeria...
--Non vo' birri alla mia mensa, gnoccolone!--interruppe il dottore, conoscendo i polli di casa Borbone.
--Vi sarebbe inoltre l'arciprete.
--Io sono protestante.
--In questo caso, che vi sembra del medico?...
--Son medico anch'io. Ci arrovelleremmo prima di dar mano agli _hors-d'oeuvres_.
--Allora, eccellenza, io non so mica più... perchè il sotto-intendente non verrebbe.
--Nè io il voglio, perdio.
--Il suo segretario fa la corte alla moglie di lui, e non si scomoderebbe neppure pel re. Il sindaco à la gotta... Ah! un'idea.
--Dite pure.
--Vostra eccellenza gradirebbe ella un messere che mangia molto, ma molto?
--S'e' mi piacesse, per fermo.
--Ebbene, il cancelliere comunale è la perla delle tavole. E' non mangia mica sovente, il galantuomo, perchè è povero.
--Perchè è desso povero?
L'albergatore restò allampanato alla dimanda. E' sbirciò il dottore con attenzione, poi soggiunse:
--Cazzica! perchè è povero? Da prima perchè non guadagna abbastanza. In seguito perchè à una famiglia numerosissima. Infine, eccellenza, perchè giuoca alla lotteria quel po' di ben di Dio cui guadagna.
--Andate ad invitare il cancelliere--ordinò il dottore--e fate il festino per bene.
Il cancelliere accettò di balzo e giunse all'albergo.
E quest'uomo non aveva sul viso che occhi e peli; poi, un gobbo alle spalle, un piè più corto dell'altro. E' non rideva mai. Un libro sudicissimo faceva capolino d'una delle tasche della sua giacca.
Egli salutò sommariamente il dottore: la vista dell'imbandigione l'abbacinava.
La cena non fu guari allegra.
Messer lo scriba ingollava pietanze su vino e vino su pietanze. Il dottore assisteva, con noncuranza, al riempimento di quell'imbuto, aspettando il momento d'intraprendere il suo affare. Imperciocchè, non pretendiamo fare un mistero non aver egli invitato quel baratro per il piacere della di lui compagnia. Alle frutta, il momento gli parve propizio. Il degno uomo piangeva di tenerezza.
--Voi non siete mica ricco, l'amico, mi àn detto--sclamò il dottore.
--Lo sarò--rispose il cancelliere sfolgorante. Io non mi stancherò. O' un terno, che in tutte le giuocate rasenta l'uscita, e che mi avrebbe prodotto di già due ambi se io li avessi giuocati insieme. Ma, io vo' tutto, signore; tutto o nulla. Io lo spio, questo scellerato terno; e' verrà fuori, infine: ne son certo.
--E se io vi dessi dei numeri più certi ancora, eh! Meglio ancora che codesto: se io vi dessi dei numeri che usciranno senza neppur averli giuocati? Che ne dite?
--Peste e paradiso! signore... io direi... che voi vi burlate di me.
--Io non mi burlo giammai di alcuno. Io non scherzo mai.
--Ma allora, eccellenza... voi siete Dio o il diavolo.
--Ditemi un po'. Voi non giuocate dunque che dei numeri schietti schietti?
--Come mo? Vi sarebbe dunque altra cosa a giuocare?
--Senza la formola?
--Che formola?
--Non mi stupisco allora che perdiate sempre.
--Mi strangoli Dio, se ne comprendo goccia, gridò don Antonio.
--Lo veggo bene.
--Voi andrete a rivelarmi codesta formola--impose il cancelliere levandosi, fiammeggiante, con una energia ed una decisione che gli davano l'aria di un bandito.
--La formola del viglietto che giocherete la volta ventura, amico mio--rispose il dottore con calma--sarebbe la seguente; «Estratto dai registri dello stato civile della Comune di Nicastro, n°... pagina... ecc., ecc. Oggi, 20 aprile 1832, s'è presentato a noi, cancelliere della detta Comune, D. Antonio Bello, accompagnato da quattro testimoni onde fare iscrivere una bambina chiamata... chiamata... sì, chiamata Regina, cui il detto D. Antonio Bello ed i testimoni ànno dichiarato appartenergli, come pure a sua moglie Lucrezia Paolina Atripalda di Nubo, ecc., ecc.»
--In una parola, un atto di nascita!--riassunse lo scriba stupefatto.
--Nè più, nè meno.... secondo le vostre formole ordinarie.
Il cancelliere aveva ascoltato il dottore. Ora, come il discorso di costui gli sembrava incoerente, e' suppose che l'anfitrione gli favellasse in quel modo onde dargli dei numeri di lotteria così dissimulati, come talvolta si pratica.
I santi, i cappuccini non li danno altrimenti.
E' cavò dunque di saccoccia il libro sporchissimo che vi mostrava i lembi--chiamato _Smorfia_ nell'ex-regno di Napoli--e che è una specie di dizionario con un numero appiccicato ad ogni parola. Cominciò a sfogliarlo, avvegnachè sel sapesse a memoria. Però non vedendo costrutto in quel che il dottore aveva detto, il cancelliere restò muto e si grattò il cocuzzolo a maniera di idiota.
--Ebbene?--fece il dottore. Rispondete voi? Vi va desso di guadagnar, a colpo sicuro, 500 franchi sur un terno?
--Sì, sì, balbuziò il cancelliere. Ma io non vi veggo il terno, io. Per esempio, noi abbiamo la bambina che fa 37, poi il padre che segna 15, e poi... buona sera.
Il dottore sorrise e rispose:
--Amico caro, quel che io vi chiedo è ben più semplice di tutto ciò. Io vi chiedo, secondo la vostra formola, di estrarre dai registri dello stato civile di Nicastro l'atto di nascita di Regina, figliuola di D. Antonio Bello e D. Maria Lucrezia, Paolina Atripalda di Nubo, nata il 20 aprile 1822. Capite voi?
Lo scriba comprese alla fine, e sorridendo a sua volta, chiese:
--Troverò tutto codesto nei miei registri, signore?
--Ciò vi riguarda--rispose il dottore un po' brusco. Io vi darò dimani un viglietto di 500 franchi contro l'atto in quistione, bollato, registrato, firmato dal sindaco e dal sotto-intendente.
--Ciò è grave!--mormorò il cancelliere.
--Cosa? ciò che vi chiedo?...
--Che voi non ne dimandiate che uno, di codesti atti.
--Ah!
--Va bene. L'avrete ad ogni modo domani. Perchè il sindaco firma sempre senza leggere, quando non firma in bianco nei suoi momenti d'ozio. Ma è mestieri far visitar l'atto dal sotto-intendente, onde legalizzare la firma del sindaco, ciò che io farò pure; poi dall'intendente, onde legalizzare la firma del sotto-intendente; infine dal ministro dell'interno a Napoli per legalizzare quella dell'intendente; e se voi dovete far uso di quest'atto all'estero, perchè desso sia autentico, bisogna farla vistare altresì dal ministro degli affari stranieri e dall'ambasciatore.
--Ciò mi riguarda--disse il dottore, dandogli congedo.
A mezzodì, il dì seguente, il dottor Gennaro conte di Nubo entrava nel _coupé_ di posta, azzavorrato della sua nipote Regina Bello, munito dell'atto di nascita di lei legalmente falsato.
IV.
La gitanella.
La gitanella è oggimai Regina Bello, figliuola di un proprietario di Nicastro e dell'ultima erede della famiglia gli Atripalda di Nubo--nipote quindi del dottore Gennaro conte di Nubo.
Conte e non principe di Nubo, non avendo giammai voluto prendere questo titolo--tanto sacro era il culto ch'e' conservava alla memoria di suo padre, morto sul palco, per causa politica, nel 1799, a Napoli.
Il dottore sapeva, da sorgente autentica, che Maria Lucrezia Paolina di Nubo era morta presso la sua nutrice, nel 1807. Ma gli era utile ai suoi disegni di accreditare la leggenda, che questa fanciulla era restata nascosta, che aveva in seguito sposato un uomo oscuro, e che il governo borbonico aveva fatto vista, in questa circostanza, di nulla sapere, tanto più che la donzella non aveva dimandato, nè la restituzione dei beni di sua famiglia confiscati, nè la reintegrazione del suo rango.
Trapiantata di un tratto dalla polvere delle strade pubbliche--ove ella trottava quando non si accoccolava sulle groppe nude di un asino--in un bel _coupé_ di viaggio, imbottito di crini e tappezzato di verde velluto, dopo qualche minuto di stupefazione, Regina cominciò a provare il mal di mare. Vedendola impallidire, il dottore la prese sulle sue ginocchia, le fe' sorbire una goccia o due di _laudano_ in mezzo bicchier d'acqua, e subito gli spasimi dello stomaco della figliuola si calmarono.
Regina parlava l'ungherese, il russo, il tedesco, il polacco, il francese, e cominciava a cincischiare l'italiano. L'ungherese era la lingua di sua madre. Il russo, era la lingua del capo, il quale, quattro anni prima dello zio Tob, era lo czar della banda. Regina aveva vissuto quattro anni in Germania; due, nel mezzodì della Francia. V'erano nella truppa due polacchi ed una polacca--Senza parlare di due cani, sconcissimi e paganissimi, che scaturivano pure dalla nobile e cattolicissima Polonia--e dello zio Tob, il quale poteva esserne altresì, quantunque nato nel Yorkshire--non confessando giammai la sua patria, tuttochè si vantasse discendere dal re Augusto, per via scorciatoia. Regina parlava queste lingue con una maravigliosa facilità, senza accento, avvegnacchè pure senza grammatica.
Qualunque cosa la aveva visto, era restata impressa nel suo spirito. Qualunque cosa aveva udito, si era confitta nella di lei memoria. Non sapeva leggere, ma stampellava sulla via del pensiero. Poi, con un pezzo di carbone, sgorbiava le più strambe caricature e per fino i ritratti dei suoi camerati. Grattava un violino. Batteva naccare e tamburino con leggiadria. Per l'immaginazione, ella comprendeva e indovinava tutto, sovvenivasi di tutto, sapeva di tutto--e raccontando ciò che sapeva, mimicava con molta grazia i personaggi cui metteva in scena.
Regina si famigliarizzò subito col dottore--il quale, per leggere fino al fondo in quest'anima, prestavasi con compiacenza alle fanciullaggini, alle fantasie di lei.
Ella era completamente vergine d'anima, benchè il suo linguaggio, i suoi gesti, fossero bruttati dalle memorie di quella vita senza pudore, nè ritegno propria degli zingari. Il dottore non le fece mai un'osservazione--sapendo che con le nature, ove l'immaginazione predomina, l'osservazione è improficua e l'esempio è tutto. Nel medio dì un mondo nuovo, parlando un altro linguaggio, con altri costumi, Regina--calcolava il dottore--si eleverebbe immediatamente al medesimo _diapason_, e la damigella del mondo metterebbe senza pietà all'uscio la gitanella--senza aver bisogno di sermoni di morale, farla arrossire, sopra tutto farla pensare sul bene e sul male--ciò ch'è sovente pericoloso.
Il bene è di rado attraente, è mestieri ricordarsene.
Giunti a Napoli, il dottore spogliò Regina dei suoi cenci molticolori. Però, quando la vide azzimata da damigella civile, e' ne restò scompigliato.
Regina era brutta!
La disarmonia dell'attillamento aggiungeva abbellimento alla beltà rudimentale della gitana. Ora, l'armonia del vestito rilevava l'incoerenza, l'incompiuto, l'_abrupto_ di quella leggiadria. L'occhio, inoltre, non aveva ancora trovato quel termine medio che si addimanda abitudine, e che è la linea di congiunzione ove gli estremi s'incontrano e le asperità scompaiono.
Imprigionata in gonne inamidate, in busti, in cerchi di balena e di acciaio, le trecce composte, il capo inquadrato in un cappellino rosa--ella che era bruna, stretta, stecchita, Regina aveva l'aria stupida, imbarazzata. Non sapeva più nè camminare, nè sedere, nè parlare, nè muoversi. Si dibatteva goffamente come un pesce tirato dall'acqua.
Questo stato di transizione, questo periodo di acclimatazione novella, quella specie d'intirizzimento fisico e di stupefazione morale, durarono una settimana. Regina piangeva più spesso che non parlava. Ma quella settimana trascorsa, della zingarella non restava più che l'istinto.
Il dottore si trattenne un mese a Napoli, poi si rimise in viaggio per la Svizzera. Viaggiando, e' raccontò a Regina, o piuttosto le apprese, l'istoria della di lei famiglia. Le parlò del padre, della madre, degli antenati, ricamando tutto codesto di circostanze assai naturali per spiegare alla figliuola--o meglio a coloro cui questa l'avrebbe poscia raccontato--la di lei vita nomada: come e per qual motivo ella era stata rubata dagli zingari; poi come ella era stata scoverta e riconosciuta dallo zio e messa in libertà.
Il romanzo era ammirabile di verosimiglianza, come lo sono spesso i romanzi--perchè il dottore aveva tirato partito dalla realtà, dalla vita di Regina. Questa s'intenerì sopra sè stessa--forse restò ella pure convinta del racconto. In ogni modo, ella percepì di volo che codesto doveva essere raccontato così, e che il più doveva essere obliato e taciuto.
Il dottore collocò Regina in una pensione di damigelle protestanti nel Cantone di Berna. Raccomandò alla direttrice di non cacciar dentro al cervello di sua nipote nè mitologia, nè catechismo, nè storia sacra, nè storia greca e romana, nè nulla di quella congerie di stolidezze che s'insegna in Francia alle donzelle. Chiese che le si apprendesse la grammatica, le matematiche, la geografia, la botanica, la storia naturale, i tratti principali della storia moderna di Europa, le lingue... e poi molta musica, disegno e ginnastica. Sopratutto la ginnastica.
Pagò in avanzo due anni di pensione e partì.
Passarono quattro anni prima che il dottore pensasse di andare a veder sua nipote, e perfino a scriverle. Ne riceveva qualche nuova dal banchiere di Berna, il quale pagava le spese di pensione.
Regina aveva adesso quindici anni.
Nel 1837, il dottore si decise infine a rivisitare la Svizzera.
E' si aspettava, senza dubbio, a trovare un cangiamento radicale nella gitanella che vi aveva lasciata. La natura e l'educazione avevan dovuto menare a buon termine l'opera, e realizzare o disingannare molte speranze e promesse. Ma tutto ciò cui il dottore aveva fantasticato lungo il viaggio, soprapponendo, per una specie di ricostruzione psicologica, immagine sur immagine, ritratto su ritratto, era rimasto indietro dalla realtà cui Regina doveva offrire ai suoi sguardi stupefatti.
La natura e l'educazione avevano principescamente finito lo schizzo, cui il dottore aveva intravisto a Nicastro. Regina era veramente divenuta, per bellezza, quella macchina infernale cui il dottore aveva presentito.
Il colorito stesso della giovinetta erasi rischiarato. Aveva acquistato quella pallidezza opaca ch'ànno le Italiane quando son pallide, non gialle--quella pallidezza perlata, cangiante sotto le pulsazioni, più o meno vive, del cuore, ed alla marea più o meno calda del sangue: un caleidoscopio di passioni! Poi, Regina sapeva tutto--o piuttosto parlava di tutto; perchè la sua memoria prodigiosa la serviva da sovrana.
Ella ricevè il dottore, innanzi al mondo, con il rispetto e l'affetto di una tenera nipote. Ma, non appena e' si trovarono soli, Regina si piegò all'orecchio del dottore e gli chiese:
--Orbene, caro zio, voi non mi dimandate dunque mica nuove della gitanella di Nicastro?
--Ella è morta, la piccola furfantella--rispose il dottore intrepidamente.
--Che disgrazia!--sclamò Regina--morta! Pertanto, convenitene, caro zio, quella scimmiuola lì era pur gentile.
--Io ne conosco un'altra che l'è di vantaggio--rimbeccò il dottore baciandola in fronte.
Il dì seguente ei partì...
E tre anni dopo, Regina di Nubo, nipote del dottore Gennaro conte di Nubo, usciva di pensione e veniva a Parigi.
Il dottore la presentò nel mondo l'inverno seguente. Ella aveva diciannove anni.