Chapter 1
Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
I SUICIDI DI PARIGI
Proprietà letteraria riservata. I SUICIDI DI PARIGI
ROMANZO
DI
PETRUCCELLI DELLA GATTINA
Volume Unico
MILANO
EDOARDO SONZOGNO
1876
14. Via Pasquirolo
Tipografia Sociale--Via S. Radegonda. 6.
I SUICIDI DI PARIGI
REGINA
EPISODIO PRIMO
I.
Il cesto da nozze e ciò che segue.
Il dottore conte di Nubo dava a desinare nella sua casa di campagna a Saint-James.
E' non aveva, a vero dire, l'abitudine di offrir pranzi; perocchè, quantunque si avesse in casa, da due anni, una nipote, e' continuava a vivere da scapolo, mangiando in città, al _restaurant_ o al club.
Quel giorno, però, era in qualche guisa obbligato a violar la regola. Egli maritava sua nipote. Il fidanzato aveva inviato il cesto da nozze. Degli amici e delle amiche avevano espresso il desiderio di vederlo. Si era in campagna, al mese di luglio.
Due persone fra i convivi avevano mancato all'invito: Sergio di Linsac e la signora Augusta Thibault. Malgrado ciò, vi era ancora una ventina di commensali, assai festevoli per rallegrare il pranzo e fare onore alle squisite vivande servite da Potel.
La signora Thibault giunse pertanto, alla fine della tavola e diè, sul suo ritardo, di quelle spiegazioni, che in bocca di chiunque altri sarebbero state scuse, ma che sono sempre delle ragioni ragionevolissime nella bocca di una bella vedova. Insomma, ella aveva pranzato altrove.
Sergio di Linsac non comparve affatto.
Il desinare finito, gli uomini uscirono a fumar nel giardino. Le dame restarono ad ammirare o criticare il cesto da nozze--sopratutto, ad invidiarlo.
Imperciocchè, la prima sensazione che produce un bell'oggetto sur una femmina, è sempre un pensiero di appropriamento--il quale, se resta nello stato di desiderio nella donna ricca, diviene voglia spasmodica nella povera. L'Invidia è un'impotenza.
Alberto Dehal, il fidanzato, aveva menate le cose da principe. Era egli un ricco banchiere, ed aveva calcolato la spesa alla tavola pittagorica del suo amore.
Una duchessa del sobborgo Saint-Germain sarebbe stata rapita di quei doni. Regina vi prestò poco o punto attenzione. Ella faceva alle sue amiche gli onori dell'esposizione di quei regali, come un custode mostra e spiega i diamanti della Corona--per una fredda ed insipida nomenclatura.
--Oh! ma il disegno di questo scialle incarna un poema fatato di Saadi!--sclamò la signora Augusta, palpando uno sciallo dell'Indie di una bellezza incomparabile.
Si portavano ancor scialli a quell'epoca. La degradazione di gusto nelle donne li à poscia aboliti.
--No, cara te--rispose la nipote del dottore--esso non vien mica da Saadi, ma da uno Smith o da un Brown qualunque--il corrispondente del signor Dehal a Calcutta.
--Ma non si direbbe dunque che questo monile è uscito dall'officina di Benvenuto Cellini!--osservò la vecchia marchesa di Montmartel.
--Ebbene, sì! dite codesto al signor Alberto ed e' tirerà di tasca il listino di Froment-Maurice e vi risponderà: Benvenuto Cellini! sconosciuto nel mercato di Parigi.
--Vedete qui! Furono, per Giove, delle fate che stellarono questi pizzi!--mormorò il giovane poeta Marco di Beauvois! l'amico intimo di Sergio di Linsac.
--Corbellate voi, sir di Beauvois!--replicò Regina. Furono nè più, nè meno che delle povere creature Welche, bene in cenci ed affamate al punto, ve lo assicuro.
--Cara mia--disse la signora Augusta--tu ài bello ad affettare l'indifferenza; i tuoi occhi, il tuo aspetto ti tradiscono. Tu irradii.
--Proprio così--rispose Regina, e continuò, noncurante, l'esposizione del suo cesto.
Ella ammonticchiava così la biancheria di madama Petit su i cappelli di Alexandrine, i coturni di Muller sulle magiche seterie di Lyon. Si sarebbe detto che Regina non comprendesse nè la ricchezza, nè la bellezza, nè il gusto elegante di quei capi d'opera dell'industria francese; che ella non sentisse la maestà dell'abbigliamento--questa sovranità, questa poesia della donna. Una donna mal vestita è un oggetto d'arte mancato, un fiore senza colore e senza profumo. Però, osservando con quanta ricercatezza, con quale gusto Regina era azzimata, uno si rassicurava: ella era incapace di quella indifferenza nella religione delle _toilette_.
La rivista terminata, si uscì nel giardino. Alberto Dehal si slanciò all'incontro della sua fidanzata, gittando precipitosamente il _puros_ che aveva acceso.
--Ah! chè n'eravate voi lì, signor Alberto!--disse Regina, accettando della punta delle dita il braccio del suo promesso--vi sareste rigioito dell'estasi di queste signore, contemplando i vostri meravigliosi regali.
--In fatto di estasi, io non ne conosco che una, madamigella--rispose Alberto d'un tuono sommesso.
--Sì--l'interruppe Regina--quella del sigaro.
Alberto si tacque.
--Quanto a me, io ne conosco due--riprese Marco di Beauvois...
--Il _whist_ ed un _poney_ di corsa--osservò Augusta sorridendo.
--.... I vostri occhi e la vostra bocca--soggiunse il giovane all'orecchio della vedova.
--Eh! caro, voi non farete mai sempre che di distici per avviluppare i _bonbons_ fulminanti--osservò Regina, che aveva udito il motto del giovane poeta.
Si rientrò nel salone.
Le tavole da _whist_ assorbirono una parte della società. Alcuni giovani circondarono il piano, ove Regina con noncuranza si assise. Si ascoltava di già!
Regina suonò alla ventura, tutti i pezzi che le vennero a mente, sfiorando qua e là il suo repertorio di opere, di valtzer, d'inni, d'oratori, correggendo Lanner con Bach, Rossini con Beethoven, Musard con Bellini, Haydn con Donizetti, passando dal gaio al lugubre, dal canto fermo alla danza alata, e legando il tutto con fioriture della sua fantasia, folgorante come un razzo. Imperciocchè, artista d'istinto prima di esserlo per scienza, ella non possedeva quel talento da conservatorio che consiste a saltabeccare, a sgambettare con un'agilità di scimmia sulla tastiera dello strumento; ma aveva quel sentimento della melodia che è lo scintillìo della musica.
La musica non è uno sforzo a superare; è un'idea a creare. L'artista non è un gladiatore; è un mago.
Alberto si tenne vicino al piano, silenzioso, gli occhi ebbri. Gli altri sclamavano:
--Va, Regina: ancora, ancora!
Bisognava essere giuocatore di _whist_ per non discontinuare la partita in mezzo a quella cascata di melodie. L'orologio scoccò, per rompere la fascinazione del giuoco. Infatti, l'orologio suonando mezzanotte, i giuocatori si alzarono.
Alla mezza, eran tutti partiti.
Il dottore, che aveva guadagnato, sbadigliò spaventevolmente ed andò a coricarsi.
Ad un'ora del mattino, non era più in casa alcuno che non dormisse.
O' detto alcuno? No.
Regina non era neppure andata a letto.
La sua cameriera, Lisa, affastellava in un sacco da notte alcuni oggetti.
Quando le due donzelle si furono assicurate che il sonno chiudeva tutte le palpebre--perchè Lisa andò prudentemente ad ascoltare alle porte--esse scesero sulla punta dei piedi al salone.
Nick, il bel Terranuova, andò a leccare la mano di Regina e la guardò con occhi teneri e supplichevoli, quasi che avesse indovinato il disegno della fanciulla. Regina lo baciò. Nick si coricò, avendo compreso che gli era mestieri discrezione.
Lisa aprì allora dolcemente la porta vetrata che immetteva nel giardino.
Regina restò ad ascoltar per qualche secondo se alcun non le udisse. Poi, Lisa salì nella camera della padrona; recò giù un sacco da notte, un mantello da viaggio ed un cappello; spense il lume; ed entrambe uscirono, socchiudendo le imposte.
Nick gemè sommessamente.
La casa di campagna del dottore toccava il parco di Madrid, ove egli aveva diritto di passeggiare. Questo parco, scomparso oggidì, aveva ancora a quell'epoca una porta sporgente sul bosco di Boulogne, di cui il dottore possedeva una chiave per uso suo.
Lisa aprì--ed alle due del mattino si trovarono nel bosco. Lisa richiudeva la porta, quando un giovane si avanzò verso di loro.
--Regina! mormorò egli.
--Sergio! rispose questa.
Il giovane fischiò, ed immediatamente comparve una berlina di posta nascosta sotto gli alberi del viale.
Il postiglione aprì lo sportello senza soffiar verbo. Le due donzelle entrarono nella vettura con Sergio.
--Guida tripla--disse costui. Via d'Inghilterra.
I cavalli partirono ventre a terra.
II.
La lettera.
La luna navigava tranquillamente pel cielo. Il profumo degli alberi saturava l'aria infocata e voluttuosa. Le foglie alitavano appena, come il respiro di un fanciullo. Non una nuvola. Le stelle palpitavano di una luce azzurrognola. Si udì dunque nella berlina la parola: Grazie! pronunziata dal giovane, ed il rumore di un bacio lungo--protratto come la speranza! Il veicolo fendeva lo spazio a guisa di allodola. La parola magica: guida tripla, gli aveva dato le ali.
La sensazione che produce un _coupè_ lanciato al galoppo à qualche cosa di elettrico e d'inebbriante. L'irradiazione delle forze animali che imprime il movimento alla vettura, si comunica al viaggiatore. L'immaginazione domina la mente. Gli oggetti esteriori perdono, nella rapidità della corsa, tutto ciò che ànno d'inarmonico e di angoloso. Una tiepid'aura avviluppa l'intera natura. Si può essere affranti e vaneggiatori in una diligenza o in un _wagon_; in una sedia di posta non lo si è mai.
Che s'immagini cosa dovesse essere un viaggio simile per due persone che si amano--e per una vispa cameriera, il di cui bernoccolo di osservazione era messo in azione da due molle: la curiosità e l'interesse!
Il dottor Gennaro di Nubo si svegliò l'indomani alla sua ora consueta e suonò pel suo valletto. Questi, secondo l'uso, entrò recandogli una tazza di caffè nero e dell'acqua calda per la _toilette_.
Alle nove, il dottore uscì nel salone per la colazione. Non trovando sua nipote con cui aveva costume di asciolvere.
--E Regina?--domandò al cameriere.
--Lisa non è comparsa stamane--rispose Trust, più preoccupato, a quel che sembra, della _soubrette_ che della padrona.
--Io ti parlo di Regina, messer l'animale--sclamò il dottore.
--Ah! sì, scusi, padrone, madamigella non è alzata ancora, e neppur Lisa.
--Sarebbe ella indisposta?
--Ah! Dio mio! il signor conte à l'istesso sospetto che me. Perocchè l'è codesto che io mi domandava or ora, non vedendola svolazzar per le aiuole, inaffiando i fiori.
--Odi, Trust, io sarò costretto a mandarti via, amico mio.
--Oh! _dear me_! E perchè il signore vorrebbe egli mandarmi via così?
--Perchè tu ài completamente perduto lo spirito, dopo che quella sgualdrinella di Lisa è capitata qui.
--Ah! padrone, vi assicuro che io non ò nulla perduto in fatto di spirito.
--L'è forse vero... tu non ne avesti mai molto. Va ad informarti della salute della signorina.
Forte di quest'ordine, Trust se ne andò a picchiare all'uscio della camera di madamigella Lisa.
Io non so cosa avrebbe fatto questa virtuosa donzella se la si fosse trovata lì dentro. Ma, galoppando sullo stradale d'Inghilterra, ella non poteva certo rispondere. Laonde Trust, temendo pur sempre un malore--che Lisa, per esempio, non si fosse asfissiata per amore di lui--picchiò di nuovo, picchiò più energicamente, poi forzò la porta.
Il suo cuore batteva mettendo il piede in quella camera che sovente lo faceva vaneggiare. Ma e' restò d'un tratto come stupidito, vedendo il letto non sfatto, il baule aperto e quasi vuoto. Baciò di fuga il guanciale di Lisa, e discese precipitoso nel salone.
--Grande sventura, padrone, grande sventura--gridò egli entrando--Madamigella Lisa se l'è spulazzata.
--Triplo idiota!--urlò il dottore, fulminando Trust di uno sguardo di collera ed allungandogli un calcio, per un resto di vivacità delle sue abitudini napolitane.
Poi salì egli stesso all'appartamento di sua nipote.
Battè per un pezzo all'uscio. Non ricevendo risposta, non udendo il minimo strepito nell'interno della stanza, e' portò la mano al luchetto della serratura--dopo avere però picchiato di nuovo.
A suo grande stupore, e' senti un tiepido brivido circolargli per le vene. Il cuore accelerava i suoi palpiti; la mano vacillava. La natura si faceva giorno per una maglia forata nella cotta d'acciaio di quest'uomo! Ei vide i mobili aperti, mille oggetti sparpagliati qua e là, il letto intatto, la camera vuota.
Tutto di un guardo solo!
Restò in piedi, freddo, in mezzo di quella stanza, in mezzo di quelle vesti, di quei gioielli, di quella biancheria, di quei mille nonnulla deliziosi che idealizzano la donna e la fanno felice. Restò come di ghiaccio. Si sarebbe detto S. Antonio circondato dalle sue tentazioni annientate.
Questo stato di stupore però non durò che un istante.
Un leggiero rossore colorò tosto le sue guancie, quando, avanzando verso un _guéridon_ vicino al letto, vi scorse su un foglio piegato a foggia di lettera.
L'era una lettera, infatti, all'indirizzo di lui.
Il dottore la disuggellò lentamente.
Il carattere era tracciato da mano calma. La carta profumata.
--Vi è della premeditazione in questa lettera--si disse il dottore esaminandola--per conseguenza, delle cose false. Vediamo.
Il dottore leggeva a mezza voce. La lettera cominciava così:
«Bando al rancore, mio caro dottore. Io mi ribello.»
Il dottore sorrise e borbottò, decifrando la lettera:
--Che roba infame questa scrittura all'inglese! Le lettere si ecclissano nei profili. Non vi è più la persona in questo carattere: esso è chiunque.
«Io mi ribello.» Sta bene: lo si vede.
«Io scompiglio i vostri progetti. L'uomo a cui volevate confidare il mio destino, o piuttosto il _nostro_ destino, onorevole e degno sotto ogni rapporto, non era di mia scelta. E' non mi avrebbe lasciato mancar di nulla, nulla desiderare. Io sarei stata _blasée_, vecchia a venti anni!»
--Diavolo!--sclamò il dottore--che logica!
«Se voi foste stato mio padre, o anche mio zio, voi avreste forse osservato, conducendomi nel mondo, ove i miei sguardi volgevansi, chi faceva arrossir le mie guancie, brillare i miei occhi, tuffandomi in quello stupore che lambe la sciocchezza. Ma voi andavate nel mondo per conto vostro: io era per voi un refrattore--perchè non oso dire, la vostra ipoteca dell'avvenire.»
Il dottore passò la mano sulla sua fronte pallidissima e sospese per un istante la lettura. Aggrottava le sopracciglia.
--Molto bene!--sclamò poscia--Vediamo la fine.
«Io feci la mia scelta dal lato mio; ma all'antipodo della vostra. Che volete! Io adoro Victor Hugo: Spasimo per le antitesi!
--Ed io pure--mormorò il dottore.
«Al momento dunque in cui riceverete questa lettera, io sarò con la mia antitesi in una sedia di posta sullo stradale d'Inghilterra, ove andiamo a maritarci.»
--Ella mente--gridò il dottore. Ella è in via per l'Alemagna, la Svizzera o l'Italia--in questa contrada abbominevole ove un prete, per venti soldi, commette un sacrilegio con la stessa facilità con cui trangugia una ciambella in un bicchier di moscadello.
Ahimè! il miglior mezzo per metter fuori sella un diplomatico sarà mai sempre la verità!
«Non mi prendete dunque in uggia: ciascuno per sè!--e Dio per _noi_ tutti, soggiungeva il mio confessore alla pensione. Io vi dimando la vostra benedizione--per parentesi--ed in piene lettere, la vostra benevolenza, come pel passato.»
Il dottore sorrise di nuovo.
«Chi sa ciò che può arrivare. Non vi è una via sola per andare a Roma.»
--Ella era civetta--pensò il dottore--si prepara a divenire sgualdrina.
«Ad ogni modo, ve lo ripeto, dottore: non rancori. Imperciocchè, se, al vostro punto di vista, io m'ò poco cervello per alloggiarvi delle ricordanze, io ò cuore abbastanza per dare loro un asilo. A rivederci, caro zio...
«REGINA.»
Il dottore restò qualche tempo a meditar su quella lettera. Non la rilesse. La sapeva già a memoria.
La testa inclinata sul petto; lo sguardo fisso sui mazzi di rose del bianco tappeto; le ciglia irsute; il respiro precipitoso; e' rifletteva. Poco a poco, però il suo viso spianossi. Trovandosi in piedi innanzi ad una Psiche, vi si mirò. La sua bocca s'increspò allora ad una leggiera smorfia, che aveva l'aria di un ghigno--uno di quei sorrisi che dànno la pelle d'oca agli agnelli nella società leonina in cui viviamo--e tentennando della testa si apostrofò!
--Tu eri proprio innocente, conte Gennaro di Nubo, dottore della Facoltà e membro dell'Accademia delle Scienze!...--Tu eri ben gonzo, convienine. Voler riescire per la linea retta? Giungere per la grande strada? Ah! bah! Altrettanto sarebbe valso di trangugiare il Panthéon in pillole.
E facendo un gesto di disprezzo contro sé stesso, ridiscese al salone, completamente freddo ed impassibile, ed ordinò la colazione.
Bevve enormemente di the; mangiò di tutto e trovò tutto eccellente.
Egli respinse perentoriamente, come imprudente, l'idea di comunicare l'avventura alla polizia, di segnalare la donzella e la fante per telegrafo, e di confidarle alle cavalleresche sollecitudini della gendarmeria.
La condotta di Regina doveva passare per una malizietta da testa romantica, una storditezza da pensionista. E' non doveva complicare la situazione, nè lasciare al mondo una presa qualunque sul fondo dei suoi sentimenti, sul movimento intimo del suo cuore. Doveva apparire sempre calmo, limpido, senza la minima ondulazione. Non doveva pregiudicar l'avvenire. Doveva avere un'anima incolore, muta, apatica.
Uscì dunque alla sua ora solita; visitò i suoi ammalati, e dopo le quattro, alla chiusura della Borsa, andò a trovare Alberto Dehal, per raccontargli lo strano ratto della sua fidanzata. Poi recossi al Circolo, ove trovò una lettera pressantissima di Augusto Thibault.
III.
Un buon viglietto di lotteria.
Nel mezzo della state del 1833, il dottore di Nubo trovavasi a Nicastro di Calabria.
Un editore gli aveva dimandato di ripubblicare la grande opera di lui: _L'etnologia delle popolazioni dell'Italia meridionale_, che, nel 1812, gli aveva conquistato il posto di membro dell'Accademia delle Scienze ed il nastro della Legione d'Onore.
Il dottore, viaggiava per distrarsi. Controllava il suo libro, onde metterlo al livello delle scoverte e delle dottrine, le quali avevan, dopo quell'epoca, allargato il dominio delle scienze naturali. Egli amava, d'altronde, percorrere quelle vaghe contrade, poco esplorate, e dove non s'incontra neppure lo stesso inglese! Gli osservatori si compiacciono in queste lande sociali ancora vergini, ove, di ogni sguardo, si squarcia un velo dell'incontaminata Iside.
Il dottore infatti, scovriva costumi e maniere nuove, paesaggi potenti di splendore, di contrasti, d'inatteso: un lembo del mondo primitivo, perduto ai pie' dell'Italia, in mezzo al XIX secolo.
Era un giorno di fiera.
Il dottore di Nubo, a cavallo, accompagnato da una guida, se ne andava a visitar le montagne. Traversava la piazza pubblica della cittaduzza.
Una banda di zingari ostruiva la via, circondata da una folla grande di curiosi cui aveva attirata.
La banda componevasi di una dozzina d'individui; più, quattro scimmie, due orsi, una ventina di asini, tre cani e lo zio Tob--il quale era il proprietario, il principe, il papa, il padre, il padrone, il tiranno di tutta quella roba.
Dond'e' venivano?
Essi arrivavano: ecco tutto!
L'industria ch'esercitano gli zingari nella Bassa Italia è complessa. Essi sono ferrai, maniscalchi, giocolieri, calderai, incantatori, stregoni, indovini di buona ventura, trovatori di tesori, ladri di fanciulli, scassinatori di porte... cozzoni sopra tutto. Gli uomini comprano e vendono asini; le donne rubano animali domestici, dicono la buona sorte alle fanciulle--cui esse maritano sempre riccamente e subito--o fanno peggio ancora--senza neppure accorgersi che fanno male. Si conoscono le loro costumanze. È inutile ribiascicarne.
Essi danno del _compare_ a chiunque. Ànno numerosi segreti di cozzoneria.
Il più vecchio, il più magro, il più consunto dei ciuchi--un censore teatrale della specie--diviene nelle loro mani brioso come una vedova che si rimarita, uno scolaro in vacanza.
Quando voi credete che lo zingaro apra la bocca di questa povera bestia per mostrarvene i denti--cui ha testè segati per dissimularne l'età--egli le cola destramente nella gola una pillola infernale di peperone che le brucia le viscere, la incita alle follìe e le dà gli ardori verdi ed irresistibili di un cappuccino. Quando voi credete ch'e' ne carezza le groppe; egli le punge a dentro, mediante un cardo a punte acute nascosto nelle palme. Voi credete che la bestia è grassa come un abate benedettino; essa è nè più, nè meno che gonfia. Laonde, il contadino diffida a modo delle compre e delle vendite dei gitani.
Il dottore, fermo un istante dall'ingombro nella via di quella comitiva bizzarramente stracciona, vide venire a lui una creatura di dieci o dodici anni ch'egli suppose del sesso femminile, e chiedergli un _piccolo dono_.
Gli zingari non mendicano mai. Essi prendono a mutuo; domandano un piccolo regalo; rubano; ma non stendono la mano alla limosina. Crederebbero mancarsi di rispetto: ànno un'industria!
La vista di quella cosina--era una ragazza--colpì il dottore.
Ella era assolutamente un embrione, tanto era segaligna e magra. Ma quell'embrione, sviluppato dalla natura che ne aveva gettato i rudimenti, poteva divenire sublime. Per il momento, non iscorgevasi che delle ossa ammirabilmente organizzate; dei grandi occhi neri scintillanti come quelli di un serpente in collera; dei lunghi e castagnini capelli, che contornavano una fronte elevata e larga, a mo' di paralellogramma; una pelle che non era bruna, che non era pallida, ma che, animata da una circolazione meglio nutrita, poteva acquistare una tinta più chiara e trasparente di quella di una creola. Poi, una bocca grandicella, ma ben fessa ed armata di piccoli denti bianchi, acuti ed eguali; una vitina svelta, alta, soffice, pieghevole come un giovane pioppo. Insomma eran quivi i primi stami di una di quelle donne che, trasportate in una grande città ed in un mondo come Parigi e Londra, possono addiventare un flagello, una magia: che cominciano sempre per levarsi da Cleopatre avvegnachè finiscano talvolta in Maddalene.
Il dottore gettò una moneta d'argento alla bambina e continuò il suo viaggio per l'escursione progettata. Ma, cosa bizzarra! quell'abbozzo di donna gli trottò per lo spirito tutto il dì.
Si fermò di un tratto.
Non era però il magnifico orizzonte che si spiegava innanzi ai suoi occhi che lo arrestava.
E' non vedeva punto, dalla cima di quell'appennino, solcato da filicciuoli di neve come una tavola di vecchio rovere niellata in argento, nè il Mar Jonio dai flotti verdastri; nè il Tirreno arrovellato dai suoi cavalloni turchini; nè l'Etna che ondeggia in distanza in un'aureola di vapori violetti; nè quel cielo allo spazio infinito, che con la sua profonda limpidezza sembra raddoppiare la potenza della vista. No: e' non vedeva nulla di tutto codesto, nè altra cosa. Un'idea aveva traversato la mente del dottore di Nubo come un lampo nel fitto della notte.
--E s'io m'impossessassi di questa potenza?--brontolò egli alla fine.
E dette ordine alla guida di tornare immantinente a Nicastro.
I psicologi àn tanto scritto sull'origine, la nascita, la cristallizzazione del pensiero, che non se ne sa assolutamente più nulla. Laonde, io m'astengo netto dall'intraprendere un'investigazione metafisica su questo subietto--ne fosse pur questo il momento.