Chapter 17
Un olezzo indefinito si spandeva nell'aria e la saturava. Esso si esalava di dovunque: dalle thuye, che si schieravano in battaglia intorno ai grandi alberi; dai budleya ai grappoli di fiori azzurri; dalle piccole deutzie al loro nevigato di fiori di argento; dagl'indigoferi che sparpagliavano i loro getti di porpora, dai _rhus_ che lasciavan folleggiare i venti lascivi nella loro bionde capigliature inanellate; dai _vitex_ che innalzavano le loro lunghe spighe di fiori cilestri. Che irradiamento animato! Che invasione di vita! I viali ombreggiati, cui la principessa Bianca ed il suo cavaliere traversavano, sembravano degli squarci in un mare di smeraldo. La foresta era una sirena.
La natura fondeva i colori, i profumi, le voci, le scintille, i sentimenti ed i gradi.
Si aspettava Bianca ed il duca per asciolvere e tornare al castello.
Si era ucciso una montagna di lepri, di conigli, di palombi, di merli, qualche riccio, qualche istrice, qualche scoiattolo, molti fagiani. Si era ucciso per uccidere. Imperciocchè tutto ciò, in quella stagione, non valeva nulla. Non era la caccia, era l'assassinio. Quanti amori interrotti? Quanti orfani condannati a perire?
Bianca non aveva scaricato il suo fucile. Ella non era venuta per dar mano a quel massacro, ma per bagnarsi nell'aria aperta, dopo una settimana di città e di castello. Le sue guance, del resto, rifiorivano: la si vedeva di nuovo vivace e splendida.
L'indomani ella ricominciò. L'aveva ordinato il medico--e la principessa rispettava la scienza! Poi, il giorno dopo, e poi i giorni seguenti.
Il duca di Balbek l'accompagnava sempre.
Ed io mi penso che l'uomo cominciava a soppiantare il funzionario.
Gli staffieri ed i bracchieri, che li seguivano in distanza, li smarrivano talvolta nel laberinto dei folti e nei sentieri della foresta, cui gli stessi guardacaccia visitavano di raro.
La coppia fortunata cominciava per un galoppo vertiginoso, e quando si trovava immersa, sola, nella solitudine discreta, nei siti ove la natura libera si lasciava andare alla sua deboscia di creazione, rallentava il passo e scambiava qualche proposito.
La parola era misurata: lo sguardo indiscreto.
Poi, tutto di un tratto, Bianca partiva come un lampo, o faceva inalberare il suo cavallo sul suo compagno, e rideva; o si lanciava nelle terre paludose per inzaccherare il suo cavaliere--il quale si spaventava se la vedeva affondare.
E quanti accidenti in quelle scappatucce!
Ieri, l'era l'amazzone--che, appiccata ad un arbusto, aveva scoverto una gamba ammirabile! Oggi, l'è una bigonia che la spettina e le scioglie le trecce, cui bisogna dar opera a rannodare. Talvolta, era una robinia che le strappava la frusta dei suoi artigli rosati. Tal'altra, una betulla che le solcava il viso, e bisognava rinfrescarlo con una pezzuola intrisa nell'acqua.
--Che punto di vista magnifico. Voi non lo ammirate, voi?
--Altezza, io trovo che la natura è sciocca in tutte le sue manifestazioni, eccetto...
--Eccetto?
--La donna.
--Voglio arrampicarmi su quelle roccie, ove potrò trovare un nido di sparviero. Aiutatemi a smontare.
Ed il duca la riceveva sul suo petto.
--Aiutatemi adesso a rimontare a cavallo.
Ed il duca la prendeva nelle sue braccia, adagiava il di lei piede nella staffa, aggiustava, o disordinava l'amazzone.
--Oh! come quella glycina bleu è bella ed olezza bene! Andate a cogliermela.
Ed il duca correva, e le cacciava poi dentro al busto il grappolo del fiore colto.
--To'! quel filo di ruscelletto mi dà sete.
Ed il duca le prestava la sua spalla per saltar di cavallo. Ed ella toglieva i guanti, si stendeva lunga lunga alla ripa del rivolo, attingeva l'acqua nel cavo delle sue palme, beveva, si refrigerava il sembiante e...
--Bravo! ò perduto la mia pezzuola. Prestatemi la vostra, duca.
E poi a galoppare di nuovo. E dei motti interrotti: e degli impallidimenti subiti; e dei brividi indiscreti ad un tatto accidentale; ed un respirare oppresso e bruciante, quando si era di troppo vicini; e dei languori traditori, delle risposte vaghe, degli sguardi petulanti, delle reticenze eloquenti!!!
Una settimana sorvolò così.
Quanto cammino compiuto, ma quanta distanza ancora!
Non pertanto, il vaso si empiva, l'acqua saliva sempre e sempre, ad ogni passeggiata, ad ogni costa, in tutti gli angiporti della foresta ove si scambiava una occhiata, una parola. L'acqua saliva e saliva--ma gocciola a gocciola.
Una gocciola ancora!
Tuttavia, non mai un motto galante, non mai un'allusione. La parola sarebbe stato un delitto di lesa maestà, poichè la situazione era sì augusta.
L'amore non è parlamentare.
Gli antenati di S. M. Claudio III erano stati cacciatori.
La loro capitale era circondata di residenze di caccia l'una più bella dell'altra. Ve n'era una dozzina, tutte ricche di cacciagioni, pittoresche, confortevoli, deliziose. Era la sola cosa che fosse reale nella dinastia e nel regno!
Oltre quelle foreste, quei parchi, quei palazzi di caccia vicino alla città, ve n'erano poi altri più lontani, altri al centro stesso della contrada. Vi si facevano dei viaggi, e vi si restava delle settimane.
Un mattino, la principessa Bianca fu presa da un desiderio imprevisto di andare a cacciare i piccioni in quella bella residenza di Lacerta, che è la Versailles di re Claudio.
Bianca ed il suo cavaliere salirono in sedia di posta e vi arrivarono alle nove.
Due ore di viaggio, l'uno in faccia all'altra!
Si parlò poco.
L'occhio sembrava carico di procella. Chi sa se oggi non si darà battaglia!
Ma presto, in sella. Il sole carica: i suoi raggi sferzano; maggio spira. In via. Si servirà l'asciolvere nello _châlet_, ove re Zebulone IV cucinava i suoi _salmis_, confezionava le sue appetitose _gibelottes_. Che si attenda quivi. Avanti... avanti!
Ed il galoppo furibondo e scarmigliato cominciava.
Chi potrebbe seguire Bianca, che sembra pigliare le ali!
Ella s'ingolfa nel macchione; traversa le chiarelle, ove il duca la rivede, e galoppa al suo seguito. Volge a sinistra; sale sur un poggio e si ferma in una crocevia che rassomiglia alla rosa dei venti. Il duca la raggiunge. Ella s'immette in un sentiero coverto e sbocca in una specie di valle magica.
L'ombra di un pino, come un obelisco, segnava mezzodì sur una roccia.
In mezzo a quel guazzabuglio di pini, di cedri, di abeti, di criptomerie che si rizzano svelte e spigliate come colonne, si sarebbe creduto trovarsi nella moschea di Cordova--di cui si è fatta una cattedrale! Il sole, a traverso i rami, zebbrava il suolo di rabeschi fantastici. La mandevillea, dai grossi mazzi di fiori bianchi che olezzano il gelsomino, invadeva quelle colonne. La phylophora, dai pampani lucenti, circondava le loro basi e si slanciava in pergole. La maurandia, dai fiori purpurei, ed il phoseolus, dai fiori rosei carichi di profumo, spiegavano le loro cortine. Un ruscello accompagnava della sua sordina i gorgheggi dei rosignuoli, le improvvisazioni alla diavola di una folla di piccoli uccelli che si apparecchiavano a fare la loro siesta. Il suolo era tappezzato di una giovane felce tenera e fresca.
--Quest'alfana mi à stanca--sclamò Bianca.--Vorrei riposarmi un istante e dar la caccia alle farfalle, alle sponde di quell'acqua.
Il duca le porse il braccio. Ella si lasciò cadere in braccia a lui--tanto sembrava affaticata! Si assise sur un cespo di erbe, ed il duca legò i cavalli ad un albero.
Il silenzio della voce umana era completo. Il brulichìo indistinto della natura era un narcotico. Sul loro capo, le tortorelle, poco pudiche e poco intimorite, ricambiavano dei lunghi, lunghi baci. La freschezza soave ed imbalsamata insinuava il languore.
Il duca si assise a fianco di Bianca.
Ella impallidì.
La sua respirazione divenne a balzi. Le sue labbra si scolorarono. Le sue narici si dilatarono. I suoi occhi si velarono come il cielo negli istanti che precedono la bufera. Sembrava accasciarsi. Il sonno la guadagnava. Avrebbe voluto levarsi; ma quello sforzo la ravvicinò al duca, che si era collocato ad una certa distanza, discreto.
--Il mio ducato per un tappeto!--sclamò costui di una voce velata.
Bianca sorrise.
La di lei testa s'inchinò sulla spalla di Balbek, che si abbassò.
Gli aliti si confusero. Gli occhi si chiusero. I capelli dell'una sfioravano il viso dell'altro....
Come ciò avvenne? Per quale contorsione di collo ebbe ciò luogo? Nol so. Ma la bocca dell'uno si trovò contro la bocca dell'altra.
Bianca dormiva.
Le loro labbra tremolarono. Un rumore sordo, come una foglia di rosa che si squarci, ne seguì. Quelle due bocche restarono così a ricamare, per tutto il tempo che l'assopimento di Bianca durò.
Infine, ella si svegliò in sussulto e gridò:
--Guarda! io ò dunque dormito?
--Altezza, sì--e profondissimamente ancora!
--Fa sì caldo! si sogna in piedi. Ed io credo di aver sognato...
--Delle cose spaventevoli, Altezza?
--Non so. Siete voi poeta, duca?
--Che! vi sarebbero ancora dei poeti, dopo che non vi sono più delle Margherite di Scozia?
--Come! Vi sarebbero ancora degli Alain Chartier, che meritino di essere baciati sulla bocca dalle principesse... attempatelle?
--Io credo, Altezza, che qualunque uomo che dica ad una donna: Io t'amo! sia più poeta di messer Dante e di lord Byron, e meriti questa ricompensa. Del resto, ogni poesia non è che un ribiascico di questa strofa divina.
--L'avete voi mai cantata codesta strofa, duca!
--Io non l'aveva cantata ancora.
La principessa si alzò di un lancio e risalì a cavallo, appoggiandosi appena al braccio del duca.
Ella tirò un colpo di fucile e partì al galoppo.
Arrivata al crocicchio, Bianca tirò un altro colpo ed ordinò a Balbek di fare altrettanto. Poco dopo uno dei bracchieri comparve all'estremità di un viale.
La principessa entrò in un sentiero, al passo, ed il bracchiere la raggiunse.
Si seguì quella via.
Il silenzio era completo.
Bianca sembrava offesa; il duca affranto. E camminava dietro, apostrofando il suo cavallo.
Quella parte della foresta era scura e bassa. Delle roccie bianche, seminate qua e là, le davano l'aria di un carnaio di giganti, che avrebbero lasciato quivi delle ossa senza espressione. Il suolo era dell'ocra rossa. Dei serpenti solcavano le sabbie del sentiero. Delle gazzere davan la berta ai cavalieri e cominciavano una chiacchierata poco animata con uno stuolo di cornacchie in sentinella all'apice di un masso. Un pugno di piche si cacciò nella partita ed ingarbugliò la conversazione.
--Mastro Alain Chartier in prosa, capite voi ciò che quelli amabili piumiferi ci vogliono dire?
--Altezza, io m'immagino che quelle bestie irriverenti si burlino un poco del prossimo.
--Davvero! E che dicon esse dunque?
--Semplicemente questo: Oh! come il duca è brutto! oh! come la principessa è sirena!
--E voi non mandate loro una carica di piombo?
--Magari no! Quelle spiritose bestie ànno ragione.
Si volse a sinistra, ed un quadro maraviglioso si presentò ai loro sguardi.
Il viale metteva capo al lembo di un burrone. Di fronte, si rizzava altissimo uno scoglio rossastro a foggia di mitra, sormontato da un picco, come il corno dei dogi di Venezia. Un torrente scendeva ad infrangersi contro quel corno, e l'acqua, così respinta, si gettava in due nappi, a destra ed a sinistra, formando due cascate, che ricadevano da una altezza di cento piedi in una valle, e si riunivano. La parabola che descrivevano quelle due cascate formava come due archi che fiancheggiavano la roccia, e le due tese d'acqua rassomigliavano a due anse di un'anfora--un'anfora alla forma di una mitra episcopale. Un vapore di polvere di diamanti la covriva. Il sole l'animava e ne faceva un nembo d'iride.
Il Cristo, sul Tabor, ebbe a trasfigurarsi così.
--Oh! come è bello!--sclamò il duca, guardando il viso di Bianca, e per conseguenza volgendo le spalle alle cascate.
Bianca partì in uno scroscio di riso e disse:
--Piede a terra, allora, mastro Alain.
Lo staffiere prese i cavalli. La principessa si appoggiò al braccio del duca, e cominciò a discendere il burrone.
--Aprite dunque il vostro paracqua--diss'ella;--noi andiamo...
--A traversare il mar Rosso a piede secco, ma al capo innondato--soggiunse il duca.
Passarono infatti sotto la parabola della cascata, a destra, avendo sulla testa quella vôlta di cristallo soffusa di luce. Salirono qualche scaglione tagliato nella roccia, poi entrarono sotto una specie di galleria che forava il masso di lungo a lungo.
Quando furono al centro, si trovarono in una camera pellicciata di quercia. Un ovale, chiuso da un doppio cristallo, sporgendo sur una piccola piattaforma, rischiarava il luogo. L'ovale aprivasi in fronte alla roccia e dominava tutta la vallea percorsa dal torrente--il quale ricadeva in piccola cascata fino all'immenso bacino del parco, innanzi al castello. Dalle due porte aperte, a destra ed a manca, vedevansi le cortine di acqua delle due cascate.
Il sole del pomeriggio rischiarava la stanza. Il rumore della caduta d'acqua era ammortito. I giuochi di luce, di faccia e di lato, producevano dei bagliori magici, in mezzo alle _cannas indicas_ dalle larghe foglie, dai fiori gialli e scarlatti che ostruivano un poco l'entrata della vôlta, e le cobee e le campanule che sbocciavano intorno all'ovale.
--Signor duca di Balbek--parlò la principessa Bianca, con una dignità tragica, che faceva fremere la deliziosa pelugine del suo labbro superiore;--io v'invito a colazione dopo domani, qui, con me; una colazione di due uova, che voi porterete nelle vostre saccocce, e di quattro biscotti, che io caccerò nelle mie.
--Mille grazie, Altezza. E che il buon Dio sia assai clemente e grazioso per mandarci del _dessert_ dalla sua tavola.
--Voi siete un ghiottoncello, signor duca!...
La colazione ebbe luogo.
E due settimane dopo, fu celebrato il matrimonio della principessa Bianca con sua maestà Taddeo IX--rappresentato dal marchese delle Antilles.
IV.
Ove si vede che chi comanda non suda.
Cinque anni sono scorsi dall'asciolvere della principessa Bianca col duca di Balbek nella galleria delle due cascate.
Grandi avvenimenti sono occorsi.
Claudio III è morto.
Il duca di Balbek è ambasciatore di suo figlio, re Comodo V, presso la Corte delle Tuileries¹.
¹ Scommettiamo che qui si tratta di Ferdinando II di Napoli, fratello di Cristina. (_Nota dell'Editore_)
La principessa Bianca à sposato re Taddeo IX, il cui regno à subito gravi prove.
Il principe Alessandro di Lavandall è sempre incaricato dall'imperatore Nicola di quelle funzioni misteriose che toccavano al mondo dei saloni di Parigi, alla polizia politica ed all'alto intrigo diplomatico. E' scriveva sempre allo czar di quei ghiotti spacci, cui Federico II, Caterina II, Luigi XVIII gustavano con tanto appetito--la _petite presse_ all'uso delle teste coronate!
Un mattino dell'anno.... non mi ricordo bene la data. Ma M. Guizot era ministro, ovvero M. Thiers--uno, insomma, dei due grandi piloti che condussero la dinastia di Orléans al di là della Manica! Un mattino, dunque, di questo ricordevole anno, il principe di Lavandall passeggiava nella sua sala d'armi.
Erano le nove del mattino.
Egli aveva fatto due ore di ginnastica alla spada col suo maestro d'armi, ed in quel momento percorreva in lungo ed in largo la sala, per dare l'ultimo acume a quell'appetito della colazione sì ben preparato dalla scherma. Un monte di giornali, più o meno sberleffatti da una matita rossa, giacevano sur un divano, e due o tre altri sur una seggiola, marcati all'inchiostro nero e postillati.
Il principe era avvolto in una vesta da camera di _cachemire_ grigio, e si baloccava colla cordella turchina che l'azzeccava alla vita. Era distratto e camminava a gran passi, borbottando qualche cosa. Poi tuffava le mani nelle sue grandi tasche e ne tirava fuori, per la terza volta, un dispaccio, cui leggeva facendo dei musoni singolari, sclamando con dispetto:
--Sì, sì, vi ci vorrei ben vedere, voi signor conte di Nesselrode! Gli è facile dar degli ordini, i piedi stesi sugli alari del camino...
E soggiungeva altra roba, forse meno riverente pel suo ministro, cui perciò appunto non articolava chiaro, e che restava in istato di ringhio indistinto.
In quel momento, un domestico annunziò il signor conte Sergio di Linsac.
Il principe fece un segno della testa, ed il signor di Linsac entrò.
Non era avariato di molto, dopo l'assassinio di Regina. Sarebbe forse perchè il rimorso non è ruggine che rode alla superficie, ma trivella che fora in dentro?
Vi sono dei dolori che sono una maschera; altri che sono un'anima.
Per espiare il sospetto--di cui aveva vituperata Regina--il signor di Linsac si era forse imposto il bazzicare intorno al principe di Lavandall. Il principe, dal lato suo, onde risarcirlo in qualche modo, gli aveva procurato una sovvenzione annua di 30,000 franchi dalla Russia, per il suo giornale _Les Deux Europes_: perocchè vi sono dei rimorsi gentiluomini.
Il fatto è, che il demone dell'ambizione aveva acciuffato M. di Linsac, e che egli voleva arrivare ad ogni costo, arrivare a tutto.
La fortuna del signor Thiers lo aveva abbarbagliato. Voleva dunque esser deputato, pari, ministro, ambasciatore, tutto ciò che la sua ardente immaginazione di romanziere gli pingeva come una sorgente di ricchezza e di piaceri. Si era gittato perciò a corpo perduto nel giornalismo conservatore.
Il signor Guizot lo pagava e sprezzava largamente. Si serviva dello stile pomposo e vuoto, della coscienza senza fede, del cuore senza principii di questa spugna politica, per coltivare la parte più ignominiosa della sua politica secreta. Era però pronto sempre a spezzarlo, se la necessità lo imponeva, dicendogli: Vi ò pagato per codesto!
Come il principe di Lavandall, il signor di Linsac è adesso un po' calvo sul vertice della fronte, cui le rughe delle cure, delle brame, dell'ambizione, dei disinganni invadevano. Come il principe, egli à preso quel certo impinguare, cui danno l'età, il comodo, un poco di pigrizia, la vita molle, le amiche rinnovellate a punto--da tenere il desiderio in piedi senza la pena degli stimolanti, cui la calma dei sensi e la saturazione dei piaceri spiegano. Come il principe, egli aveva acquistato quella pallidezza che segue al serio del pensiero--quella pallidezza sana che indica il lavoro dell'anima, non quella pallidezza mordace che ne indica la combustione e la rovina. Come il principe, egli aveva l'occhio spento, il labbro inferiore un po' abbattuto, qualche grinza intorno agli occhi, la barba rasa--tranne i baffi--i movimenti gravi.
L'uno e l'altro portavano la testa alta, guardavan dritto innanzi a loro, ascoltavano bene, stavano in guardia, parlando. Come il principe, il signor di Linsac scherza col sorriso--quello spasimo che implica nelle sue pieghe Dio e Satana--le due metà, o piuttosto le due facce del Tutto.
Entrambi sono graziosi e falsi, seducenti e perfidi, pensan nero e dicon rosa--ciò che non li impedisce di esser generosi, sempre gentiluomini--anche nel vizio--sempre eleganti. Entrambi infine odiano profondamente, squisitamente--ed odian forse lo stesso uomo: l'assassino vero di Regina! Ed entrambi dissimulano quell'odio con la precauzione sinistra di una donna di trent'anni, cui si derubò del suo amore.
Per gl'Iddii! pazienza, mio principe; pazienza, mio Proteo! il dottor di Nubo non à forse neppure sessant'anni!
A quest'ora il signor di Linsac veniva a dimandare la sua parola d'ordine, per non so quale polemica cui aveva impegnata in favore della Gallizia e di Cracovia.
--Arrivate a proposito, signor di Linsac--disse il principe. O' qualche cosa a chiedervi. So che posso contare sulla vostra discrezione.
--Lo potete, principe mio. Ma voi sapete altresì che io amo poco le confidenze, le quali sono come le macchie di olio: si spandono e si tradiscono sempre da sè sole!
--Non temete nulla. Non è mica una confidenza che io vi fo; è un consulto che vi dimando. Non siete voi ancora romanziere, fra linea e linea, bordeggiando fra il diplomatico dell'avvenire ed il pubblicista di oggidì? Ma, da prima, prendete quei due giornali su quella sedia. Leggerete ciò che è segnato all'inchiostro. Vi risponderete, aggiungendo: che, quantunque dato dal _Journal Français de Francfort_ e dalla _Gazzetta d'Augsbourg_, voi avreste della pena a credere a quelle notizie, se, trattandosi di una perfidia, la mano del principe di Metternich non vi fosse mischiata.
--Quel caro principe! m'à fatto rispondere al mio ultimo articolo dal signor di Gentz: che per lo innanzi, la Russia aveva dei giornalisti assassini--i quali uccidevano una reputazione--e che adesso la assolda dei facchini--i quali marciano pesanti nella melma ed inzaccherano le genti.
--E voi avete risposto?
--Che non s'inzacchera l'oro. E tutte le Corti d'Europa sanno che il principe di Metternich non è che un luigi di oro!
--Alessandro ne sapeva qualcosa. Napoleone ed il re di Napoli essi pure. Vada! Voi passerete in seguito dal mio segretario, il quale vi darà un embrione di articolo, cui ricamerete in guisa da non vedervisi che scintille; in sostanza, nè cane nè lupo. Debbo dirvi, a questo proposito, che si è contenti di voi, e che lo Czar legge i vostri articoli. La vostra pensione sarà aumentata.
Il signor di Linsac s'inchinò.
Il principe continuò:
--Vi associo ora alla soluzione di un problema, cui il conte di Nesselrode mi propone, o, meglio, cui il nostro ambasciatore a Roma à posto.
--Diavolo! Ed io che sono così smilzo matematico!--sclamò Sergio, sorridendo.
--Ed io dunque?--riprese il principe. Ma insomma, il problema dato, bisogna pure risolverlo. Ecco di che si tratta. L'ambasciatore d'Austria a Roma possiede, non so come, tre documenti, di un valore incalcolabile, cui la Corte di Torino vorrebbe avere. E' sembra si riferiscano al modo con cui Carlo Alberto arrivò al trono, a detrimento del duca di Modena. L'ambasciadore di Sardegna a Pietroburgo à interessato lo Czar all'acquisto di quelle carte, e Sua Maestà Imperiale ne à incaricato il suo ambasciadore a Roma. Voi vedete chiara la cosa, n'è vero?
--Perfettamente.
--Bene. Ora, come vi condurreste voi per ottenere quei documenti? Per alcuna considerazione al mondo, l'ambasciadore d'Austria non vorrebbe disfarsene.
--Ma! se egli non vuole darli, io non veggo che un mezzo: pigliarglieli.
--Alto là, signore!--sclamò il principe aggrottando. Cedesti procedimenti sono buoni per quei governi di mascalzoni che voi chiamate _parlamentari_, e per quei ministri saltimbanchi che vanno a farsi assolvere delle loro stoltezze e delle loro infamie da quella masnada d'idioti cui voi addimandate una maggioranza. Maggioranza! Poffardio! come se in questo mondo la scienza, la probità, l'onore fossero la dote del più gran numero, e l'imbecillità una anomalia minima! I piedi valgono dunque meglio della testa, perchè son due, mentre la testa è sola?
--Cosa volete, principe mio,--sclamò Linsac sorridendo,--quei gnoccoloni di Inglesi ci ànno importato ciò... con la scienza abbominevole del _confortable_, il libero cambio, la vita a buon patto, ed il _beefsteak saignant_.
--Voi avete mal capito l'Inghilterra. Colà, la maggioranza non è, in sostanza, che la minoranza. Vi à dunque tanta gente che possa spendere 250,000 franchi per cavarsi il solletico di andare a gridare per sei mesi, durante cinque anni--se non arrivano accidenti--in un bazar di coscienze? Ma infine, se appo di voi involar delle carte può essere scusato da ciò che voi chiamate ragione di Stato, in quella Corte autocratica, che i vostri giornali dell'opposizione calunniano ogni mattino, da quel despota di tutte le Russie, di cui i vostri mariuoli a penna di acciaio fanno un tiranno da tragedia, un atto simile sarebbe ricompensato dello _knout_ e dei lavori forzati nelle miniere dell'Ural. Scartate dunque codesto mezzo.
--Allora, principe mio, è mestieri comprar quelle carte a quell'ambasciadore.
--Per lui, valgono dei milioni.
--Se non si tratta che di codesto, la soluzione è bella e trovata.
--In che modo?