I suicidi di Parigi

Chapter 16

Chapter 163,795 wordsPublic domain

--Figlia mia--disse egli alla principessa Bianca la sera, quando la gli ebbe baciato la mano--ò dovuto contrariarti in questi ultimi giorni nel tuo divertimento favorito, perchè tu avevi cagionato dei malanni. I miei imbecilli sudditi capirebbero, senza fiatare, che venti mila di loro perissero in una battaglia. Essi non saprebbero persuadersi che una principessa possa, per sbaglio, uccidere un bracchiere per un cinghiale. Nondimeno, il tuo medico mi à detto stamane che la tua salute esigeva questi esercizi violenti e che il riposo t'impallidiva. Ti accordo dunque di nuovo il permesso di correre i boschi. Solamente, ti azzecco ai fianchi un cavaliere di compagnia, il quale temperi la tua foga.

--Grazie, babbo--rispose la principessa baciando questa volta suo padre sulla fronte. Se codesto cavaliere cui mi cucite alla gonna è un vecchierello, io lo stancherò, lo sfiaterò... lo farò crepare in tre giorni.

--So pur troppo che tu sei una brigantessa--rispose il re. E prevedendo precisamente codesto, io ti ò destinato un Mentore di venticinque anni: il duca di Balbek.

--Alla buon'ora! Lo farò sventrare allora da un cinghiale--sclamò, ridendo, la principessa.

--Sono contento vederti gaia, cara fanciulla--riprese il re. Abbiamo così poco tempo a restare insieme!

--Che dite voi, sire?

--Io mi sento più malato che mai. D'altronde, figlia mia, tu sei in una età da marito, e da un giorno all'altro...

--Io non sono mica impaziente, babbo...

--Sì: ma altri potrebbe ben esserlo. Per bacco! quando si è vedovi, e si àn cinquant'anni e non successione assicurata, si capisce la premura e le precauzioni...

--Voi dite, babbo, cinquant'anni?

--Sì, è una supposizione. Infine, bisogna esser preparati a tutto. Quando si vuole un successore ad ogni costo, è mestieri mettersi in misura: e quando lo si è, dire: io son pronta! In questo caso, non si va a badare se tu abbia o no fretta. È la cosa stessa che urge e indica la precipitazione. Buona sera, Diana cacciatrice. Non essere schifiltosa come la tua santa protettrice. La pruderie era buona per i pagani e per le dee... non per le regine che debbono arrivare al trono con una successione bella ed assicurata... assicurata ad ogni costo! Buona sera.

Se vi è qualcuno che abbia più spirito di Voltaire e di _tout le monde_, gli è sicuramente una figlietta a maritare--fosse ella pure una principessa. Bianca comprese il latino di suo padre--latino, del resto, che non aveva mica bisogno di dizionario.

Altra fu la conversazione del principe di Celle con suo nipote, il duca di Balbek.

--Riceverai--disse il principe--oggi stesso forse, il brevetto che ti nomina cavaliere di compagnia della principessa Bianca. Sei tu fortunato! gaglioffo!

--Proprio!--sclamò il duca di Balbek. Solamente, io vorrei che si definissero le mie funzioni presso di quella principessa. Perocchè, in realtà, io non ne vedo mica altra che quella di avere un grifo di cinghiale piantato nel ventre, o di vedere le budella di lei appese ai rami di un cervo.

--Avresti tu preferito che ti destinassero ad allacciare il suo busto, od a porgerle l'asciugatoio all'uscita del bagno?

--Io non vedo nulla di disonorevole in codeste funzioni. E se desse fan parte del mio ufficio, io mi vi rassegno senza mormorare.

--Ebbene, no, signor mio monello--replicò il ministro. Tu devi accompagnar Sua Altezza nelle escursioni ch'ella predilige, preservarla dai pericoli, e farle trovare la natura incantevole.

--Ecco ciò che è impossibile. Io, io non amo la natura. Io preferisco una lucerna che fumiga ad uno spuntare di aurora. Io comprendo una cisterna, perfino un cetriuolo, ma non comprendo un paesaggio.

--La comprensione ti verrà. La difficoltà della tua parte è tutta nel cominciare. Sarà d'uopo di un tatto squisito, cui tu non ài. Imperciocchè, non è già nelle guardie del corpo che s'imparano le delicatezze ed i pigolii degli innamorati da _boudoir_.

--Ma, fate attenzione, zio, voi confondete i generi. Sotto un nome pulito, io non sono in realtà che un bracchiere, il quale riceverà i colpi, i bufoli, i cinghiali, i contadini--che si avvicineranno senza etichetta a S. A.; la rialzerà se cade di cavallo; le indicherà la strada ed i viali nelle foreste; prenderà a suo conto tutti gli sbagli, tutte le disgrazie della caccia--incluse le archibugiate che si smarriscono ed uccidono un villano per un lepre.

--Esattamente. L'è codesta la parte brutta delle tue funzioni. Ora, e' non incombe che a te, se ài spirito, di rilevarla, e di ciò che è un mestiere di domestico fare la delizia di un cavaliere elegante.

--Ma voi obliate, dunque, che io ò per le mani un'Altezza, una figlia di re, una principessa del sangue.

--Tu puoi anche aggiungere la fidanzata di un re. Ma, silenzio! Questo l'è un segreto di Stato cui ti rivelo, conosciuto adesso unicamente da S. M. e da me.

--Eccomi allora più domestico che giammai!

--Comincio ad accorgermi che ebbi torto di indicarti per codesto posto superbo, perchè tu sei un vigliacco o un imbecille.

--Ed io comincio a comprendere che voi non dite tutto ciò che pensate, e che gironzate attorno a qualcosa.

--Io non gironzo, ma cammino dritto. La principessa Bianca è bellissima. Non vi è dunque nulla da stupire che la si dimandi in matrimonio, e che perfino dei pretendenti slombati ed affranti si mettano su i ranghi. Un cavaliere di compagnia che avesse dello spirito potrebbe, in una situazione simile, far molta via. Gli è un gironzare questo?

--L'è peggio che un gironzare: l'è un affondarsi. Ed innanzi tutto, mi parlate voi da zio, in questo momento, o da ministro di S. M. Claudio III?

--Come tu voi. Ma ponghiamo che io ti parli da ministro, non fosse che per obbligarti al secreto: che conclusione ne cavi tu?

--Allora, io prego Vostra Eccellenza di farmi l'onore di darmi delle istruzioni precise; perocchè, che io capisca o no, sono deciso a non capir così subito.

--Meglio vale allora che io faccia rivocare il decreto, e che lo intitoli a qualcuno che abbia intelletto più svelto.

--Prego V. E. di riflettere ch'e' non trattasi qui di una quistione d'intelletto, ma di una consegna. Se io mi determino ad operare per mio proprio conto, vedrò cosa avrò a fare. Se debbo funzionare per conto altrui, ò il diritto, mi penso, che mi si spieghino gli ordini.

--Ai tempi miei, i giovani non facevan mica tante moine par piacere alle belle giovinette. Ed ò anche visto, quando ero in Russia, dei belli e forti garzoni mettersi a subbisso per acchiappare un sorriso della vecchia Tzarina. È vero che noi eravamo allevati allora dai gesuiti, e che oggi sono dei pedanti che vi abbrutiscono in ciò che addimandasi un liceo, un collegio, un'accademia, un'università. Ai miei tempi l'era naturalissimo che un marito di cinquant'anni, che si permetteva una moglie di vent'anni, si desse altresì un coadiutore per la confezione della famiglia. Il posto di cicisbeo, e perfino di abbatino, era allora pesante, ma onorevole ed ambito--ed un padre si sarebbe creduto disonorato se avesse appreso che il suo figliuolo era proprio di lui.

--Ahimè! Eccellenza, l'è una disgrazia. Ma, ai giorni nostri, non si fanno in collaborazione che i _vaudevilles_ per il teatro. I figliuoli in accomandita ed in Compagnia Anonima esistono tuttavia, ma non sono riconosciuti dal Codice Civile--e monna polizia si mischia di quella gentilezza che chiamasi un adulterio.

--Vattene allora, e sii un semplice bracchiere.

--Io non dico codesto. Io desidero solamente che si specifichino le mie attribuzioni, onde non fuorviare. Si può esser colpevoli. Non è permesso di essere stolido o ridicolo, se si sbaglia.

--Tu sei di una probità miracolosa! Vado a farti nominare direttore della Banca. Ma ammettiamo, per ipotesi--per scandagliare i gradi della tua modestia e della tua virtù--che ti si dica: Vi è un marito che vuole un successore ad ogni costo, e che non è sicuro di sè: vuoi tu associarti all'opera sua? Che risponderesti tu a questa proposta filantropica?

--Eccomi qui. Ma ad una condizione, anzi a due.

--Va là!... la donna è bella e giovane...

--Monta poco, fosse ella altresì regina o qualcosa di simile. Se non si trattasse che di una borghese... Ma con dei re? cattera! Essi ànno sempre in tasca una corda per impiccare, ed in bocca una menzogna per sconfessare ciò che non gradiscono.

--Che professore di logica! Gli è vero che non vi è nulla di così concludente che la paura. Vediamo dunque codeste condizioni.

--Da prima, vorrei che V. Eccellenza mi desse la commissione con una lettera ministeriale in buona regola...

Il ministro si lasciò andare ad un grande scoppio d'ilarità, e non rispose. Il duca soggiunse:

--In seguito, che mi si nomini ad un'ambasciata, a Vienna, a Madrid, a Parigi, non importa dove, ma che io possa tenermi lontano dagli Stati del re clemente ed adorato, Claudio III.

--E poi ancora?

--Ecco tutto. Ed io prometto di fare le cose a dovere.

--Veramente, io sono sbalordito di tanta stolidezza ed oltracotanza! Ma tu vivi dunque nel regno della luna, eh!

--Se ciò fosse, non avrei dimandato nulla di nulla, ed avrei regalato, senza farmeli dimandare, dei figliuoli ed anche dei nipoti a chiunque avesse una bella moglie. Ma noi siamo nel regno di S. M. Claudio III--subillo ciò all'orecchio di mio zio--negli Stati di un re, dove il tradimento è una massima di governo; ove l'arbitrio, la ferocia, la bugia, la dissimulazione, la perfidia, sono degli strumenti di regno. Dimani, che per una ragione qualunque la cosa fallisca; che non se n'abbia più d'uopo; che si sappia; che dispiaccia; che riesca altrimenti da ciò che si aspetta... ed eccomi lì compromesso ed afforcato. Non si risparmiano gli uomini cui si caricano di tali secreti e di tali funzioni. Ebbene, io voglio tenermi al coperto di codesti colpi di soppiatto. Io voglio, innanzi tutto, essere lontano di qui; provare, in seguito, se mi si accusa di fellonia, che io obbedii agli ordini che avevo ricevuti. Io separo in ciò la parte dell'uomo da quella del funzionario. Io compirò la prima parte per modo che non vi sieno reclami; eseguirò la seconda nel senso preciso delle istruzioni.

--Ài tu finito, leguleio, casista? Tu non comprendi mica dunque che guazzi nell'assurdo?

--Niente affatto. Vostra Eccellenza non dà ella dunque delle istruzioni minute ai suoi agenti diplomatici? Il viaggiatore che vuole abbordare nei paesi a governo sospettoso non si munisce egli forse di un passaporto? Il mio passaporto è l'ambasciata. Io sono un agente diplomatico di una categoria non peranco classificata, ma le cui funzioni sono delle più delicate. Mi date voi, sì o no, una missione? Se me la date, esigo il mandato. Io non sono mica di coloro cui un ministro o un re si propone sconfessare o spezzare, se la missione volge male. Voi rifiutate la lettera ministeriale? dunque voi meditate un tradimento.

--Tu vuoi dei documenti? dunque tu vuoi trafficarne. Non vedi tu, idiota, che una scritta simile nelle tue mani sarebbe una sentenza di morte contro di te? Non è, no, per fartene un parafulmine che tu cerchi codesto. Chi andrà a dimandarti conto di ciò che avvenne nel fondo di un folto macchione, o nelle serate di un _boudoir_, se non si desidera di meglio che ciò abbia luogo ed il più presto possibile? Chi t'impedisce di ritirarti, se incontri ostacoli? Chi t'impedisce di pigliar delle precauzioni prima d'impegnarti? Il pericolo sarebbe desso nel successo? Ma, non ti si dà una missione simile per mancarla. Lo scritto che tu dimandi non è dunque per la tua sicurezza.

--Lo è per l'appunto.

--No. Esso sarebbe invece un giorno una tentazione forse per la tua cupidità, per un cattivo pensiero qualunque. Tu non rifletti dunque che si vorrebbe forse un giorno spacciarsi di un uomo che possiede di tali secreti, di tali documenti? Tu avresti una pistola carica e sempre armata, la bocca volta al tuo cuore. Tu saresti sempre in pericolo di morte, o in misura di commettere un'infamia, un tradimento, cui si vorrebbe impedire.

--Io so bene che avrei in poter mio una macchina infernale la quale potrebbe annientarmi ad ogni istante. Però io mi piaccio a lottare contro il pericolo ed a dimesticare il serpente a sonaglio ed il tigre. Io avrei ogni interesse a non mai mercanteggiare di quel documento. Chi potrebbe pagarlo? Contro chi ne trafficherei io? Contro mio figlio, che sarebbe sur un trono? Ma bisognerebbe essere idiota. Io voglio un attestato della mia partecipazione a questa grande opera, non per farmene una spada, ma un origliere. Voglio poter dire: sono padre! Non sarei giammai tanto assurdo per dire: ecco lì un bastardo! mi comprendete voi, Eccellenza?

--Io comprendo che tu sei un indegno furfante, che ti trovi in gambe nel bene o nel male. Ma ti sembra desso possibile che io mi indirizzi al re per domandargli l'autorizzazione di una simile lettera ministeriale? Un'ambasciata, dopo dei servizi di questo genere, resi a due sovrani, si concepisce, si scusa. Si perdona la tracotanza della tua dimanda. Si promette. Si accorda. Posso anzi prendere questo impegno, perchè il posto di Parigi va a vacare quanto prima. Ma le istruzioni scritte?... Tu sei pazzo, tre volte pazzo, goffo, tre volte goffo.

--Non è mestieri, zio, che dimandiate al re l'autorizzazione di darmi le mie istruzioni per iscritto. Ciò entra nelle attribuzioni del ministro. Altri si contenterebbero di averle verbali. Altri, semplicemente indicate nell'ombra dei sotto-intesi, come voi fate al presente. Altri vi afferrerebbero a mezza parola e si lancerebbero all'avventura testa giù, a loro rischio e periglio. Io, io sono leale: voglio che il mio ufficio mi sia formulato in iscritto. Il re vi ci à di già autorizzato, significandovi l'intento ed accettando l'uomo. I dettagli sono l'opera del ministro, come qualunque altro semplice regolamento. Riflettetevi. Io accetto il mandato. Poi, al momento in cui io sarò pronto per metterlo in atto, verrò a reclamarlo, secondo la formula che vi presenterò. Non temete nulla. Ma mettetemi al sicuro. Noi siamo tutti complici. Noi abbiamo dunque lo stesso diritto alla sicurezza e lo stesso dovere del silenzio. Perchè reclamate voi la parte del lione e la facoltà esclusiva di potermi un giorno tradire ed impiccare?

--Va, balordo, gli è di già troppo di chiacchiere per una semplice ipotesi--cui ò proposta per scandagliare il tuo carattere ed il tuo spirito.

--Zio, dite a Sua Eccellenza che la ringrazio; che le farò onore; che sarò fedele e cavaliere; che il documento cui esigo non sarà giammai una lettera di cambio, ma forse, un giorno, una semplice credenziale; e ch'ella può lasciarmela con confidenza. I duchi di Balbek non tradirono mai: voi lo sapete.

--Tu vuoi dunque collocarti a piacere nella gola del lione? Si subisce il pericolo. Ma non se ne fa la sua aria respirabile, il suo pane quotidiano. Va, rifletti a tua volta ed abbi la fortuna di riescire. Dimentica il funzionario e sii il duca di Balbek. Una tanta bellezza! venti anni?... Io andrei a farle la corte nel cratere del Vesuvio.

Due giorni dopo, il barone di Luci portava a re Taddeo IX la risposta autografa di suo cugino, re Claudio III.

E l'_hallali_ risuonava nelle foreste!

L'_hallali_!

III.

Ove si apprende: che tutto è bene ciò che riesce bene.

La principessa Bianca, dicevano i cortigiani, è una Minerva, come se ne veggono ancora le statue nei Musei. Suo padre l'aveva chiamata Diana. Forse, ei sarebbe restato più nel vero se la si fosse addimandata una Venere contadina!¹

¹ Non vi pare d'intravedere qui la regina Cristina di Spagna? (_N. dell'Editore_)

La statura s'innalzava un poco al di sopra della mezzana, ma bene assisa sulle groppe e solidamente costrutta. Nell'insieme, svelta ed armoniosa. Non si appiccava l'epiteto di piccino nè ai suoi piedi, nè alle sue mani; ma le sue mani seducevano, i suoi piedi provocavano.

Io mi sono sempre dimandato perchè dei piedi graziosi, piccoli, inarcati, elastici, provocassero, solleticassero. Che mi si parli delle labbra, io lo comprendo. Delle labbra rosse, leggiermente umide, a pelle fina, a palpitazione soave, a polpa attraente--delle labbra, insomma, come quelle della principessa Bianca--sono un focolaio di amore a getto continuo, che danno i brividi. Que' piccoli denti--che debbono morsicchiare sì bene--sembrano una frangia tagliata in un petalo di magnolia! Quegli occhi neri, grandi, lucenti, che vi avviluppano e vi penetrano; che riverberano l'infinito; che rivelano l'abisso; ove il piacere è re; ove l'amore è tiranno... appiccano l'incendio dovunque si posano, la disperazione dovunque passano, fanno paura se s'inalberano, uccidono se diventano languenti. Le sopracciglia che li coprono scoppiettano scintille se si aggrottano.

La fronte di Bianca non è alta, ma levigata e candida e si perde nelle onde infinite di una capigliatura nera e vellutata--che morde il freno, lo rode ed irrompe--correndo dietro alle carezze della brezza ed ai raggi del sole.

La sua fiera narice è crudele e voluttuosa, altera e provocatrice. Il soffio che l'agita, in passando, è elettrico.

La vita, esuberante, lussuosa, irresistibile, inebriante, impetuosa, esigente, scoppia da tutti i suoi lineamenti. Il color vivo delle sue guance la rivela. Bianca invita al festino degli dei, che inizia alla beatitudine, ma che uccide se vi vi si tuffa con abbandono. Chi non vorrebbe morire su quel petto, la bocca applicata a quel collo serico e bianco--il serpente dell'Eden?

Malgrado la vivacità e l'agilità della principessa, il suo portamento era reale. La sua voce, un po' ruvida, commoveva. Il suo gesto, breve e vivo, era eloquente. Il suo andare seduceva. Assisa, era volgare; in piedi, imponeva; a cavallo, vi trasportava come una fanfara di guerra. Negli addobbi comuni delle donne ella era triviale. Su di lei i gioielli smorfiavano; il fiore appassiva; la _gaze_ si screpolava. Il velluto, la seta la rimpicciolivano. Bisognava vederla nel suo costume virile di amazzone per ammirarla nella sua apoteosi. Ella rivelava l'androgenia dell'anima.

Nulla di più goffo se ella danzava. A ginocchio, un libro alla mano, nella cappella, alla messa, era disperatamente ridicola e meschina. Un bicchiere alla mano, a tavola, ella avrebbe fatto scoppiare Arianna di gelosia.

Non pertanto, ella suonava bene il piano, il quale sotto la sua mano potente scoppiettava come una frusta, scintillava, espettorava dei suoni come colpi di pistola. Laonde ella non suonava mai sempre che arie guerresche, inni spietati, sinfonie tempestose, finali gremiti di antitesi ed orripilanti.

Il piacere che l'ubbriacava era la caccia. Nei castelli reali si trovava un registro zeppo zeppo di più migliaia di pezzi di grosso selvaggiume ucciso dalla principessa Bianca. Si erano bene astenuti però d'iscrivervi altresì che ella aveva morti per sbaglio cinque o sei picchieri e parecchi contadini e guardacaccia. Il sangue, compreso il suo proprio, l'intimidiva poco.

Malgrado ciò, era sensibile alle lagrime, e gli atti generosi la facevano singhiozzare. Un uomo ucciso la colpiva; un fiore appassito l'inteneriva. Leggeva di raro; ma se prendeva un libro, era sempre un poeta: Schiller, Byron, Hugo, Köerner, Zorillas... Sapeva tutte le lingue.

Una principessa non è dessa una piuma, cui il vento deve un giorno trasportare Dio sa su quale riva?

Il moto era per lei la vita; il riposo la spegneva. Aveva l'audacia di un uomo; la volontà di bronzo... di una donna.

Eccola adesso sur un ginetto andaluso nei viali della foresta.

Quindici giorni di reclusione le davano il farnetico del movimento.

Il suo occhio si dilatava, le sue narici si gonfiavano, il suo seno si apriva. I suoi colori, un istante impalliditi, rifluivano trionfanti. La sua testa sfidava il nugoleto che si granulava di fulmine e s'imbeveva di uragano. La sua voce scoppiava e balzava.

I suoi fratelli e gl'invitati a quella caccia erano restati indietro, lontani, spauriti. I bracchieri, sperperati nella macchia, nei mille sentieri della foresta.

Un solo cavaliere, il duca di Balbek, si teneva ai suoi fianchi, attaccato al suo abito, gualcendo sovente la sua amazzone in quella corsa scapigliata. I loro cavalli erano ebbri di demenza. Tutto è fiamma intorno a loro: il pelo dei cavalli, i ferri dei piedi, gli occhi dei padroni, l'aria del cielo... tutto tramanda scintille! Lo spazio è un abisso: assorbe, attira, porta via, trasporta--dove Dio mise dei piedi, esso attacca delle ali.

Ove van dessi? verso il limite illimitato: in niun luogo! Avanti! poi avanti! avanti sempre!

Una frana a picco li ferma infine.

Bianca dà in un pazzo riso.

Il duca cava il suo cappello e saluta.

--Mica male!--sclama la principessa. Per un primo saggio ve la siete tirata bene. Promettete qualcosa.

--Non sono io l'ombra?--rispose il duca. Il corpo mi trasporta nell'orbita sua. Ove è il merito che Vostra Altezza mi fa l'onore di rilevare?

--Ritorniamo. La bufera bufonchia. Se il nuvolo crepa voi andrete a pigliare un cimorro; ne ò paura!

--Altezza, io non mi incatarro che al lume dei doppieri.

--In questo caso non vi accimorrerete mai al mio seguito. Voi non andate dunque mai al ballo, voi? mai allo spettacolo?

--O' bisogno di ben foderarmi di flanelle, se par avventura sono obbligato di andarvi.

Rivennero su i loro passi e traversarono i cedui.

Era la fine di maggio. La natura fremeva ancora del suo immenso andare in amore--ciò che si armonizzava completamente con l'espressione di aspettativa appassionata cui la giovane coppia portava negli sguardi.

Camminavano adesso fianco a fianco, a passo lento, in silenzio. E' cercavano forse un finale spontaneo, che perdesse quell'impronta _per ordine_, cui l'una aveva compreso nelle parole di suo padre, l'altro in quelle di suo zio. Il corpo era stanco della corsa sfrenata; l'anima dominava. All'agitazione tumultuosa succedeva il meditare ondulante. Galleggiavano nel vago.

La natura cantava sotto gli abbracciari del sole che divenivano più incalzanti. La cervia, sbalordita dal rumore cui la caccia spandeva lontano, si ritirava nei suoi folti appartati. Il caprioletto saltellava intorno ai cavalli. Il daino bramiva.

La caccia del giorno era ai lepri, ai conigli, agli uccelli, di cui si compiè un'abbattagione.

La volpe, cauta e curiosa, si teneva in distanza, l'occhio al fucile che pendeva dall'arcione di Bianca ed alla carabina che riposava sulla coscia del duca. Su i picchi delle roccie lontane, il lupo, assiso sulle sue lacche, faceva sentinella, inquieto ma grave, portando le sue orecchie puntute verso tutte le direzioni delle brezze che stuzzicavano l'aere sonnolento. Nel profondo dei boschi si udiva il grugnare sordo del quarteruolo e del vecchio solitario, che meditavano un'irruzione subdola, ma non osavano rischiarla.

Che gaiezza poi nei rami! Che cinguettìo, che garrito, che gorgheggi, che saltellare, che strepito di ali, che beccheggiare, che lascivia! Che negghianza negli uni, che inquietudini per la casa negli altri! Che spanto di pietre preziose negli occhi, nelle ali, nelle goliere, nei ciuffetti, nei pennacchi! Quei fiori dell'aria si abbandonavano ad un baccanale sfrenato. Quei piccoli bellimbusti tormentavano la quercia grave e screpolata dal fulmine, l'acero che protesta, l'elce che si stecchisce, l'olmo che cede, l'abete che si dondola realmente, il pino che se ne burla, l'agrifoglio che dà la berta, il biancospino che ride in mancanza di meglio, il ginepro, il cipresso, il larice, il tasso, che vanno in bestia. Quegli audacelli pigiavano sopra tutti; facevan peggio che salivare sulla faccia di quegli esseri secolari e serii, i quali, incappellati come i Grandi di Spagna innanzi al re, portavano il capo alto innanzi agli aquiloni.