Part 8
La rivoluzione è scoppiata. Egli è così felice! Si veste in fretta e corre alla finestra. Già la città è in piena sommossa. Ecco gente che corre, che fugge, terrorizzata; ode il lontano rombo di scariche di fucile e di mitragliatrici. Questo rombo poi, così cupo, così funesto, che cosa è mai? Un cannone? Ma i rivoltosi non hanno cannone. Dunque i soldati! Il governo borghese ha inviato le truppe contro i rivoltosi e questi ricorrono al cannone contro i cittadini? Governo maledetto! Egli sente uno sdegno infinito contro il governo, che cerca di ritardare la propria rovina; che osa mettersi alla difesa; che ha l'ardire di puntare le armi sui rivoltosi.
Ecco una compagnia di guardie regie che procede a passo di marcia, col fucile in pugno, pronte alla scarica. Dove vanno? Ma tò! Da una casa vicina vengono lanciate alcune bombe. Egli ne vede le proiettorie luminose; quello sembra un filo d'argento che scende rapido dall'alto; una nube di fumo; urli strazianti, d'infinito dolore; e poi la nube si dilegua; ed egli vede il suolo rosseggiante di sangue; vede cadaveri, vede feriti, che si contorcono tra gli spasimi più atroci, e sente una grande gioia per lo scoppio di una bomba, per quella rovina, perchè essa ha ucciso parecchie guardie, schiavi venduti al governo, i maggiori nemici del popolo.
Non è quella la casa dove abita Beppe storpio? Le bombe le ha lanciate lui, l'anarchico fanatico, traboccante d'odio contro la moderna società; lui, l'impulsivo; lui, che non volle mai ragionare, che voleva soltanto agire, persuaso, che unico mezzo per giungere all'attuazione dei grandi ideali del popolo è la bomba ed il pugnale. Egli gli aveva proibito le tante volte di ricorrere alle bombe; il tempo non gli sembrava ancora maturo per la grande rivoluzione sociale, ma Beppe storpio s'infischiava di tutti.
Aveva fatto bene a gettare la bomba sui carabinieri. Ma le conseguenze? I carabinieri rimasti in vita, e sono i più, non sono fuggiti, ma cercano di penetrare nella casa, donde sono uscite le bombe; fanno violenza all'uscio; questo cede; entrano. Dall'alto non scendono altre bombe. Beppe non ne ha certo delle altre.
Come procede la grande rivoluzione, promossa e fatta scoppiare contro la volontà dei capi? vuole dirigerla, per averne il merito se riesce, per assumersi la responsabilità se non riesce. Certo, non l'ha voluta; la ritiene anzi prematura; ma non sarà mai, che egli, in un momento si critico, separi la propria responsabilità da quella delle masse anarchiche. Con loro sempre, anche quando errano. Dirà: Approvo la rivoluzione, abbenchè non l'abbia voluta e debba condannarla come prematura.--Ma riuscirà, ma deve riuscire. L'aria è satura di anarchia.
Esce di corsa di casa e passa sulla via, dove viene quasi coinvolto dalla fiumana di gente che fugge, che scappa, che si rintana nelle case, che urla spaventata, che implora soccorso, che invoca le guardie regie, i carabinieri.
Egli sente una grande nausea di questa gente. Come? questo è il popolo oppresso, che egli vuole liberare dal giogo di un governo maledettamente borghese; questi vili, i quali, ora che viene la redenzione, non la vogliono, la rifiutano, ed allontanano sdegnosi la mano amica che porta loro un sollievo? Oh! se non fosse la grande causa, l'ideale! Questa gente non sarebbe degna del suo lavoro, del suo interesse, del suo grande e nobile sacrifizio.
Continua nella direzione dalla quale vengano le scariche, del teatro della lotta.
Gente corre ancora sempre, spaventata. Passa in vicinanza di una chiesa; la porta è spalancata e dal suo interno giunge a lui un rumore di voci che gridano, urlano, schiamazzano. I maledetti borghesi ed i socialisti ufficiali hanno certo approfittato della rivoluzione per saccheggiare le chiese e riversare la colpa sugli anarchici. Egli odia la religione e le chiese, che vorrebbe distrutte; ma non è questo il modo di procedere; non è così che si promuovono gl'interessi dell'anarchia. La rivoluzione deve procedere seria, dignitosa.
Entra.
La chiesa è profanata. Al suolo giacciono alcuni cadaveri; due, tre uomini sono intenti ad impiccare un prete ad una colonna dell'altare maggiore, mentre altri saccheggiano, rubano ad una statua della Madonna gli anelli d'oro, le gemme, i cuori di argento; altri fanno man bassa sugli altri altari; hanno scassinato il tabernacolo, versate le particole, che coprono il pavimento quali fiocchi di neve, e due, quattro, cinque si accapigliano per il possesso della pisside.
Egli stenta a prestar fede ai suoi occhi. Gli scassinatori, i ladri, non sono grassi borghesi, non socialisti e neppure la teppa, che approfitta della rivoluzione per sfogare le proprie passioni, ma i suoi anarchici, i più caldi aderenti delle teorie più azzardate.
Egli freme dallo sdegno,
--Vergognatevi!--esclama.
--Vergognati tu!--è la risposta
--Così si risponde ad un capo?--domanda fremendo.
--Che capo d'Egitto! È suonata l'ora per tutti i capi, gli autoritari, gli czar: per tutti, per tutti! Anarchia! Anarchia! Comandano tutti!--urlarono.
--Desistete da questi delitti!... Non comprendete, che in tal modo disonorate il partito?--esclama, ma nessuno l'ascolta.
--Via! via--gridano molti, ed egli si vede investito, minacciato. Comprende che ha perduto il dominio di loro; che non sanno, che non vogliono ubbidire, ed esce addolorato, scoraggiato.
Continua nella direzione di quelle scariche. Vede palazzi messi a sacco; anarchici, i quali, invece di combattere, cercano di mettere in salvo il bottino; hanno predicato teorie comunarde; hanno dichiarato che la proprietà è un furto, che tutto è di tutti; hanno affettato il maggior disprezzo della proprietà, tanto individuale come collettiva, ed ora che la rivoluzione è scoppiata non badano ad incanalarla ed a promuovere il trionfo all'idea, ma a fare bottino.
Li rimbrotta.
Rispondono con scherno.
Impone loro di desistere dal saccheggio.
--Libertà per tutti. Viva l'anarchia! Ognuno può fare ciò che gli talenta!--
Impone loro di combattere piuttosto per il trionfo dell'idea.
Gli rispondono con una sghignazzata. Preferiscono saccheggiare e fare il bottino al portare la pelle al mercato.
Il rossore copre le sue guancie. Questo è il frutto di lunghi anni di educazione anarchica? Egli si era lusingato di aver condotto i suoi verso l'ideale ed invece comprende, che le sue dottrine non furono bastanti per uccidere la bestia nell'uomo; che gli antichi istinti sono divenuti più forti di prima: lo spirito di finzione, la viltà, il desiderio di mettere in salvo la pelle, ed in modo speciale la brama del possesso, il desiderio di accumulare ricchezze.... Comprende, che ci deve essere una mente che diriga, che guidi e comandi, e freme dallo sdegno, che nessuno gli voglia ubbidire, e che perciò l'ideale degeneri....
Continua la corsa; ecco una chiesa che arde; ecco parecchi cadaveri che penzolano dai fanali: un prete, due suore, un carabiniere, una guardia regia, qualche borghese. Non ne piange la morte: se la sono meritata; ma quello non è il tempo di fare giustizia; questa si farà di poi; è tempo di lotta! e continua...
Eccolo investito da una fiumana di gente che viene nella sua direzione; sono uomini, sono giovani, in parte feriti, colle mani lorde di sangue, in preda ad una grande rabbia, ad un forte sdegno, ad un'immensa paura. Li ravvisa. Sono dessi. L'avanguardia anarchica, che egli ha educato, ha entusiasmato, ha riempito di sete di sangue, di desiderio di rivoluzione. Hanno lottato contro l'esercito e vennero messi in fuga dal cannone, dalle mitragliatrici, dai fucili.
Lo vedono, lo riconoscono, lo minacciano.
--Maledetto! Tu sei la causa di tutto!--e lo trascinano seco nella fuga.
Egli cerca di scolparsi.
--Non sono stato io! Vi ho proibito di passare alla lotta.
--Non accettiamo nè comandi nè proibizioni da nessuno.
--Vi ho detto che i tempi non sono ancorai maturi.
--Viva l'anarchia!
--La colpa la avete tutta voi!
--Tu! Tu! Maledetto, maledetto!
E quelle turbe, briache di sangue, piene di sdegno e di livore, avide di sfogarlo sopra qualcheduno, desiderose di trovare un capro espiatorio, sono liete di poter sfogare su di lui la loro rabbia, il loro sdegno; egli viene maltrattato, battuto, percosso; cento pugni lo minacciano; molti cadono fitti, fitti, sul suo corpo; egli ne sente il dolore; grida, urla, strilla, cerca di parare i colpi, ma non riesce; si professa innocente; gli rispondono colle risa e finalmente lo atterrano. Stramazza al suolo e sopra di lui passano i fuggiaschi calpestandolo, senza misericordia, finchè perde i sensi.
II.
Rinviene. Soffre indicibilmente; ha tutto il corpo pesto. Apre gli occhi ma non vede nulla. Il buio è fitto.
Notte? Ma prova un dolore infinito agli occhi, e sente che sono bendati; la benda gli preme la fronte; vuole muovere le membra, ma tutte sono fasciate, bendate.
Dove si trova?
Ricorda il passato; ricorda quelle scene truci; ricorda il modo crudele, nel quale è stato buttato dai suoi; ricorda e freme.
La rivoluzione è riuscita? I rivoluzionari sono rinsaviti; si sono convinti, che egli era un loro benefattore, che dovevano il trionfo a lui; lo hanno raccolto, lo hanno medicato con amore; oppure? oppure?
Prorompe in un grido. Ode un rumore di ciabatte ode una voce senile, carezzevole che gli dice:
--Non si agiti! Il medico non lo permette.
--Dove sono?
--Presso amici.
--Anarchici?
--Ella è anarchico?--domanda la voce.
--Uno dei capi. Abbiamo vinto.
--Calma, calma! Non si agiti. Il medico vuole la calma. Il suo stato è gravissimo; ma ne uscirà, purchè non si agiti--disse la voce.
--Non vedo.
--Le abbiamo bendati gli occhi. È meglio. Sono ammalati.
Un brivido gli scorse per le vene.
--Sono cieco?--domanda.
--Speriamo...--dice la voce con esitanza.
--Sono dunque cieco, cieco!--urla, vedendo confermato da quell'esitanza il suo sospetto.
--Non sono medico. Speri--osserva la voce con imbarazzo.
Egli solleva le braccia piagate, fasciate, dolenti, e vuole strappare la benda, ma una mano l'impedisce.
--Non lo faccia! Abbia pazienza! Si calmi! ed intanto prenda questa pozione calmante--dice la voce, porgendogli una tazza.
Egli la respinge bruscamente.
--Come posso essere calmo se non mi risponde?--domandò.
--Chieda. Risponderò, purchè mi prometta di essere molto calmo.
--Mi dirà la verità?
--Glielo prometto, purchè sia però calmo; chè alla prima agitazione da parte sua non parlo più.
--Tiranno!
--È il medico al quale ubbidisco.
--La rivoluzione è riuscita?
--No.
--No?--domandò con accento di amarezza.
--Il governo la ha soffocata.
--Governo maledetto! Scorse molto sangue?
--Sì.
--Anarchico?
--Borghese in modo speciale.
Viene a rilevare a furia di domande, che gli anarchici hanno bruciato chiese e palazzi, rovinato e saccheggiato case, ucciso preti, frati, monache e molti, molti innocenti.
Non potè approvare un tale operato, ma non osò neppur condannarlo. I suoi fratelli nella fede.
--Ed il governo? domandò.
--Ha soffocato la rivoluzione.
--Quali misure intende di prendere?
--Non lo so.
Egli fa una pausa lunga, lunga, nella quale riflette.
I suoi ideali sono tramontati per sempre come si è spenta la luce dei suoi occhi. Non soffre soltanto perchè la rivoluzione non è riuscita; soffre di più, assai di più, per il disinganno che gli hanno recato i suoi, perchè ha scoperto che il popolo non è maturo per certi ideali; che l'anarchìa è un ideale troppo alto per la società odierna.
Il popolo sarà un giorno maturo?
--Ella è ancora qui?--domanda dopo una pausa.
--Sì.
--Dove mi trovo?
--Nel convento dei cappuccini. Nella piccola parte risparmiata dalle fiamme--è la risposta.
--Ella è dunque?--chiese spaventato.
--Un cappuccino. La chiesa è diventata pasto delle fiamme; una parte del convento pure: il guardiano e tre frati vennero impiccati e due morirono tra le fiamme. L'abbiamo trovato semivivo sulla via, vicino al nostro convento; cinque giorni fà...
--Cinque giorni! Da tanto tempo era privo di sensi!
--Si meraviglia che l'abbiamo raccolto e cercato di conservare la vita?--domanda il cappuccino.
--Sapete chi sono?--domanda. Forse non lo sapevano.
--Il loro capo. Lo sapevano.
--Perchè mi avete raccolto, me, il loro capo?--domanda.
--Perchè Egli lo vuole.
Non chiese altro e meditò la nobilissima risposta. Intuiva chi fosse colui, che aveva imposto la propria volontà a quei frati e per ubbidire al quale essi avevano soffocato l'odio e lo sdegno che sentivano necessariamente contro di lui e gli usavano misericordia, e gli sembrò che una voce gli dicesse: Non l'anarchia ma Lui, Lui solo, è la salvezza di Italia...
Si sentiva così stanco; sfinito; le sensazioni gli si sbiadirono. Cadde in un sonno profondo.....
Il racconto
L'orologio a pendola battè le sei.
Il dormiente tirò un profondo respiro, aprì gli occhi, girò attorno lo sguardo smarrito e chiese a sè stesso:
--Dove sono?
Attorno a lui tenebre fitte; comprese però di trovarsi sul suo letto buono, nella sua stanza.
--Un sogno!--mormorò.--Ho sognato.
Godette un istante che quello fosse stato un sogno, ma poi continuò:
--Peccato che non fu che un sogno. Sarei morto la morte dell'eroe.
Dell'eroe?
Ma il suo passato anarchico, le convinzioni politiche, le sue antiche persuasioni? No, non sarebbe morto da eroe ma piuttosto da pazzo, da seduttore o da sedotto; certo da uomo che non aveva recato vantaggio ma grave danno all'umanità.
Meglio, molto meglio essere ancora in vita.
Volle allargare il braccio per chiudere la conduttura elettrica e per fare luce nella stanza. Era sempre molto mattiniero; ma poi pensò:
--È l'ultimo giorno della mia vita. Vale la pena alzarsi e mettersi allo studio, al lavoro? Studiare? Che cosa e per chi? E lavorare? Aveva scritto il suo testamento politico; aveva disposto di ogni suo avere; aveva già confezionato le bombe e quel giorno, gettandole, avrebbe recato il maggior servizio alla patria, all'umanità. Voleva godere, per qualche istante ancora, le dolcezze del letto.
Vere dolcezze, che gustava di nuovo, dopo anni, proprio oggi, nel giorno del suo eroismo e forse della sua morte. Già, della sua morte, perchè egli ha da gettare le bombe; le getterà in chiesa e, se ben ci pensa, le getterà in modo da venir sconvolto anche lui dalla rovina e da morire assieme alle sue vittime. Il partito anarchico locale ha bisogno di un martire ed egli sarà questo martire. Il suo ricordo servirà agli altri di sprone alla propaganda anarchica, li persuaderà d'imitarne l'esempio, di fare la rivoluzione sociale; e poi egli non vuole dare a questo maledetto governo borghese il gusto di catturarlo e di condannarlo. Temeva che i giudici lo avessero dichiarato irresponsabile oppure avessero chiesto una perizia medica; che lo avessero sottoposto a lunghi esami minuziosi, a misurazioni di cranio, a studi del suo angolo facciale, delle protuberanze del suo cervello e lo avessero umiliato così negli occhi delle masse. Temeva che gli avessero dato qualche anno soltanto di carcere. La prigione non basta alle masse; esse vogliono la morte dell'eroe per onorarlo. Silvio Pellico si sarebbe assicurato maggior fama se lo avessero impiccato, invece di mandarlo allo Spielberg. Non avrebbe scritto _Le Mie Prigioni_, ma l'Italia lo avrebbe venerato qual martire, mentre oggi lo dimentica.
Già. Morire nel lancio della bomba, in chiesa, assieme ai preti, che avrebbe ammazzato all'altare, ai preti, ciurmatori, imbroglioni, falsi, bugiardi, correi sempre e causa prima di spesso di tutto il male che colpisce il mondo, e dei fedeli, così sciocchi o cattivi da lasciarsi sedurre dai preti.
Dura lezione, ma una lezione necessaria: avrebbe reso attenti i preti a non abusare del luogo santo; a non servirsi della religione, impasto d'infinite bugie, per tenere il popolo schiavo, supinamente schiavo dei ricchi: li avrebbe resi attenti, che neppure la chiesa concedeva loro sicurezza; che l'idea anarchica sa penetrare financo nel tempio e non si arresta neppure davanti all'altare; e i devoti avrebbero incominciato ad evitare le chiese, ora che queste offrivano loro simili doni.
Le campane invitavano i fedeli alla chiesa. Ce n'erano tante Messe il giorno di Natale. I parroci non avevano bisogno di andar a mendicare una Messa di qua, di là, per completare l'orario; e le campane suonavano, ed invitavano i fedeli ad accorrere alla Messa, perchè era nato Gesù.
Il suono delle campane gli diede più che mai sui nervi.
--Maledette campane--esclamò--e pensò con una gioia feroce al frutto di quel suono. I preti facevano suonare le campane per attirare i fedeli alle loro rappresentazioni sceniche, alle loro fatiche particolari di quella giornata, ed i fedeli ne ascoltavano la voce sonora. Quella voce doveva diventare però loro fatale. Quella mattina, alle dieci, nella cattedrale......
Le campane suonano, suonano, perchè è Natale.
Natale! Il mondo è ancora sì sciocco di festeggiare il Natale, ed anche Narciso Rossi, ier sera, si era lasciato sedurre da questo ricordo.
Narciso Rossi! Sarebbe venuto quella mattina, come aveva promesso, a prendere le due bombe? Non lo dubitava, abbenchè fosse sempre possibile che si fosse lasciato sedurre dalla poesia del Natale, Oh questa Chiesa cattolica! Egli sentiva di odiarla. A venti secoli dalla sua fondazione; antica come era; combattuta da tutte le menti più elette; dimostrata falsa nelle sue dottrine e perniciosa nei suoi effetti, essa suscitava tuttavia un fascino, che egli non si sapeva spiegare, ed al quale soccombevano molti. Le sue dottrine bugiarde; il suo simbolismo ridicolo, trovano ancora degli ammiratori, persone che le accettano e seguono, in pieno secolo ventesimo.
Bisognava farla finita col cristianesimo; faceva duopo distruggere questo errore micidiale, che aveva recato tanto danno all'Italia ed all'umanità.
Ma mentre è arrivato a questo punto nella sua meditazione, ricorda i sogni della notte passata.
Che notte, che notte! Non la dimenticherà mai più!
Ha vissuto, in un paio di ore, molti anni di vita, in varie epoche della storia d'Italia. Era stato principe africano, schiavo, condannato al Circo, e Nerone; agricoltore, lavoratore del dolce suolo natio, rivoluzionario comunardo.
Ricordava i sogni con una spaventosa chiarezza. Avevano durato pochi minuti caduno; l'orologio era là ad attestarlo; si era coricato la vigilia di Natale ad ora tarda, ed allora erano le prime ore del Natale stesso. Eppure egli ricordava quella serie di lunghi fatti; la fuga nel deserto, la cattura, la marcia, gli anni di schiavitù, la traversata del mare, i mesi passati come Cesare e come agricoltore. Quelli erano stati mesi e mesi di una vita fittizia, nel sonno, ma pure mesi e non istanti. Aveva fatto viaggi, per pensare soltanto ai quali si richiede molto del tempo.
Come mai una vita di mesi ed anzi di anni può venir ristretta nel breve spazio di pochi minuti?
Lo aveva chiesto a molti, ma nessuno aveva saputo dargli risposta. La vita del sogno è così misteriosa.
Ricorda la spiegazione datagli la sera innanzi da Narciso Rossi.
--La vita del sogno è qualche cosa di straordinario. L'anima vive allora, di spesso, mesi ed anni in un solo minuto secondo. Questo mi prova, che la sua vita è del tutto diversa da quella del corpo e che perciò misura il tempo in un modo diverso. Nella vita del corpo esso si misura da aurora a tramonto, a giorni, mesi, ed anni; nell'altra vita invece...
Una spiegazione che non spiegava nulla, perchè per spiegare un mistero ricorreva ad un altro mistero; per spiegare come nel sogno un evento lunghissimo non richieda che pochi secondi di tempo ricorreva ad un mistero, ancora più difficile a venir compreso; ricorreva ad un'anima spirituale ed immortale, diversa dal corpo e da lui così distinta, da poter vivere senza di lui, ciò che è un assurdo.
L'anima? Mai! Ed allora?
Proruppe in una risata breve, di scherno. Egli era pazzo, davvero pazzo! Distava di qualche ora dalla morte e si occupava della vita del sogno e di alta psicologia. Stava per piombare nel nulla e strologava su problemi, la cui soluzione era priva di un vantaggio pratico. Quale utile ne avrebbero avuto le masse dalla sua soluzione? Quale vantaggio l'anarchia?
Ma i suoi sogni?
Cercò di dimenticarli ma nol potè. Aveva sognato cose strane. Ma le poteva dire false? Non era forse vero quanto aveva sognato; non era la storia, la maestra della vita, là ad insegnare un tanto? La Chiesa, l'odiata Chiesa cattolica...
Non volle continuare. La conclusione era troppo spaventosa; non voleva, non poteva, non doveva ammettere, che la Chiesa cattolica...
Eppure...
Cercò di distrarre il pensiero; d'immaginare il tempio, pieno di fedeli, che circondavano l'altare, dove il prete celebra. Egli è passato tra la folla; chissà? lo crederanno pure un devoto e qualche beatella piangerà lagrime di commozione e loderà Dio che lui, un uomo, si trova nel tempio, ascolta la Messa e crede; prega e crede in questo secolo ventesimo, dove la fede e la preghiera sembravano diventate un privilegio delle donne, che il sesso forte abbandona loro incontrastato. Avessero saputo quelle beate ciò che egli stringeva al suo petto; che cosa sarebbe volato di lì a qualche istante nella chiesa.
Sorrise con scherno. I credenti asseriscono che Gesù è Dio e Figlio di Dio, onnisciente ed onnipotente, e che diventa presente nell'Ostia. Ma se davvero è là presente, come va, che non ignori ciò che egli porta sul petto, e se lo sa, perchè non lo impedisce? Col far scoppiare la bomba in chiesa egli prova che Dio non esiste, oppure, se esiste, nulla sa e nulla può; neppure difendere i suoi fedeli, i suoi ministri, la sua chiesa, sè stesso.
Questo pensiero dura un solo istante, chè poi la sua mente torna ad occuparsi dei suoi sogni. Cerca di distrarsi di nuovo. Come mai gli sono venuti quei sogni? V'è chi sostiene che il sogno è causato da qualche grande sensazione del giorno innanzi, oppure dallo stato fisico dell'individuo; ma egli non aveva mai pensato alle benemerenze della Chiesa, nelle quali non credeva, ed era da anni, che non pensava nè a Cartagine nè a Nerone o a Napoleone, a Filippo II, alla storia d'Italia, e fisicamente si sentiva così bene; digeriva bene; mangiava bene; beveva bene; non sentiva nessun malessere. Donde dunque quei sogni?
Ma più, assai più dell'origine dei sogni, lo interessava il loro contenuto; cercava di smentirlo; di convincersi, che quelle erano le pazze fantasie di una mente esaltata; ma non riusciva.
Non volle occuparsi più a lungo di quei sogni; ne temeva l'influenza. Chiuse la corrente elettrica; la stanza venne inondata di luce; balzò dal letto abbenchè facesse freddo, perchè non aveva la stufa ed il fuoco del caminetto, la sua specialità, era spento da ore, e si gettò nei suoi panni. Ma mentre si vestiva lo perseguitava il ricordo dei suoi sogni. Voleva smentirli. Diceva a sè stesso: Non sono veri! La Chiesa è stata sempre la maggior nemica dell'Italia ed anzi del genere umano. Ma una voce interna rispondeva:
--Tu menti, sapendo di mentire. Non è vero! non è vero!
Per fugare quei pensieri tuffò la testa nell'acqua diaccia della bacinella, ma neppure il freddo li cacciò.
Passò all'armadio, lo aprì e guardò le quattro bombe di bronzo lucido, bel giallo come l'oro caldo. Provò da principio un immenso piacere alla vista di quei terribili gingilli. Li aveva fatti lui; erano sue fatture; opera sua; egli li aveva saldati, li aveva costruiti con tanta pazienza, li aveva lucidati con amore; non dovevano essere soltanto micidiali ma anche belli; li aveva riempiti colla dinamite.... Fu, per un istante, fiero di questi lavori. Ed a dire che essi contenevano la morte di decine di persone; che sarebbero stati la grande voce dell'anarchia; un monito severissimo alla Chiesa, alla borghesia, al putridume strozzinesco, i quali avviliscono l'umanità.
Allungò il braccio, quasi per accarezzare quelle bombe micidiali, e specialmente una, la più elegante, a forma d'ovo, che egli aveva destinata per se stesso, che avrebbe lanciata in chiesa, avanti all'altare, per punire...