I sogni dell'Anarchico

Part 7

Chapter 7 3,782 words Public domain Markdown

--Non lo so!--risponde con scherno. Sentiva di odiare quell'uomo, il quale veniva ad istallarsi, come dominatore, in mezzo a loro. Non gli avrebbe indicato la via che conduce lassù. Ad un suo nemico; ad uno di quegli spagnoli superbi? Mai! Era troppo italiano per farlo.

--Lo costringiamo?--domandò uno dei bravi al suo signore.

Questi ebbe un'occhiata di infinito disprezzo per l'agricoltore.

--Non vale la pena-!--rispose con scherno. Queste parole fecero venire al lavoratore dei campi il sangue alla fronte. Il ricco spagnolo non lo riteneva neppure degno di osservazione. Si riteneva tanto alto, da non degnarsi neppure di far conto delle sue parole e di punirlo per quel rifiuto.

Un urlo di rabbia gli uscì dalle labbra.

Il signorotto rise, i bravi risero pure, ed uno di loro, quello del ciuffo, lo minacciò col pugno chiuso.

--Faremo i conti!--gli disse minaccioso. Si allontanarono.

Egli li seguì collo sguardo, in preda ad una rabbia infinita...

II.

Passano i giorni. Egli è assiduo al lavoro; lavora da mane a sera, e la moglie robusta e due figli lo aiutano sui campi, mentre l'unica figlia disimpegna i lavori di casa. È troppo gracile per lavorare.

--Non diventerà una contadina a modo--dicono di spesso i genitori, crollando il capo.

--Non lo vuole neppur diventare--rispondeva sorridendo la madre, la quale conosceva il segreto della figlia e l'aveva approvato.

Lavorava, lavorava ma non valeva la pena di lavorare.

Le notizie che giungevano in paese erano così brutte; se ne raccontavano tante della crudeltà degli spagnoli.

Qua essi avevano ammazzato una vacca, soltanto per mangiarne il fegato; là erano penetrati in una casa ed avevano chiesto del vino; si erano poi rifiutati di pagarlo, e il proprietario avendo insistito, lo avevano legato, denudato e flagellato a sangue; avevano flagellato pure la moglie, che era accorsa alla difesa del marito, rotto il fondo delle botti e lasciato scorrer tutto il vino; si parlava di signorotti che taglieggiavano i contadini; imponevano loro forti tasse; nel villaggio vicino era scomparsa la figlia di un agricoltore, una ragazza belloccia; nessuno sapeva dove fosse andata, ma la voce generale diceva, che era stata rapita dal signorotto.

Questi racconti girano di bocca in bocca, venivano arricchiti di sempre nuovi particolari, i quali lì rendevano sempre più crudeli, più sanguinari, più truci; e tutti ci prestavano fede. Egli poi li raccoglieva con avidità, li assaporava con una voluttà crudele; era lieto di udirli, e ci credeva, abbenchè certe volte la ragione gli suggerisse di non prestar fede a tutto, di fare una larga tara, di non generalizzare. C'erano tra gli spagnoli dei cattivi, certamente, ma ce n'erano anche dei buoni, dei santi. Ed i loro sovrani? Non si era ritirato Carlo I[1] in un convento, per passare gli ultimi anni della sua vita nella preghiera e nel ritiro, e Filippo II che allora viveva, non era forse un sovrano buono e pio, che conduceva una vita soprannaturale, cristiana? Ma l'odio che egli portava a quanto sapeva di spagnolo era troppo intenso, per fargli apprezzare il bene che si trovava presso quel popolo.

[1] Carlo I di Spagna, V di Germania.

Passarono i giorni, rapidamente; il castello va incontro alla sua ultimazione; i grandi carri portano un ricco mobiglio ad ammirare il quale si affollano i curiosi, e poi il castellano vi conduce la moglie, i figli e grande quantità di invitati, di amici; si fanno grandi feste, e le allegre brigate girano per il paese, battono le campagne, allestiscono grandi cacce, e, nell'inseguimento della lepre o della volpe, attraversano a spron battuto il seminato, senza fare alcun conto delle proteste dei contadini, i quali si vedono privati del frutto di lungo lavoro, vedono rovinati i loro campi e messo in forse il raccolto.

Tonio, il padrone di una campagna vicina, si era opposto ad un gruppo di cacciatori, i quali ne attraversavano, a spron battuto, il seminato; aveva gridato loro di cessare e di non rovinare le sue terre, ma uno di loro, per tutta risposta, aveva fatto fuoco sopra del poveretto e lo aveva ferito gravemente.

Tutta la borgata era sossopra. Tutti maledicevano il signorotto, i suoi amici, i suoi ospiti, agitavano minacciosi i pugni nella direzione del castello, invocavano i fulmini del cielo sopra i brutali, ma tutto si limitava a questo.

Il barbiere del villaggio aveva fasciato Tonio e dichiarato la ferita gravissima. La povera moglie del ferito ed i figliuoletti piangevano desolati.

Egli era stato a vedere di Tonio, aveva confortato l'amico ed avuto parole roventi per il signorotto.

--Ed a dire che non possiamo fare nulla, che siamo assolutamente impotenti di fronte a lui!--esclama adiratissimo, e ritorna a casa, con questa rabbia impotente nel cuore.

Per via s'imbatte in una figura lunga, straordinariamente magra: dal dorso ricurvo, coperta di un abito nero, logorato dall'uso. Il volto dell'uomo è straordinariamente pallido, ed il suo pallore armonizza col candore dei mustacchi e del pizzo. Quel vecchio ha una faccia così dolce; un volto così paterno. Eppure egli sente in quell'istante avversione di lui. Quante volte non ha egli insegnato di ubbidire all'autorità. Era per colpa sua se nessuno si rivoltava nel villaggio.

--Che ne dice don Protasio, della ferita, del povero Tonio?--gli domanda.

--Un avvenimento dolorosissimo.

--Ecco che cosa ha ottenuto colle sue prediche!

--Io?--domanda il vecchio, tutto stupore.

--Lei, proprio lei! Non ci ha raccomandato le tante volte di aver pazienza e di ubbidire alle autorità?

--Ho da predicare forse la ribellione? Ho da dirvi di ribellarvi e di andare così incontro a morte certa, perchè una vostra sommossa sarebbe condannata al più deplorevole insuccesso?--domandò il parroco.

--Ma intanto hanno ferito Tonio.

--Don Fernando, il castellano non è mica l'autorità.

--Dobbiamo però, nevvero, tollerarne le crudeltà, senza poter protestare?--domanda con sarcasmo.

--Chi vi proibisce di protestare. Io mi reco ora al castello, per tutelare i vostri interessi, e per parlare, al castellano, di Tonio e della sua famiglia--esclamò il parroco.

Il suo volto era, in quel momento, trasfigurato, ed esprimeva un'energia tale, che Tonio lo guardò meravigliato. Quello non era più il vecchio dolce, amoroso, timido, ma il pastore forte, audace, il quale si moveva alla difesa delle sue pecorelle contro il lupo del male, senza punto paventare la fiera; il pastore, pronto a dare la vita ed il sangue per le pecorelle.

--Vuole andare davvero?--domandò.

--È mio dovere.

--Azzarda la vita.

Il parroco sorrise.

--Non lo credo. Don Fernando è cristiano. Ma anche se avessi da incorrere in qualche pericolo, che per ciò? Non mi sono fatto prete per il mio vantaggio materiale, ma per la salvezza delle anime--rispose.

--Stia bene in guardia, signor parroco.

--Non me lo raccomandare. Sarò prudente ma anche di ferro--disse il parroco e si allontanò a buon passo.

Egli lo seguì collo sguardo.

--I soli che si prendono cura di noi, che ci difendono,--disse tra sè e sè, ed il suo pensiero volò da quell'umile parroco al grande, che allora reggeva le sorti dell'arcidiocesi, e del quale tutti parlavano come di un sant'Ambrogio redivivo, del conte Carlo Borromeo, il nipote del Papa che, nominato quasi fanciullo arcivescovo, era l'uomo di Dio e della Provvidenza, il padre dei poveri. Il difensore degl'umili, il conforto dei sofferenti, il grande tutore dei diritti della Chiesa e del popolo. Tutti lo proclamavano santo, grande santo; le madri accorrevano al suo passaggio per vederlo, ascoltarlo, baciare il lembo della sua veste e ricevere la sua benedizione. La sua persona destava un delirio. Ed egli sapeva difendere il suo popolo, anche dagli spagnoli, perchè non si sentiva soltanto vescovo cattolico, ma anche lombardo ed italiano, amava il suo popolo, soffriva al vedere calpestati i diritti, e si abbassava, lui, il conte, il rampollo di nobile casato, l'arcivescovo, il cardinale, il santo, fino all'ultimo dei suoi figli spirituali, al meno intellettuale, al più povero, al più umile, per sollevarlo a sè.

--O la Chiesa. Se essa non fosse poveri noi!--esclama.

Ora comprende, che anche il parroco fa quanto può, fa più di quello che può. Ne attende il ritorno; e mentre le mani assidue lavorano, chè egli non può rimanere a lungo senza lavorare, il suo sguardo spia la via che conduce al castello del signorotto, attendendo il ritorno del curatore d'anime, curioso di rilevare, ciò che egli ha potuto ottenere.

Sarà già arrivato; ecco che parla, che discute, che si accalora. Don Fernando cede, lo minaccia, nega ogni cosa, lo fa cacciare dal castello dai servi, dai cani... Ma egli non ritorna. Che l'abbia trattenuto, fatto prigioniero, chiuso in carcere? I contadini che avevano aiutato i muratori di professione nella costruzione del castello raccontavano, che ai piedi della torre erano stati costruiti certi ambienti oscuri, che dovevano servire da prigione. Il parroco incarcerato? Il villaggio non doveva tollerare una simile onta. Bisognava liberare l'amato pastore.

Verso sera vede finalmente una figura umana, che avanza veloce. È lui, è lui. Gli corre incontro. Ma egli viene da una direzione diversa da quella del castello. Non vi è dunque stato? Ha fatto il gradasso ed ha avuto paura di avvicinare il covo del leone?

--Signor Parroco. Lei?

--Ritorno da Tonio. Il medico spera di salvarlo.

--Il barbiere?--domanda.

--Il medico della borgata vicina. Don Fernando, da principio, non voleva credere. Non gli avevano raccontato nulla. Poi ritenne che i suoi si erano difesi da un attacco. Ma io ho parlato.... gli ho detto ogni cosa, gli ho fatto toccare con mano...--disse il parroco infervorandosi.

--Non ha avuto paura? domanda Tonio ammirato.

Il parroco non risponde alla domanda ma continua a raccontare. Don Fernando era montato sulle furie quando egli aveva chiesto un indennizzo per Tonio, voluto che gli mandasse un medico e pensasse alla moglie di lui ed ai figli, e quando aveva pur domandato, che fosse rispettata la popolazione inerme e tranquilla.

Il signorotto aveva dato ordine ai servi di cacciare il prete importuno, che veniva a tutelare gli interessi di quegli italiani, che egli, nella sua boria spagnola, disprezzava tanto; ma l'audace sacerdote non si era lasciato imporre da quelle parole, ed aveva invitato il superbo spagnolo al tribunale di Dio.

Don Fernando era cristiano. Le parole del prete lo avevano impressionato. Aveva incominciato a cedere lentamente.

--Ho finito per ottenere tutto quello che volevo. Egli si è ravveduto; ha mandato per il medico; ha promesso di risarcire a Tonio i danni sofferti, di rispettare il seminato, di aver riguardo del popolo. Non so se manterrà la promessa. È così difficile ridurre questa gente a buon senno. Sono così superbi, così boriosi, così poco malleabili; si credono gente di ordine superiore, ci disprezzano tanto. Pure voglio sperare.... Intanto per Tonio venne provveduto--disse il sacerdote.

Egli si congratula con lui di quanto ha ottenuto.

Il sacerdote gli disse, che anche il cardinale si prendeva cura del suo gregge e faceva quanto stava nelle sue forze per fargli sentire meno il dominio spagnolo.

--Volevano introdurre la loro inquisizione.

--Cielo! Con tutti i suoi orrori!--esclama, egli, che ne aveva udito parlare con spavento.

--Le si esagerano le cose sul suo conto; pure si sparge sangue. Il cardinale però si oppose. Volle libero il ducato da tanta piaga.

--È riuscito?

--Al cardinale riesce tutto quello che si prefigge--fu la risposta del sacerdote, il quale era fiero del proprio arcivescovo, come sono sempre fieri i buoni di un superiore santo.

Il sacerdote si allontanò per ritornare alla sua cura, ed egli rimase indietro e guardò pensieroso il castello, piantato lassù quale un gigantesco guanto di sfida di un'aristocrazia senza cuore ad un popolo sofferente e paziente; quale un'eterna minaccia del feudalismo spagnolo a questo buon popolo italiano, così fremente di libertà; pensava che il popolo avrebbe sofferto assai di più senza la Chiesa, la quale s'interponeva presso i potenti e cercava di tutelare i diritti dei poveri, dei repressi, degli umili e sentiva nel suo cuore una riconoscenza infinita per il parroco, il cardinale, e quanti difendono e tutelano i diritti degli oppressi. Ritornò stanco a casa, e dopo una cena molto parca si coricò nel vecchio talamo, dove nacquero tre generazioni, e cercò e trovò sonno.....

VI.

Sulla via di Savona.

Una via polverosa. Egli procede a piedi, stanco, sfinito. Va alla città vicina per chiedere giustizia. La otterrà? Ne è quasi sfiduciato. Eppure la cosa è così lampante, che, se fosse giustizia sulla terra, gli si dovrebbe dare piena ragione; ma la giustizia, l'equità, il diritto, tutto, tutto è esulato dalla terra, dal giorno, nel quale quei maledetti francesi sono calati in Italia, se ne sono impossessati ed hanno incominciato a comportarsi come in terra di conquista.

Ladri, ladri! Avevano rubato tutto, e quanto non potevano trascinare seco, veniva distrutto.

Ricorda le terribili notizie giunte al suo orecchio, dei furti da loro commessi, delle loro rapine. Distrutto a Venezia il Pucintoro; distrutte numerose merci, saccheggiato il tesoro della basilica di S. Marco; levati da quella gli apostoli d'argento e mandati alla zecca; calati i famosi cavalli di bronzo ed inviati a Parigi; saccheggiate le chiese, levati i quadri migliori, e mandati tutti in Francia; derubato il santuario di Loreto; asportate le ricchezze della Madonna: saccheggiata Roma e asportato di là tutto: quadri, archivi, documenti; un miracolo, che non avevano asportato anche la cupola di san Pietro; dovunque rubate le ricchezze nazionali e gli oggetti di valore; il metallo venduto, colato; imposte taglie immense alle popolazioni che queste non erano capaci di pagare.

E come Napoleone, il gran ladro, così i suoi generali, i suoi ufficiali, i suoi soldati; tutti fino all'ultimo uomo.

Una mezza compagnia aveva rovinato, col suo passaggio, i suoi campi, invaso la sua casa, mangiato i suoi viveri, bevuto il suo vino, ucciso i suoi polli, scannate le sue due vacche, rubato il suo denaro, e quando sua moglie, egli era assente, li aveva pregati di cessare, di non uccidere per il barbaro piacer di uccidere, di lasciare in vita almeno il bove aratore; erano così poveri e quel bove rappresentava per loro una sostanza, senza di quel bove come avrebbero potuto arare i loro campi; eppoi essi, i soldati, erano fin troppo sazi e carne c'era là in abbondanza, allora essi erano montati sulle furie; avevano scannato il bove, il mulo, le poche pecore; avevano rotto, fuori di sè dalla rabbia, tutti i mobili della casa: le sedie, le scranne, gli armadi, i letti, avevano bastonato, con quelle scheggie, la donna a sangue; ne avevano percosso i figli, e poi avevano fatto un gran falò, con quei mobili rotti, guasti, e se ne erano andati, fieri del loro operato, maledicendo agli italiani...

Egli era ritornato ed aveva trovato ogni suo avere distrutto; si era trovato in una casa completamente vuota e piena di lordure, colla moglie malconcia, i figli battuti, pesti, insanguinati, il bestiame scannato; ridotto alla miseria, incapace di uscire da quella, privo dei mezzi di lavoro.

Aveva avuto allora fremiti d'impotente sdegno; aveva sentito un desiderio infinito ma insoddisfabile di vendetta; ed ora si recava alla città vicina, dove risiedeva il generale, per raccontare il fatto; per chiedere il risarcimento dei danni; per domandare giustizia; deciso di commettere, per ottenerla, magari un eccesso; risoluto a tutto.

Camminava sulla via polverosa, lunga, sotto la sferza del sollione, e fremeva pensando ai francesi, a Napoleone, all'umiliazione d'Italia, divenuta schiava dei francesi; pensava ai tanti principi e sovrani, i quali s'inchinavano avanti all'usurpatore, non sapevano insorgere alla difesa dei loro sudditi; pensava all'imperatore d'Austria, il quale aveva dato sua figlia in concubina all'imperatore; pensava e fremeva.

Nessuno sapeva insorgere, contro l'usurpatore, alla difesa dei diritti del popolo schiacciato, maltrattato, oppresso, privo di alcun diritto; nessuno era capace di alzare la voce e di ricordare a Napoleone... Che cosa?

Un ufficiale francese viene a spron battuto verso di lui, che si trova ad un crocevia e gli domanda con accento imperioso in un pessimo italiano:

--Quale via conduce al villaggio di....

Egli si sente bollire il sangue alla vista di quell'uniforme; ricorda la moglie, che giace malconcia, pesta a casa, sopra un pugno di fieno; ricorda le schiene piagate dei propri figli innocenti: sente un ribrezzo, un orrore dell'uniforme, uno sdegno infinito, e risponde:

--Non lo so.

Per tutta risposta l'ufficiale gli tira il frustino un paio di volte sulla testa, sulle spalle. Egli freme dalla rabbia; muggisce come un toro; è la prima volta, che una frusta sfiorasse le sue spalle; e questa è una frusta francese; spicca un balzo, vuole afferrare la frusta, strapparla dalle mani dell'ufficiale e misurargliela in collo. Non pensa alle conseguenze di un tale agire; non le valuta in quell'istante; ma anche se le avesse valutate a pieno non avrebbe agito diversamente. Una simile offesa!

Ma l'altro dà di sprone al cavallo e si allontana ridendo.

Egli lo minaccia nell'impotente collera col pugno chiuso e continua verso la città.

Alcuni carri passano: carri grandi, onusti di quadri in cornici d'oro; di volumacci enormi. I quadri sono esposti alla polvere; soffrono certo danno; le tele sono vecchie; la pittura s'impalta qua e là. Quadri magnifici, d'infinito valore. Con quanto riguardo non erano stati conservati in qualche chiesa, in qualche palazzo, in qualche galleria privata, ed ora venivano trascinati lontano, lontano. Dove?

Egli chiede ad uno dei carradori, che camminava a piedi, a fianco dei cavalli, e bestemmiava perchè c'era un po' di salita, le bestie stanche trovavano difficoltà di procedere ed essi avevano dovuto scendere per alleggerir il carico:

--Dove andate?

--A Parigi.

--Parigi è lontana.

--Ci si arriva.

--Già. Si arriva anche nell'inferno, che è più lontano o magari più vicino--pensò.

--Donde venite?

--Da Roma.

--E questa roba?

--Bottino di guerra. Hanno dato il sacco al Vaticano ed alle chiese. Quadri levati di là. Dicono che queste vecchie tele abbiano valore. Io preferirei, se fossi Napoleone, una botte di quel vino soave che beve il Papa. Anche questi libri vennero presi in Vaticano. Pesano quintali e non capisco il valore che hanno.

Gli si stringe il cuore. Bottino italiano che va all'estero. Le cose più belle d'Italia che vanno a finire a Parigi.

Povera Italia! egli prova un dolore infinito, come se gli avessero catturato la mamma; povera vecchia mamma; riposa da anni nel camposanto! se glie l'avessero derubata, portandole via i vestiti ed i pochi gioielli, per adornare con quelli una donna, che gli era stata sempre nemica, che egli doveva odiare.

Bottino italiano!

Non hanno preso a lui quelle cose; le hanno prese a Roma, e Roma è Italia, come è Italia Venezia, Loreto, Firenze, Siena e le cent'altre città, che il francese possiede, che il francese saccheggia.

I carri sono senza numero; sono dieci, venti, trenta, quaranta almeno; tutti sì onusti che stentano a procedere.

I quadri ne soffrono. Arriveranno, in parte guasti al destino. E poi il carradore gli narra di certi scartafacci buttati via lungo la strada, per alleggerire i carri; di certi volumacci bruciati di notte per mancanza di combustibile e coi quali era stata preparata la cena; di qualche quadro di minor mole venduto.

Ve ne erano tanti quadri sui carri; nessuno li aveva contati, nessuno li avrebbe numerati. Uno di più, uno di meno. Ed egli piangeva su tanto sperpero, su questi danni incalcolabili, e pensava che quei furti erano in buona parte inutili, perchè non giovavano neppure alla Francia; parte del bottino veniva sciupato per via.

Povera Italia! E nessuno alzava la voce alla sua difesa.

Ma che cosa è quella vettura, che avanza in rapida corsa? È così semplice, così umile; viene trascinata da due cavalli veloci, cambiati all'ultima posta e agli sportelli cavalcano due dragoni francesi.

I carradori piegano le ginocchia e tendono le braccia verso la vettura.

Egli vede in quella tre uomini, due preti, in veste nera, uno dei quali dal volto cereo, spiritualizzato, colle stimmate di un dolore infinito, mentre di fronte a loro siede un ufficiale francese, serio, duro, istecchito.

--Chi? domanda.

--Il Papa.

Egli pure s'inginocchia, tende le braccia verso la carrozza e grida:

--Santo Padre, beneditemi.

Un soave sorriso abbellisce le pallide labbra del vecchio prete dai dolcissimi lineamenti; ed egli alza la scarna destra benedicendo, mentre l'ufficiale francese fa un gesto di rabbia; è sdegnato delle riverenze che dovunque si fanno al Papa, dell'entusiasmo che desta.

Il Papa vien condotto prigioniero in Francia, perchè non ha voluto piegarsi all'onnipotente volontà di Napoleone; perchè lui, unico sulla terra, gli ha saputo resistere in nome della Chiesa e del popolo; perchè ha osato ricordare a Napoleone, che egli pure ha il suo superiore, quel Dio, al quale tutti devono rendere conto del proprio operato.

I carradori gli parlano con entusiasmo del Papa. Sono italiani e perciò apprezzano il gran Pio; e gli raccontano di un altro Pio, che riposava nell'umile cimitero di _Fontainbleau_, dove era stato tenuto pure in dura prigionia, per non aver voluto piegarsi avanti a Napoleone, tradire la causa della Chiesa, dei fedeli di Roma e degli italiani.

Procede a lungo, silenzioso, meditando quanto ha visto e udito; e corregge sempre più antiche idee inveterate, che ora vede in tutta la sua falsità; sempre più si convince, che la Chiesa è la sola vera amica d'Italia; che essa sola la ha aiutata in tutti gli eventi e nelle maggiori necessità; che quando il mondo intero tradiva il popolo, abbandonava le masse e non si curava d'Italia, la Chiesa era là, vigile alla loro difesa...

VII.

Rivoluzione!

I.

Ode un tumulto immenso. Dove si trova? Non più sulla via, che conduceva dalla sua casa, svaligiata dai francesi, alla cittadella, dove voleva porgere denunzia al generale francese e chiedere giustizia. Non camminava sulla strada polverosa, a fianco di una fila interminabile di carri, onusti del frutto delle ruberie francesi, del bottino, che essi avevano fatto a Roma e che portavano a Parigi; ed invece del rumore dei carri questi urli, questo fracasso, scariche di fucili, lo schioppettio nefasto e lugubre delle mitragliatrici, urli di rabbia, di dolore, ed il rombo minaccioso del cannone.

Che è avvenuto? Balza dal letto. Già. Ha sognato.

La realtà invece si è, che la tanto sospirata rivoluzione sociale è finalmente scoppiata.

Egli ne gode. È ora, è ora! È giusto che il popolo, sfruttato dai secoli, finalmente si sollevi e si vendichi. Bisogna distruggere l'antica mole dello stato aristocratico, borghese, succhione, socialista ufficiale e ricostruire, su quelle rovine, la società.

Egli l'aveva sospirata tanto la rivoluzione sociale, l'aveva preparata, ne aveva propagandato l'idea. Non era egli forse uno dei capi del movimento comunista? Ma non aveva pensato che essa fosse scoppiata così presto, ed era adiratissimo, che era scoppiata a sua insaputa, senza il suo ordine. In ogni partito deve regnare l'ordine, e quanto maggiore l'ordine e lo spirito di ubbidienza, tanto meglio procede il partito.

Egli era uno dei capi del comunismo; avrebbero dovuto attendere che egli avesse dato l'ordine di ribellarsi; che il segno della rivoluzione fosse partito da lui, od almeno avrebbero dovuto agire di suo accordo. Ed invece?