Chapter 33
Due giorni dopo quella gita archeologica, i due viaggiatori riprendevano il mare, costeggiando la punta settentrionale dell'Asia Minore, dallo stretto dei Dardanelli al golfo di Smirne. Andavano, dalla terra che Omero aveva celebrata col canto, alla terra dove era nato il divino cantore. C'era poi nato davvero? Lo asseriva Erodoto, antichissimo tra i biografi; ma altre sei città greche, continentali ed insulari, contendevano a Smirne quell'altissimo vanto. Un famoso distico latino, traduzione di un altro e non meno famoso distico greco, aveva raccolte a mazzo le sette rivali. Che peccato non ricordarlo! Se ci fosse stato il Giuliani, come l'avrebbe recitato a volo, e con quell'ardore che metteva in tutte le cose ch'egli facesse o dicesse! E ancora, che buon compagno di viaggio sarebbe egli stato, con tante cose da vedere, da ammirare, da commentare, e laggiù ed altrove, anzi, com'egli avrebbe certamente detto, nell'universo mondo! La terra, a buon conto,--notava Aloise,--è più vasta che non si pensi. Un giorno era tutto, quando vedevamo in essa il centro del creato; oggi le grandi scoperte e i grandi numeri dell'astronomia ce la riducono ad una miseria, da far sorridere di compassione. Niente di male, dopo tutto; essa può ridere con tanto gusto di noi!
A Smirne, città orientale e insieme tanto europea nell'aspetto come negli usi del vivere, era naturale il pensare a due mondi, l'uno sull'altro innestati, e lo intravvedere alla bella prima quanto il mondo occidentale avrebbe da fare nell'orientale; soprattutto da rifare, poichè il prodigio era già stato operato una volta. Il duca di Feira accarezzava queste idee di Aloise, che già davanti a Lemno, a Mitilene, ad Ipsara, a Scio, immaginando sempre d'essere in vista di Rodi, si era gittato con tutto l'ardore dei ricordi universitarii sulle famose leggi Rodie, esemplari di giurisprudenza commerciale e marittima ai Romani, conquistatori e civilizzatori del mondo. E dai commerci antichi era sceso con facile trapasso ai moderni, considerando quanto ci fosse da tentare, con nobile e fruttuosa audacia, per istrappar l'Oriente, il vicino e il lontano, dalla sua fatale inerzia, dalla sua supina ignoranza, per tirarlo nella vasta corrente della vita moderna.
--Ecco un bel programma, Aloise;--diceva il duca di Feira, cogliendo la palla al balzo, mentre sul terrazzino del primo albergo di Smirne il giovine Montalto dava gli ultimi tocchi al suo disegno di rinnovamento orientale;--ed è qui la tua vocazione. Vedendo così largo e così lontano, tu non vorrai già ridurti a vivere ancora la vita ristretta e disutile in cui ti ho ritrovato. Sei ricco per me, poichè mi accetti per padre, ed io non ho creatura al mondo ch'io debba amare e favorire, dopo di te. Ma non sarai un fannullone, non essendo mai stato un gaudente. Ti sorride l'idea di esser utile alla patria.... fuor della patria? Io, disgraziato, non ho potuto, con tanto desiderio che ne avevo nell'anima, e ad un'altra patria ho dovuto consacrare l'opera mia. Tu, fortunato, senti che la tua sarà grande; mi par d'intendere che l'ora del destino è imminente. Comunque sia, dove sei nato, dove si tiene alta la bandiera dei tre colori, ivi è l'Italia, presente e futura: servendo il piccolo Stato dove sei cittadino, servi già il grande, che verrà poi.
--Ho inteso, babbo: mi vuoi mettere in diplomazia.
--Per l'appunto; è l'unica condizione in cui ti sarà dato di colorire i disegni che da parecchi giorni mi esponi. Quello che si vuol fare, si faccia presto; è massima antica. Ritorneremo a Genova, per aggiustare le cose tue, e quelle dei nostri amici. La Montalda.... il santuario.... può rimanere in custodia ai Salvani. E subito manderemo ad effetto la tua felicissima idea; non è vero? Servire la patria.... fuor della patria, ti ho detto; ingrandire la sfera della sua legittima azione, dar luce ed aria, aprire quanto più sia possibile il mondo ai nostri commerci, alle nostre arti, al nostro pensiero, alla nostra lingua; ecco l'opera varia e mirabile a cui deve lavorare chi può, innamorandosi, vivaddio, di qualche cosa che ne franchi la spesa.
--Giusto!--disse Aloise.--Ma saran poi tutte rose?
--Eh, t'intendo;--rispose il duca, tentennando la testa.--La mia esperienza, tra tante imprese fortunate, ricorda ancora parecchie disillusioni. C'è qualche volta il tuo governo in mano a gente dappoco, che non t'intende e ti guasta il lavoro. Ma più spesso, trattandosi di un lavoro lontano, egli non prevede nulla che meriti l'intromissione di un guastamestieri, e ti lascia fare a tuo modo. Così, ciò che tu accortamente disponi in questa o in quella parte del mondo, è sempre utile preparazione ad atti che tu solo avevi veduto opportuni, e che tu solo hai lavorato a render possibili. Così, finalmente, si gettano i semi della grandezza futura d'un popolo.
--Giustissimo!--gridò il giovine Montalto, persuaso da quella argomentazione del duca di Feira.--Ed io vedrò volentieri di tentar qualche cosa in questo povero Oriente.
--Scegli bene il tuo campo;--riprese il duca.--Si era cominciato così, con Marco Polo; ma poi, povera gente, abbiamo smarrita la strada. Sei dunque risoluto?
--Sì, padre mio. Tanto, la vita oziosa non m'è andata mai. Mettiamoci di buon animo a servire la patria.... fuor della patria. Ma bada, con una restrizione.
--Quale?
--Siamo forse alla vigilia di grandi cose. L'hai detto anche tu. Si sente odor di polvere nell'aria. Se scoppiasse una guerra?...
--Ora?
--Non ora, che entriamo nell'inverno; ma nella prossima primavera, perchè no? E ti pare che io debba mettermi al tirocinio della diplomazia, mentre gli amici farebbero ben altro uso del tempo loro? il Salvani, ad esempio, ripigliando la spada, come capitano di Garibaldi, e il Pietrasanta entrando volontario in un reggimento di cavalleria? Son genovese, diceva egli per l'appunto, un giorno che si parlava di guerra possibile; cadrà dunque su Genova Cavalleria la mia scelta.--
Il duca di Feira stette pensoso un istante; poi, disse, con accento solenne:
--A questo sacrifizio il mio cuore si adatta. Tanto più,--soggiunse egli, rizzando la testa,--che son forte abbastanza per fare qualche cosa ancor io.
--E allora, qua la mano, camerata,--osò dire Aloise. Ma non osò stender la mano; bensì, con atto di devozione filiale, chinò la fronte sul petto del duca.
XXXVI.
Come fosse guarito Aloise di Montalto della sua pena di cuore.
Il ritorno del duca di Feira e del giovine Aloise in patria, segna il termine, o quasi, del nostro racconto. Laonde, per non avere ad indugiarci poi con taluni personaggi minori, intorno ai quali il lettore vorrà essere debitamente informato, diciamone fin d'ora quel tanto che può essere necessario.
Vive ancora il banchiere Vitali? Sì, vive, ma della vita «di chi doman morrà»; il che significa, ridotto in povera prosa, che il vecchio peccatore è sulle ventitrè ore e tre quarti. Lo assiste il Collini, tenendolo su a forza di espedienti. E non già perchè speri di far mettere il suo nome in luogo di quello del morto Bonaventura, nel testamento dell'infermo. Il nuovo testamento e già fatto, e pel Collini c'è soltanto un legato; cospicuo, sì, ma che non eccede i limiti della onesta riconoscenza. Dunque, direte, il vecchio si è pentito, e salvo il diritto di una certa Compagnia che aveva lasciato al Vitali un milione in deposito, ha nominato erede universale il marchese di Montalto? No, niente di ciò: ben voleva il Vitali fare ammenda onorevole con lui di tanti suoi torti; ma Aloise, pur visitandolo ed augurandogli ogni bene, era stato fermo nel ricusare le sue liberalità, e perfino quel tanto che gli sarebbe spettato per legge.
--Lasciate le vostre ricchezze a chi può averne bisogno più di me;--diceva Aloise.--Ai poveri, per esempio; e parecchie generazioni di cittadini benediranno la vostra memoria. Questa è anche l'opinione d'un mio vecchio amico, il duca di Feira, nel quale potreste ravvisare, vedendolo, una vostra antica conoscenza.... Cosimo Donati.--Era un gran colpo, pel vecchio Vitali, il sentir proferito quel nome. Ma egli lo sopportò validamente, come sanno sopportare i vecchi, fatti insensibili, o poco meno, a certe commozioni morali. Egli si adattò perfino a rivedere l'antico pretendente alla mano di Eugenia, più che quell'altro non si adattasse a rivedere il padre di lei, l'artefice di tutti i suoi mali. Cosimo fu in quella circostanza misurato e cortese; sorvolò sul passato, venendo tosto a rincalzare con le sue argomentazioni i propositi di Aloise. Ed egli, che per la condizione poteva parlare più liberamente del suo giovine amico, che ormai considerava come figlio ed erede, costrinse il vecchio a fare un testamento da galantuomo. Andasse un milione a cui spettava, e a quel milione s'aggiungessero i frutti, computati ad interesse composto. Dieci anni erano corsi oramai dall'asserto deposito del Padre Martelli; si oltrepassava dunque il milione e mezzo; e fu ricupero superiore ad ogni speranza della sacra Compagnia, ad ogni immaginazione degli aderenti di quella. Primo a farne le meraviglie fu il confessore del Vitali, che tosto ne sparse la nuova, fruttando al duca di Feira l'omaggio reverente di tutto il partito dei neri. Lo stesso marchese Antoniotto, come bandieraio di quell'esercito, stimò conveniente di mandare al generoso consigliere un suo biglietto di visita, con alcune righe di prosa robusta, sommamente laudatoria; cortesia che bisognò ricambiare, incappando ancora nella noia di un incontro sulle scale, e di una accoglienza festosa in salotto.
Stranezze del caso, il quale avvicina coloro che potrebbero star bene lontani, ed allontana coloro che starebbero tanto meglio vicini! E l'incontro col signor senatore e la conseguente presentazione alla marchesa, furono il solo segreto che il duca di Feira dovesse custodire, tacendone riguardosamente col suo Aloise. Frattanto, a parlar solamente degli uomini, dovevano esser belli quei due personaggi accostati dal caso; l'uno che lodava l'altro come un benemerito della sua parte; l'altro che ricusava la lode, poichè solamente aveva fatto il debito suo di onesto consigliere, n'avesse anche profitto una gente nemica. Bello, due anni più tardi, il banchiere Vitali, tutto bianco di latte in marmo di Carrara, per trecentomila lire lasciate ad un istituto di carità, che gli eresse la statua; e Dio perdoni al povero letterato, che fu richiesto di dettar l'iscrizione, e non seppe schermirsene!
Del Collini si è già detto, che ebbe un cospicuo legato, bastante a farlo vivacchiare. O non era già ricco? direte. Sì, era; ma quel banco Cardi, Salati e Compagno, nel quale egli, il compagno, teneva impegnati tutti i suoi capitali, sapete pure che fece una mala fine. Già ogni anno, alla stretta dei conti, tra Cardi e Salati si salassava ben bene il compagno: poi, un bel giorno, il Salati era sparito colla cassa; e il Cardi, atteggiandosi a vittima, spandeva torrenti di lagrime, disposto a dare una parte del suo al compagno scottato. Magra consolazione, un cinque o sei mila lire di partecipazione, a chi ne perdeva dugentomila: pure, gli bisognò contentarsene. Poi, anche il Cardi sparì, per vergogna, forse, e per andare a cercar fortuna altrove; più probabilmente per ricongiungersi al Salati, e rifare con lui una nuova ragion di commercio. Speriamo che abbiano azzeccato un altro compagno; quanto a quello di Genova, non ebbe più modo di risorgere! corto a quattrini, si ritrovò politicamente spacciato; il partito ch'egli sperava di capitanare dopo la morte del Gallegos, gli antepose un altro, che non valeva (diss'egli) i legacci delle sue scarpe. Ma così va il mondo; e il nostro grand'uomo dal pelo rossigno, che aveva nutrite in cuor suo tutte le ambizioni, della eleganza, della ricchezza, dell'autorità, si trovò in un giorno deluso di tutte, messo fuori bel bello dalle nobili case, costretto a chinare la fronte orgogliosa, battendo per disperato la povera via delle visite a un franco l'una. Triste destarsi da un sogno di onnipotenza, che lo aveva lusingato, gonfiato, levato al settimo cielo!
Il suo fortunato rivale e successore nella condotta del partito, non ebbe da stare molto più allegro di lui. Quello era un momento critico per la parte nera. Speranze nuove allargavano i cuori; molto si aspettava dal terzo Napoleone, e nel Parlamento italiano, per prepararsi ai felici eventi, si facevano alleanze fin allora insperate, tra liberali temperati e liberali più caldi, come fuori del Parlamento tra repubblicani e monarchici. Che cosa poteva fare l'esercito della reazione, davanti a una così larga sollevazione di coscienze infiammate, frementi patria, indipendenza, unità? Sparpagliarsi, aspettando tempi migliori; anzi, in quel crescere di speranze liberali, non isperandoli nemmeno. Quella non era più la fiammata del Quarantotto, da potersene prevedere la fine con l'ultima tracciata di paglia. Del resto, quel povero esercito incominciava a sentir carestia di teste quadre, molte delle quali eran passate, o preparavano il passaggio, nel campo nemico. Soprattutto mancavano i gran nomi, da attrarre col lustro della nobiltà, e da comandar coll'esempio.
Lo stesso marchese Antoniotto, a mezzo il dicembre del '58, si tirava in disparte. Scontento, non andava neanche più a Torino, per rompere le sue lance in Senato contro i mulini.... di Collegno; nè più si faceva vedere a Genova, essendosi chiuso nella sua villa di Quinto, come Scipione nella sua di Linterno. Scontento! e di che? A sentir lui, della poca saldezza e del nessuno ardimento del partito dell'ordine, a sentir gli altri, per ragioni più intime, più delicate, che la sua prosopopea di grand'uomo avevano spruzzata un tantino di ridicolo; onde egli si era ritirato a Quinto, più tiranno che mai, mentre la marchesa, con quei freschi incominciati, e senza pensar più che tanto alla festa da ballo con cui casa Vivaldi soleva aprire la stagione invernale, aveva creduto opportuno di andarsene a stare da sola in un suo castello delle Langhe.
Ragioni di salute, si diceva per lei, ammiccando, tra caritatevoli amiche. Infatti da un po' di tempo si lagnava dell'aria marina, e già più volte il suo medico le aveva consigliato di passar l'Appennino. Ragioni di studio, si diceva per lui, ridendo un pochino, tra i buontemponi del suo ceto. Infatti, doveva scrivere un'opera sulla ragione di Stato nei tempi moderni; l'aveva annunziata da un pezzo; non voleva farla aspettare più a lungo; e lo scrivere un'opera di quella fatta non poteva riuscirgli bene fuorchè nella sua villa di Quinto, dove erano meno centinaia di quadri, e più migliaia di volumi, ad ingombrar le pareti.
Il marchese Antoniotto Torre Vivaldi non scrisse l'opera promessa alle genti. Finì il '58 senza che egli l'avesse pur cominciata; passò il '59, anno di tali novità politiche da confondere ogni ragione di Stato che s'ispirasse ai trattati del '15; venne il '60, e fu peggio che mai. Dicono che il povero senatore se ne accorasse tanto, da farci una malattia; quella malattia che in capo a tre mesi lo condusse alla tomba. E della grand'opera promessa, neanche un capitolo; il che non tolse che l'__Armonia__ di Torino, levando a cielo i meriti dell'estinto, raccomandasse alla vedova di voler dare alle stampe ogni cosa che fosse rimasta di lui; tra l'altro la «Ragion di Stato dei tempi moderni». Anche in alcune parti incompiuta, e in altre non condotte a quella finitezza di stile che era uno tra i pregi del marchese Torre Vivaldi come scrittore, non si poteva defraudarne il mondo, per cui benefizio era stata pensata.
Dal castello di Valcalda nelle Langhe non venne risposta all'invito. La castellana non leggeva l'__Armonia__; ed anche aveva altro da pensare. Ma basti di ciò; noi ci siamo spinti un po' troppo innanzi nel tempo, e dobbiamo ritornare sui nostri passi; se non vi spiace, fino al 4 dicembre del 1858.
Siamo a Genova; entriamo in un buio portone della via Sauli, presso Canneto il Lungo; saliamo due scale anche più buie, ed eccoci in una stamperia, che è l'officina, anzi la fucina della __Nazione__, di quel giornale quotidiano, che era nato da pochi mesi, che doveva morire un anno dopo, ma che morendo potè dire il suo __vixi__, senza esser notato di vanagloria.
Era quello il diario che rappresentava, nel concerto della pubblica opinione, il concorso leale d'una parte dei repubblicani d'allora alla monarchia di Savoia, a patto che si muovesse guerra allo straniero, e si facesse l'Italia. La guerra venne, e l'Italia fu fatta, non importa dir come; nè pensiamo che ciò debba entrare nel nostro racconto. C'entra bensì l'amico Giuliani, uno dei molti giovani che si stringevano intorno al vessillo della __Nazione__; il quale Giuliani, aspettando la guerra per averci la sua parte, aiutava ad attizzare il fuoco nelle pagine del bellicoso giornale.
Abbiamo detto con ciò che egli era uno dei compilatori; aggiungiamo che la mattina del 4 dicembre egli stava nel bugigattolo che la pretendeva a segreteria del giornale, e che seduto vicino a lui stava Enrico Pietrasanta; ambedue infervorati in un discorso, che, come i lettori vedranno, non aveva da far niente colla politica.
--Che cosa mi dite, Enrico? Ma è proprio vero?
--Che volete?--soggiunse il Pietrasanta.--Non ho potuto impedire, non ho potuto mutar nulla, e mi bisogna esclamare come Mosca Lamberti: __Cosa fatta capo ha__. Ora non si tratta d'altro che di far presto. Accettate?
--Sono in un brutto impiccio;--rispose il Giuliani con aria perplessa.--Vorrei compiacere al nostro amico, e rispondere alla fiducia ch'egli ripone in me; ma sono anche amico del Cigàla, che è uno dei nostri, e non vorrei....
--Non ve ne date pensiero!--interruppe il Pietrasanta. Accettando, farete cosa grata anche a lui. Questo è un malaugurato negozio, nel quale devono entrare soltanto amici, persone le quali non si impuntino a voler sapere le cagioni dello scontro. Lo stesso Cigàla me ne ha mostrato il desiderio, dicendomi che insieme con me, dalla parte di Aloise, avrebbe veduto volentieri il Salvani, o voi. Ma il nostro Lorenzo è ammogliato; la sua luna di miele è tuttavia nel primo quarto....
--E fo voto che duri;--disse il Giuliani.--Or dunque, poichè la è così, accetterò; e siccome capisco che bisognerà anche far presto....
--Vogliono farla finita quest'oggi stesso. Siamo a mezzodì, e non c'è tempo da perdere.
--Che furia! Basta; così vogliono, e sia. Ma le armi?
--Non c'è nulla da fare; si sono già intesi tra di loro; ed hanno scelta la spada.
--Di bene in meglio!--esclamò il Giuliani.--Ma che farnetico li ha colti, di mandare innanzi le cose a questo modo, non lasciando niente da fare ai padrini? Io non ci vedo molto chiaro; e voi?
--Io sì, ci vedo!--rispose Enrico sospirando.
--Ma come? Aloise, tornato a mala pena da un mese, si guasta di punto in bianco col Cigàla, con un amico, con un giovanotto che non farebbe male, sto per dire, ad un mosca?...
--Sì, avete ragione,--soggiunse Enrico;--ma c'è di mezzo una ruggine antica. Parlo ad un amico mio e di Aloise, e neppur l'aria ha da risapere....
--Non dubitate, son mutolo.
--Orbene,--proseguì il Pietrasanta,--vi dirò tutto quel ch'io ne penso. Prima di tutto, sapete voi la cagione della partenza di Aloise un anno fa?
--Credo di averla indovinata; un amore sventurato. E il suo ritorno, mi sembra di averlo capito, un risanamento felice.
--No, qui non sono della vostra opinione. Giuliani. Aloise non è risanato. Non lo avete visto, che cera da funerale? Egli è tornato quello di prima, ed è tornato, m'immagino, perchè non gli dava più l'animo di viver lontano.... da lei. Destino! Ieri l'ha veduta per via. Ella passava, sulla piazza delle Fontane Amorose, in compagnia del Cigàla, che a dirvela di passata, salvo il debito della cortesia, non si cura di lei nè punto nè poco. Ma Aloise non la pensa così. M'ero già accorto, fin dagli ultimi giorni che egli rimase a Genova, innanzi di partire col duca di Feira, che la sua amicizia pel Cigàla s'era di molto raffreddata. Egli lo salutava a mala pena per via, e a qualche domanda che io gli feci, rispose con certe frasi scucite, da cui trapelava la stizza. Per farvela breve, Aloise s'era ingelosito del Cigàla; s'era fitto in mente che la dama non lo vedesse di mal occhio. Intorno a questo, non dico di no; ma che lo ami!... Quella donna non ama nessuno, non ha mai amato altro che sè medesima; la qual cosa, come voi ben potete argomentare, non darà troppo gravi apprensioni al tiranno di Quinto. Insomma, ieri Aloise ha veduto la dama, e il Cigàla che le veniva a fianco, ciaramellando allegramente, com'è suo costume; ed ella rideva, e non vide neppur noi, che stavamo a piuolo dieci passi discosto, sotto la base del palazzo Spinola. Ella del resto ci aveva le sue buone ragioni per non vedere, poichè Aloise, tornato dal suo viaggio, non è andato a salutarla, non ha portato neanche un biglietto da visita al palazzo Vivaldi. Il Cigàla, in quella vece, che non ci aveva le stesse ragioni, ci vide e salutò; ma Aloise lo guardò arcigno, e non rispose il saluto.--Perchè, gli dissi, non saluti il Cigàla?--Io? e che bisogno c'è egli di salutarlo, quello sciocco vanitoso?--Non aggiunsi parola, ed egli neppure; ma vidi, e non c'era bisogno di molta acutezza per vederlo, ch'egli era fortemente agitato. Questa mattina egli venne da me.--Ho parlato col Cigàla; mi disse, e ci siamo intesi.--Oh, meno male! risposi. E la nube si sarà dileguata?--Sì, disse Aloise, prega il Giuliani che voglia unirsi a te, per farmi ambedue da padrini. Noi ci batteremo oggi stesso, alle due.... alle tre.... insomma, prima che tramonti il sole, nella villa del Riario, in Polcevera; l'arma è la spada; tu porta le tue; il Riario ne porterà un altro paio.--E adesso avete capito. Giuliani? Che ve ne pare? Danno dello sventato, del pazzo a me; ma i più savi mi vincon la mano.--
Il Giuliani rimase un tratto sopra pensiero. Avvezzo a vederne di tutti i colori sulle scene della vita, non sapeva pure capacitarsi di questa. Ma che farci? Mosca Lamberti aveva ragione; cosa fatta capo ha.
--E il Cigàla lo avete veduto?--disse egli, dopo alcuni istanti di pausa.
--Sì, a caso, per via, mentre ancora io duravo fatica a riavermi dal colpo. Voi capite, Giuliani, che avevo tentato di smuovere Aloise, di fargli capire.... Ma sì, le furon novelle!--Tutto è inteso tra noi, mi rispose asciutto: l'essenziale è di farla presto finita, perchè stasera vorrei ritornare col duca alla Montalda; se mi ami come sempre, dammi una mano; se no....--Questo furono le sue ultime parole. Ed io, lo vedete, accettai. Tornando al Cigàla, eccovi ciò che egli mi disse:--Son lieto, in questa brutta congiuntura, di saperti dalla parte di Aloise, ed amerei che tu avessi a compagno un altro amico, o molto prudente, o molto ignaro delle cose nostre. Io ho scelto il Riario, che non sa nulla di nulla, e il Morandi, uomo serio, di poche parole e di nessuna curiosità, ai quali ho dato a credere che si tratti d'una questione politica, mutatasi sventuratamente in alterco. Aloise ha torto marcio. Io era andato stamane da amico, da fratello, a chiedergli perchè mi si mostrasse così sostenuto; mi dicesse in che avessi potuto dispiacergli, chè, senza ancora saperne nulla, io gliene dimandavo scusa. Egli mi rispose acerbo, e l'abbiamo finita come sai. Ha torto, lo ripeto; io non gli ho fatto nulla, non ho nulla a rimproverarmi che faccia contro ad una schietta e leale amicizia. Ho un sospetto, sai?... E qui, se pure ho indovinato, egli è fuori di strada. Ma egli m'ha offeso, e perdio! s'egli è valente schermidore, io non sono una sbercia, neanche al suo giuoco!
--Io vedo,--disse il Giuliani, il quale aveva attentamente ascoltato il racconto di Enrico,--che qui non c'è altro da fare che contentarli. Ma il duca di Feira, non ne sa nulla?