Chapter 32
--Perchè?
--Perchè quei due nomi, Oreste e.... l'altro, mi fanno ricordare d'una cattiva notte, che io mi son lasciato cavare i calcetti da un certo mascalzone, e poi n'è venuto un subbisso di malanni. Ho presa la mia rivincita, sta bene; per altro, non mi bastava ancora, e se quel tristo mi capitava sotto le unghie!... Ma la giustizia di Dio ci ha avuto più buone gambe di me. Il furfante è in gattabuia, e se non me lo schiaffano in galera, certo me lo spediscono, franco di porto, a rifare un po' meglio i suoi studi ad Oneglia.
--Parlate del Garasso?--chiese Lorenzo.
--Di lui per l'appunto. Lo cercavo da un pezzo, per cavarmi una certa voglia dalle dita; ma sì, piglialo! Il mio uomo doveva fiutarmi da lontano. Per sua disgrazia, mentre sfuggiva da me, inciampò nei birri, che avevano un altro conticino da aggiustare con lui. Si figurino che costui teneva il sacco ai ladri; i suoi compari, caduti nelle mani della giustizia, hanno cantato, e l'amico ciliegia ha dovuto andarli a raggiungere. Vedano un po' con che razza di gente io m'ero imbarcato! Sono un asino, sì, un asino, sì, un asino calzato e vestito; e quando penso a tanti guasti cagionati dalla mia balordaggine....
--Eh via, Michele, non vi buttate a' cani in questo modo!--interruppe il Giuliani.--Io vi ho veduto alla prova, rimediare strenuamente al mal fatto, e mi vien voglia di paragonarvi alla lancia d'Achille.
--Che, mi burla? Una lancia, io? Sdruscita, sì, forse; ma se il personaggio ch'Ella dice ne aveva una simile, giuro che non s'è mosso da riva.---
Questo era un bisticcio, e fu salutato da una risata universale. Ma il buon Michele non l'aveva fatto a posta, chè non era forte di studi, e ci aveva per giunta l'inimico in corpo, che, come i lettori già sanno, gliele faceva dire più grosse del solito.
Poco stante, il nostro Michele ebbe licenza di tornarsene ai dolci vincoli dell'Imeneo. Anche il Pietrasanta, l'Assereto, il Giuliani e il Mattei, allegro quartetto di scapoli, pigliarono il largo, dopo aver promesso ad Aloise che sarebbero andati il giorno seguente ad accompagnarlo allo scalo della ferrovia. A sua volta, la marchesa di Priamar, stretti al seno quei due, che ella poteva, innanzi al duca e ad Aloise, chiamar liberamente suoi figli, uscì da quella casa in cui aveva passato il primo giorno veramente lieto della sua vita. Il duca di Feira, da quel compito cavaliere che era, volle accompagnarla fino al suo palazzo; della qual cortesia non è a dire com'ella gli fosse grata. La povera madre sentiva il bisogno di essere sola con lui, per ringraziarlo, per aprire il suo cuore a quell'angiolo salvatore di sua figlia e di lei, a quell'autore di tutte le sue contentezze.
--Ella è felice. Povera madre! Era tempo;--andava egli dicendo tra sè, nel ricondursi a casa.--Felici tutti, per me. Ed io?...--
Il pensiero del mesto gentiluomo corse alla Montalda, presso quella tomba solitaria in cui riposava la salma della donna adorata.
--Salvar tuo figlio, Eugenia, e poi ricongiungermi a te nella morte; questa sarà la ricompensa di Cosimo.--
Intanto Aloise, rimasto solo con Lorenzo e Maria nel salotto del duca, s'era lasciato cadere sfinito su d'una scranna.
--Ah, finalmente!--esclamò egli.--Non ne potevo più.
--Voi siete triste, Aloise?--gli disse Lorenzo, avvicinandosi a lui, e posandogli una mano sulla spalla.
--Perdonate, amici, fratelli miei, perdonate!--rispose il marchese di Montalto, congiungendo la mano di Lorenzo e quella di Maria nelle sue.--Io sono felice, come si può essere, quando si è stati testimoni della gioia d'una madre che vi ama, e che nel contemplarvi, si lasciava sfuggire con nobile audacia il suo segreto dagli occhi; quando infine s'è stretta la destra ad amici schietti e operosi come coloro che ci hanno lasciato poc'anzi. No, la virtù non è un nome vano; no, tutto non è abbiettezza, codardia, bruttura nel mondo. Ma perchè non sono io lieto? Perchè in mezzo a tutta questa gioia io mi sento morire? Da due mesi, vedete, da due mesi io vivo come uno smemorato. Ho come un vuoto qui dentro, e non ardisco addentrarmi nella mia coscienza, considerare questa grande rovina di tutte le mie speranze, di tutti i miei sogni, di tutto ciò che mi faceva cara la vita.
--Voi amate, Aloise....--disse Maria con accento compassionevole.
--Sì, e senza speranza. Non è il segreto di alcuno; è il mio segreto; posso adunque trarlo fuori dal profondo, e flagellarmene il petto. Sì, amo fieramente, e fieramente odio.... me stesso. Sì, vorrei strapparmi il cuore, questo cuore malnato, che accoglie confidente un affetto, e lo serba a mio malgrado, e lo difende contro la mia stessa ragione; questo vil traditore che mi dà in balìa d'un beffardo nemico, e dopo avermi offuscato l'intelletto, scemata ogni virtù di propositi, congiura a togliermi perfino la dignità del soffrire. Ah Lorenzo, amico, fratello mio! Se non avessimo di tali spine qui dentro, come saremmo noi forti! Quale avversa possanza resisterebbe alla tenace operosità dell'uomo, tutta rivolta ad un fine? Noi giovani, noi animosi, noi senza macchia e senza paura, potremmo dar opera a grandi cose, far manipolo contro il male che invade d'ogni banda, portar la spada e la fiaccola, combattere e illuminare, essere esempio ai buoni e flagello ai malvagi, ordinare l'aristocrazia dell'ingegno e della onestà, la sola vera, la sola efficace, non già a salvare un vecchio edifizio che minaccia d'ogni parte rovina, sibbene a rinnovare la faccia del mondo infiacchito nel tiepido amore del bello, del vero e del buono, fatto teatro ai contrasti ridicoli di vizi piccini e di piccine virtù. Ma no; forti e non ignari della nostra forza, rinunziamo alle nobili voluttà che ella può darci; abbiamo qui dentro il tarlo roditore delle nostre passioni; disperdiamo in vani scintillamenti una luce preziosa; consapevoli dissennati, sprechiamo tutta la possanza nostra a' piedi d'un idolo di creta.--
Così parlava esacerbato Aloise. Lorenzo volse lo sguardo a Maria, che avvicinatasi chetamente già era per reclinare la bruna testa sull'omero dell'amato, ma si trattenne, e parve dirgli col gesto: rispettiamo il suo dolore.
Aloise, o si avvedesse del gesto, o indovinasse il pensiero, levò la fronte verso i due pietosi, e soggiunse:
--Voi, Lorenzo vi siete imbattuto in un angelo. Io, in quella vece, ho fallita la strada, e debbo portarne la pena. Che volete, fratelli miei? Nessuno può sottrarsi al suo fato.--
XXXV.
Dal campo dell'Iliade alla patria di Omero.
Ha ragione il signor di Montalto con la sua triste sentenza? Sì, e no; è questione d'intenderci. Che cosa è il fato? Se davvero una forza prepotente, fuori e sopra di noi, conseguenza logica di atti sconsiderati, frutto amaro d'incaute passioni, potremmo dire di no; perchè agli atti nostri c'è qualche volta rimedio, e alle nostre passioni può sempre comandare lo spirito. Ma, d'altra parte, come fare a sceverar noi medesimi dalle cose, che premono d'ogni lato, confondendosi troppo spesso con noi? Come esser padroni di mutar l'indirizzo del vivere, quando il verso è preso, ed altre forze, soverchiando la volontà, ci travolgono? L'istesso Cosimo Donati, il nobilissimo duca di Feira, che ebbe la rara virtù di sopravvivere al suo dolore, facendosi della propria sventura una religione, una norma di vita, poteva dirsi libero in tutto dagli eventi? Diciamo dunque, temperando l'orgoglio della nostra filosofia, che in un certo punto, i casi nostri prendono un corso violento, su cui non ha più potere la nostra ragione; e il fato riacquista allora quei diritti, che il nostro libero arbitrio non ha fatto in tempo a contendergli.
Contro il fato di Aloise combatteva ad ogni modo il duca di Feira. A quanti atti, che parevano irrevocabili, non aveva gli rimediato? Ed anche al resto si sarebbe provveduto, che era certamente il meno, come quello che dipendeva soltanto da uno sforzo di volontà. Partire, a buon conto; levarsi di lì; condurre Aloise per tutte le vicende, per tutte le distrazioni forzate di un lungo viaggio! In quel muoversi irrequieto, variando sensazioni, soggiacendo a nuove necessità, portate lì per lì dalla diversità dei luoghi e dei costumi, non aveva egli, il povero Cosimo, ingannata la sua pena, trovate le ragioni del vivere? Perchè non le avrebbe trovate il suo Aloise, che finalmente non doveva serbarsi fedele a nessuna immagine celeste, a nessun sacro ricordo? Così fu impreso il viaggio, così fu continuato; capricciosamente, in apparenza, ma con accorta progressione di varietà, per tutte le capitali d'Europa, non isfuggendo neppur quelle dove Aloise era già stato, e dove anche aveva sofferto.
Muovere incontro ai dolorosi ricordi, col proposito di lasciarsi soverchiare da essi, è atto di poca prudenza, certamente; passarci accanto, irritandoli un poco, quasi mostrando di non temerli, è buona arte di guerra, specie di ricognizione offensiva in cui si provano le nostre forze, e si addestrano a più grosse giornate. Erano perciò andati a Parigi, ma proseguendo assai presto per Madrid, per Lisbona, per Londra; erano stati a Brusselle, a Monaco, a Vienna, a Berlino, ma spingendosi tosto a Stoccolma, a Pietroburgo, a Mosca. La Grecia, divina nelle sue memorie, vero balsamo a tutti i mali dell'anima, aveva poi la miglior parte del tempo loro. Così meglio disposti, erano passati da Atene per Costantinopoli; sempre in moto i corpi, sempre in agitazione gli spiriti, qualche vantaggio doveva pure venire.
Già più e più volte in Grecia il duca di Feira aveva veduto Aloise infiammarsi; triste a Misitra, ma per la scomparsa delle istesse rovine di Sparta; accigliato in Maratona e al passo delle Termopili, ma per la troppo lunga carestia di Milziadi e di Leonida ai tempi moderni; accigliato ancora e triste in Atene, ma più spesso esaltato per ciò che rimaneva dell'antica grandezza, dell'antica bellezza, dell'antica idealità degli Elleni.--Chi può pensare,--aveva egli detto un giorno,--chi può pensare ai propri dolori, salendo all'Acropoli? Quanta storia, quant'arte, e quanto pensiero, tra l'Erettèo e il Partenone! E il mondo ne vive ancora!--
Da Costantinopoli, ultimo lembo d'Europa, il salto alla costa d'Asia era naturale, come a dire indicato. Aloise gradì molto l'occasione di visitare la Troade. Laggiù, da occidente e da settentrione, s'era mostrato sollecito di vedere molte cose, pensando di far cosa grata al duca di Feira; ma in quelle terre orientali diventava particolarmente sollecito, singolarmente curioso per sè. Da un libraio della via di Ermete, in Atene, aveva comprati parecchi volumi, e tra questi l'Iliade; poteva dunque viaggiare la Troade con Omero alla mano.--Questo è un Baedeker!--diceva egli sorridendo al duca di Feira.--È certamente il primo della serie!--
La celia e il sorriso dicevano molto al suo Mèntore, che si lodava in cuor suo di aver condotto in quella forma il viaggio.
A quel tempo il signor Enrico Schliemann, gran milionario e gran pellegrino d'amore per la storia e per l'arte, non era anche disceso laggiù con la sua bella fede e con le sue buone squadre di manovali, per ritrovare e disseppellire i sacri avanzi di Troia. Intorno alla situazione dell'antichissimo Ilio, «raso due volte, e due risorto», si era tuttavia fra i dubbi, le incertezze e le tenebre, aggravate sempre più dalle dispute degli eruditi tedeschi. Hissarlic, o Burnabachi? Aloise si dichiarò volentieri per l'eminenza meno distante dal mare. I campi delle quotidiane battaglie tra Greci e Troiani erano lì, ragionevole distesa di terreno, su cui dall'alto delle mura potesse spaziare lo sguardo trepidante di Priamo; erano lì i sacri fiumi, Simoenta e Scamandro, anche ammettendo che essi, da quegli irrequieti vagabondi che sono sempre stati i fiumi, avessero cangiato più volte di letto.
Al nostro giovine amico, che con tanta divozione classica percorreva quei luoghi, facendo sostare ad ogni tratto la scorta, parve di riconoscere un po' sopra a certe fontane il luogo delle porte Scee, donde Ettore aveva preso dalla sua Andromaca e dal figliuoletto Astianatte i patetici congedi cantati divinamente da Omero; e lì presso, il luogo del muro alto, dalla cui sommità la bellissima Elena aveva additati al suo buon suocero provvisorio i più famosi e i più temibili condottieri di Grecia. Elena, la cagione dell'eccidio d'un regno! Elena, la grande bellezza fatale! Che fascino era in lei? Aloise non si fermò neanche a pensare se ella avesse gli occhi verdi, o turchini; che tanta serenità di spirito non si poteva pretendere ancora da lui. Ma intanto egli filosofò la parte sua sulle rovine cagionate da Elena, e sui pericoli che una soverchia bellezza può far correre agli uomini, povera materia infiammabile, come la stipa e il capecchio.
Filosofava, adunque. Ora, quando l'uomo può filosofare, è segno che può ragionare. Quando può ragionare, è segno che ha la testa sgombra e libero il cuore. Così pensava il duca di Feira, ascoltando il suo compagno di viaggio. Egli aveva già potuto osservare come il suo Aloise si ritrovasse più franco e più ilare in quelle terre orientali, che non laggiù, da occidente e da settentrione, in quelle sontuose capitali europee. Non ferrovia, non cavalli di posta, non alberghi, non comodità della vita; strade malagevoli, sentieri da capre, rompicolli, guadi da raccomandarcisi l'anima, rovine, desolazioni; che importa? Tra quelle desolazioni non si è solamente lontani nello spazio; si è lontani ancora nel tempo. Anche laggiù nella Troade era già una distanza enorme da Genova, e da Quinto, il ritrovarsi a tu per tu con Elena Argiva.
--Se fosse qui il Giuliani!--aveva esclamato Aloise.--Quanto latino metterebbe fuori, vedendo il tumulo di Achille, __et solum quo Troia fuit__. Hai notato, babbo,--(da qualche tempo Aloise dava del tu al duca di Feira, chiamandolo ancora col dolce nome di padre)--hai notato come il dottor Giuliani parli spesso e volentieri in latino? Può forse annoiare tanti altri, non me. Mi pare, sentendolo infiorare i suoi discorsi di tante citazioni, buttate anche là con un tono di celia, che le cose della vita moderna, della vita comune, prendano colore e sapore d'antico, quasi di eroico, e insieme di universale. Quel po' di celia che v'aggiunge, come un pizzico di sale, tempera tutto; e di ciò che potrebbe parere un difetto a qualcuno, te ne fa una qualità; che so io? una cosa gradevole. Io gli invidio quest'arte. Perchè, infine, ci è data la parola? Per dire soltanto delle volgarità e delle sciocchezze, lasciando che un po' di dottrina si spenda soltanto nelle conversazioni noiose dei pedanti? Ah, vorrei qui il Giuliani; e che ci parlasse di Elena! Ne sentiremmo di belle!
--M'immagino che la difenderebbe;--disse il duca di Feira.--È tanto cavaliere quanto è originale.
--Eh, credo bene che avremmo un panegirico;--ripigliò Aloise, fermandosi volentieri su quel tema.--Una buona ragione per farlo, la troverebbe di certo. La cagione di tanti guai non fa più nessun male ad anima viva, mentre l'immagine sua può ancora alimentare molte fantasie di poeti e di artisti. Le morte bellezze non fan più soffrire nessuno; possono consolare, artisticamente evocate, in un poema, in una statua, in un quadro. Che follìa, del resto, il soffrire per quelle nobili matte! Non val meglio ammirarle, per ciò che in esse è stato, ed è tuttavia, di veramente divino? Per restar tra le antiche, Frine era un mostro di corruttela, senza dubbio; il suo nome istesso, che era poi un soprannome, datole quasi per marchio d'infamia dai suoi contemporanei, lo dice. Frine, rospo! Ma che importa ciò? Frine è un miracolo di bellezza; e Prassitele copia appuntino quella perfezione di forme; e quei di Gnido la mettono sull'altare, per rappresentarvi Afrodite. La bellezza, quando è sovrana, va trattata così; adorata, come usarono i Greci, ma facendone un marmo. Sapienti, i Greci; e noi sciocchi, non ti pare?--
Il duca di Feira assentiva, sorridendo.
--Ed anche cattivi;--soggiunse Aloise,--perchè troppo spesso consideriamo le belle col criterio della nostra passione, del nostro egoismo, che è così spesso un insulto alla legge morale.
--Ah, qui ti sento anche più volentieri;--disse il duca, esultante.
--Ma sì;--proseguiva infervorato Aloise.--Vediamo una stupenda creatura, per caso; il nostro cuore s'infiamma; la nostra ragione, che dovrebbe trattenerci, non protesta, acconsente, si associa, come si farebbe in parlamento, per disciplina di partito. La donna per cui ci siamo infiammati, vedendola a caso, ha da corrispondere ai nostri ardori, sotto pena di esser dichiarata senza cuore e senz'anima. Ma se non è libera? Se ha data già la sua fede ad un altro? Oh, non dubitare; ho meditato anche su ciò, e lungamente, correndo il mondo con te. Ma come va che nell'ardore delle nostre passioni, quando sono ancora sul nascere e permettono di ragionare, non pensiamo noi a queste cose? Ci ha guastati, io credo, il veder tante e tante graziose creature, che il nostro costume ha ridotte così male, condannandole a non veder altro nel matrimonio, fuorchè il principio della loro libertà, e il passaporto della loro galanteria. Ma infine, anche sotto certe apparenze che gli usi della conversazione hanno giustificate, le graziose creature non sono tutte così sciolte d'ogni vincolo e d'ogni legge. Ci sono poi gli alti caratteri, che vanno rispettati; in ognuna quel carattere ci può essere, e noi non essercene in tempo avveduti; e se una di queste ci mette sdegnosamente fuori dell'uscio, o, con più grazia, fuor di speranze, fa bene.--
Il duca era fuori di sè dalla gioia.
--Ma bravo, il mio Aloise!--gridò, accostandosi a lui e con atto amorevole battendogli della palma sul braccio.--Tu mi maravigli, quest'oggi. Ci voleva proprio il ricordo di Elena Argiva, per farti render giustizia.... ad Andromaca!
--Oh, le donne antiche non c'entrano affatto,--rispose il giovane, crollando la testa, e quasi porgendola alle carezze della mano patema.--Non sento queste cose da oggi, sotto le porte Scee. Il corso delle mie meditazioni è più antico, ed è opera tua. Prima di tutto, non mi hai tu fatto leggere quel brutto libro, lassù, alla Montalda, dove lo avevi portato per me? Amaro libro;--soggiunse Aloise, rabbrividendo un pochino;--amaro come quello che fu dato dall'angelo per cibo al veggente dell'Apocalisse, ma che lasciò succhi vitali nell'anima mia. Tra molte parole un po' dure pel mio amor proprio, ce n'erano alcune, in una lettera di donna, che mi son parse giuste, e che mi stanno sempre davanti agli occhi: «Avrei dovuto io dimenticare me stessa, e ciò che debbo al mio buon nome?» Aveva ragione, la bella orgogliosa; e su questo punto poteva dire assai più, che sarebbe stato per mio bene, e fino da quella triste sera della Montalda m'avrebbe guarito, facendomi vergognare della mia tracotanza colpevole. Se me ne sono vergognato poi, se oggi mi sento guarito, non ti maravigliare, te ne prego. In tua compagnia son diventato un altr'uomo. Il tuo esempio era buono. Hai amato, e più fortemente di me. Non ti era possibile non amare, dov'erano bellezza e virtù. Anche per questo hai amato più nobilmente; e dei tuoi dolori puoi darti gloria. Non io, pur troppo, dei miei!
--Se ti sei vinto, puoi darti gloria di questo;--disse il duca di Feira.--Saper vincere sè stesso è il sommo della forza morale.
--Ma io non potrò farmene un merito!--esclamò Aloise, sorridendo.--Non son io che ho vinto; sei tu che m'hai fatto riconoscere come io fossi un dappoco. Che stoltezza la mia! e di tanti miei pari! Crediamo le donne angeli, così alla rinfusa, senza far distinzione. Angeli! E come finalmente potrebbero esser tali, in mezzo a tanta moltitudine di sciocchi e di scioperati che le circondano?--
La burrasca girava, verso un altro quadrante. Tra sciocchi e scioperati c'era da scegliere; ed Aloise ne passò molti in rassegna, tutti della società elegante in cui era vissuto. Di questi uno ebbe più lunga sentenza; e fu per caso il Cigàla.
--M'hai detto che è una testa quadra e un cuor libero;--notò il duca di Feira;--una specie di filosofo in guanti.
--E in fondo, m'annoiano, i filosofi in guanti;--rispose Aloise.--Hanno il cuor libero, e sta bene; ma ancora amano far pompa della loro libertà, come le case vuote del loro «appigionasi». Non promettono niente, non s'impegnano a niente; sorridono e passano. A questi, poi, si fa volentieri la parte del leone. Ricordi la lettera, di cui parlavamo poc'anzi? Il Cigàla (vi si leggeva) il Cigàla è quello che vale un tantino più degli altri; cortese, senza aspettar nulla in ricambio; arguto, senza cattiveria; bei modi, umor sereno; ornamento in un salotto, non peso; si vuol far credere insensibile; ma bisognerebbe che ad una donna saltasse il ticchio di metterlo alla prova, e si vedrebbe.--
Il duca di Feira pensò che il suo Aloise possedeva una memoria di ferro. Anche leggendo rapidamente, il giovine aveva molto ritenuto del libro amaro. Amaro al palato, del resto; ma buono e nutritivo allo stomaco. Anche questo pensava il saggio duca; e l'animo suo, finalmente aperto a liete speranze, si compiaceva di stimolare, temperandoli all'uopo, i giudizi del suo figliuolo d'adozione.
--Capisco, sì;--concesse il duca;--la gioventù è capace di adattarsi a molte cose, ch'ella stessa non prevede e non pensa. Ma quel tuo Cigàla è sincero nel suo modo di sentire; leale, me lo dicevi soprattutto.
--E non mi voglio già disdire sul conto suo; leale per quel che fa la piazza;--soggiunse Aloise.--In fine, è il tanto che basta, e di cui possiamo contentarci nelle relazioni sociali. Io, del resto, lo avrai già notato, ho un debole per Enrico Pietrasanta; un cuor d'oro, quello, che non si cela, che non fa il tenebroso; un carattere aperto; e modesto, poi, tanto modesto da adattarsi alle seconde parti, senza lasciarti scorgere che potrebbe aspirare alle prime. Se non fosse per lui, che con tante amabili sue qualità mi offusca un tantino il giudizio, direi volentieri che il Cigàla è una perla. Ma adagio;--soggiunse Aloise, ridendo della propria liberalità;--teniamo qualche cosa in serbo per altri amici, che abbiamo veduti alla prova, e che meritano i primissimi onori. Come definiremmo il Giuliani, così caldo, ardito, sincero, e così ameno per giunta? Che cosa diremo poi di Lorenzo Salvani? Quello è un uomo! Gli si leggono negli occhi tutte le virtù, cardinali e teologali; non ti pare? Sarà felice, la mia bella cuginetta, con quel fior di cavaliere. Ah,--conchiuse il giovine, con un razzo finale di ammirazione e di affetto,--se dopo morti sotto un aspetto, dovessimo tornare in vita sotto un altro, ti giuro, padre mio, che vorrei rinascer Salvani!--
Era gaio, Aloise; e fu gaia la giornata della Troade, col pasto improvvisato dagli uomini della scorta, sotto le mura iliache, di cui non si vedeva più traccia, accanto alle fontane cantate da Omero, che sussurravano ancora. Distrutta è la città di Priamo;--potevano dire i due nobili viaggiatori;--disperse le sue reliquie, con le bellezze lusinghiere di Elena Argiva; tu sola vivi eterna, o natura.
Il più vecchio dei due poteva anche pensare dell'altro; e di quell'altro che pensava gli si dipingeva una gran contentezza sul volto. In quella giornata della Troade, fra le scarse reliquie di una città e di una vita estinta, nasceva un mondo di speranze per lui. Aloise risanato, Aloise riconciliato coll'esistenza; quale vittoria! E il pensiero di Cosimo volava lontano, fino alla Montalda, presso la tomba di Eugenia.
--È salvo! è salvo!--diceva a sè stesso il duca di Feira, lasciando quella medesima sera le rive dello Scamandro.--Ed ora, per compir l'opera, bisognerà avviarne lo spirito a qualche utile occupazione.--