Chapter 26
--Come ne uso io, amando come io amo. Io amo, prima persona del tempo presente. __Ego amo, j'aime, I love, Ich liebe, yo quiero__, e tutto il rimanente che si riscontra nella grammatica poliglotta. Io amo; non lo credi? amo la Giulia, che è una donna stupenda, e la sua ombretta sdegnosa, che mi aleggia dintorno, non se l'abbia a male se la chiamo soltanto una donna. Ella ci ha del sangue nelle vene, non già dell'ambrosia, come certe dame che so io. Bisogna saper amare, te l'ho già detto; ma anzitutto bisogna saper trovare. Tutta la scienza è lì; __that is the question__. E questa frase d'Amleto, vale il tuo __experto crede Ruperto__, che è errato, poichè tu non sei Roberto, ma Aloise, il mio caro Aloise. Ora, per trovare, occorre cercare, e per cercare a modo, bisogna avere un occhio alla macchia e l'altro al cane, non innamorarsi al primo uscio, non far come hai fatto tu, che l'hai trovata superlativamente bella, ma superlativamente fredda, superlativamente contegnosa, superlativamente.... Scusa, veh! Poichè tu m'hai detto dianzi che non bisogna amare, suppongo....
--Di' pure liberamente;--soggiunse Aloise.--Io non amo più quella donna.--
E il povero giovine chinò gli occhi sul piatto, perchè Enrico non avesse a leggervi la bugìa manifesta.
--Ah, meglio così!--disse Enrico.--Io da un pezzo temevo di te. Che vuoi? La Ginevra è bellissima, non lo nego; che diamine? anzi l'ho gridato or ora; ma io l'ho sempre giudicata senz'anima. Ti ricordi? Dio le fa belle, poi leva loro l'anima perchè si conservino meglio, come gli uccelli impagliati. Ha ingegno, la Ginevra, ha una rara istruzione, ha grazia, e sto per dire giustizia; ma l'interno è un abisso, che ti manda agli esteri difilato; il suo commercio è geniale, assai più dell'agricoltura, che ella ha lasciata, insieme colle finanze, al marito; ma ai culti più divoti risponde colla guerra, e ti fa venire una matta voglia di affogarti nella marina, rinunziando per sempre alla presidenza del consiglio. Insomma, è una divinità da metter sull'altare; ma a star ginocchioni sul marmo, si gela, si....
--Parlami della Monterosso;--interruppe Aloise.
--Ah, quella è una donna!--gridò il Pietrasanta, accompagnando le parole con uno scoppiettìo di lingua contro il palato, che bene non s'intendeva se fosse per la Monterosso o per una sorsata di Bordò mandata giù poco prima.--Un po' leggerina se vuoi, un po' oca; ma che rileva? Non ho mica a imparar da lei algebra, nè trigonometria! Ella, a dirtela di passata, non ci ha angoli da far studiare; è una sequela di ammirabili curve. Tutti quei pregi che fanno gradita una dama nella civil compagnia la Monterosso li ha; l'arguzia, quello spolvero d'ingegno che le manca, lo sa pigliare da chi l'avvicina, e così accortamente, che neppur te ne avvedi. Hai osservata la luna? Dicono che sia opaca; pure essa risplende. A me non fa caso che ciò le avvenga per ragion di riflesso; m'illumina, e basta. Tu l'hai veduta (parlo della Monterosso, e non della luna) in casa della Ginevra! or dimmi, anche senza tanti sfolgoreggiamenti di spirito, non sa ella tenersi a pari di tutte le sottigliezze, di tutte le delicature della superba castellana? Ella ci ha per giunta un po' d'anima, di fuoco, di gasse; ella sente d'esser nata per l'uomo, e questo è l'essenziale.... per l'uomo. Io l'amo, adunque; sono nel tenero, e piacendo ai Numi, navigherò un giorno nel dolce.
--E puoi durarla così placidamente?--chiese ammirato il Montalto.--L'attesa non ha angosce, non ha agonie per te?
--Dio è grande,--sentenziò il Pietrasanta,--e la donna è la ministressa delle sue misericordie.
--Tu sei felice!
--Certo! Che cosa mi manca? Un po' di giudizio, qualche volta, un po' d'ingegno come il tuo, sempre....
--Eh via!--disse Aloise, dandogli sulla voce.
--No, no, lasciami seguitare. Anch'io mi conosco; è questa la parte d'ingegno ch'io ho. Del resto non me ne accoro; io non ho da inventar nulla, nè la stampa, nè la polvere da cannone. Ho capito che cos'è il mondo, e per dargli a' versi mi basta saper fare il nodo alla cravatta (vedrai che un giorno tornerà l'uso dei nodi belli fatti, e si avrà fama senza fatica), vestire attillato, aver belle pariglie e un bel nome che sappia d'antico. Il mio risale al 1200, ed era allora già celebre. Un Pietrasanta venne da Milano podestà dei Genovesi, e ci si accasò, come i natali del tuo umilissimo servo dimostrano. Ti par poco? Molti c'invidiano queste picciole cose, che io darei tutte a mazzo, qualche volta, per uno di quegli ingegni robusti che fanno operare le grandi. Vorrei esser te, anche senza la memoria de' tuoi dogi; vorrei essere il Salvani, che andrà molto innanzi, se la fortuna, come n'ha debito, darà la mano al valore; ma, queste malinconie me le tengo nel gozzo, per non scemare il mio pregio dinanzi ai profani. Quello che io sono fa gola a molti, ripeto; ce n'è dunque d'avanzo. Ne cerchi un altro, la Giulia; non lo trova, salvo il caso che a te non salti in mente di farle la corte. La qual cosa tu non farai, perchè mi vuoi bene....--
Aloise gli rispose con un gesto di volenteroso diniego.
--Grazie!--proseguì allegramente Enrico.--Io dunque tiro innanzi. Ella mi ama, me ne sono avveduto; anzi lo so, e potrei dirti....
--Di' pure; domani io non me ne ricorderò più;--soggiunse Aloise, con un suo risolino sottile.
--Ah, bada,--ripigliò il Pietrasanta.--Tu mi metterai al punto di raccontarti posdimani ogni cosa da capo. Con te non voglio avere segreti. Non mi hai tu confidate le tue pene, quando eri innamorato della Ginevra? E perchè ti amo tanto io, se non perchè sei un gentiluomo più di noi tutti? A qualcuno bisogna pur dire ciò che si sente, quando si è sventurati; figuriamoci poi quando si è felici!--
Aloise trasse un sospiro; ma il Pietrasanta, tutto nel suo racconto com'era, non gli pose mente.
--L'amo,--diss'egli con enfasi,--l'ho confessato a lei, e s'è messa a ridere, ma mi ha lasciato baciar la sua mano.--
E qui, poichè aveva preso l'aire, il festevole giovinotto raccontò la sua conversazione colla Giulia, ed altre parecchie tenute di poi, che ai lettori non farebbero nè caldo nè freddo, e che le lettrici, non ci domanderanno, poichè, cortesi come sono, avranno esaudita la preghiera posta in fronte a questo capitolo. Enrico Pietrasanta, come è noto fin da principio, e come s'è visto poc'anzi, aveva assai sciolto lo scilinguagnolo; Aloise era l'unico suo confidente, al quale gli tornava grato dir questo, ed altro ancora, se ne avesse avuto; laonde, si può argomentare che se ne pigliasse una vera satolla.
--Ora, aspetto che caschi,--diss'egli conchiudendo,--e cascherà certamente.
--Perchè?--dimandò Aloise.
--Perchè! oh bella! perchè sono forte.
--Forte! forte, con una donna che si ami?
--E dàlli! ma io l'amo in quel tal modo che già t'ho detto, e senza perdere il lume della ragione, come chi so dir io. Non cascherà? Stia ritta a sua posta, e arrivederci nella valle di Giosafat! Ella mi va a genio, lo sai; ma tienti bene in mente che non darò nei gerundii, che non finirò per lei, nè al camposanto, nè all'ospedale de' pazzi.
--Beato te!
--E tu, dimmi, non hai fatto lo stesso, alla perfine? Non ti sei forse consolato?
--Io?...--esclamò Aloise con impeto. E già era per uscire di riga; ma ravvedutosi in tempo, sorrise malinconicamente, e diè ragione all'amico.--Sicuro; anch'io, sebbene mi sia costato una grossa fatica. Sento ancora un po' di bruciore; ma passerà anche questo tra breve.
--Farai bene. Sorridi, Aloise, rallègrati: tu sei nato vestito. La Usodimare è invaghita di te.
--Eh via!
--Ho detto male; dovevo dir cotta e stracotta. Ella ancor ier l'altro si lagnava di non vederti più spesso; ella giura per te, non sa parlar che di te. Amala, Aloise; amala.... e credila, come dicono tutte le lettere, all'ultimo verso.
--Pazzo!
--Savio, Aloise! Ricòrdati che m'hai paragonato più volte ad uno dei sette Savi della Grecia.--
Con queste chiacchiere era finita la colazione. Pochi minuti dopo, i due amici, tornati in sella, galoppavano alla volta di Genova.
Colà giunti, il Pietrasanta tolse commiato da Aloise, per andare a mutar d'abiti. Aloise, nel dipartirsi da lui, non ebbe cuore di annunziargli che andava quel giorno medesimo alla Montalda, temendo che l'amico avesse a leggergli, tra una parola e l'altra, il suo disperato proposito; ma gli strinse più e più volte la mano, e gli disse:
--Enrico, tu sei un ottimo giovane; ti auguro ogni fortuna.
--È una tratta sulla Monterosso, questa!--aveva risposto il Pietrasanta.--Corro a presentarla oggi stesso al vezzoso banchiere.--
Come Aloise fu solo, le forze che lo avevano sostenuto fino allora lo abbandonarono a un tratto.
--Va, uomo felice;--diss'egli tra sè, in quella che saliva faticosamente le scale del suo quartierino;--segui pur la tua strada! Tu hai ragione; la vita è come ognuno la vede. L'aspetto delle cose, le forme, i colori, non sono essi dentro di noi? Qual meraviglia se Enrico scorge la vita colorata di rose? E in fondo in fondo, non potrebbe ella esser tale davvero? È il cuore, il cuore, questo viscere malnato, che c'intorbida ogni cosa, che ci matura gli affanni, che ci scompiglia lo spirito. Pure, Enrico non è senza cuore; la sua amicizia per me, così divota, così salda, così sollecitamente operosa, ne fa buona testimonianza. Ma egli è fortunato; a lui soccorre un senso arcano, che io non ebbi nascendo, per correre sicuramente questo gran mare. Possa questo senso durargli, condurlo sano e salvo a quella età che più non teme patimenti morali!--
Mutati i panni, poichè quella corsa lo aveva fradicio di sudore e di polvere, Aloise voleva partir subito alla volta della Montalda. Ogni cosa era all'ordine; le sue carte bruciate, i suoi libri riposti, il suo quartierino di via Balbi poteva paragonarsi ad una casa rimessa a nuovo pur dianzi. Solo un rotolo di musica, legato da un nastro nero, stava in mostra su d'un tavolino. Perchè un nastro nero? Aloise lo aveva messo la sera innanzi, senza pure badarvi. Quando gli venne sott'occhi, fu per cambiarlo; ma tosto mutò di proposito. Non è forse giusto? pensò. Ella lo riceverà questa sera.
Quel rotolo intanto aveva attratto la sua attenzione. Rimase un pezzo seduto sopra un divano a guardarlo. Quella era musica della marchesa Ginevra, che egli aveva presa qualche tempo innanzi, per leggerla al cembalo, e che voleva restituirle. Ma, guardando quel rotolo, gli venne in mente che forse era male mandarlo pel servo. Avrebb'egli fatta la commissione quel giorno medesimo? Non l'avrebbe dimenticata, per avventura?
Così pensando, si alzò e prese il rotolo per portarlo egli stesso. Due sere innanzi, se i lettori rammentano, egli era stato dalla marchesa, e aveva fatto giuramento di non rimettere il piede in sua casa. Ma gli parve che la cortesia dimandasse il sacrificio di quella sua prima e troppo asciutta deliberazione. __Noblesse oblige__.
Fortificato contro la sua coscienza, che lo accusava di debolezza, uscì allora di casa. Erano le due dopo il meriggio. Quando fu dinanzi al palazzo Vivaldi, la coscienza parlò un tratto più forte, ed egli ebbe vergogna di sè; la persona aveva già accennato a voltarsi per infilare il portone, ma i piedi lo condussero oltre. Andò fino alla Posta; ma giunto al cominciamento della piazza, gli vennero veduti da lontano il Riario, il Cigàla, ed altri suoi conoscenti, raunati a crocchio in un luogo donde avrebbero potuto scorgerlo, se egli fosse andato più in là. Tornò indietro sollecito; passò di bel nuovo rasente al palazzo Vivaldi, e questa volta poi v'entrò a dirittura. Salì le scale, giunse all'uscio padronale del primo piano, e stese la mano alla nappa del campanello. Ma qui ancora la coscienza gli disse: codardo! Scese da capo, e per andarsene senz'altro. Ma non era anche giunto all'ultimo scalino, che un dubbio lo assalse. Dalle finestre, qualcheduno, affacciatosi a caso, non aveva potuto vederlo ad entrare? Non si sarebbero fatte le meraviglie che non fosse salito? E queste meraviglie non avrebbero condotto a svariate congetture, allorquando si fosse finalmente risaputo quello che era ancora di là da venire?
Scuse, pretesti, e non altro. Diffatti, risalendo, egli sentiva il bisogno di aggiungere: Alla perfine, io debbo vederla ancora una volta; anco se trista, ella è pur stata la stella di questa mia vita.
Suonò finalmente; ma stettero molto, innanzi di aprirgli, di modo che egli ebbe tempo a pentirsi di essersi condotto a quel punto.--Che vado a fare? Ella non si cura di me. La vedrò; patirò mille morti in pochi istanti; dovrò divorare in silenzio altre lagrime.... Oh, se tardassero ancora! potrei tornarmene via.
Mentre egli meditava in tal guisa la fuga, udì un rumore di passi nell'anticamera. Poco stante l'uscio si aperse, e comparve nel vano un valletto della marchesa.
--Illustrissimo!--disse il servo, inchinandosi.--
--È in casa la marchesa?--dimandò Aloise, entrando nell'anticamera.
--No, illustrissimo, e nemmeno Sua Eccellenza il padrone. Sono partiti, or fanno due ore, per alla volta di Quinto.--
Aloise ebbe al cuore un'orribile scossa.
--O come?--chiese egli turbato:--Così all'improvviso?
--Sì, illustrissimo; ier sera è avvenuta una disgrazia. È morto qui sopra un casigliano di Sua Eccellenza; la cosa ha fatto senso al padrone, e la signora marchesa ha voluto andarsene questa mattina per tempo, per levarlo di qua. Son rimasto io nel palazzo, per dar sesto ad alcune faccende.--
Il cuore di Aloise si riempì d'amarezza. Partita! E il consiglio è venuto da lei!
Contenendosi a stento, trasse di tasca il taccuino; ne cavò un biglietto di visita; gli fece, secondo l'usanza, un orecchio nell'angolo, e lo diede, insieme col rotolo di musica al servitore, perchè fosse consegnato alla marchesa Ginevra.
--È il fato che lo vuole!--esclamò, discendendo per la seconda volta le scale, e questa volta da senno.
Un'ora dopo, Aloise partiva per la Montalda. Il cielo gli parve buio; la città era orbata di Ginevra, della sua unica luce.
La carrozza, che lo aspettava al portone della sua casa, era scoperta. Egli fece chiudere i mantici, poichè fortunatamente era un landò, e vi si rannicchiò dentro, tutto tremante di freddo, sebbene uno splendido sole riscaldasse l'aria come in un giorno di estate.
--Comanda altro, Eccellenza?--gli chiese il suo servo, che stava ossequiosamente ritto al predellino.
--No; rimango alcuni giorni in campagna. Bada alla casa, e se verrà il marchese Pietrasanta, obbedisci a lui come ad un altro me stesso. Avanti, cocchiere; ho premura.--
Il cocchiere stimolò i cavalli con uno scoppiettìo di lingua e con un altro di frusta, e la carrozza si mosse rapidamente sul selciato, non tuttavia quanto avrebbe voluto Aloise. Tanto era egli smanioso di finirla!
XXIX.
Nè vivere, nè morire.
Aloise giunse alle falde del monte su cui torreggiava la Montalda, alle cinque dopo il meriggio; mezz'ora dopo, era lassù.
Il vecchio Antonio non parve punto meravigliato del suo arrivo. Egli stava ad aspettarlo sul portone della villa, in atto di godersi la frescura del tramonto, cogliendo al varco la gente del vicinato, per scambiar quattro chiacchiere, secondo la costumanza villereccia, prima di ritirarsi.
Ma se Antonio non parve meravigliato, bene guardò di sotto alle folte sopracciglia il suo giovine padrone, in quella che rispettosamente gli faceva di cappello e si sprofondava in inchini; e quelle sue guardate significavano una cura amorevole, una sollecitudine pietosa, che contraffacevano all'umile stato e alla apparente rozzezza del vecchio gastaldo. Per verità, l'Antonio era grandemente mutato, e coloro che lo avevano in pratica avrebbero potuto avvedersene senza fatica. Il taciturno e malinconico abitatore della Montalda era più sciolto di modi, più sereno nel volto; si sarebbe detto, a guardarlo, che ci aveva meno grinze di prima: a sentirlo respirare più liberamente e dir qualche parola più del consueto, si sarebbe preso per un uomo liberato d'un gran peso che aveva sullo stomaco.
Aloise non badò a tutti questi nonnulla, e chiamando col gesto il gastaldo a venirgli da lato, gli domandò per la prima cosa di Lorenzo Salvani.
Egli da due giorni non aveva più pensato all'amico. Il suo dolore era stato così acerbamente tiranno, che non aveva patito ricordanza d'altri dolenti. Perciò egli aveva venduta la Montalda, aveva fatti i suoi ultimi apparecchi, ed era venuto a morire accanto a sua madre, senza pur rammentarsi dell'amico, dell'ospite che abbandonava a sè stesso. Senonchè, postosi in viaggio, gli era pur sovvenuto di Lorenzo, e gli cuoceva di lasciarlo così, mentre forse il povero fuggiasco aveva più che mai bisogno di amici saldi e operosi. Ma, ripensando alla lettera cortese del duca di Feira, Aloise aveva tosto fatto disegno di scrivergli, raccomandando al vecchio gentiluomo d'essere a Lorenzo, al suo avversario d'un giorno, ciò ch'egli non poteva più essergli, protettore fino a quando occorresse, amico per tutta la vita.
In questi pensieri, domandò di Lorenzo al gastaldo. E fu grande la sua maraviglia, allorquando il vecchio gli ebbe detto, che quella istessa mattina erano venuti in due, l'Assereto e il Giuliani, a cercarlo, e poco dopo erano partiti tutti e tre alla volta di Genova.
--Il signor Salvani era molto contento;--aggiunse il gastaldo.--Per la prima volta dacchè egli era quassù, l'ho veduto ridere. E se n'è pigliato una satolla, il povero giovine! Poi, s'è degnato di abbracciarmi, innanzi di andarsene, e mi ha chiesto se non mandassi a dir nulla a Vostra Eccellenza, che egli sarebbe andato a salutare in giornata. Che si ricordi del suo povero Antonio, gli ho risposto io, e della sua Montalda che non lo vede da un pezzo.
--Grazie, mio buon Antonio; tu lo vedi, sono venuto;--disse Aloise, mettendogli amorevolmente una mano sulla spalla.--Orvia, conducimi nelle mie stanze, e va tosto ad aprirmi la cappella.
--E non vuol prender nulla? Vostra Eccellenza sarà stanca.
--No, non ho bisogno di nulla; prima di tutto voglio salutare mia madre.--
Il gastaldo non disse altro di rimando, e lo precedette nel palazzo. Come furono giunti nella camera di Aloise, il vecchio notò che il suo padrone deponeva su d'una mensola una busta che aveva recato sotto la sua spolverina da viaggio.
--Che cos'è questo? armi?
--Sì,--rispose a fior di labbra Aloise,--pei ladri, se vorranno assaggiarne.
--Oh, non vengono ladri quassù, che la farebbero bassa. Antonio dorme da un occhio solo, come ebbe a dirmi una volta il signor Salvani.--
Aloise non aggiunse parola. Il suo pensiero era corso da capo a Lorenzo, e andava chiedendo come mai il fuggiasco avesse potuto così di punto in bianco tornare in città, e quali fossero le novelle del Giuliani e dell'Assereto, che lo avevano racconsolato d'un tratto.
Ora, quello che non sapeva e che non poteva indovinare Aloise, racconteremo noi brevemente, tanto che non gridino al miracolo i nostri lettori. Il miracolo, se miracolo c'era, lo aveva operato il duca di Feira, con una visita all'intendente di Genova e all'avvocato generale. Nulla c'era presso i magistrati che provasse a danno del giovane. Egli era indiziato come uno di coloro che avevano avuto mano nel tentativo; ma dalla istruttoria del processo niente era venuto fuori contro di lui. Certo, se avessero potuto mettergli l'ugne addosso, l'avrebbero fatto; l'avrebbero interrogato minutamente e messo a raffronto cogli altri carcerati. E certo il Salvani, dal canto suo, anche senza il bisogno di quest'ultimo espediente, non avrebbe negato, schietto e generoso com'era, di aver partecipato, e con ogni sua possa, a quella alzata di scudi. Ma poichè non era stato colto, poichè non c'era egli ad accusarsi, nè altri aveva detto nulla di lui, i rappresentanti del governo, i tutori dell'ordine pubblico, non avevano alcuna grave ragione per tener fermo; una in quella vece e fortissima per cedere, vogliam dire la cura che si pigliava di quel giovanotto di nessun conto un uomo di molti milioni, un pezzo grosso, come il signor duca di Feira.
Costava così poco il contentarlo! A farselo amico, un pochino d'arrendevolezza bastava; perchè si sarebbero tenuti sul niego? Siam tutti uomini, dice il proverbio; e anco a non voler dimenticare le sacrosante leggi della giustizia, che non ci hanno a far nulla, gli è posto in sodo fin da' tempi antichissimi che la nostra cortesia si spende assai più facilmente cogli uomini di vaglia, che non coi dappoco. Ora, qui non c'era proprio altro che un atto di cortesia, e il duca di Feira ne francava la spesa. Laonde i gran dignitarii furono solleciti a dirgli che il Salvani poteva liberamente tornare, e il suo nome non essendo per alcun verso venuto fuori, egli non avrebbe avuto altra molestia, da quella infuori che s'era recata di per sè, andando fuori di Genova.
La mattina vegnente Lorenzo Salvani tornava in città, chiamatovi assai più che dall'agevolezza del ritorno, dall'annunzio che Maria, la diletta Maria, non era più in monastero, ma al fianco d'una madre amorosa. Molte cose aveva fatte il duca in un giorno, e collegate per guisa che l'una tirasse l'altra, nè più il nemico avesse tempo al riparo. Egli bene intendeva come fosse pericoloso ferire il primo colpo, senza aver gli altri sicuri; laonde ordinò tutte le parti della sua grande impresa per modo che il giorno della presentazione delle cambiali d'Aloise al banco Teirasca, tutto crollasse ad un tratto il faticoso edifizio dei tristi. La stessa marchesa di Priamar, da lui veduta parecchi giorni innanzi, commossa e vinta dalle argomentazioni semplici, affettuose, di quel gentiluomo a cui la canizie consentiva lo schietto linguaggio del vero, non era andata, per suo consiglio, a trarre la fanciulla dal monastero se non all'ultimo istante, quando fosse per cominciare quella grande rovina che aveva ad involgere il gesuita e il discepolo, già inebbriati dai fumi del vicino trionfo.
Una cosa non aveva fatta; ma qui per l'appunto si chiariva com'egli fosse avveduto capitano, degno di aver raccolte in pugno le fila, già tese dall'animoso Giuliani. Egli non s'era dato pensiero del testamento del nonno d'Aloise; non era andato dal Vitali per guastare quell'altro negozio al Gallegos. E tuttavia egli avrebbe potuto andarvi, e senza mestieri d'introduttori; perchè il vecchio banchiere lo conosceva da lunga mano, ed ei gli sarebbe apparso come un fantasma, tornato dai morti regni a destargli in cuore un antico rimorso. Pure, non lo fece; quello era il lato debole del nemico; ma appunto perchè era il più debole era anche il più vigilato. Già una volta il fiero gesuita era stato colpito da quella banda, ed è noto com'egli avesse saputo pigliarsi la sua brava rivincita sui notturni visitatori pietosi della sua vittima. Il duca però si rattenne da quell'attacco, che era pericoloso ed inutile. Egli non aveva mestieri di stravincere; salvare Aloise dall'infamia, Lorenzo e Maria dalla disperazione; quello era il gran punto; il resto sarebbe venuto da sè; o non sarebbe venuto, e non ci sarebbe stato niente di male.
Aloise, del resto, non avrebbe mai fatto l'onore d'un pensiero alle ricchezze del nonno. Vero cavaliere antico, smarrito in questi bassi tempi distruttori d'ogni alto carattere, l'oro non disprezzava, nè amava. Qual fosse la sua cura, il suo struggimento, sappiamo; ora, se egli avesse avuti in balìa tutti i tesori, i regni tutti della terra, li avrebbe dati di grand'animo tutti per un bacio di quella donna che gli aveva tolta la pace del cuore. Privo di quel bacio, perduta ogni speranza, egli se ne andava tacitamente, e diremmo quasi senza rammarico, per quella china dove sono iti già tanti generosi pagatori d'un conto fallato.