Chapter 25
--Sto preparandomi,--soggiunse a mo' di preambolo, il marchese Antoniotto, mentre veniva rassettando sulla scrivania i due o tre ultimi fogli inchiostrati per quella sua fatica oratoria,--sto preparandomi alla nuova sessione, che comincia in dicembre, nella quale ho fatto proposito di adoperarmi più alacremente che non facessi finora. Le ragioni del nostro partito lo vogliono; anche a Parigi mi s'è fatto capire dai nostri amici che io mi tengo troppo lontano dalla cosa pubblica. Ed hanno ragione; chi si tiene in disparte non giova a sè, nè alla sua parte. Ella ricorderà, padre Bonaventura, d'avermelo detto più volte.--
Bonaventura non ricordava nulla, non intendeva nulla, e questo si capiva facilmente. La sua fantasia correva a briglia sciolta, faceva cento leghe al minuto secondo. Così fuori di sè, lasciò che il marchese Antoniotto parlasse a sua posta, spiegandogli il suo discorso, pigliandosi una pregustazione di trionfo oratorio.
Il marchese Antoniotto leggeva a modo, sebbene con enfasi; ma ciò non guastava, perchè egli non portava i quaderni alla tribuna. A furia di leggere, imparava i suoi discorsi a memoria, e poteva dar colore d'improvvisazione allo scritto. Però, quella lettura tornando ad esercizio della sua meditata eloquenza, era naturale che volesse afferrar l'occasione, leggendo caldo caldo il suo discorso all'amico.
Ma gli era proprio un discorso? Più conveniente sarebbe il chiamarlo discorsa. Fatta così in anticipazione di due mesi, la cicalata del nostro senatore non aveva, nè poteva avere attinenza con alcun particolare argomento; sfiorava ogni questione delle tante che bollivano allora; parlava, come suol dirsi, __de omnibus rebus et de quibusdam aliis__, dei concetti economici del conte di Cavour, della politica interna del suo collega Rattazzi, della falsa via che si batteva a volersi inimicare coll'Austria, dei fuorusciti e dei rompicolli che turbavano la ragione di Stato, e dei pochi, ma veri e saldi amici rimasti allo Statuto, che erano (non ridete!) i cattolici. Questo era un colpo maestro, e il marchese Antoniotto se ne teneva. E fu qui che il valentuomo ingrossò la voce, per istrappare l'applauso al suo taciturno uditore.
--«.... Imperocchè, o signori, la nostra vita è consacrata a Dio, al principe, alle leggi, e il biasimo de' tristi ci torna a gloria; imperocchè i popoli hanno inteso non poter esser loro nemici coloro che si oppongono ad una barbarie, la quale minaccia la famiglia e la proprietà, e tenta confondere in una sola jattura le infrante corone, gli statuti violati e le pietre de' santuarii. Non vuol la rovina dello Stato chi vuole la patria fiorente per arti e commerci. Se noi difendiamo la causa della religione, si è perchè in essa risiede il palladio e la forza del Piemonte; perchè ella insegna ai governati il rispetto delle leggi, la coscienza dei diritti, la santità dei doveri. Bando alle recriminazioni di parte; ci prenda pensiero delle gravi necessità della patria, che aspetta di veder rimarginate le sue orride piaghe, alleviati i suoi gravissimi pesi, protette le sue povere industrie. Dietro a noi sta la nazione, che nella fede gloriosa dei suoi padri vede il labaro di salute pe' suoi minacciati destini.»--
Qui finiva il discorso, e l'oratore si volse a Bonaventura per chiedergli il suo parere e pigliarne le lodi. Ma egli s'avvide allora, con sua gran meraviglia, che il gesuita, non pure non era in grado di rispondergli, ma non aveva inteso una parola della sua stupenda orazione.
--Ella è turbata, padre Bonaventura?--esclamò il marchese Antoniotto.--Abbia un po' di pazienza; il fabbro ferraio non tarderà molto a giungere....
--Pazienza!--soggiunse il gesuita, richiamato da quelle parole in sè stesso.--Ella ne parla a suo agio, signor marchese! Ma io, qui sotto, vedo un tranello....
--Che? Non bisogna poi correre per le poste, com'Ella fa!--disse il marchese Antoniotto.--La sua governante sarà uscita per qualche urgente bisogna domestica, e quando tornerà, sarà molto meravigliata di sapere il gran caso che Ella ne ha fatto. Ma ecco il servitore; orbene?
--Il fabbro ferraio è in anticamera, coi suoi ordigni, che aspetta;--rispose il servitore, giunto allora, a cui era rivolta l'ultima parola del marchese Antoniotto.
--Andiamo, dunque, andiamo!--gridò Bonaventura, balzando dalla seggiola e correndo all'uscio, con un piglio da spiritato.
Vedendo in che stato si fosse il suo riveritissimo amico, il marchese Antoniotto si degnò di accompagnarlo, ed ambedue uscirono sulle scale, seguiti dal fabbro ferraio che li aspettava coi ferri del mestiere tra mani, e dal servitore che portava una lucerna per rischiarare la via.
Ma in quella che muovevano i primi passi per salire al a di sopra, un nuovo personaggio comparve sul pianerottolo. Era il Collini.
--Padre,--diss'egli a Bonaventura, mentre faceva un profondo inchino al marchese Antoniotto,--son già venuto due volte a cercarvi.
--Torno adesso;--gli rispose brevemente il gesuita.
--Ho a parlarvi di cose gravi;--aggiunse sommesso il Collini.--Un caso strano, inaudito.
--Più tardi, più tardi,--gli aveva già detto Bonaventura; senonchè alle ultime parole del discepolo si fermò, ed aggiunse,--che cosa?
--Le cambiali sono state pagate.
--Ah! che dite voi mai?
--Sì, pagate stamane dal banco Teirasca. La vendetta m'è sfuggita pur troppo!--
Bonaventura fu colto da un capogiro, per modo che dovette aggrapparsi alla ringhiera, e un grido gli sfuggì dalle labbra.
--Che c'è?--dimandò, voltandosi indietro, il marchese Antoniotto, che già li aveva preceduti su per le scale.
--Nulla!--rispose il gesuita, scuotendo il capo, come per liberarsi da quella oppressura.--Presto, presto, signor marchese! apriamo quell'uscio! che io entri in casa mia.... che io m'assicuri!...--
E barcollando a guisa d'ubbriaco, salì le scale, dietro al Torre Vivaldi, al suo servitore e all'artigiano che doveva aprir l'uscio e dargli il passo alla sua camera da studio.
Senza capir nulla di quel tramestìo, il Collini seguì la comitiva su per le scale; ma all'affanno di Bonaventura, all'affaccendarsi del marchese Antoniotto, intese che c'era un guaio de' grossi. Quella era stata per lo scolaro una giornata di disgrazia; ogni cosa anche pel maestro doveva andare alla peggio. Bonaventura, quell'uomo così forte, così padrone di sè, gli appariva stravolto, irrequieto, furente. Egli ben lo vedeva, al chiarore della lucerna, acceso in volto, il collo teso, seguire con gli occhi sbarrati e sanguinanti i moti dell'artigiano, che andava sperimentando l'un dopo l'altro i suoi ferri nella serratura restìa.
Non era facile impresa lo aprire quell'uscio. Toppa indiavolata! aveva detto il fabbro, in quella che cambiava per la seconda volta di grimaldello; e già cominciava a tirar giù qualche santo del paradiso, senza che Bonaventura e il cattolico senatore mostrassero di scandolezzarsene punto.
Finalmente uno di que' ferri fece buona prova; la stanghetta, allo scattar della molla si mosse d'una mandata. Al gesuita grillarono gli occhi.
--Sia lodato il cielo!--esclamò il marchese Antoniotto, intanto che il grimaldello toglieva la seconda mandata.
--Sì, ecco fatto;--soggiunse l'artigiano cavando fuori il ferro ricurvo dal buco, e spalancando l'uscio con un gagliardo spintone.
Bonaventura non disse verbo; si cacciò dentro a precipizio, e senza aspettare l'aiuto del lume, corse nella sua camera da studio, dove, anzi che gli altri lo seguissero, aveva già brancolato alla nota parete, e tentata colle unghie la commessura dei battenti dell'armadio. Quel ripostiglio era chiuso, ed egli respirò un tratto. Uscì allora, e passato in mezzo al marchese Antoniotto e al Collini, che già si affacciavano sulla soglia, infilò il corridoio che metteva alle camere di servizio. La governante non c'era; ma ogni cosa gli parve a suo posto.
--Ella vede che non manca nulla;--disse allora il marchese, che gli aveva tenuto dietro con amorevole cura,--si calmi, adunque; or ora tornerà la sua governante, e ben potremo dire d'esserne usciti colla paura.--
Il gesuita non gli badò più che tanto. Accesa in fretta una bugia, ripigliò la via dello studio.
--Mi lascino solo un tratto, di grazia!--diss'egli, temperando più che gli venne fatto coll'accento la durezza della frase.
I compagni, che erano già per seguirlo, si rattennero. Egli entrò e tirò l'uscio dietro di sè. Lo avrebbe chiuso senz'altro, se un sentimento di onesto riguardo al marchese Antoniotto non lo avesse trattenuto in buon punto.
Il Torre Vivaldi approfittò di quella sosta per licenziare il fabbro ferraio.
--Quanto volete per la vostra fatica?
--La sua buona grazia, illustrissimo.
--Eccovi cinque lire, andate.--
L'artigiano fece un profondo inchino, e se ne andò. Il marchese Antoniotto si volse allora al Collini, che era rimasto pensieroso in mezzo all'anticamera; ma in quella che stava per volgergli la parola, si udì un grido dallo studio, e il tonfo, di un corpo che stramazza sul pavimento.
Che cos'era egli mai accaduto? Chiusosi a mala pena nella camera, Bonaventura era andato sollecitamente all'armadio. Il cuore gli batteva violentemente, per modo che egli stesso le udiva le pulsazioni, confuse con quelle del sangue che gli martellava alle tempie. In quell'orgasmo trasse di tasca una piccola chiave che egli portava sempre con sè; l'introdusse con mano tremante nella serratura, e ansante, affannoso, trambasciato, schiuse i battenti che nascondevano ancora a' suoi occhi il ripostiglio geloso. Maledizione! I due scompartimenti dell'armadio erano vuoti. I ventiquattro volumi delle opere di Santo Agostino non c'erano più; la cassettina d'ebano era sparita.
Rimase un istante immobile, guatando a quella volta con occhi sbarrati e scintillanti. Orribile a vedersi! Sulla fronte livida appariva, smisuratamente ingrossata, una vena nerastra. Anch'esse le vene del collo nereggiavano, ingorgate di sangue, tese a mo' di corde sotto la pelle pavonazza, che pareva sul punto di rompersi. Fremevano le nari dilatate; le labbra, agitate da un moto convulsivo, tremavano. Ruppe in un grido; ma il grido si spense tosto in un rantolo; la lucerna gli sfuggì dalle dita; le mani brancolarono nel vuoto, come cercando un appiglio; e quella mole fulminata stramazzò rovescioni sul pavimento.
Al grido e alla caduta di Bonaventura, il Collini e il Torre Vivaldi erano accorsi nella camera. La vista che si offerse al loro occhi, li colmò di spavento.
--Povero amico! che sarà mai?--gridò il marchese Antoniotto, più morto che vivo, in quella che pur s'industriava a rialzare il caduto.--Presto, qua il lume! Ed Ella, signor dottore.... Il cielo l'aveva proprio mandata a tempo!--
La prima occhiata del Collini, appena il servitore giunse colla lucerna, fu per l'armadio spalancato, dov'egli ben sapeva come il maestro custodisse la cassettina d'ebano ed altre carte di rilievo. Alla vista degli scaffali vuoti si sentì venir meno; gli si offuscarono gli occhi, e rimase come smemorato in mezzo alla camera.
--Che fare, adesso?--proseguì il marchese Antoniotto.--A lei, dottore, questo è affar suo. Non sente che rantolo?--
Queste parole, e la vista di Bonaventura, al cui volto livido il servitore aveva accostata la lucerna, richiamarono il Collini alle cure del suo ministero. Si pose ginocchioni presso il maestro, mentre il marchese Antoniotto gli sosteneva il capo tra le braccia; gli toccò il polso, e battè le labbra in atto di sfiducia; cavò un cerino, lo accese, e ne accostò la fiamma agli occhi di Bonaventura, che erano spalancati, ma vitrei, stravolti. La pupilla rimase immobile, senza dare alcun segno di contrazione.
Il discepolo allora si fece a chiamarlo ad alta voce più volte; ma invano. Il rantolo del moribondo si faceva a mano a mano più fioco; una spuma sanguinolenta gli gorgogliava sulle labbra, che apparivano violentemente contratte da un lato. Il Collini fu pronto a trar fuori la busta chirurgica, e cavatane la lancetta, aperse largamente la vena giugulare, donde spiccarono poche gocce di sangue nerastro, già mezzo rappreso. Volse la lancetta all'arteria temporale; neppure una goccia di sangue ne uscì. Sbottonato in furia il panciotto, strappata la cravatta, fatta la camicia a brandelli, pose l'orecchio alla regione del cuore, ma non gli venne udita la più lieve pulsazione.
--Orbene?--domandò il marchese, che seguiva ansioso degli occhi tutte quelle inutili operazioni.
--Non c'è più rimedio;--rispose il Collini;--il cuore ha cessato di battere.
--Ma questo rantolo....
--È un po' d'aria rimasta nel polmone, che si va sprigionando, e rompe alcune vescichette mucose.
--Ma che cosa sarà mai, che lo uccide?
--Un colpo d'apoplessia. Non vede Ella questa contrazione delle labbra, questi occhi arrovesciati, e questi punti neri sulla faccia? C'è un versamento sanguigno. Se si potesse vedere sotto quel cranio, si scorgerebbe la rottura di un senso venoso del cervello, avvenuta per un afflusso improvviso, impetuoso, irresistibile, di sangue alla testa.
--Ma come? Perchè?--dimandò esterrefatto il marchese.
--Il nostro amico ha patito troppo orgasmo in brev'ora. I vasi portatori della vita hanno condotto una soverchia quantità di umore all'encefalo. Ciò avvenne in un impeto d'ira, o d'angoscia? Chi lo sa? Comunque ciò sia, il colpo è stato così violento, che il rigurgito del sangue dal cervello al cuore non è più stato possibile. Un eccesso di vita lo ha ucciso.--
Diffatti, Bonaventura Gallegos, il forte lottatore, il capitano dei neri, il fiero amante, il persecutore di Lilla di Priamar, non era già più. Il freddo della morte gli irrigidiva le membra.
XXVIII.
Che le signore donne sono pregate a non leggere.
Siamo al 15 di ottobre, che doveva essere per Bonaventura e pel suo tristo discepolo il giorno delle vendette, ed era in quella vece il giorno della espiazione. Il cadavere del gesuita, lasciato in custodia a gente prezzolata, aspettava gli ultimi uffizi del mondo, ne' quali ha maggior parte l'igiene che non la pietà dei superstiti. Il Collini, grandemente turbato per quella rovina di casi, s'era ridotto in casa sua a meditare sul nulla delle umane speranze: e aspettando dalla sua tempra malvagia il ritorno alle antiche consuetudini, si accasciava sgomentito sotto i colpi del fato.
Egli tuttavia, la sera innanzi, non aveva così perduta la testa da cedere ai consigli del Torre Vivaldi, il quale, fatto oramai certo della fuga della governante di Bonaventura, pensava che all'autorità si dovesse dare ragguaglio di tutto.--No, no, per carità, che potrebbe accadere di peggio! aveva gridato il Collini. E poichè il marchese Antoniotto lo aveva incalzato per udire la spiegazione di quelle parole, gli balbettò di certi maneggi del gesuita, i quali, sebbene a pro' della santa causa, non erano fior di farina, e che sarebbero di certo venuti a galla, mettendo a grave risico parecchie persone, e delle più autorevoli nella loro società; la quale, pari alla moglie di Cesare, non doveva essere neanche sospettata. A qual pro', aveva egli soggiunto, andare incontro ad uno scandalo? Non rimestiamo quest'acqua torbida, che manderà fuori il marciume.
In quella sentenza venne anche il Torre Vivaldi, e lasciò che il discepolo di Bonaventura operasse in quel negozio come prudenza voleva. E fatta ne' debiti modi testimonianza della morte repentina, ma naturale, del gesuita, provveduto a quelle poche incombenze che richiedeva lo stato dell'estinto, se ne andarono pe' fatti loro. La mattina del 15 ottobre, come s'è detto, il Collini era chiuso nel suo quartierino; il Torre Vivaldi, per non aversi a contristare di più, se n'andava colla marchesa Ginevra in campagna.
Andiamo ora in traccia d'Aloise, che era scampato pur dianzi dalla ignominia, mercè il provvido aiuto del duca di Feira, ma non aveva smesso il fiero proposito di sottrarsi morendo alle angosce del suo amor desolato.
Egli, siccome è già noto, aveva scritto il giorno innanzi al vecchio gentiluomo d'esser pronto a firmare con lui il contratto che doveva saldare il suo debito, e in quella medesima ora che uno schianto di rabbia impossente uccideva il gesuita, sottoscriveva presso il notaio Marinasco l'atto di vendita della Montalda, dopo aver detto all'intendente del Duca che sarebbe andato il giorno seguente nel palazzo non più suo, per pigliarsi alcuni piccoli ricordi della famiglia e dare un ultimo saluto alla tomba di sua madre.
Un'ora dopo, Aloise riceveva una seconda lettera del duca di Feira. Il vecchio gentiluomo si scusava anzitutto con lui di non essersi recato egli in persona dal notaio, non avendoglielo consentito alcuni urgenti negozi: indi, venendo a toccare del desiderio di Aloise, gli accennava cortesemente che egli era come per lo innanzi padrone di andare e rimanere alla Montalda quanto più gli piacesse. Poter rendere un servizio al marchese di Montalto senza esserne pagato con quella cessione, gli sarebbe stato gratissimo; ma bene aveva inteso che la giusta alterezza del giovine signore non gli avrebbe concesso tanta fortuna. Ma poichè la cosa aveva dovuto finire in quella guisa, gli usasse almeno la cortesia di ricordare che la Montalda rimaneva aperta al suo primo padrone, e che nulla vi sarebbe mutato delle consuetudini antiche. Intorno a ciò, notava il duca che la tomba della marchesa Eugenia era un sacro deposito ch'egli si recava ad onore di custodire, che quanti erano lassù, ed avevano servito in suo vivente la nobilissima dama, vi sarebbero rimasti, ne' loro pietosi uffici di prima.
Quella lettera fu come un po' di balsamo sul cuore esulcerato del giovine. Ma era soltanto una goccia, una misera goccia, sottratta da un mar d'amarezze. L'anima sua s'era inasprita: tutto quanto vedesse dintorno a sè, gli tornava molesto; si chiudeva nel profondo della sua coscienza, e vi trovava le ricordanze del passato, che gli si tramutavano tosto in veleno. Egli avrebbe voluto non vedere, non udire, non pensare, fino a quel momento supremo, nel quale aveva posto ogni sua voluttà. E certo, se egli non avesse considerato come un debito sacro il dire un'affettuosa parola di commiato al vecchio gastaldo, se non avesse reputato ufficio di filiale affetto avvicinarsi nella morte a quella santa gentildonna che, inconsapevole, innocente, lo aveva dato alla luce e alle lagrime, egli avrebbe pur volentieri abbreviato d'un giorno i suoi mali, sfuggita con un colpo sollecito quell'orrida notte d'angoscia che lo aspettava nei silenzi della sua cameretta, sotto quelle azzurre cortine già testimoni di tanti arcani struggimenti, di tante vane querele.
Il Pietrasanta, ottimo amico che aveva sudato freddo in que' giorni per lui, ed assaporava, per Aloise e per sè, i frutti della vittoria ottenuta, giunse nella sera per invitarlo ad uscire, e andare in qualche luogo, in conversazione, al casino, a teatro, foss'anche quello delle marionette, purchè facesse ora e si ammazzasse la noia. Aloise non accettò, perchè si sentiva spossato; bensì accolse la proposta di una cavalcata mattutina a Pegli, per celebrare l'uscita d'Israele dall'Egitto (come il festevole Pietrasanta chiamava l'impresa di quel giorno) e non già con una colazione di manna, sibbene col meglio che avessero in cucina gli ostieri di quel gaio deserto.
La mattina vegnente, alle sette in punto, i cavalli attendevano i due cavalieri sulla piazza dell'Acquaverde. Aloise recava impressi sulle guance e negli occhi i segni della insonnia patita; ma l'aria frizzante del mattino e il riscaldarsi che fece, correndo di buon trotto fino alle porte della Lanterna, gli rifiorirono il volto. Anche il Pietrasanta, che aveva dormito come un ghiro, ma soltanto la metà delle dieci ore che gli occorrevano per inoliar la sua macchina, aveva avuto bisogno di quel moto per isneghittirsi, per isgranchirsi, sgomitolarsi le membra. È collo sgelarsi del corpo (tutti verbi che egli aveva sciorinati l'un dopo l'altro per dipingere il suo misero stato) gli si era anche sciolta, liquefatta, la vena del buon umore, e la parlantina che gli è fida compagna.
Giunsero a Pegli, e comandata la colazione, tanto per non istare all'ozio e annoiarsi aspettando, tirarono oltre fino ai pressi di Voltri; donde, tornati sui loro passi, ripigliarono la via della locanda. Aloise, certo che il suo ultimo giorno era finalmente quello, e già n'aveva spizzicata una parte, fu disinvolto e sereno, se non gaio e festevole come il suo Pilade; e questi, che soleva vederlo contegnoso mai sempre e severo, l'ebbe per ilare a dirittura, e non seppe tenersi che non glielo dicesse, s'intende a guisa d'elogio e ascrivendolo alla sua bella pensata.
--Sicuro! E perchè non sarei lieto? La vita è così mirabilmente bella!--gridò con impeto quasi febbrile Aloise.--Vedi che limpido mattino! Il mare è cheto, azzurro, lucente, come ne' più bei giorni di primavera inoltrata. Il cielo sereno, nitido e terso, splende soavemente incerto tra il cilestrino e il dorato. Quella nube che tu vedi laggiù sull'orizzonte, non è una nube, è una vela aerea che porta i nostri bei sogni, le nostre liete speranze, alle più lontane regioni del vaporoso futuro. Esser giovani; bella cosa! Avere dinanzi a sè l'ignoto, l'incantevole ignoto, largo di dolci promesse, custode d'inesauste lusinghe, di sconfinate delizie! Che ci accadrà egli domani? Non mette conto oggi saperlo. Sperare, rinvenire, desiderare, ottenere; agognare di più, ottenerlo ancora; andare di voluttà in voluttà; questa, non altra, è la vita, chi sappia gustarla. Ti ammali? È una sosta, oltre la quale c'è la guarigione, e il futuro, il futuro che ti attende ancora colle braccia aperte.... dico male, colle braccia chiuse sul petto, per nasconderti un suo dono e fartelo parer più gradito. Sei triste? hai cagione di grave rammarico? È la vigilia d'una nuova allegrezza. Lo stesso uscir di pena non ha egli il suo dolce? Vivere! vivere! vivere! Tutto chiama, tutto conduce, tutto incalza alla vita; essa è mezzo, fine e premio a sè stessa. Ma intendiamoci; non bisogna amare. Quello è uno scoglio dove quella vela che tu vedi laggiù nell'orizzonte, va qualche volta a rompere. Non amare, Enrico, non amare; __experto crede Ruperto__, come dicevano i vecchi.
--Baie!--rispose il Pietrasanta, mentre di rincontro alla luce della finestra (poichè già erano a tavola) egli stava ecclissando la nube di Aloise con un bicchiere di Bordò, di cui considerava il rubino.--L'amore è un'ottima cosa; e, sto per dire, il condimento necessario, il guazzetto, l'intingolo, la salsa __sine qua non__ di tutte le vivande che ci ammannisce il futuro. Scusami se il tuo futuro io lo vedo in sembianza di cuoco; ognuno se lo dipinge come sa. Senza l'amore, vedi, non c'è nulla di buono; tutto è sciocco, scipito, perfino la mostarda dell'ambizione e la senapa dell'orgoglio. Amore! amore! dammi dell'amore, e t'improvviso una mensa nel vuoto, ti slazzero una frittata da una padella (il mio maestro di retorica avrebbe detto __sartagine__) che non sia mai esistita. Amore, ottima cosa, dirò io, copiando la tua giaculatoria; ma s'intende che bisogna usarne in un certo modo.
--Come?--dimandò, sorridendo a fior di labbra, Aloise.