Chapter 22
La gherminella dispiacque al nostro giovine, rimasto padrone di venti quintali di nòccioli; ma che farci? Bastonare il sensale? Questa era l'unica vendetta che potesse pigliarsi; e già gli prudevano le mani. Ma il sensale, vista la mala parata, si buttò ginocchioni; giurò d'esser stato ingannato anche lui, e colla promessa di trovar gente che si fosse acconciata a stiacciare i nòccioli perchè si potesse trar profitto dell'anime, cansò le legnate.
I nòccioli furono stacciati; ma, come i lettori facilmente argomentano, la rammendatura fu peggiore dello strappo; e il giovanotto ebbe da aggiungervi la paga delle donne e dei ragazzi che lavorarono, di martello sui nòccioli, e di dente sull'anime.
Di tal fatta erano stati i negozi del banco Cardi Salati e C. ne' primordi della sua esistenza; nè tralasciò mai di farne altri consimili, quando gliene venisse il destro, sempre, s'intende, coll'artifizio dei prestanome, che ne aveva sempre parecchi a prosperargli dattorno. In apparenza praticava l'usura modesta, la urbana rapina, e aspirava a più gloriosi destini. Usciremmo dai confini segnati al nostro racconto, se raccontassimo ciò che ne avvenne di poi; i lettori si contentino di sapere che or non ha guari il signor Cardi è stato fatto cavaliere, e il signor Salati grida che la è una ingiustizia, che il governo ci ha due pesi e due misure, che lavora a mettere a discordia tra i fedelissimi sudditi, e via discorrendo. Ora, anche senza seguire il signor Salati in tutte le sue invettive, e a non dargli che una parte di ragione, ben si può ammettere che ci sia stato un pochino di parzialità, perchè la croce se la meritavano tutt'e due ad un modo.
Per tornare al racconto, il banco era aperto; ma il __sancta sanctorum__ che abbiamo accennato più sopra, era chiuso da dentro; indizio certo che c'era qualcheduno. E questo qualcheduno era il signor Salati, un ometto sui quarantacinque, o in quel torno; grasso, rubicondo, colla faccia liscia come una mela cotogna (il che potrebbe dispensarci dal dire che si faceva radere tutti i peli del viso), calvo sul cocuzzolo del cranio, ma coi capegli ravviati sulle tempie, per modo che parevano venire a cercare le sopracciglia, per dar loro il buon dì; ornato finalmente di due occhietti azzurri e sempre in moto, che dinotavano il candore dell'anima e la contentezza d'una vergine coscienza. Due manichini di tela nera che gli coprivano le braccia, a custodia delle maniche del soprabito, mostravano com'egli avesse cura della sua roba. E così pulito, modesto, rubicondo, levigato e paffuto, il signor Salati ci aveva l'aria d'un cassiere, degno della più ragguardevole casa, e della più ragguardevole cassa del nostro commercio. Andate a credere alle apparenze! Oramai quelle stereotipe figure d'usurai, dagli occhi grifagni, dal naso adunco, dalle dita adunche, e tutto il resto __idem__, come ne' contrassegni d'un passaporto, alle quali ci avevano assuefatti gli antichi romanzieri, vanno lasciate da banda. Siamo nel secolo delle vaporiere e dei telegrafi; le distanze spariscono, anche quelle tra galantuomini e birbe.
Che cosa faceva il signor Salati, chiuso là dentro? Era solo, abbiam detto, ma solo, s'intende, di persone viventi, di nati dalla costa d'Adamo; che del resto egli non era, o per meglio dire non gli pareva d'esser solo, poichè stava facendo i convenevoli ad una numerosa brigata d'amici. Ed erano tutti d'una forma, gli amici suoi, schierati in bell'ordine su d'una scrivania, la cui coperta di tela incerata faceva spiccar meglio la loro candidezza nativa. Dopo questi ragguagli, sarebbe quasi da tacersi che erano biglietti della Banca nazionale, e biglietti da mille.
Come son cari gli amici! E come giungono, quando meno s'aspettavano, altrettanto più grati! E il signor Salati li contemplava da una giusta distanza, li passava contento in rassegna, come Federico il grande i suoi reggimenti; poi s'accostava a palparli amorevolmente, e a guardarli attentamente di rincontro alla luce della finestra, non già per sincerarsi della loro autenticità (che li sapeva venuti di buon luogo) ma per non saper resistere ad una vecchia consuetudine. È li guardava per ogni verso, e li tornava a riporre; dava una giravolta sui tacchi, giungeva in fondo alla camera stropicciandosi le mani, indi tornava a contarli e sorrideva. Uomo felice!
Ma ogni estasi ha il suo fine; se così non fosse, avremmo in terra le beatitudini del paradiso. Al signor Salati fu interrotto quel passatempo dolcissimo da un colpo discretamente battuto sull'uscio. Egli raccolse in fretta gli amici a manipolo, e destro come un giocoliere, li fece scorrere in un cassetto dello scrittoio, che tosto richiuse, in quella che per pigliar tempo, domandava con voce melliflua:
--Chi è?
--Son io, Salati.
--Ah, il nostro dottore!--disse il Salati, aprendo l'uscio al compare Collini.--Appunto vi aspettavo, per chiudere il banco.
--Orbene?--entrò subito a dimandargli il dottore.
--Tutto fatto a dovere.
--Ah finalmente!--esclamò il Collini, traendo un sospiro di contentezza.--E come l'ha presa l'avvocato fiscale?
--Che avvocato? che fiscale?--strillò il Salati, ghignando.
--Credevo ci foste andato subito;--disse l'altro.
--No, no; e neanche m'è bisognato andare in cerca del Marsigli.
--Ma che cosa avete fatto? Suvvia, parlate, non mi tenete sulla corda!--gridò impazientito il Collini.
--Chetatevi! chetatevi! Ora vengo al busilli. Non volevo darvi la nuova così d'un tratto. Io, vedete, sono un uomo flemmatico: e tuttavia sono stato ad un pelo di rotolar dalle scale, per la contentezza, e di sgualcirmi il soprabito. Egli è ben vero che le scale del palazzo Teirasca non sono come le nostre, e ci si potrebbe ruzzolare vestiti di bianco, senza paura d'insudiciarsi!...--
Il Collini, che già si sentiva soffocar dalla stizza, gli volse le spalle e andò a sedersi sopra un divano, dove depose, anzi buttò con piglio sdegnoso il cappello.
--Ma parlate una volta!--gridò egli più forte.--Che importa a me del vostro soprabito? Le cambiali, dove sono?
--Ih, che furia! Eccole qui, le vostre cambiali, anzi qualcosa di meglio che le vostre cambiali.--
E andato alla scrivania, presso cui fu sollecito a seguirlo il Collini, l'ometto giubilante aperse il cassetto, raccolse nelle palme i biglietti che v'erano caduti poco prima alla rinfusa, e li lasciò ricadere sulla tela incerata.
--Eccoli!--diss'egli.--Sono cento; contateli; cento biglietti, bianchi come la neve, biglietti da mille, e puri di macchia, non già col peccato originale della firma falsa, come le vostre cambiali. Cento da mille, fanno centomila, e quel che è più strano, che sa di miracolo, venuti ventiquattr'ore avanti la scadenza. Ma che c'è? che cos'avete, Collini?--
Il Collini, veduti i biglietti, era rimasto come fulminato, e, sentendosi venir meno le forze, s'era lasciato cadere su d'una scranna. Alla dimanda del Salati non rispose parola; forse neppure la udì, tanto era turbato.
V'ebbero alcuni minuti di silenzio, non interrotto che dal respiro affannoso del medico e dallo strofinìo dei biglietti che il Salati andava rimettendo in ordine, da quell'ometto aggiustato ch'egli era. Il Collini che s'era messe le palme alle tempie e stringeva forte quasi per tema che avessero a scoppiargli, finalmente si volse al compagno, e con occhi stralunati, con voce soffocata, gli chiese:
--Ma ditemi, per l'anima mia, com'è ciò avvenuto?
--Vi contento subito, purchè mi lasciate parlare. Al tocco mi son mosso di qui per andare dai fratelli Teirasca, come mi avevate raccomandato di fare. La vuol finir male, dicevo tra me. Il Marsigli non sa nulla; il Montalto non ha quattrini, e que' signori mi rideranno sul muso. Ma lasciamo anche stare la trista figura che io ci farò, di capitalista corbellato; si avranno a far delle spese; bisognerà pigliarsi la noia di andar per giustizia, e i denari, arrivedelli! Metteranno quel giovinastro in gattabuia; bel guadagno! Il nostro Collini ci avrà perso sessanta mila lire.
--Le perdevo del mio!--interruppe il Collini.
--Lo capisco; anzi, a dir vero, non perdevate nulla, poichè l'altro negozio delle case l'avete fatto voi, e ci avete guadagnato ben altro. Comunque sia, poichè il guadagno non conta, ecco sessantamila lire andate al diavolo, dicevo tra me, nel mettere il piede in quel vasto cortile del palazzo Teirasca. Un bel palazzo, Collini! Dicono che sia di Galeazzo Alessi. Uno stupendo edifizio, in fede mia, e può valere cinque volte questa somma che ci è capitata per miracolo. Quando l'avremo noi, un palazzo come quello, da metterci il banco Cardi Salati e compagno? Basta; salgo le scale, entro nell'anticamera del banco Teirasca, e mi affaccio alla cancellata.--In che possiamo servirla? mi domanda un giovinotto di pelo rosso come voi.--Son venuto, rispondo, per vedere se Luciano Marsigli ha fatto provvigione di denaro a questo banco, per pagare quattro obbligazioni che scadono domani, quindici ottobre.--L'altro mi guarda un tratto, con certi occhi che paiono volermi passare fuor fuori. Hanno a ridere de' fatti miei! dico io tra me e me; coraggio, Salati, e passiamo pure per un merlo spennacchiato. Ma ecco che il mio uomo, altrettanto cortese nei modi, quanto m'era parso ironico nelle sue guardate, mi domanda: Ha Ella le cambiali di questi signori? Eccole. E cavato di tasca il portafogli, metto sott'occhi al signorino i quattro pagherò del Marsigli. Me li guarda attentamente, li ripone su d'uno scaffaletto, e accennandomi un altro lato della sala, mi dice colla sua vocina di flauto: I denari ci sono, e si pagano a Vossignoria fin d'oggi, tanto perchè non si pigli la briga di rifar le scale domani.--Argomentate il mio stupore; mi pareva di sognare. Intanto il giovinotto mi addita la cassa, all'altro lato della sala, e ad alta voce comanda al cassiere di consegnarmi cento biglietti da mille, salvo che (aggiunge egli) non mi torni più comodo aver la somma in oro.--Non occorre, rispondo io; la carta fa meno ingombro. E lì, tra i sorrisi del signorino e gl'inchini del cassiere ad ogni biglietto che sfoglia, intasco centomila lire, e me ne vado, non senza correr risico di sfondar l'invetriata, nello andare a ritroso, come le ballerine quando ringraziano il colto e l'inclita.
--Maledizione!--urlò il Collini, che si era contenuto fino a quel punto, per sentire tutti quei particolari.--Tutto ciò è strano, assai strano. Donde l'ha avute, quelle centomila lire? Ma che dico l'ha avute? Donde l'hanno avute i Teirasca? Perchè egli di certo non le ha snocciolate....
--A caval donato non si guarda in bocca,--sentenziò placidamente il Salati.--Abbiamo fatto un negozio stupendo. Di sessantamila abbiamo centomila in due mesi; abbiam messo il nostro denaro, se la memoria non mi gira nel manico, all'interesse del dugenquaranta per cento. L'andasse tutti i mesi così! Ma purtroppo, si dà il più delle volte del naso in certi spiantati, in certi matricolati furfanti, che a far saldo con loro, ci si rimette quel po' di guadagno su cui s'era fatto assegnamento.
--Oh voi non vedete altro che il guadagno!--brontolò il Collini, che andava a passi concitati su e giù per la camera.
--E per che cosa ci siamo noi uniti in ragion di commercio, di grazia?--dimandò candidamente il Salati.
Il Collini gli rispose con una crollata di spalle, e continuò borbottando la sua passeggiata.
--Ma scusatemi, veh!--proseguì l'altro, che non sapeva capacitarsi di quella stizza del compagno.--Poco fa, ho creduto che fosse meraviglia, e mi parve naturale. Anch'io, flemmatico come sono, ce ne ho avuto il mio quarto d'ora. Ma adesso io non v'intendo più. Che cosa sono queste smanie? O che, facevate forse il conto di non essere pagato?
--Sicuramente!--gridò il Collini, piantandosi sui due piedi in faccia al collega, che rimase con tanto d'occhi a guardarlo.--Allorquando voi altri non volevate scontar le cambiali senza aver prima riconosciuta la firma di Luciano Marsigli, non vi avevo io detto....
--Sì, lo ricordo benissimo;--interruppe il Salati.--Ci avete detto che non occorreva; che anzi avevate il dubbio che la firma del Marsigli non fosse autentica, ma che a voi non importava nulla, poichè c'era la firma del marchese di Montalto. E poichè ci vedeste nicchiare, avete aggiunto: scontiamo le cambiali; se ci sarà da perdere, mettete la somma a mio debito. Vedevate più lontano di noi, e il banco vi ha molta gratitudine. Che colpo d'occhio, Collini! Con voi faremo miracoli; ancora due anni di buon incontro come questo, e potremo metterci nell'alte imprese bancarie.
--Ma non intendete voi che io le volevo perdere, quelle sessantamila lire?
--Perderle? e perchè?
--Il perchè lo so io. E adesso, la vendetta m'è sfuggita di mano, e quel burbanzoso ha cansata la galera.
--Capisco,--disse il Salati,--che se le centomila lire non c'erano, egli ci passava rasente. Ma alla fin fine, meglio così; l'amico si è mostrato buon pagatore.
--Non dicevate così, per lo innanzi!
--E mi disdico; l'ho oramai per un uomo a modo. Se càpita un'altra volta a chiedere una somma ad imprestito, poniamo anco diecimila lire, gliele dò di mio capo, al medesimo interesse. Credete a me, Collini,--soggiunse l'ometto rubicondo e paffuto,--la vendetta è una vivanda saporita; ma i denari son più gustosi ancora. Io so bene; ricordo quella vostra rabbia dell'inverno passato; ma, in fede mia, vi credevo più sano di mente. Quando egli ha dato nella ragna, e voi ci avete proposto di sbocconcellarcelo in compagnia, ho detto tra me: il Collini è un filosofo che capisce il suo tempo. Difatti, non si ammazza più nessuno, oggidì; le vendette rumorose non sono più in voga. Questi giovinotti inesperti hanno la spada in pugno; noi le loro cambiali in tasca. Questa è la vera botta dritta, che va al cuore, ma passando per la via della borsa. Credete a me, Collini; il denaro del nemico ha più sapore che non il suo sangue. Pigliate i denari al nemico, ed è un uomo spacciato. Ve lo dice anche il Savio __«Homo sine pecunia est imago mortis»__.
--Siete un asino, voi!--rispose furibondo il Collini.
E pigliato il cappello, se n'andò via a precipizio, tirandosi dietro con grande strepito l'uscio del __sancta sanctorum__.
--Asino! asino a me?--fischiò, digrignando i denti, l'ometto paffuto.--Te lo darò io l'asino, tra due mesi, alla stretta dei conti!--
XXV.
Nel quale i lettori più scarsi d'ermeneutica avranno la spiegazione della "Prima dei Corinzii".
Com'era avvenuto tutto ciò?
Per raccontarlo ai lettori, dobbiamo rifarci alcune ore indietro, e cercare Aloise Montalto nel suo quartierino di via Balbi.
In che stato fosse l'animo del giovine, ci è noto dalle parole del Collini, il quale aveva mandato il Ceretti ad esplorare, col pretesto di comperar la Montalda. Ma noi dobbiamo soggiungere che quel negozio delle cambiali non era il solo argomento della tristezza d'Aloise.
Anzitutto, perchè s'era egli gettato in quella rovina? Egli giovine severo, assegnato, perchè s'era dato ad operare da spensierato, da pazzo?
Nella dimanda è già la risposta. Chi giudicherà i diportamenti d'un pazzo? E chi potrà sentenziare per quali vie abbia a scorrere, a qual punto fermarsi la pazzia? Incendio lunga pezza nascosto, infuria d'improvviso per modo che opera umana più non vale a frenarlo. E la fiamma d'Aloise era stata covata sei anni, sei lunghi anni in silenzio. Per tutto quel tempo il suo cuore era stato come un tempio domestico, dove egli custodiva gelosamente una immagine sola, nè occhio profano era giunto mai a trapelarne il mistero. E la dea ch'egli adorava in segreto, ai cui piedi ardeva il migliore degli incensi, il fiore della sua giovinezza, i pensieri tutti dell'anima, regnava là dentro, non pure scolpita, animata da quel Pigmalione eterno che si chiama l'amore. Perchè infatti, siamo noi gli artefici de' nostri idoli; la donna amata è in gran parte opera de' nostri vaneggiamenti. I più soavi contorni del suo volto, le curve più leggiadre della sua persona, non appartengono all'originale. Il ritratto è fedele bensì, ma ogni cosa è raggentilita, levigata, accarezzata da quel medesimo scalpello che ad opera compiuta si converte in pugnale per noi.
La bella Ginevra dagli occhi verdi, per verità, era di tale bellezza, che il suo Pigmalione non avrebbe potuto conferirle una grazia di più. Ma egli, nel ritrarla in sè stesso, le aveva pur dato alcun che di nuovo, d'insolito, il suggello dell'artista. Quella immagine amava Aloise; egli l'aveva foggiata secondo il suo desiderio. E mentre la bella Ginevra non sapeva ancora di lui se non che egli era il solo che sdegnasse, non che ammirarla, guardarla; mentre nessuno s'era pure avveduto ch'egli si struggesse per lei, già la marchesa Ginevra era sua, già l'immagine rispondeva alle agonie dell'artefice. Il miracolo l'aveva operato egli nel suo cuore; era tuttavia un sogno, e già gli pareva realtà. Diremo una cosa strana, ma non parrà tale a chi abbia amato una volta in sua vita; se quella donna, il primo giorno ch'egli si fosse appressato a lei, gli avesse stesa la mano e detto col più soave accento di tenerezza: «vi amo» ei non l'avrebbe avuto in conto di novità; quella stretta di mano, quell'accento, quella parola, gli sarebbero sembrati continuazione d'un colloquio che durava da anni.
Così, allorquando le fu vicino e le parlò per la prima volta, gli parve non aver più nulla a dirle ch'ella già non sapesse, più altro a fare se non che adorarla tacendo. Lo schietto amore è già di per sè stesso poco loquace. La famosa carta del Tenero è una guida a chi viaggia per diporto; Werther e Jacopo Ortis non la conobbero, o, se pur la conobbero, sdegnarono usarne. L'amor vero e profondo non si butta a correre la ventura delle chiacchiere; indovinato e corrisposto si espande, arde ed illumina due vite; __Sigea lata relucent__; anco i naviganti lontani ne traggono indirizzo ed auspicio. Ignorato e negletto si consuma da sè, ma uccidendo chi lo porta nel seno.
Così amava Aloise; così fu tratto facilmente, fatalmente, nell'orbita di quell'astro che egli aveva tanto amato da lontano. Ginevra era troppo gran dama, troppo conscia di sè; le leggi era avvezza a dettarle, non a subirle da alcuno. E senza parlare di lei, non è questo il costume di tutte? L'amore, chi voglia considerarlo un tantino, ha le sue forme storiche anch'esso, come tutte le passioni dell'umanità, o, per pigliare una frase a prestanza dagli economisti, come tutti i fatti sociali. Una storia dell'amore è da farsi tuttavia, e forse non sarà fatta mai. Chi ama non scrive; chi scrive non ama. Egli avviene talvolta che un uomo ferito a morte intinga la penna nel suo sangue, e scritta una pagina del gran libro, la getti in pascolo al suo tempo, che avidamente la raccoglie, avendone un turbamento indicibile. Ma è una pagina sola, non già il libro; un grido di morente, non già una dissertazione di filosofo. Lo scrittore, e poniamo anche il più accorto, che veda e noti le occulte ragioni dell'affetto, che lo consideri nelle sue relazioni colla vita dei popoli, colla loro coltura, collo stato della donna, con tutti insomma i rivolgimenti d'un'epoca, correrà il risico di far opera di soverchio leggera, o di soverchio pesante, improba sempre e sgradita.
Nè abbiamo in animo di farla noi, ci s'intende. Solo pel tempo nostro e pel bisogno del nostro racconto, che oramai volge al suo fine, accenneremo come la donna, essendo nell'odierno consorzio schiava ad un tempo e regina, tenga ne' suoi diportamenti dell'una e dell'altra. Tutte si rassomigliano; ora tremano, ora fanno tremare; cogli uni non ragionano, perchè non possono; cogli altri nemmeno, perchè non vogliono. L'uomo è per esse uno schiavo, quando non è un padrone; in un caso e nell'altro, sempre un nemico. La colpa è un po' nostra; non siamo noi che abbiam fatte le leggi, e vi mettiamo a guardia i nostri pregiudizi, i nostri dirizzoni? Comunque sia, la donna è così, nè vale a mutarla il più profondo degli affetti. E può amarla con frutto chi la ami tanto leggermente da non mettersi già in sua balìa, ma da farne le mostre; chi giuochi coperto e stimoli la curiosità di lei, come è fama adoperasse il serpente colla madre antica dell'uman genere; chi, a farla breve, non ami, e si contenti a desiderare, senza soverchio accompagnamento di sospiri e di lagrime.
Uno scrittore (nè sappiamo più quale, e se non vi sa d'autentico, mettete che siam noi a dirittura) ha detto che le donne sogliono amare nella lor vita in due modi; giovani, inesperte, come l'uom vuole; donne fatte, avvedute, come loro talenta; donde avviene che nel primo caso infastidiscono, nel secondo uccidono. Debolezza e crudeltà! Speriamo nel futuro: auguriamo ai nostri nipoti una nuova e miglior forma storica dell'amore. Le donne saranno più libere e per conseguenza più umane; gli uomini, spogli finalmente de' loro storti concetti, vedranno in esse le eguali, le compagne, le amiche, le consolatrici della vita; non si spartiranno più, come ora, in due classi, di carnefici e di vittime. Lovelace e Werther saranno spariti; rimarrà in vece loro un uomo nuovo, amante ed amato, confidente e felice. Nato dalla libertà, l'amore si nutrirà di stima; la venerazione tornando al suo vecchio significato, farà solenne ciò che ora è brutale o colpevole, doloroso o ridicolo. Questa poesia dei sensi, come l'ha definito il Balzac, diventerà il senso più eletto della poesia che informa l'umanità tutta quanta, e che ha nella donna la sua incarnazione più efficace e più splendida.
Ciò detto, e anzi che no malamente, per non lasciar coll'amaro le nostre graziose lettrici, che già ci avran tolto per calunniatori del bel sesso, torniamo ad Aloise, ad Aloise che errò, e patì i danni dell'error suo, senza muoverne un lagno. Non era forse sua la colpa? Ben poteva egli amar quella donna da lontano, e durar nello inganno; volle avvicinarsi a lei, e si consunse alla fiamma. Poteva egli ritrarsi? Creda ciò chi lo ha fatto, e s'argomenti pure d'avere amato da senno; Aloise, non potè, e ben conobbe alle prime ch'egli era dannato a morire. Farsi innanzi non gli era concesso; dare indietro gli sarebbe parso viltà. Ma quella donna vedeva il suo misero stato? A volte gli parve di sì. Non erano segni di amorosa pietà quegli atti cortesi che lo richiamavano di tanto in tanto al fianco di lei? Il silenzio medesimo che durava tra essi, e che si mutava in improvviso cicaleccio al giungere del più gramo personaggio della corte, non era egli un dire ad Aloise: io so il vostro segreto? Ma erano lampi; uno sprazzo di vivida luce rischiarava lo spazio; poi, d'improvviso, tutto ritornava nell'ombra. E queste tenebre solevano farsi più fitte allorquando gli occhi di Aloise, precursori della parola, incominciavano a dir qualche cosa.
Nè andò guari che egli tutto intese il suo fato. Quella donna da lui così fieramente amata, avrebbe potuto durarla anni ed anni in quel suo riserbo, lasciandolo incerto tuttavia, non pure del futuro, ma dell'istesso presente. Che era egli, qual posto aveva nel cuore di lei? Le tornava egli molesto, o le pareva degno di quella pietà che fu detta sorella d'amore? O, preparandosi senza fretta ad usargli misericordia, pigliava diletto a farlo soffrire? O non le importava nulla, proprio nulla di lui, e lo lasciava fare e dire, perchè si stancasse da sè? Comunque fosse, egli non poteva tra quelle dubbiezze discernere il vero; nè i diportamenti di lei erano tali da lasciargli il conforto degli sciocchi, vogliam dire la speranza di lontane fortune, e la molle costanza dello aspettare tacendo. E allora la sua deliberazione fu presa. Senza l'amore di quella donna, non poteva più vivere; lontano da lei, foss'anco stata dieci volte più fredda, nemmeno. Che rimaneva? Sottrarsi agli spasimi d'una lenta agonia; accorciare la strada, correndola a precipizio; vivere sfolgorando a guisa del fulmine; ardere, consumarsi, morire.