I rossi e i neri, vol. 1

Chapter 22

Chapter 223,924 wordsPublic domain

Ora, sarebbe quasi inutile il dire che parecchie altre di quelle gentildonne invitate alla festa facevano pompa di tesori consimili. Le grandi famiglie genovesi avranno poderi e palazzi che fruttano a mala pena il due per cento; capolavori d'arte che non fruttano nulla; ma vedrete pur sempre le signore sfolgoreggianti di gemme come altrettante regine. E questo s'intenderà di leggieri, chi consideri che le gentildonne della festa erano le discendenti di quelle antiche dame, le quali tutte alla loro volta avevano portato diadema di dogaressa, nello spazio di quasi cinquecento anni, da Simon Boccanegra a Gerolamo Durazzo.

O bellezza! o forma sensibile della divinità, come risplendi tu mai, circondata dai tesori della natura e dell'arte! Omero, il nostro gran padre, non ha saputo altrimenti dipingerci la regina dei Numi, Giunone, che vestendola di tutto punto come una dama de' suoi tempi. Secondo lui, la diva dalle bianche braccia, doveva adornarsi con sottil magistero di elette vesti e pietre preziose, farsi bella, insomma, per innamorare il suo augusto marito. Ricordate con che arte ella si acconciasse, innanzi di andarlo a cercare sul monte Ida, dov'egli stava a bearsi lo sguardo delle busse che i Trojani davano ai Greci? È forse l'unico esempio di apprestamenti leggiadri che mai donna facesse per piacere al marito, dopo alcuni anni di matrimonio.

«La diva si avviò al regale suo talamo, a lei fabbricato dal figlio Vulcano con salde porte e una tal serratura segreta che nessun Dio sarebbe venuto a capo di aprire. Ella vi entrò, e chiusosi l'uscio dietro a doppia mandata, si terse dapprima l'amabil corpo d'ambrosia, e lo irrigò di una certa essenza oleosa, che, agitata nel cielo, riempiva l'universo di inneffabili fragranze.

«Poi commise al pettine le chiome bellissime, e di sua mano le compose in vaghi ricciolini ondeggianti intorno al capo immortale. Quindi, toltosi l'accappatoio (Omero non lo dice, ma s'intende di leggieri), indossò il peplo divino, tessuto da Minerva, e lo assicurò al petto con un fermaglio d'oro. Si cinse i bei fianchi d'un cintiglio a molte frange, e sospese agli orecchi ì suoi ciondoli gemmati a tre gocce.

«Si ravvolse intorno alla fronte una fulgida benda, e legatisi al piede i bei coturni, uscì pomposa dalla celeste dimora, dopo aversi posto in seno il cinto di Venere, sua figliastra, ben trapunto cinto nel quale erano raccolte tutte le lusinghe, la voluttà dell'amore, il desiderio segreto e la dolce favella degli innamorati.»

E sapete che facesse Giove, appena l'ebbe veduta? Non le diede neanco il tempo di infilzar quattro parole, e senza dir nè due nè quattro, le pose le braccia al seno e lasciò che i Greci, i prediletti di Giunone, suonassero a loro posta i guerrieri di Troia.

Questo faceva Giove, il re dei celesti. Ora quale dei mortali non avrebbe dimenticato ogni cosa per un sorriso della bella Ginevra, per uno sguardo solo di quelli occhi marini? E quale di loro non avrebbe affrontato di grande animo la morte, per respirare un solo momento la divina ambrosia, o per parlare più umanamente, l'eletta fragranza di quella regina delle donne?

Eppure, cosa incomprensibile ma vera, tutte queste dolcezze si possono avere a straccia mercato, nel secolo in cui viviamo. Solo che siate un uomo da poter essere presentato in un geniale ritrovo, vi è dato sovente di respirare per due o tre ore quell'aria che un povero amante pagherebbe con dieci anni di vita, e mettere una mano profana intorno alla vita di quella donna, e bere, stiamo per dire, il suo alito, in un giro di __waltzer__ o di __mazurka__.

Non ci faremo più oltre a dipingervi la marchesa Ginevra, nè a dirvi partitamente delle sue bellezze. Vorremmo aggiungere che aveva un piedino bello come la mano; ma voi sareste tali da voler sapere di che tessuto fosse la calza, di che colore il legaccio, a noi da volervelo dire. Lascieremo dunque alla vostra mente immaginosa l'ufficio di finire la descrizione, e tanto più volentieri, in quanto che con tutte le nostre parole non ci è venuto fatto di darvi ad intendere con quali giuste proporzioni rispondessero l'una all'altra tutte le parti di quel corpo bellissimo.

E la mente? Oh, questa era bella del pari. La marchesa Ginevra aveva un ingegno vivissimo e colto sopra tutte le altre. Trattava con garbo la matita, e il cembalo con agile maestria. Parlava con una voce melodiosa quasi tutte le lingue d'Europa, l'italiana e la francese, la spagnuola, l'inglese e la tedesca, di guisa che poteva leggere nel loro testo, il Petrarca, il Byron, il Goethe, l'Hugo e Garcilasso de la Vega. Il dialetto genovese che tanti trovano aspro, bisognava sentire che musica fosse diventato sulle labbra coralline della marchesa Ginevra!

E il cuore? Ahimè! Al tempo del nostro racconto il cuore della marchesa non aveva anche dato segno di vita. Molti le stavano attorno, sospirando, dicendo le più tenere cose; ed ella li stava ad udire, ma senza rispondere mai in quella chiave. Però il Cigàla, il più ameno filosofo che mai calzasse guanti paglierini, la metteva nel novero di quelle belle meditabonde, le quali nelle soavi parole e nei rapimenti di un uomo che le ama, stanno libando l'arcana dolcezza delle parole che potrebbe dir loro un altro che amano esse.

Ma, anco ammettendo la massima del nostro povero amico Cigàla, che è andato a seppellire la sua filosofia sui campi gloriosi di Montebello, noi dobbiamo aggiustar fede alle nostre notizie particolari, giusta le quali la marchesa Ginevra non amava nessuno. Era, a dir vero, una donna della quale non si capiva un bel nulla. Vi agitava le tempeste nel cuore, e non le calmava; vi sorrideva leggiadramente e vi guardava a volte con certi occhi che parevano promettervi il paradiso; ma che? Ella non pensava punto a voi. Era in lei natura il farvi udire la musica de' suoi sorrisi e delle sue cortesi parole, ma non vi consentiva niente di più, e vi teneva pur sempre lontani. In questa guisa dicono gli astronomi che i pianeti del nostro sistema sono attratti verso il sole e respinti ad un tempo, per modo che non possano nè avvicinarsi nè dilungarsi, oltre l'orbita che l'astro maggiore consente ad essi di descrivere. Ma tutto questo che ognuno avrebbe inteso di leggieri trattandosi del sole, non s'intendeva ugualmente trattandosi di una donna nel fiore della bellezza e della gioventù, maritata ad un uomo cupo, freddo, ambizioso, sempre circondato di parrucconi, assiduo lettore di Giuseppe De Maistre, come il marchese Antoniotto.

Che volete? Pareva quasi che la Ginevra ritraesse molto del marito. Ella infatti era assidua com'egli alle prediche, e andava ogni domenica ad udir messa nella chiesa della Maddalena. Due volte alla settimana la vedevate correre, col suo servo in livrea alle calcagna, fino al convento di San Silvestro, dalle monache di Santa Chiara, dov'era una Vivaldi, sua zia, e dove ella soleva passare due o tre ore alla fila. O come si riscontrava cotesto co' suoi modi in apparenza facili, coll'amore delle feste, delle conversazioni, del teatro, e di tutte le pagane consuetudini del viver signorile? Contrasto incomprensibile! O era forse la marchesa Ginevra una di quelle donne dal cuore muto d'ogni sentimento, su cui le lusinghiere immagini passano, senza lasciarvi orma di sè, come su d'un cristallo opaco? O forse Dio aveva fatta così bella la statua, senza soffiarle per entro il soffio della vita?

I lettori rammenteranno che Enrico Pietrasanta, parlando di lei con Aloise, aveva detto:

--Dio le fa belle, e poi leva loro l'anima, perchè si conservino meglio, come gli uccelli impagliati.--

Questo che il Pietrasanta aveva detto della Ginevra, a volte pareva verissimo, a volte no. Ma siccome l'esser fredda non è per una donna una colpa al cospetto del volgo, e siccome la marchesa era così stupendamente bella che a molti pareva quasi impossibile avesse potuto mai discendere ad amar qualcheduno, tutti l'avevano facilmente posta tra le eccezioni. Così, mentre delle altre si narrava sempre alcun che, di lei si taceva, non si metteva nemmeno in controversia se potesse o non potesse sentire il mal d'amore come tutte le altre.

Soltanto di tratto in tratto si sarebbe potuto notare che alcune dame, parlando così alla sfuggiasca della marchesa Ginevra, la dicevano una bellezza sciocca, una testa tronfia de' suoi titoli, delle sue ricchezze e delle sue ubbíe forestiere. Gli uomini, a dir vero, non la pensavano così; ma già si sa Che, dalla volpe di Esopo in poi, è costume di chiamare acerba quell'uva che è troppo in alto sul tralcio. Epperò i signori uomini, sebbene in cuor loro riconoscessero i pregi della Ginevra, e sebbene l'assiduità delle loro occhiate dicesse tutt'altro che sciocca la bellezza di lei, a parole poi tenevano bordone alle aspre sentenze delle dame sullodate. Ma lasciamo da banda quello che potessero dire certe dame e certi cavalieri, e ripigliamo il nostro racconto, che preme assai più, scusate la modestia.

Stiamo ora per raccontarvi una cosa strana, e quasi incredibile, una cosa che i lettori non indovinerebbero, se pure la dessimo loro alle mille. Aloise di Montalto saliva le scale del palazzo Vivaldi, in compagnia di Enrico Pietrasanta.

O come mai Aloise, l'uomo che amava da sei anni la bella Ginevra senza avere ardito mai accostarsele, che s'era anzi sbandito da ogni geniale ritrovo per cansare il pericolo d'incontrare la donna de' suoi pensieri, s'era così di punto in bianco mutato, da mettere il piede nel suo palazzo, da andare alla sua festa da ballo?

E questo è ancor nulla, in raffronto a quello che non sapete ancora. Il marchese Antoniotto, il cupo tiranno di Quinto, l'orgoglioso gentiluomo per cui il non essere milionarii era come una fede di povertà, stava anche egli da un'ora nel primo salotto dov'era la moglie, e teneva d'occhio la sala d'ingresso, aspettando l'arrivo di quel nobile senza il becco di un quattrino, come lo diceva il Collini, di quel giovanotto senza importanza, come lo riputavano gli uomini della risma del gran ciamberlano De' Salvi; insomma, avete capito, di Aloise di Montalto.

XXVI.

Come Aloise di Montalto ai avvicinasse per la prima volta alla bella Ginevra.

Appena Aloise comparve sulla soglia, insieme col suo Pilade, il marchese Antoniotto compose il volto al più lieto sorriso che mai padrone di casa consacrasse all'accoglienza di un ospite ragguardevole, e si affrettò a muovergli incontro e a prenderlo per mano con affettuosa sollecitudine.

--Vi ringrazio, Aloise;--diss'egli,--e permettetemi anzitutto che alla mia età, ed avendo conosciuto il vostro ottimo padre, io vi tratti così alla buona; vi ringrazio dell'essere venuto.

--Signor Antoniotto,--rispose egli, stringendo la mano che gli era offerta,--voi fate troppo onore ad un giovane che non è nulla e non val nulla, se non per l'onorata memoria de' suoi genitori.

--Siete troppo modesto, Aloise. Suvvia! I giovani come voi valgono molti vecchi a mazzo, e dei migliori, perchè hanno la potenza della volontà e il vasto campo del futuro per metterla in opera. Vi ho veduto bambino nelle braccia della marchesa Eugenia, di quella angelica donna che tutti i buoni rimpiangono, e mi doleva di non vedervi in mia casa. Siete un uomo prezioso, voi, e quantunque abbiate ragione a star sulla vostra, io spero che il figlio di Lodovico Montalto sarà amico mio, come era suo padre. Ma anzitutto lasciate che vi presenti alla mia signora.--

Aloise non seppe risponder nulla a quella furia di cortesi parole, che facevano rimaner di stucco il Pietrasanta.--Che novità è questa--pensava egli,--che il tiranno di Quinto mette fuori tanta ed insolita parlantina per la bella faccia del mio amico Aloise?--

Ginevra intanto era seduta su d'un canapè di legno dorato, coperto di raso azzurrognolo, e parecchi cavalieri le stavano intorno, tra i quali il gran ciamberlano, che voleva ad ogni costo mandarla a ballare.

Quel capo ameno del Cigàla dava cortesemente la baia al nobile De' Salvi, dicendo che quella sua ostinatezza a farla muovere di là veniva dal desiderio che aveva di ballare con lei; ma che si desse pace, non essendo egli scritto pel primo sulle ali d'avorio della farfalla.

La marchesa rispondeva ora al Cigàla, ora al De' Salvi, ora ad altri, e trastullandosi col suo ventaglio, guardava il marito colla coda dell'occhio, senza perdere sillaba della sua conversazione con Aloise.

Un sottile osservatore avrebbe potuto notare che la Ginevra s'era fatta rossa in viso, quando il giovine era comparso sulla soglia. Ma questo sottile osservatore non c'era; e quand'anche ci fosse stato, avrebbe dovuto essere molto addentro nei segreti di quella dama, per indagare se fosse il caldo od altra ragione che le colorasse le guance.

--Chi giunge, in compagnia del Pietrasanta?--chiese col solito stento di scilinguagnolo il marchese Onofrio De' Carli, che aveva già lasciato la Cisneri, per mettersi ai fianchi della padrona di casa.

--Non lo conoscete?--rispose il Cigàla.--È Aloise di Montalto.

--Sì;--soggiunse il piccolo Riario, facendo una di quelle mezze giravolte che sono tanto in uso presso certi pigmei forse a cagione degli altissimi tacchi che portano,--gli è il famoso duellista.

--Come, il duellista?--chiese Ginevra.--Non ha altro merito per farsi conoscere?

--Oh, marchesa, egli ne ha altri parecchi;--fu sollecito a rispondere il Cigàla.--È un perfetto cavaliere, ricco d'ingegno e di alto sentire.--

Il piccolo Riario non ardì rifiatare. Egli non poteva patire il Montalto; ma temeva forte la lingua pronta e sarcastica del Cigàla.

--Ha da esser vero, se lo dite voi;--soggiunse la marchesa.--Voi non mi sembrate uomo di facile contentatura.

--Avete ragione, marchesa, a dirmi ciò; ma ci avreste un gran torto, se voleste farmene una colpa. Amo dire quello che penso, io; ma sono tanto più lieto di poter dire la verità, quando essa è lusinghiera come un complimento. Ora questo, se volete degnarvi di rammentarlo, mi avviene assai di frequente, quando parlo con voi.--

La bella Ginevra volse al Cigàla un'occhiata graziosa, un'occhiata che gli avrebbe fatto dar di volta al cervello, se il Cigàla non avesse saputo che gli sguardi cortesi della bella Ginevra erano la cosa più naturale del mondo, come i raggi sono il naturale accompagnamento del sole, e non significavano mai nulla di particolare.

--Se andiamo di questo passo, signor Cigàla,--disse Ginevra,--diventerete un ottimista.

--Oh, non temete che ciò avvenga!--diss'egli di rimando;--alla più trista chiuderò gli occhi quando sarò vicino a voi, e vedrò tutto nero.--

Intanto che si dicevano questi nonnulla, il Pietrasanta era venuto ad ossequiare la marchesa, e dietro a lui veniva il marchese Antoniotto, tenendo il braccio di Aloise di Montalto.

Al nostro giovinotto tremavano un poco le gambe. Avvicinarsi alla donna che aveva amata fino a quel giorno da lontano, e chiusa nella sua nube diafana come una dea pagana, esserle poi presentato dal marito, erano in verità due cose così gravi da turbarlo maledettamente.

Egli già, fin da quando aveva ricevuto l'invito dei Torre Vivaldi, era rimasto colpito di stupore. Che vuole, aveva egli chiesto a sè medesimo, che vuole da me il marchese Antoniotto? E poi, quando il marchese Antoniotto gli si era fatto incontro con tanta sollecitudine, la prima domanda si era mutata in quest'altra: perchè tutta questa tenerezza da un uomo che mi conosce a mala pena, ed è in ogni cosa tanto diverso da me?

Un capo scarico avrebbe creduto di trovare l'incognita di quella equazione, correndo a fantasticare che la dama avesse avuto mano nell'invito e nella cortese accoglienza del consorte. Ma Aloise non era uno di que' presuntuosi i quali pigliano per buona moneta ogni invenzione che lusinghi la loro vanagloria; per giunta egli era certo che la bella Ginevra non poteva addarsi di un amore così celato e lontano come il suo, che nemmeno il telescopio (così egli pensava) lo avrebbe potuto scoprire.

Aloise era stato lunga pezza in forse, se andasse o no; ma il Pietrasanta gli aveva detto che sarebbe stata una scortesia grandissima la sua, se non avesse risposto pel suo verso all'invito del Torre Vivaldi.

--Di che diamine hai tu paura? Vivi solo, come un feroce anacoreta della Tebaide, e al cortese desiderio di chi ti si accosta, vorresti anche rispondere col rintanarti sempre più? Tu non intendi perchè il cupo tiranno di Quinto t'abbia posto nel suo calendario, e sta bene; ma non verrai certo a capo di saperlo, ricusando di venire alla sua festa da ballo. E poi, ti ho pur raccontato che una sera, in casa della Pedralbes, quando eri ferito, si parlò molto di te, e il valentuomo si degnò di ricordare che i Montalto erano ascritti all'albergo dei Vivaldi! Ora, se non ti viene altro in mente, poni che egli sia innamorato di te, ed abbia voluto invitarti alla festa per darti una testimonianza di stima particolare, come s'adopera con le persone di rilievo. Suvvia, Aloise, qui non c'è verso di schermirti; bisogna venire di gamba sana; se no, ti rifacciamo lo stemma di casa, e in cambio del leone che va in alto, ci metteremo un orso, e nemmeno di quelli inciviliti, che hanno imparato a ballare.--

Enrico Pietrasanta incalzava cosiffattamente Aloise, perchè lo amava molto, e metteva un po' di ambizione, scusabile invero, a farsi scorgere insieme con lui.

Aloise, senza volerlo, e senza nemmeno addarsene, era il capitano naturale di tutta quella gioventù aristocratica. Vestiva con molta semplicità, e cionondimeno, anzi appunto per ciò, più leggiadramente di ogni altro. Cavalcava mirabilmente; era destro schermidore, siccome è già noto, e parecchi duelli che aveva arditamente sostenuti, lo avevano fatto un mastro di cavalleria, un araldo d'armi, del quale si impetrava l'aiuto o il consiglio in ogni quistione tra' pari suoi. Era poi d'ingegno ornato, e dettava versi che pochi amici avevano potuto leggere, e ne facevano le maraviglie. Per giunta non cercava nessuno; salutava tutti, ma non usava aver dimestichezza che con due o tre, e non andava mai ad accrescere il codazzo della Clarice, della Fanny, della Clelia, o d'altra delle più ragguardevoli dame, allorquando sul tardi uscivano a passeggio. Nè si curava di sapere che cosa si pensasse de' fatti suoi; ignorava perfino che nei ritrovi domestici di tutte quelle gentildonne si parlava sovente della sua ritrosia, e si mettevano fuori di molti sospetti. A proposito dei quali, bisognerà soggiungere che i cavalieri di quelle dame, anco se poco amici del Montalto, col dirne di tutti i colori sul conto suo, non facevano altro che rincarare la merce.

Non è dunque a dire se il Pietrasanta ci si mettesse attorno con le mani e coi piedi, e se credesse di fare un miracolo tirando l'amico a seguirlo. Egli infatti non sapeva che Aloise, con tutte le sue perplessità, ci avesse dentro una gran voglia di accettare l'invito. Il giovine era stanco della sua volontaria ritirata sull'Aventino, e quasi sdegnato contro di sè per quella ritrosia che gli era piaciuta da prima, e che ora gli vietava di avvicinarsi a Ginevra, di guisa che egli era giunto perfino a maledire i suoi diportamenti passati, che gli impacciavano il presente.

Vien sempre il giorno in cui l'uomo si duole di un suo dirizzone, tolto dapprima ed accarezzato come norme del vivere. Quante volte san Simeone Stilita non ebbe a struggersi di quella sua matta deliberazione che lo aveva fatto andare a vivere sull'alto di una colonna?

--Ginevra,--disse il marchese Antoniotto, avvicinandosi alla moglie e tenendo il suo Simeone disceso dalla colonna per mano;--vi presento Aloise di Montalto, mio amico.--

Mio amico! capite, o lettori? Il marchese Antoniotto aveva fatta una lunga appoggiatura su queste due parole; le quali fecero sì che il piccolo Riario inarcasse le ciglia, e il gran ciamberlano De' Salvi, dall'altezza della sua nobiltà, si facesse amichevolmente a sorridere al nuovo venuto.

La marchesa Ginevra dal canto suo si fece un po' rossa in viso, e con un grazioso cenno del capo disse ad Aloise:

--Il marchese di Montalto è il benvenuto da noi; ed io lo ringrazio dell'onore che egli ci fa.--

Dell'onore che egli ci fai Diamine! queste erano parole che pochi s'erano sentite dire dalla marchesa Vivaldi; epperò gli astanti sullodati, i quali non potevano certo indovinare che la Ginevra le avesse profferite per dare una cortese lezioncella ad un colpevole di lesa maestà femminile, rimasero stupefatti.

--Marchesa....--rispose Aloise, e un profondo inchino fece intendere quello che egli non volle o non seppe soggiungere.

Per la qual cosa ognuno di leggieri argomenta come quella scena riuscisse diplomaticamente contegnosa e fredda.

La bella Ginevra, costretta a proseguire ella stessa la conversazione, si levò prontamente d'impaccio, entrando a parlare del recente duello di Aloise.

--E come state ora, signor marchese, della vostra ferita! Tutti noi, anche senza conoscervi da vicino, ci siamo impensieriti della vostra salute.

--Grazie, marchesa: oramai sono risanato del tutto.--

E non disse altro. Lettrici, che ve ne pare? Era freddino anzi che no, il nostro innamorato.

--È una barbara costumanza questa del duello,--sentenziò il De' Salvi, senza por mente che spacciava una delle solite rifritture,--ed è da condannarsi tanto più, quando espone un gentiluomo a misurarsi con ogni sorta di gente.

--Non debbo contradirvi, signore;--rispose il giovine Montalto, salutando il De' Salvi,--ma in quanto al fatto mio, posso ed amo mettere in sodo che ho avuto a fare con un perfetto cavaliere.

--Questa dichiarazione fa fede della vostra lealtà,--disse la bella Ginevra.--Ma a proposito di cavalieri perfetti, volete essere il mio, signor di Montalto?--

E così dicendo si alzò per andar finalmente nella sala da ballo.

Il nobile De' Salvi che aspettava d'esser lui, come mastro di cerimonie volontario, il cavaliere della marchesa, allungò tanto di muso, e gli altri suoi degni colleghi del pari. Già tutti aspettavano per sè quella grazia prelibata che la marchesa avrebbe pur dovuto fare a qualcheduno, entrando con lui nel salone di Flora. Epperò, quantunque fosse la cosa più naturale del mondo che questa grazia cadesse su d'un nuovo venuto, il gran ciamberlano non poteva mandarla giù, nè il marchese Tartaglia, nè il piccolo Riario, il quale ci aveva egli pure le sue pretensioni.

Il Cigàla che aveva seguito da capo a fondo tutta quella scena muta, ma eloquente, di aspettazione, se la rideva sotto i baffi. Il Pietrasanta, che era giunto più tardi, fu il solo che non ponesse mente a tutte quelle speranze deluse, e si rallegrò in cuor suo che l'amico Aloise comparisse nella sala da ballo a fianco della bella Ginevra. Era il gaudio dell'artefice quello che gli splendeva sul volto, poichè gli pareva d'essere stato egli l'operatore di quel miracolo che conduceva Aloise in mezzo alla gente.

In quanto al nostro eroe, egli non parve molto contento di quell'atto di preferenza notevole. Lo era tanto e poi tanto nel profondo del cuore, che rimase impacciato, non seppe cavare una parola, e si mostrò quasi distratto.

--Marchesa,--disse il Cigàla a Ginevra, come furono giunti nel salone di Flora,--ricordatevi del vostro debito.

--E quale, di grazia?

--Il mio __walzer__. Lo attaccano per l'appunto, ed io sono il primo inscritto nel vostro taccuino.

--Davvero?--rispose ella con aria astratta.

--Sì, marchesa, e quantunque mi dolga di rubarvi subito al mio ottimo amico Aloise.... il quale tuttavia....

--Tuttavia!... Stiamo a vedere, signor Cigàla, che voi diventate tanto clemente da offerire al marchese di Montalto quello che egli non vi ha nemmeno chiesto.

--No, marchesa; volevo dire che egli avrebbe potuto dimandarmelo, ma che io, con tutta l'amicizia che ho per lui, non avrei potuto accordarglielo.--

Aloise era turbato. Si accorgeva di aver fatto male a non chieder subito, e si pentiva di non esser più in tempo.

--Marchesa,--disse egli allora,--io non ardivo certamente chiedere una grazia somigliante al mio amico Cigàla; ma se c'è sul vostro taccuino una pagina bianca....