I rossi e i neri, vol. 1

Chapter 20

Chapter 203,704 wordsPublic domain

Matilde, giunta a quel segno, doveva farla finita. Ella s'era alzata un tratto, per virtù della rimembranza, sulle ali di Lorenzo; ma l'altezza sterminata del volo la spaventava. Vide da lungi sulla terra il conte Alerami, bello, guardato e vagheggiato da tutte le donne, sfolgoreggiante di diamanti, caracollare superbamente sul suo cavallo arabo, e non seppe tenersi dal sospirare. Si guardò dattorno, e non vide altro che lo spazio muto e freddo; nè valeva a custodirla Lorenzo, che la teneva fra le braccia, Lorenzo, il povero giovine senza speranze, brutto della sua gelosia, e male in arnese per giunta. Sì, fu questo il pensiero che venne in mente alla bionda contessa: male in arnese! Matilde ebbe paura di trovarsi lassù, e fece come una delicata signora che salita in barca rabbrividisce al primo ondeggiare del legno e grida di voler scendere a terra.

--Ed eccovi da capo con le frasi sonanti!--rispose ella, cogliendo la palla al balzo.--Il conte Alerami è un cavaliere garbato, e voi avreste il torto a credere che io....

--Voi lo difendete!--interruppe Lorenzo.--Ma lo costringerò ben io a cedermi il passo, e se egli si ostinerà ai vostri fianchi, tanto peggio per lui; lo ucciderò.

--Signor Lorenzo, finiamola! Voi non sapete quello che vi diciate, ora. Perchè dovrei io chiudergli l'uscio di casa mia? Per fargli capire ch'egli è un uomo pericoloso, e che voi lo temete? In quanto ad ucciderlo, sarà un'altra faccenda non troppo facile. Voi siete animoso; ed egli non meno. È schermidore valente, e tutti vi diranno che con un colpo di pistola coglierebbe in aria una moneta.

--E qualcheduno potrà aggiungere,--rispose Lorenzo rattenendosi a stento,--che egli si schermisce anche meglio dal pericolo di un duello....

--Oh, questo, poi!

--Oh, questo, poi, lo so di buon luogo. Egli è vile quanto spavaldo. Ma a me non fanno senso quei suoi modi da gradasso, e la mano son certo gli tremerà quando abbia a scendere sul terreno.

--Ma non avete voi detto dianzi,--interruppe la contessa sorridendo ironicamente,--che egli si schermisce da cosiffatti pericoli?

--Sì,--rispose Lorenzo, senza badare al piglio sarcastico della contessa,--quando abbia da fare co' dolci di sale, e possa dar loro a credere ch'egli è un uomo generoso; ma io lo trascinerò pe' capegli, il conte Alerami, e gli dirò la gran parola che lo metta a segno per sempre.... Avventuriere!--

La contessa Cisneri si alzò dalla poltrona, e guardando Lorenzo dal capo alle piante, gli disse con voce sottile ma ferma:

--Voi insultate un uomo che io accolgo in casa mia!--Se la nostra lingua italiana consentisse l'uso di certe metafore, diremmo che quella voce sottile ma ferma della contessa Cisneri poteva rassomigliarsi ad una lama di pugnale, che appare così fine, e va diritta nelle carni; che fa un buco da nulla, e tuttavia vi s'immerge nel cuore.

Intanto per Lorenzo Salvani le parole di Matilde furono come una trafittura, e il primo atto del giovine fu quello di recarsi una mano sul cuore, come se appunto colà fosse andato a ferire il dispregio della bionda signora, che stava ritta in piedi dinanzi a lui, guardandolo con piglio sdegnoso.

Egli tuttavia non disse parola. L'assalto era stato così repentino e violento, che egli non seppe che cosa rispondere. A volte anco il silenzio è sublime, e Lorenzo fu sublime tacendo, in quella che guardava la contessa con aria di doloroso stupore.

--Signor Salvani,--proseguì la contessa,--siete voi dunque disceso così in basso, da calunniare i gentiluomini che vi danno molestia?--

Lorenzo impallidì a quella seconda percossa; quindi per naturale contrasto, gli divampò il volto, all'improvviso rifluire del sangue alle tempia. Si cacciò una mano ne' capelli, e strinse così forte, come se volesse strapparseli.

--Calunniare! calunniare!--ripetè egli con una terribile progressione di accento.--Oh, voi lo amate, signora.... Voi lo amate! Adesso vi porreste invano a negarlo.--

Matilde rispose crollando le spalle, e stringendo le labbra; quindi si mosse per andare allo specchio.

Era quello uno stato di cose difficilissimo per ambedue. Lorenzo aveva già posto mano al cappello per andarsene, quando si udì il fruscio d'una veste, e subito dopo un batter di nocche sull'uscio.

--Avanti!--disse la contessa, rivolgendosi da quel lato. L'uscio si aperse, ed entrò la cameriera ad annunziare l'arrivo del conte Alerami col marchese De' Carli.

--Ah! lo sapeva che non sarebbero stati molto a giungere!--esclamò la contessa.--Signore, eccovi dunque contento! Il marchese De' Carli è la lingua più lunga di tutta Genova, e si piglierà certamente una satolla de' fatti miei.

--Signora,--rispose Lorenzo, facendo ogni sua possa per rattenersi,--perdonatemi! Me ne andrò.

--Sì, ve ne andrete adesso, perchè vi vedano uscire, e tutti abbiano a risapere che eravate qui solo nel mio spogliatoio.--

Il giovine Salvani chinò gli occhi, e si morse le labbra, per non rispondere altro.

--Che cosa avete detto a que' signori?--chiese la contessa a Cecchina.

--Ho detto che la contessa non aveva anche potuto por mano a vestirsi.

--Sta bene. Andate, e fateli entrar qui. E voi intanto, signore, sedetevi e ricomponetevi.

--Non temete, signora!--rispose Lorenzo con piglio modestamente contegnoso;--i miei occhi si sono rasciugati, e spero non avrete ad arrossire più oltre per cagion mia.

--Tanto meglio!--soggiunse la contessa, e andò per sedersi allo specchio; ma poi, pensando che quella positura avrebbe potuto parere studiata, corse al sofà dov'era già seduto Lorenzo, col suo cappello in mano, e gli si pose daccanto, in atto di chi prosegue un discorso.

In quel punto entrarono i due signori annunziati da Cecchina, l'uno il conte Alerami, che i lettori conoscono per quel tanto che ne abbiamo già detto, l'altro il marchese De' Carli, un vecchio sui sessanta, o in quel torno, tutt'e due in falda e coi guanti paglierini.

--Ah! ah!--esclamò il marchese, che rideva sgangheratamente ad ogni tratto, e tartagliava per giunta;--entriamo dunque nel santuario?

--Sì, per l'appunto; entrate, Onofrio,--gridò allegramente la contessa,--e non vi spaventate, per carità, se troverete la dea vestita ancora da casa. Stavo qui domandando il parere del signor Salvani sull'abbigliatura che debbo indossare; ma egli non ha voluto dirmi nulla; di guisa che pregavo il cielo che mi mandasse qualche buon consigliere. Ed ecco, capitate voi, che siete il buon gusto incarnato.--

La scaltrita contessa voleva con tutti que' vezzi accattarsi la benevolenza del vecchio marchese, e la sua perorazione era tale da farlo andare in brodo di succiole.

Era un ridevole personaggio, quel marchese Onofrio De' Carli, o marchese Tartaglia, come gli si diceva alle spalle da certi burloni. Da giovine aveva fatto il vagheggino, e perseverava ancora, come se gli anni non fossero venuti. Si tingeva baffi e capegli, avendone l'aria di un vecchio Cupido rimpennato e ritinto. Quando parlava, era necessario tenersi alla larga; se no, con la sua lingua impacciata, vi schizzava addosso le bollicine di saliva. Sapeva la storia di tutti, e faceva il gazzettiere nei salotti, dettando anche sonetti e madrigali per ogni occasione, come un vecchio Arcade. Le signore lo mandavano ogni tanto a cercare, e tra perchè temevano la sua linguaccia e perchè si pigliavano spasso de' fatti suoi, non potevano stare un giorno senza di lui. Questo sapevano tutti, epperò si faceva a chi gli desse più argutamente la baia intorno alle sue avventure galanti; ed egli a gongolare, a ridere più sgangheratamente che mai, ed aspergervi della sua eterna rugiada.

--Il signor Salvani ed io,--disse egli, andando a sedersi nella poltrona accanto a Matilde,--possiamo darvi ottimi consigli, ma il vostro specchio ve li darà migliori. Sarete la regina della festa, o ce ne saranno due. Quella pettinatura, poi, vi sta a meraviglia. A cavalcioni su que' biondi cernecchi se ne stanno gli amori, saettando vicini e lontani....

--Basta, basta, Onofrio! Siete un vero diluvio.

--Nel quale la vostra bellezza va incolume come l'Arca.--

E detta quest'arguzia, il marchese Onofrio arrovesciò il capo sulla spalliera della poltrona, ridendo a crepapelle e sfrombolando l'aria co' suoi eterni sbruffi.

Lorenzo non aveva ancora aperto bocca. Egli stava rannuvolato guardando il conte palatino, il quale, dopo aver baciato la mano alla contessa, si era fatto in disparte, e taceva, come un innamorato in ufficio.

--Suvvia, non ci perdiamo in chiacchiere!--disse Matilde.--Sarà tardi, io credo.

--Sono le dieci!--soggiunse l'Alerami, cavando dalla tasca del panciotto il suo orologio contornato di brillanti.

--Orbene,--proseguì la contessa,--poichè mi avete detto il vostro parere, andatevene nel salotto, ch'io mi vestirò in fretta.

--Oh, non istate a darvi tanta premura,--disse il marchese.--Purchè andiamo alle undici, giungerete sempre in tempo, anzi comparirete sul più bello, come una dea di Omero nel più forte della mischia.

--Benissimo; lasciatemi dunque indossar l'armatura. Se volete giuocare, aspettandomi....

--Vi obbediremo, contessa;--disse il conte Alerami.--Signor Salvani, vuole Ella fare una partita?

--Non giuoco, signore.

--Giuocheremo una partita innocente. Appena una piccola posta, tanto per tener vivo il giuoco.

--Tanto meglio per Lei, signore;--ripigliò Lorenzo con asciutta cortesia;--la sua borsa non ne patirà danni troppo gravi, nel caso che il marchese De' Carli fosse il fortunato.--

Matilde, avvedutasi della brutta piega che stava per prendere la conversazione, si affrettò a soggiungere in quella che volgeva un'occhiata severa a Lorenzo:

--Il proverbio dice: chi ha fortuna in amor non giuochi a carte.--

Il marchese Onofrio fece un inchino e una risata, per ringraziar la contessa. Lorenzo, dal canto suo, stette saldo, aspettando che il conte palatino gli dicesse qualche altra impertinenza. Egli, in fin de' conti, non aveva fatto altro che respingere, con modi cortesi, sebbene asciutti, un assalto del suo fortunato rivale.

Ma questi, che si sentiva punto sul vivo dall'accento sarcastico di Lorenzo, volle aver la rivincita, e rispose con aria burbanzosa:

--A me non fa caso il perdere.

--E nemmeno a me,--disse di rimando Salvani,--fa gran caso sapere se il giuoco sia innocente, o no. Ogniqualvolta potrò aver la ventura di giuocare con Lei, non sarà certo la posta che mi metterà in pensiero.

--Ella parla come un Creso, signor Salvani!--rispose l'Alerami, impaniandosi sempre più.

--Non c'è bisogno d'essere un Creso per parlare come io faccio, e tutti i tesori del famoso re di Lidia non varrebbero la posta che il più meschino degli uomini potrebbe giuocare. Ella che è stato in India, signore--(Lorenzo non diceva mai signor conte)--conoscerà certamente la posta che mettono talvolta gli Indiani su d'una partita a scacchi.

--Non la conosco, in fede mia!

--Orbene, la servirò io: si giuocano gli occhi.

--Diamine!--esclamò il marchese Onofrio, che non capiva un'acca di tutto quel battibecco.

Matilde, pallida, sbigottita, si era accasciata sul sofà, aspettando la fine di quel dialogo ch'ella s'era inutilmente industriata a sviare.

--Sicuro, gli occhi!--proseguì Lorenzo, guardando sempre fissò l'Alerami.--Ad ogni partita che un giuocatore vince, cava un ferruzzo leggerissimo, e fa con gran maestria saltare un occhio all'avversario. Ella capirà benissimo che non si possa far più di tre partite, a questo bel giuoco; e l'ultimo occhio che rimane incolume all'uno dei due, gli serve per andarsene pe' fatti suoi, dopo avere accompagnato il perdente fino all'uscio di casa. Ella è dunque avvertita; io soglio giuocar grosse poste, e quando le piaccia, sarò sempre ai suoi riveriti comandi.

--Eh! chi sa che non me ne venga la voglia!--disse il conte Alerami, che la rabbia aveva fatto diventar bianco come un cencio lavato.

--Si accomodi, signore! E adesso,--conchiuse Lorenzo volgendosi con un grazioso sorriso ai muti spettatori di quella scena,--signora contessa, signor marchese, loro servo divoto!--

Con queste parole si accomiatò, lasciandoli tutti sbalorditi.

Grama vittoria, nondimeno! Il povero Lorenzo si sentiva schiantare il cuore, uscendo da quella casa, che era stata la culla ed era la tomba dell'amor suo.

XXIV.

Nel quale si parla di molte stelle del cielo ligustico.

Quella sera il palazzo Vivaldi era magnificamente illuminato. I grandi finestroni sfolgoreggianti facevano impallidire le scarse fiammelle del gasse negli scarsi fanali della via Nuova, e gli sfaccendati, i musoni, stavano a contemplare quello spettacolo, senza sapere il perchè. I curiosi si stringevano intorno agli sfaccendati; e i viandanti, rattenuti da quell'ostacolo, intorno ai curiosi; di guisa che al vedere tutta quella calca di gente, si sarebbe potuto credere che fosse avvenuto in quel luogo un fatto grave, un alterco, una rissa, un'uccisione, uno insomma di que' fatti che il giorno appresso dànno agli strilloni il diritto di assordare le genti.

--Che è? che non è?--Non sapete?--È la gran festa da ballo in casa Torre Vivaldi.

--Quella sì, è gente per la quale! Guardate che sfoggio di dorature! Come splendono, attraverso i vetri delle finestre!

--Hanno illuminato tutto il palazzo. Vedete? Anche dalle finestre che dànno sui vicoli c'è la medesima luce.

--Eh! le cose si fanno, o non si fanno. Ci saranno forse quattrocento invitati!

--Che quattrocento? Dite pur mille. Io conosco lo scritturale di casa, e so che le lettere d'invito salgono oltre al migliaio.

--Ve l'avrà data a bere, lo scritturale. O come volete che ci capiscano mille persone là entro?

--Che sfarzo da principi! Già, costoro vogliono andare a finir male con tanto lusso....

--Finir male! Siete pazzo? O non sapete che ci hanno dai dodici ai quattordici milioni, senza contare i quadri, e quei due leoni di marmo nella scala, che non hanno voluto vendere a un Inglese per cinquecento mila lire?

--Ah! ah? bella, la storia dell'Inglese!

--O che? non lo credete?

--Sì, credo tutto, ma so ancora che a Genova, dovunque c'è un capolavoro, c'è pure la sua brava leggenda dell'Inglese che voleva comprarlo a peso d'oro.

--Sia come vi garba; intanto è sicuro che ci hanno molti milioni.

--Oh, non lo nego. Ma poichè sono ricchi sfondati, dovrebbero pensare anche un tantino ai poveri.

--Ai poveri? Oh, non aspettano consigli, per pensarci, e si conta che facciano per centomila lire di limosine all'anno, oltre le opere pie nelle quali hanno mano.

--Davvero?

--Certo; sono gran signori, e amici della povera gente. Avrebbero ad essere otto o dieci di quella fatta, in Genova, e la vedreste cambiare dal nero al bianco.

--O dal bianco al nero!--soggiungeva un altro.

--E perchè dice questo, Lei? Non le par forse che io dica la verità?

--Dio me ne guardi! Ma chi le distribuisce, tutte queste limosine?

--Oh, fior di galantuomini; ottimi ecclesiastici, ed altre religiose persone.

--Sta bene; ma sono accorte egualmente?

--Come sarebbe a dire?

--Che la limosina fatta alla cieca, non è altro che uno sfoggio superbo, epperò avvilisce l'uomo, senza migliorarne lo stato. Oltre di che, mentre se la spartiscono i raccomandati, la vedova muore di fame con la sua figliuola, dopo avere inutilmente bussato all'uscio signorile, e l'onesto bracciante è cacciato dalla casupola perchè non ha pagato la pigione, e non ha lisciato acconciamente il fattore di Sua Eccellenza.

--Sarà; ma intanto dove mi trova Ella un uomo che spenda centomila lire in elemosine, come il marchese Antoniotto?

--Eh, non dico già questo per levargli il merito. Alla stretta dei conti son sempre uomini commendevoli, e degni, d'esser fatti consiglieri e sindaci della città.

--Ahi questa che Ella dice è una gran verità! Costoro almeno amministrerebbero a dovere il danaro del comune, e non ci sarebbe risico....

--Certo!--soggiungeva un altro.--Non ci sarebbe risico che rubassero essi, ma che lasciassero rubare gli altri. A costoro basterebbe di poter fare i prepotenti.

--Ohi ecco un'altra carrozza. Chi è quella signora che scende?

--È la marchesa Pellegrina Bracelli. Bella donna a' suoi tempi! Adesso sua figlia è più bella di lei.

--Che novità! E probabilmente tra cento anni saranno morte ambedue.

--L'ha da essere una festa, ma di quelle!--diceva un altro.--Questa gente si ricorda d'essere sangue di dogi.

--Ci sono stati dei dogi nella casata Vivaldi?

--Nella casata Vivaldi, e anche in quella dei Torre.

--Peccato che non ne nascono più, dei dogi!

--Ma! è davvero un peccato. Essi valevano assai più dei vostri __governatori e intendenti__ moderni.

--Oh, qui poi ci avete ragioni da vendere. Quando non ci fosse altro, basterebbe notare che erano animali domestici.

Erano questi i discorsi che la gente faceva sulla via.

Il popolo genovese è pieno di questi capi ameni, i quali si dànno pensiero d'ogni cosa, pel solo ed unico gusto di disputare; ciceroni da dozzina e curiosi di ogni risma, i quali sanno tutte le minuzie del passato, frugano tutte quelle del presente e vorrebbero anche indovinar quelle del futuro; la più parte avventori costanti del __caffè della Liguria__, in via Luccoli, o del __caffè di Napoli__ in Soziglia; filosofi peripatetici dei portici del Teatro; speculatori del bel tempo sulle mura delle Grazie; uditori attentissimi alla Corte d'Assise, e alle parlate del Consiglio comunale.

Intanto giungevano le carrozze stemmate, e, mandando un po' indietro la calca dei curiosi, si fermavano dinanzi al portone. Lo staffiere saltava giù da cassetto, apriva lo sportello, e, col cappello gallonato in mano, distendeva i gradini ripiegati dello smontatoio. Il cavaliere scendeva sollecito, e porgeva la mano alla dama, che, tutta ravvolta nella sua mantellina, non lasciava veder altro che l'acconciatura del capo e la noce del piede.

Era già molto pei riguardanti, se il viso era bello, sottile il piedino e ben tornito il fùsolo.

--È la tale!--No, è la tal altra!--E lì commenti, aneddoti, vita e miracoli della signora che passava.

La carrozza della nobile Ottavia Scotti, vedova Belmosti, si fermò a sua volta, e ne scese la vecchia dama, con Matilde Cisneri, il marchese De' Carli e il conte Alerami.

Il lettore ricorderà che nei primi cenni intorno alla bionda contessa, abbiamo parlato d'una sua vecchia amica, la quale, non sapendo staccarsi dal mondo e dalle sue vanità, si appuntellava alla rinomata bellezza di una giovine, per non uscirne del tutto. Era costei la Belmosti, ottima donna in fin dei conti, la quale con la sua nobilissima compagnia dava assai più che non ricevesse da altri. E la Cisneri lo sapeva benissimo, che, la mercè della sua vecchia amica, cugina del marchese Antoniotto dal lato materno, era stata invitata alla festa dai Torre Vivaldi.

Il nostro conte palatino si affrettò, con savio accorgimento, ad offrire il braccio alla nobile Ottavia. Il marchese Tartaglia si dinoccolò per offrire il suo alla Matilde, e tutti e quattro, gloriosi e trionfanti, salirono le scale.

Lorenzo Salvani, nascosto nella folla, ebbe agio di vedere tutta la scena e udire per giunta le chiacchiere degli sfaccendati, che tagliavano i panni addosso a quelle nobili persone.

Colla falda del cappello aggrondata sugli occhi, il colletto del pastrano alzato fino all'orecchio, egli era andato ad appostarsi colà, per vedere anche una volta la bella Matilde. Ultimo guizzo d'una lucerna che si spegne, ultima ubbìa d'un povero amante lasciato in asso!

Il cuore gli si strinse, quando vide Matilde, saltar leggiera e contenta dallo smontatoio sulla soglia del portico; gli occhi mandarono lampi, quando scorse l'Alerami.

--Domani;--borbottò egli tra sè.--Domani, se non siete un codardo....--

Matilde era sparita col marchese De' Carli, e Lorenzo vide ancora la vecchia gentildonna che le teneva dietro, appoggiata al braccio del conte palatino.

Su per le scale marmoree del palazzo Vivaldi era una luce vivissima. Numerosi servi in livrea e guanti bianchi stavano nella sala d'ingresso, che era pittorescamente ornata di fiori e piante tropicali, come le stufe dei nostri giardini.

Di là s'entrava in una fila di sale stupende, le quali giravano tutto intorno il piano nobile del palazzo, ricche delle tele, degli affreschi e degli ornati dei più famosi artisti.

Quelle sale, giusta l'antico costume dei signori italiani, portavano il nome delle divinità pagane che la fantasia del pittore aveva effigiate nella volta. Epperò in quella sontuosa dimora dei Vivaldi si notava il salotto di Cerere, dell'Aurora, di Diana, delle Muse e di Flora; divinità tutte rappresentate in altrettanti medaglioni a buon fresco, e accompagnate dai loro emblemi; storie particolari e scene simboliche negli altri scompartimenti e lunetti della sala.

Per tal modo gl'intendenti di cose artistiche potevano ammirare le opere del Semino, del Carlone, del Tavarone e d'altri buoni frescanti della scuola genovese, le quadrature dell'Adrovandini, le prospettive degli Haffner, e gli ornati recenti condotti con finissimo gusto e accortamente disposati alle antiche dipinture dal nostro valoroso Michele Canzio.

Che diremo noi delle tele d'ogni misura, le quali arricchivano quelle magnifiche sale? Erano dipinti del Caracci, dell'Albano e del Rubens, battaglie del Bourguignon e di Salvator Rosa, madonne del Dolci, ritratti di Tiziano, di Paris Bordone e del Vandyck. In un salottino, che era il pensatoio della marchesa Ginevra (diciamo italianamente pensatoio il francese __boudoir__, che ha una etimologia meno cortese) regnava solitaria ma splendida una Danae di Guido Reni, la quale aspettava la pioggia d'oro, e faceva sospirare tutti coloro che non si sentivano da tanto di contenderla a Giove. Alla luce dei doppieri i capegli d'oro e gli occhi desiosi della bella prigioniera sfavillavano; il molleggiare delle carni dava immagine di donna viva, e quella bianca cortina che di consueto nascondeva il quadro, tirata discretamente sui lati, faceva credere al riguardante che egli fosse davvero il furtivo testimone dei voluttuosi segreti di un'alcova pagana.

Le modanature d'oro, gli affreschi, gli ornati, le tele, gli arazzi antichi, insuperbivano le sale del palazzo Vivaldi, e tanto più degnamente in quanto che la luce, in ogni parte profusa, faceva risplendere ogni cosa in apparenza di freschezza e di novità. Le grandi masserizie mirabilmente intagliate e indorate con recente accuratezza, le tavole incrostate di marmi preziosi, i velluti di Utrecht orlati di frange e nappe d'oro, i damaschi azzurrini, rossi e gialli, i tappeti storiati, le larghe cortine rabescate, tutto attestava l'opera dei secoli più largamente magnifici; e tutto del pari era fresco, rilucente, sfolgoreggiante, come se tutti gli artefici che avevano arricchito il palazzo Vivaldi delle opere loro, avessero dato l'ultima mano ad ogni cosa il giorno innanzi la festa.

Mirabile su tutti gli altri era il salone di Flora, dove si facevano le danze. Quel salone che, se i lettori rammentano, non si illuminava se non nelle grandi occasioni, risplendeva per le opere di Pierin del Vaga, discepolo di Raffaello, che vi aveva fatto prova del suo mirabile ingegno, lavorando la volta con la vivezza de' suoi colori e adornando in tal guisa le pareti, da sbandire anticipatamente i profani arazzi di seta e di carta felpata, i quali fanno testimonianza del lusso gretto e piccino dei tempi nostri.