Chapter 19
E qui parliamo di coloro che lo conoscevano, e sapevano anche degli amori della Matilde con lui. Il parlare di tanti altri e raccontarne vita e miracoli, era come un rimprovero a lei che era andata a cercarsi un amante fuori di quella cerchia appariscente dove nascono belli e fatti, che non c'è da desiderare più altro.
Lorenzo dal canto suo, oltre che non aveva cavato profitto dalle sue imprese, andava ogni giorno scemando di pregio, come le cartelle del debito pubblico in tempi burrascosi. Da lunga pezza il suo vestire era trasandato anzi che no. Il suo eterno vestito nero, che di sera poteva passare, in grazia dell'adagio: di notte ogni gatto è bigio, mostrava maluccio alla luce del sole, essendo già un po' spelacchiato sulle costure. Ora una donna, sia che ne tragga argomento di onore o di vergogna, si accorge sempre di questi nonnulla.
Per dirla in poche parole, l'amore di un uomo come il nostro povero amico Lorenzo, non era uno di que' romanzetti che una dama galante potesse mettere in mostra e farsene bella al cospetto della gente. Ed oltre tutto ciò, l'umor geloso del giovine stava per vietarle ogni maniera di passatempi; della qual cosa ella avrebbe avuto a dolersi tanto più, in quanto che non amava più abbastanza.
La contessa era dunque ad uno di que' punti, nei quali si sta per prendere una forte deliberazione. Ella non voleva incatenarsi e pensava a protestare col fatto, innanzi che la piaga si facesse più fonda.
Tutte queste cose contrastano invero coi lieti cominciamenti che il lettore conosce. Ma noi non inventiamo nulla, e Iddio ci guardi così dalla stolta pretensione di mutare il cuore umano, come dalla pericolosa manìa di dipingerlo a nostro talento.
Metteremo fine a queste considerazioni con un aforisma che non ci ricorda di aver mai letto in nessun trattato sull'amore e che però daremo nuovo di zecca ai lettori. «Quando una donna non ama più un uomo, o ne sopporta l'amore come una grande molestia, il che torna lo stesso, si può giurare che ci abbia già un altro all'uscio del cuore.»
Ora, chi era l'altro della contessa Cisneri? Per non tener a bada oltre il bisogno i lettori, diciamo che da un mese appena le era stato presentato Edmondo Alerami, conte palatino; un bel giovinotto sui trentadue, il quale aveva due occhi assai belli, sebbene dintornati da certe grinze che accennavano una vita scapigliata anzi che no, naso aquilino, baffi folti che gli scendevano sugli angoli delle labbra per rialzarsi superbamente in due punte attorcigliate, e un'ariona da principe indiano, a cui dava maggior risalto il suo viso abbronzato.
Questo signor Alerami non si sapeva donde venisse. Il suo titolo di conte palatino non chiariva nulla, perchè poteva averlo ereditato da' suoi maggiori, oppure ottenuto egli stesso, poniamo, dal Papa. Egli si diceva nato fuori, di parenti italiani; parlava tutte le lingue, ed era stato dappertutto, ma nell'India più a lungo che altrove.
Che cosa avesse fatto in India non diceva. Da' suoi discorsi si poteva qualche volta trapelare che avesse guerreggiato contro gli Indiani, o che avesse passato il suo tempo alla caccia delle tigri e degli elefanti, od ancora che avesse sfruttato una miniera di diamanti. Il conte Alerami parlava molto; ma, con tutte le sue chiacchiere, stava sempre chiuso come un nocciolo di pesca.
Questo signore s'era messo ai fianchi della bionda contessa; era sempre in sua casa, e la accompagnava sovente a teatro e a passeggio per le vie della città. La qual cosa non è a dire come tornasse molesta a Lorenzo Salvani.
Il nostro Lorenzo aveva avuto la poca accortezza di dolersene; di modo che la contessa potè rispondergli di trionfo come a lei fosse impossibile disfarsi del conte Alerami; il mondo aver le sue leggi, le quali nessuno poteva impunemente violare, e una donna assai meno di un uomo; la gelosia essere poi una brutta bestiaccia che bisognava soffocare nel suo covo innanzi che crescesse, tanto da divorarvi; alla perfine doversi aver fede nella donna amata, e va dicendo.
Dopo questi discorsi, Lorenzo non seppe più che cosa rispondere, e passò ancora per un uomo di poca fede, come l'apostolo Pietro sul lago di Nazaret; per un orso, per un nemico giurato delle costumanze civili; per un ribelle alle leggi della convenienza, e peggio. La contessa Matilde, quando scendeva a ragionare, non ci si metteva per poco, e voleva, come suol dirsi, vederne l'acqua chiara.
E fin qui non sarebbe stato gran male, se il cuore della contessa avesse durato nell'antico affetto. Ma il peggio si fu che le gelose smanie del povero Lorenzo non fruttarono altro che qualche sorriso di più al conte palatino.
Costui l'aveva ammaliata col suo sfarzo, co' suoi diamanti, colle sue nuvole indiane, col suo parlare alla spiccia di tutte le parti del mondo, col suo usar dimesticamente con tutti i gran signori forestieri. Non c'era infatti milordo inglese, o principe russo, o barone tedesco, il quale venisse a Genova e non fosse, un giorno dopo il suo arrivo, il fido Acate del conte Alerami. Tutti parlavano di lui, dei suoi modi eletti, de' suoi diamanti che venivano direttamente da Golconda, del suo cavallo arabo che era dono del pascià d'Egitto, ed era della razza medesima del cavallo di Maometto. Egli sapeva dir cose gentili alle signore; perdeva allegramente il suo denaro ad una tavola di __whist__ o d'altro giuoco signorile; nessuna meraviglia adunque che fosse lodato e accarezzato da tutti. Che più? Era stato ammesso nelle case più ragguardevoli, dopo che la vecchia marchesa Jolanda Pedralbes, detta più comunemente Violante, la quale nasceva dai __Monrion de Saint-Hubert__, prima nobiltà francese, e che era schizzinosa anzi che no nel fatto delle sue attinenze, gli era andata a braccetto nella prima festa invernale in casa Torre Vivaldi, e lo accoglieva nella ristretta cerchia de' suoi visitatori, tutta gente la cui nobiltà scendeva in linea non interrotta dai superstiti del diluvio universale.
Il bel cavaliere che tutti di qua e di là si strappavano, non aveva occhi se non per la contessa Cisneri, e la corteggiava con tutte le formalità prescritte dal codice della galanteria. Ciò solleticava l'amor proprio della signora, ed era per lei una rivincita su tutte le nuove bellezze che erano venute a sopraffarla, inspirandole quel tedio della vita che i nostri lettori hanno veduto a suo luogo, e che ella aveva combattuto coll'amore del giovine Salvani.
Ma il tedio era sparito, dopo le prime visite del conte Alerami. La contessa Cisneri moriva dal desiderio di farsi scorgere in trionfo, bella della sua nuova conquista, e l'unico tedio che ancora sentisse era quello del povero giovine, il quale era innamorato più che mai, nè voleva capire che il suo regno era finito.
Le cose erano dunque a questo segno. L'amante di casa, o per dir meglio il tiranno, era tuttavia Lorenzo Salvani. L'amante di fuori, il cavalier servente, quello per cui si indossava una nuova veste, per cui si meditava una notte sul colore più acconcio di un cappellino, era già il conte Alerami; il conte Alerami che quella sera doveva venirla a cercare, per accompagnarla alla festa da ballo, in casa Torre Vivaldi.
Adesso riuscirà agevole intendere perchè la bionda contessa stesse così a lungo ritta di profilo contro lo specchio a bilico, guardandosi doppiamente riflessa, in quello e nella piccola spera che aveva tra mani.
Era la sua grande serata, la festa trionfale che aveva sospirata così lungamente, e la contessa, bella naturalmente della persona, bella della sua contentezza, voleva essere inappuntabile nella terza bellezza della sua acconciatura. Donde si vede che Matilde si atteneva fedelmente al vecchio dettato: __omne trinum est perfectum__.
In quella che essa così amorosamente si guardava per tutti i versi, udì suonare il campanello all'uscio di casa. Quella scampanellata la scosse assai più che non paresse dicevole per un suono così naturale, e voltandosi alla cameriera, disse con molta speditezza queste parole:
--Cecchina, andate voi stessa ad aprire. Se è il conte, fatelo entrare nel salotto, e ditegli che mi aspetti. Se è l'altro, ditegli che sto per vestirmi, che debbo andar fuori e che non posso riceverlo.--
L'altro, per chi non l'intendesse, era il nostro amico Lorenzo.
--Vado;--rispose Cecchina, muovendosi verso l'uscio.
--Accomiatatelo, in ogni modo. Ditegli che domani sto in casa, e che lo aspetto;--aggiunse la contessa, con un sospiro che somigliava maledettamente ad uno sbadiglio.
La vispa Cecchina corse, per ubbidir la signora; ma il servitore aveva già aperto l'uscio, ed ella non aveva anche posto il piede fuori del salotto verde, che si trovò dinanzi Lorenzo Salvani.
Il giovine era molto scombuiato nel viso, e gli si leggevano negli occhi tutti i tristi presagi del cuore. Cecchina, che lo aveva nel suo calendario assai più del conte Alerami, quantunque da lunga pezza il giovine non le facesse più sdrucciolare gli scudi nella tasca del grembiale, si sentì stringere il suo cuoricino da cameriera, e rimase turbata innanzi a lui, senza trovare una parola da dirgli.
--È in casa la contessa?--chiese Salvani.
--No.... sì.... cioè....--rispose impacciata la cameriera.--La signora contessa è nel suo spogliatoio, e si prepara ad uscire.
--E dove va ella?
--Alla festa da ballo in casa Torre Vivaldi;--rispose Cecchina.
Lorenzo stette un tratto sovra pensiero; poi, scuotendo il capo, come se volesse discacciare una immagine molesta, soggiunse:
--Sta bene; l'aspetterò.--
Ciò detto, andò a sedersi sul canapè, pigliando sbadatamente in mano un giornale parigino ch'era posato sulla tavola.
Cecchina, ritta in mezzo al salotto, non sapeva che dire per farlo andare via, e non le dava l'animo di congedarlo con quelle asciutte parole che le aveva detto la signora.
--Signor Salvani!--si provò finalmente a dire la buona ragazza.
--Orbene?--disse egli.--Andate pure dalla vostra signora che avrà bisogno di voi. Io rimango ad aspettarla.
--Oh, l'andrà per le lunghe!--soggiunse la cameriera.
--Non importa; ditele che faccia pure il comodo suo. Io ho tempo da aspettarla finchè non abbia finito.
--Ma....--ripigliò Cecchina, che non sapeva più cosa dire.--Ella ha da sapere che la signora, appena vestita, dovrà uscire in compagnia del conte Alerami.
--Ah! il conte Alerami!--esclamò Lorenzo, deponendo giornale e balzando in piedi.--Cecchina, io debbo parlare a Matilde.
--Oh, non vada in collera, signor Salvani!--disse Cecchina, indietreggiando dinanzi al giovine, che le si era avvicinato impetuoso.--La signora non può dispensarsi dall'andare a questa festa, e mi ha raccomandato di avvertirla che domani rimarrà in casa ad aspettarla. Veda che testa! avevo già dimenticato di dirlo.--
Cecchina nel suo turbamento aveva dimenticato le parole della contessa; ma, come i lettori vedono, correggeva la dimenticanza dei primi momenti, ripetendole con quella buona grazia che la contessa non avea posto a proferirle.
--Domani!--esclamò con accento di amarezza Lorenzo.--C'è qualcuno di là. La signora è già vestita per uscire, e il conte Alerami è già venuto. Ecco perchè mi dite di andarmene.
--Oh, signor Salvani! Le giuro che la s'inganna.
--Orbene, andrò io stesso a sincerarmene.
--No, no, si cheti!--si affrettò a dire la cameriera.
--E che cosa, direbbe la signora contessa, se io lasciassi entrar Lei, mentre essa sta per vestirsi?
--Avete ragione, ed io sono un pazzo. Buona Cecchina, andate dalla vostra signora,--ripigliò il giovine con voce più tranquilla, ma con evidente fermezza di propositi,--andate, e ditele che non mi muovo di qui. Se ella non vuole per nessun conto che io la veda, è segno che in quella camera c'è qualcheduno. Andate, aspetto la risposta.--
Non c'era più nulla da opporre a quelle parole; e Cecchina, chinando il capo, rientrò nelle stanze della signora.
Frattanto Lorenzo si pose a passeggiare, poco cortesemente invero, ma molto umanamente, su e giù pel salotto della contessa. In quel momento egli aveva la mente ad altri pensieri che a quello delle buone creanze. Anche la sua sfuriata innanzi alla cameriera troverà scusa, speriamo, presso le signore, se porranno mente che la cameriera sapeva ogni cosa per filo e per segno, e che Lorenzo era fuori di sè.
--Donne! donne!--diceva egli, ripetendo le eterne considerazioni di tutti gli uomini scottati dall'amore.--Ben disse Francesco Primo: __Donna non tien mai fede, e matto è chi ci crede__. Esse non hanno gradazioni nei loro affetti. Là miti ed austere come la mia buona sorella Maria; qui vanitose e volubili come Matilde. Ed io l'ho amata, costei! E l'amo ancora, questa donna che si getta nelle braccia di quell'avventuriero del conte Alerami, che ama e disama ad un tempo, che ha il cuore.... Dove lo ha, il cuore? Oh, perchè mi sono lasciato prendere il mio da costei? E quell'altro bellimbusto che mi si mette tra' piedi, e ci ha ancora l'aria di proteggermi!... Già, un omaccione pari suo, che ha girato mezzo mondo, che è stato come pane e cacio coi sovrani, che ha già freddato i suoi quattro uomini coll'aggiustatezza de' suoi colpi.... Che diamine, aver paura di me? Certo, egli ha da essere molto addentro nelle grazie della signora, per assumere quel piglio da barba Giove! E' vogliono farmi andare fuori dei gangheri, costoro! Il conte Alerami non accetterà la disfida.... La sua perizia conosciuta.... e da chi? e poi la generosa sollecitudine pel buon nome della contessa.... il timore di farla correre su tutte le bocche, gli daranno ragioni da vendere. E sarò io il tristo, l'ingrato; io il nemico di Matilde; egli il grand'uomo, il suo salvatore. A te Lorenzo! A te, cialtrone! In questo modo tu sarai messo di punto in bianco fuori dell'uscio.--
Il giovine Salvani ragionava dirittamente. Non era quella la prima volta che l'ira, contro il consueto aiutasse a indovinare la verità.
Egli era a quel punto delle sue considerazioni, quando l'uscio per cui era scomparsa Cecchina, si riaperse, e la cameriera si affacciò al salotto, dicendo:
--Entri pure, signor Salvani.--
La collera di Lorenzo svaporò a quell'invito, o per dir meglio sbollì; e il giovine non si ricordò più di que' tristi pensieri che essa gli aveva destato nell'animo. Un solo concetto rimase, e fu l'amore; quell'amore che consiglia tante e poi tante corbellerie ai miseri mortali.
Lorenzo si gettò sulle orme della cameriera, ed entrò nelle camere della contessa, fino allo spogliatoio, dove la trovò ancora vestita in quel modo che i lettori sanno, ma seduta dinanzi allo specchio.
XXIII.
Nel quale si racconta come una gentildonna congedasse un innamorato che l'aveva seccata.
Appena Lorenzo fu entrato, Cecchina si allontanò. La contessa avrebbe potuto tenerla presso di sè, col pretesto assai naturale della sua acconciatura, e cansare in tal modo il pericolo di una spiegazione a quattr'occhi. Ma, a quanto sembra, ella voleva finirla, e indovinando col suo accorgimento donnesco che quello sarebbe stato un dialogo critico, dal quale ella avrebbe potuto cavar profitto, aveva accennato ella stessa a Cecchina che uscisse.
Rimasero soli; ma per un tratto fu scena muta. Lorenzo era come inchiodato presso l'uscio, e sopraffatto da una commozione fortissima. Allora la contessa si volse, ed accennandogli con la mano un piccolo sofà che era daccanto a lei, incominciò ella stessa il discorso.
--Orbene?... Non debbono esser di molto rilievo le cose che avete a dirmi, se, giunto qui, non mi dite una parola.
--Matilde!--ruppe finalmente a dire Lorenzo, con accento di rimprovero.--Perchè mi parlate voi così? Sapete pure che ho da parlarvi, e se ho resistito al vostro desiderio di non essere disturbata nella vostra acconciatura è segno che ho da ragionare di cose gravissime.
--Gravissime? Udiamo dunque; ma, ve ne prego, spicciatevi,--disse la bionda contessa, levandosi dallo specchio, e andando a sedersi su d'una poltrona dirimpetto a Lorenzo,--poichè non ho tempo, stasera.--
Salvani aveva il cuore gonfio di amarezza. Non erano poche, nè lievi, le accuse che gli facevano tumulto nell'animo; e tuttavia stette dubbioso, pensando al modo più acconcio di cominciare. Sentiva dentro di sè tutte le furie d'Averno, come dicono i classici; ma quella donna era così bella, ed egli l'amava tanto, ch'egli non ardiva prorompere, e tremava come un colpevole, egli, l'accusatore!
--Avete tanta fretta?--disse egli, col medesimo accento malinconico.
--Sì,--rispose la contessa, facendosi deliberatamente incontro al pericoloso argomento di quella conversazione.--A momenti sarà qui il conte Alerami, e non sono anche vestita.--
Lorenzo si pose una mano sotto la giubba, quasi volesse andare a cercare il cuore e soffocarlo nella stretta. Poi, mettendo ogni sua possa a frenarsi, guardò pietosamente la contessa e temprò la voce più dolcemente che gli venisse fatto, per dirle:
--Matilde, mi amate voi sempre?
--Stiamo a vedere che gli è tutto qui quello che avete a dirmi di grave. Perchè questa domanda, di grazia?--
E così dicendo, la contessa, con un moto grazioso delle membra si strinse nel suo accappatoio e si rannicchiò nella poltrona, sorridendo a Lorenzo. Nel cuore, tuttavia, si struggeva dal dispetto.
Lorenzo non vedeva, non indovinava nulla.
--Mi amate voi sempre, Matilde?--ripetè egli incalzando con aria supplichevole.
--Ma sì; lo sapete pure!--rispose la contessa.--Ma perchè, vi ripeto, perchè questa domanda?
--Per avere il diritto....--soggiunse esitando il Salvani,--per avere il diritto....
--Di che cosa!
--Di volgervi una preghiera.
--Udiamola, questa preghiera.
--Matilde! per l'amor di mio, per l'amor vostro, che non avete rinnegato, non è egli vero?... non andate a quella festa!--
La contessa finse di cader dalle nuvole a quella conclusione di Lorenzo, che ella pur si aspettava. Giunse le palme in atto di maraviglia, e dopo avere alzato gli occhi al soffitto, esclamò:
--Ma davvero siete un fanciullo! E perchè?
--Perchè.... Ve ne prego, ve ne supplico, non andate!
--Ma, di grazia,--ripetè spazientita la contessa,--sappiamone prima la ragione. Non è mica una cosa da nulla usare una siffatta scortesia ai Torre Vivaldi; e perchè io mi disponessi ad usarla, bisognerebbe pure ci avessi una ragione.... e che ragione!--
Lorenzo Salvani stava per essere sconfitto dalla logica della contessa. Se la ragione suprema dell'amore non bastava più a persuadere Matilde, tutte le altre erano contro di lui, ed egli non poteva distruggerle.
Però non rispose all'argomentazione della contessa, e con accento di profonda malinconia, si fece a dirle:
--Matilde! Come siete bella, stasera!
--Davvero?--rispose la contessa, guardandosi le dita che scherzavano coi nastri del suo accappatoio.
--Oh sì! Siete troppo bella!
--Stiamo a vedere che vi dispiace anche questo!--proseguì ella, con la stessa aria sbadata.
--No,--rispose Lorenzo, riscaldandosi;--ma voi sarete tale per molti. Molti vi ammireranno, colà dove andate. Sapete pure Matilde; una donna che ama, non deve parer bella a tanti. I desiderii del volgo sono come una profanazione della sua bellezza e dell'amor suo.
--Ah, ah!--esclamò la contessa, dopo una brevissima sosta--siamo nella metafisica, a quel che sembra. Ma anco a voler stare sulle nuvole con voi, signor poeta, io penso che vi si possa rispondere di trionfo.--
Lorenzo fece un cenno del capo che voleva dirle: non credo.
--Sì certo! Quanto più io potessi parer bella a molti, il che non è punto vero,--soggiunse ella con quell'accento d'ipocrisia che sanno metter fuori le donne quando abbiano a parlare della loro bellezza,--tanto maggiore dovrebbe essere l'orgoglio di chi mi ama.
--Oh, lasciate queste gioie meschine al conte Alerami, che per lui saranno forse il colmo della felicità!--interruppe Lorenzo.--Io v'amo ben diversamente, v'amo assai più, o Matilde!--
La bomba era caduta, la gran parola di quel dialogo era detta: e la contessa, punto turbata, si fece arditamente ad affrontare il pericolo.
--Ma se lo dicevo io, che siete un fanciullo! Adesso salta in ballo il conte Alerami.
--Egli vi ama!--proruppe Lorenzo.
--E questo vi spiace? Vi piacerebbe forse di più che egli mi odiasse?
--Forse. Ma perchè stiamo noi qui a schermir le parole?--disse Lorenzo, armandosi di coraggio.--Appunto del conte Alerami io volevo parlarvi.... e chiedervi un sacrifizio....--
La contessa rizzò il capo, e guardandolo con un piglio, in cui non si sarebbe potuto dire se fosse maggiore il disdegno o la compassione, lo fulminò con queste parole:
--Signor Lorenzo! siete voi così dappoco?
--Perdonatemi, Matilde,--gridò egli allora, gettandosi ai piedi della contessa ed afferrando la sua mano che non istette molto a bagnare di lagrime;--ma io soffro, vedete?... Io penso che questa sera andrete a quella festa appoggiata al braccio del conte Alerami, che egli vi farà ridere con le sue arguzie, che il vostro petto palpiterà sopra il suo, nell'ardore della danza. Non vedete voi queste lagrime, Matilde? Il mio cuore si strugge, a questo pensiero maledetto!...
--Perchè pensare a queste fanciullaggini?--chiese la contessa, guardando in aria.
--Perchè sono geloso, Matilde, geloso di chiunque vi parla, geloso perfino della vostra ombra. Non ve ne siete anche avveduta?
--Rifaremo dunque la vecchia storia di Otello?--ripigliò la contessa, cercando di sciogliere la mano dalle strette di Lorenzo.
--Oh Matilde! Voi non volete capirmi!--esclamò il povero innamorato.--Quando vi vedo, quando sono daccanto a voi che mi sorridete, poco m'importa di tutte quelle farfalle che vi aleggiano dintorno. Ma, lontano da voi, penso che esse ebbero la virtù di abbagliare i vostri occhi, e che il povero Lorenzo è dimenticato da voi. Sono geloso, Matilde, sono geloso, perchè sento che voi mi sfuggite di mano, che ogni giorno che scorre, mi allontana dal vostro cuore.--
Un affetto vero e profondo ha questo di efficace, che commove, poniamo pure per un momento, il cuore della donna più fredda. Non è egli vero, o lettrici? In mezzo alla noia che v'inspira l'assidua presenza e il piangere di un uomo che non amate e il pensiero di un altro che vi soggioga, s'infiltra pur sempre uno zinzino di compassione per lo sventurato che è a' vostri piedi e vi esprime con tanto ardore di parole la grandezza de' suoi patimenti.
La contessa non seppe resistere a quell'onda di passione disperata; epperò rispose a Lorenzo:
--E chi vi dice che io non v'ami più?
--Oh grazie!--esclamò il giovine, a cui balenò negli occhi il primo lampo di gioia;--grazie di questa cortese parola che vi è piaciuto lasciarvi sfuggirei Ma compite la vostra bell'opera; non andate a quella festa; rimanete in casa, stasera. Fate questo grande sacrifizio al povero Lorenzo, che vi ama come un dissennato. Vedete? Noi rimarremo qui seduti, a parlare del nostro amore, de' miei disegni pel futuro. Faremo un bel castello in aria, di quei tali che vi piacevano tanto, e che ci facevano star le ore intiere dimentichi del mondo, inebbriati di amore. Vi ricordate, bionda Matilde? Non c'era cosa bella nel creato, che le anime nostre non si facessero sollecite a spiccare dal suo luogo, per abbellirne il nostro sogno, e le più graziose pensate non erano certamente le mie....
--Sì, Lorenzo, ma è impossibile adesso che io vi contenti. Che volete? Sono pure disgraziata! Ho promesso al conte Alerami.... ho accettato ch'egli venisse ad accompagnarmi dai Torre Vivaldi; e senza mettere in conto che io fallirei alle buone creanze verso la Ginevra, il rimanere a casa sarebbe una vera scortesia, usata, senza una ragione al mondo, a quel povero conte.
--Quel povero conte! E perchè non dite invece questo povero Lorenzo che soffre? Oh, maledetto quest'uomo che si pone tra me e la mia felicità!...--