I Robinson italiani

Part 9

Chapter 93,623 wordsPublic domain

— Nel loro paese d'origine, ossia in Arabia sì, ma qui no, Enrico. Queste piante sono qui trasportate e coltivate.

— Ma da chi?...

— Dagli uomini che hanno dissodate e coltivate queste radure.

— Ma venuti da dove? — insistette il marinaio.

— Chissà, forse da Mindanao o da Palavan o dalle Filippine. Dopo la comparsa degli uomini bianchi, in quasi tutte le isole della Sonda e dell'arcipelago del Mar Cinese meridionale, si coltiva in minore o maggior copia il granello profumato.

— Che siano stati poi divorati dalle fiere, i coltivatori?...

— Possono aver abbandonata l'isola o essere invece stati sterminati o ridotti in schiavitù dai pirati delle Sulu.

— Sarei curioso di trovare le loro tracce, signor Emilio. Almeno sarei certo se quest'isola è ancora abitata o deserta.

— Forse perlustrando le coste lo sapremo, Enrico. Volete che raccogliamo il nostro caffè?... Vedo un grande numero di bacche giunte a perfetta maturanza, e che altro non chiedono che di essere esposte al sole per seccare.

— Ma fra due ore sarà notte.

— Nessuno ci proibisce di accamparci qui.

— È vero, signore; raccogliamo il nostro moka. —

Legarono i due orsi ad un albero e aiutati da Sciancatello si misero a raccogliere le frutta, accumulandole entro la tela della tenda. Il mozzo intanto tagliava dei rami e delle foglie, improvvisando un ricovero per difendersi dall'umidità della notte.

Alle sette di sera la raccolta era terminata. A colpo d'occhio potevano ricavare dieci o dodici chilogrammi di chicchi.

— Ecco una gita fortunata!... — esclamava il bravo marinaio, che pareva entusiasmato. — Cospettaccio!... che lusso!... Perfino il caffè, e lo zucchero non ci manca!... Se potessimo trovare anche del tabacco io sarei l'uomo più felice della terra.

— Sarà difficile trovarne, non usandolo i popoli di queste regioni, ma cercherò qualche cosa che possa surrogarlo, Enrico, — disse il signor Albani. — Portiamo il nostro _moka_ sotto la tettoia e stritoliamo un po' di biscotti bagnati nel miele.

[Illustrazione: — Ah!... Salvatelo, signor Albani!... — esclamò il mozzo, scoppiando in singhiozzi. (Pag. 122).]

— To'!... Anche voi lo chiamate _moka_ come noi marinai, — disse Enrico, caricandosi della tenda piena di caffè.

— È il suo vero nome, poichè le prime piante furono scoperte precisamente sulla costa araba ove sorge la città di Moka.

— È stato qualche scienziato a scoprirle?

— Niente affatto; un povero pastore di capre, Enrico. Anzi lo hanno scoperto le capre.

— Oh!... Questa è curiosa!...

— Tu dunque non conosci la storia del caffè?...

— No, signore.

— Ti dirò adunque che la scoperta dell'aromatico granello, diventato ora un articolo di prima necessità a mezza popolazione del nostro globo, risale a molti secoli.

Narrano gli Arabi, che un povero pastore di capre, disperato per non aver potuto sposare una sua cugina, per dimenticare il suo dolore, sonnecchiava tutto il giorno.

Una volta, svegliatosi prima del tempo, con sua grande sorpresa vide tutte le sue capre saltellare come se fossero impazzite. Si alzò per conoscere la causa di quella pazza allegria e vide alcune di esse occupate a mangiare delle bacche sferiche e scarlatte, quindi mettersi a saltellare e prendere parte alla danza generale.

Volle a sua volta assaggiarle e poco dopo sentì svanire la sonnolenza e sparire le sue malinconie.

Il giorno appresso cercò altre di quelle bacche e continuò così per molti giorni, diventando sempre più allegro.

Passato per di là un pellegrino, sorpreso di vedere capre e pastore a saltellare in compagnia, volle conoscere il motivo di quell'allegria e appagata la sua curiosità, fece un'ampia raccolta di quel caffè e lo portò nel suo romitaggio. Egli ne faceva uso prima delle preghiere, poichè il buon maomettano aveva l'abitudine di addormentarsi recitandole, mentre quelle bacche lo tenevano sveglio.

Fu il primo a torrefarle, poichè avendo pochi denti, gli riusciva difficile a spezzare i granelli. Ridottele poscia in polvere, provò a mescolare la profumata bacca all'acqua calda e ottenne il primo caffè.

Fatta conoscere la scoperta agli altri monaci, questi ne adottarono l'uso, il quale si estese poi anche in Europa per mezzo di pellegrini mussulmani.

— Ma fu adottato molto tardi in Europa?... — chiese Enrico.

— Verso il 1600, ma dapprima corse il pericolo di venire respinto ancora in Arabia.

— Forse che non piaceva allora?...

— Tutt'altro, ma essendo prima stato introdotto in Turchia, gli _ulema_ o preti mussulmani cercarono di proibirlo, ritenendolo una bevanda eccitante, ma il sultano Solimano ebbe il buon senso di dare a loro torto e permise che si aprissero in Costantinopoli le cinquanta prime botteghe di caffè. Verso il 1650 si estese poi l'uso anche in Italia, Francia ed altri Stati.

— Si pagava caro allora?...

— Moltissimo: circa centoventi lire alla libbra.

— Avrei preferito comperare un barile di vino, — disse Enrico, ridendo. — E in queste isole della Sonda, è molto tempo che lo si coltiva?...

— Dal 1690, anno nel quale gli Olandesi lo piantarono nella loro splendida isola di Giava, diventata ora così celebre per le sue ricche piantagioni di caffè.

— Signor Albani, — disse il marinaio, arrestandosi dinanzi alla tettoia costruita dal mozzo. — Che ci siano delle altre piante preziose in questi dintorni?... Gli antichi coloni potrebbero averne trasportate e coltivate delle altre.

— È possibile, Enrico. Domani faremo una passeggiata in queste vicinanze. —

Essendo molto stanchi per quella lunga marcia, s'affrettarono a divorare alcuni biscotti intinti nel miele profumato delle api selvatiche, regalandone alcuni a Sciancatello, alle due scimmie ed agli orsi, poi si coricarono su di un soffice e fresco strato di foglie senza prendersi la cura di montare la guardia, sapendo che il _mias_ non avrebbe lasciato avvicinarsi alcuno.

Ai primi albori, dopo una parca colazione, il signor Albani ed Enrico si mettevano in cammino per esplorare quella parte della foresta, mentre il mozzo rimaneva a guardia dei due orsi in compagnia dello Sciancatello e delle scimmie. Di passo in passo che si avanzavano lungo il margine della foresta, incontravano tracce sempre evidenti di coltivazione. Si vedevano dei solchi, ma appena tracciati, distrutti probabilmente dalle piogge o dalla invasione dei vegetali; dei tronchi atterrati ma ormai infraciditi ed ora ricettacolo di migliaia d'insetti; poi delle buche profonde, forse delle antiche trappole per gli animali della foresta, e anche molti grossi rami nettamente tagliati e accatastati con un certo ordine, come se fossero stati messi a seccare.

Forse su quei tratti sgombri, un tempo molte piante utilissime erano cresciute, ma i _rotangs_ e le male erbe le avevano senza dubbio soffocate dopo l'abbandono dei coloni, crescendovi accanto o distendendovisi sopra.

Il signor Albani osservava tutto attentamente sperando di scoprire altre piante, ma invano. Ad un tratto però, in mezzo ad un caos di alte graminacee, di piante arrampicanti e di radici enormi, il suo sguardo acuto scoprì dei ciuffi di foglie scannellate, armate di piccole spine nerastre, verdi sopra e bianchiccie di sotto, sostenenti nel mezzo delle frutta ovali, lunghe quindici o sedici pollici e con un diametro di dieci, d'un bel colore giallo dorato.

— Degli ananassi! — esclamò, inoltrandosi e scostando le radici e le erbe.

— Deliziosi! — esclamò il marinaio, che altre volte ne aveva assaggiati. — Mi piacciono assai, signor Albani. Che siano nati da loro?...

— Sì, ma importati dai misteriosi coloni che dissodarono queste terre. Saranno diventati selvatici, ma trapiantandoli in altri terreni e curandoli, torneranno a diventare squisiti. —

Raccolse una di quelle belle frutta che esalavano un odore squisito e l'assaggiò. La polpa, che si fondeva in bocca, era assai gustosa, ma così aspra da far sanguinare le gengive come quella degli ananassi bianchi dell'India.

— Coltivate nel nostro campicello, diventeranno migliori, — disse il veneziano. — Quando sarà giunto il momento di piantarle, verremo qui a prenderle. —

Raccolsero le frutta mature, e proseguirono l'esplorazione piegando verso la spiaggia, la quale era sempre coronata da rupi altissime, sulle quali nidificavano centinaia di rondini marine.

Stavano per intraprendere la scalata d'una di quelle rocce per dare uno sguardo al mare ed alla costa, quando al marinaio parve di vedere una piccola apertura tenebrosa, semicoperta da un ammasso di piante arrampicanti che si erano abbarbicate tenacemente ai crepacci.

— Una caverna? — si chiese egli, arrestandosi.

— Sarebbe una bella scoperta, — disse Albani.

— E perchè, signore?...

— Potrebbe servirci da magazzino ed in caso di pericolo anche di rifugio.

— Infatti non siamo lontani dalla nostra capanna aerea. Non vi sono che mille duecento o milletrecento metri. Ho veduto or ora il tetto della nostra dimora.

— Non credevo che fosse così vicina. Andiamo a esaminare la caverna.

— Ci vorrà un lume, signore.

— Ecco là un albero gommifero che ci procurerà una buona torcia, — disse il veneziano, indicando una _isonandra gutta_.

Il marinaio andò a tagliare alcuni rami, ne accese uno, poi spostò la cortina di piante arrampicanti e s'inoltrò in quell'apertura che pareva si allungasse assai entro la grande rupe.

Un odore strano, come di sterco, colpì l'olfatto dei due naufraghi, ma sporgendo innanzi la torcia per la tema di cadere in qualche crepaccio, tirarono innanzi bensì con una certa diffidenza.

Dinanzi a loro s'apriva un corridoio stretto, alto un metro e mezzo, il quale scendeva dolcemente, descrivendo una curva lievemente accentuata. Era però assai asciutto e non si vedevano nè stalagmiti, nè stalattiti, l'assenza dei quali indicava come non regnasse là dentro l'umidità.

Percorsi dieci passi, si trovarono improvvisamente dinanzi ad una grotta circolare, colla vôlta assai alta ed il suolo sparso d'una sabbia finissima e bianchissima e anche questa perfettamente asciutta.

Stavano per continuare l'esplorazione, avendo scorto all'estremità un antro che pareva formasse un secondo corridoio, quando videro irrompere di là un nuvolo di quegli enormi pipistrelli che i Malesi chiamano _kulang_ ed i naturalisti _pteropus eduli_.

Ebbero appena il tempo di gettarsi da una parte e di abbassare la torcia. Quei brutti volatili attraversarono la grotta sbattendo vivamente le loro enormi ali membranose, provocando una rapida corrente d'aria, e fuggirono pel corridoio che conduceva all'esterno.

— Al diavolo quei ributtanti pipistrelli!... — esclamò il marinaio. — Che ve ne siano degli altri?...

— Non lo credo, — rispose Albani. — Andiamo innanzi, Enrico. —

Il marinaio ed il suo compagno entrarono nel secondo corridoio, che era basso e stretto come il primo, ma che scendeva più rapido, e si trovarono in una seconda caverna pure circolare ma più ampia della prima, poichè misurava una circonferenza di almeno quaranta metri.

Quella caverna doveva trovarsi quasi a livello del mare, poichè si udivano là dentro dei fragori prolungati, prodotti senza dubbio dalle ondate che si rompevano ai piedi della rupe.

— Vi è un foro lassù, — disse il marinaio, indicando una apertura irregolare, grande come una moneta da cinque lire, per la quale penetrava un po' di luce. — Andiamo a vedere se si scorge il mare. —

Si era avvicinato alla parete per salire su alcuni massi accatastati sotto quel pertugio, quando Albani lo vide arrestarsi bruscamente, poi indietreggiare vivamente, esclamando:

— Terremoti e tuoni!... Un cadavere!... —

CAPITOLO XVIII

Il serpente dagli occhiali

Il signor Albani, udendo quell'esclamazione, si era spinto innanzi colla più viva curiosità.

Là, accanto alla parete, disteso su di un letto di foglie secche, giaceva infatti un cadavere interamente nudo, ma ridotto allo stato di mummia.

Era un uomo di statura bassa, membruto, col petto largo, colla faccia quasi quadra, ossuta, col naso schiacciato, la bocca larghissima che mostrava dei denti acuti, ma che invece di essere bianchi erano neri come quelli dei popoli che usano masticare il _betel_.

La sua pelle era d'un colore rosso mattone, ma con delle sfumature olivastre.

Accanto a quella mummia si vedeva uno di quei pugnali lunghi un piede, colla lama serpeggiante, d'un acciaio finissimo, usato dai Malesi, i quali dànno a tali armi il nome di _kriss_, ed una cerbottana, ma spezzata a metà.

— Un Malese!... — esclamò il veneziano. — Che sia uno dei coloni che dissodarono parte della foresta e che piantarono il caffè?...

— Ma quest'uomo deve essere morto da molto tempo, — osservò il marinaio, il quale però si teneva ad una rispettosa distanza.

— Forse da parecchi lustri.

— Ma come si è così ben conservato?...

— Questa caverna è asciuttissima, poco arieggiata e molto fresca ed il cadavere non si è imputridito, ma lentamente disseccato.

— Che questo povero diavolo, sia stato ucciso?...

— Non vedo alcuna ferita sul suo corpo, Enrico.

— Avete ancora l'idea di utilizzare questa tomba?...

— Questa tomba, come tu la chiami, sarà una magnifica cantina per conservare i nostri viveri. Seppelliremo la mummia, se ti dà fastidio, e poi trasporteremo le nostre ricchezze.

— Quel morto mi fa un certo senso, signor Albani!

— Bah!... Usciamo e andiamo a trovare Piccolo Tonno. —

Fecero il giro della caverna per vedere se vi erano altre mummie, raccolsero il _kriss_, arma preziosa per loro che non possedevano che una scure e due coltelli ormai rovinati, ed entrarono nella seconda. Stavano per uscire dal corridoio, quando il marinaio s'arrestò di colpo, emettendo un urlo di dolore.

— Enrico!... — esclamò il veneziano, balzando innanzi col _kriss_ in pugno.

— Qui.... aiuto!... Mi morde!... — urlò il genovese, con voce rauca.

Il signor Albani abbassò gli sguardi e impallidì spaventosamente. Un serpente, lanciatosi fuori dalle piante arrampicanti che ostruivano l'ingresso della caverna, aveva conficcati i suoi denti velenosi nel polpaccio della gamba sinistra del disgraziato marinaio.

Quel rettile traditore era grosso come una bottiglia nera, lungo poco più di due metri, col corpo coperto di squame bruno-giallastre, scintillanti come scagliette d'oro e con due cerchi biancastri situati dietro alla testa e che raffiguravano perfettamente un paio di occhiali.

Il veneziano, senza badare al tremendo pericolo a cui si esponeva, si era precipitato innanzi. Aveva riconosciuto in quel rettile, il terribile _serpente dagli occhiali_, il cui morso ben di rado perdona.

Il mostro, vedendo quel nuovo nemico, aveva lasciato il marinaio e si era rizzato sulle sue anella dilatando enormemente la sua gola, potendo, a volontà, aprire le sue due prime costole.

Pronto come il lampo Albani tese il braccio e con un solo colpo lo decapitò, poi balzando sopra il corpo che si contorceva rabbiosamente, ricevette fra le braccia il marinaio. Senza perdere un istante lo adagiò su di un cumulo di foglie secche, gli rimboccò i calzoni mettendo a nudo il polpaccio, lacerò un fazzoletto, l'unico che possedeva, e legò strettamente la gamba. Ciò fatto, senza pensare che poteva avvelenarsi, applicò le labbra alla ferita, nel luogo ove scorgevansi due leggieri puntini sanguinosi e aspirò fortemente, sputando a più riprese.

Il marinaio, semi-svenuto, pareva che non vedesse nulla. Pallido come un cadavere, coi lineamenti alterati, gli occhi vitrei, la fronte coperta di sudore che doveva essere freddo, respirava affannosamente, con grande stento.

Il signor Albani non era meno pallido del marinaio, nè meno alterato. Anche la sua fronte era bagnata d'un sudore freddo, ma operava senza perdere un istante. Egli non ignorava le terribili proprietà del veleno del _serpente dagli occhiali_ chiamato anche _cobra-capello_; sapeva che iniettato in certa quantità, produce la morte in meno di un quarto d'ora.

Egli tentava tutte le risorse suggeritegli dall'esperienza, ma aveva ben poca fiducia di riuscire a salvare il disgraziato compagno. Solo un miracolo poteva strapparlo alla morte.

Succhiata la ferita, mezzo eroico ma pericolosissimo, poichè poteva bastare una ferita impercettibile alle labbra o alle gengive per avvelenare il generoso uomo, impugnato il coltello aveva fatto sul polpaccio morsicato una profonda incisione in forma di croce.

Colle dita allargò il taglio facendo, con un'energica pressione, schizzare fuori il sangue, poi raccolta la torcia che era ancora accesa e la cui punta era ormai un carbone ardente, l'applicò sull'incisione.

Il marinaio, sentendosi bruciare la viva carne, trabalzò come fosse stato toccato da una scarica elettrica di grande potenza, urlando con voce rotta:

— Cosa.... fate.... signore!...

— Calmati, Enrico, cerco di salvarti, — rispose Albani con voce commossa.

— Mi.... calcinate.... le carni.... signore....

— È necessario, amico mio. —

Il marinaio si dibatteva, ma il veneziano lo teneva come inchiodato colla sua destra, mentre colla sinistra continuava a bruciare le carni.

— Terremoto.... basta! — urlò il marinaio.

— Sì, basta, — rispose l'Albani, ritirando la torcia.

— Soffro.... mi pare che il cuore mi si geli.... Signor Albani.... è finita.... Ed eravamo.... così felici!... L'avete almeno.... ucciso?...

— Sì, — rispose il veneziano, tergendosi rapidamente due lagrime che gli rotolavano per le gote.

— Signore.... ho la testa che mi.... gira.... Mi pare che.... il cervello bruci.... E Piccolo Tonno?... Voglio.... vederlo.... voglio.... —

Non potè finire. Le forze improvvisamente lo abbandonarono e ricadde indietro cogli occhi stravolti, coi lineamenti alterati. Solamente il suo corpo, di quando in quando, provava dei sussulti e dalle labbra gli usciva un sibilo precipitato.

Il signor Albani lo guardava con due occhi smarriti come se temesse, da un istante all'altro, di vedere il disgraziato compagno morirgli dinanzi.

Un grido lo strappò da quella muta disperazione. Piccolo Tonno era improvvisamente comparso sul margine della foresta.

— Gran Dio!... — esclamò il mozzo. — Cosa è accaduto, signor Albani?... Enrico!...

— Taci, — gli disse il veneziano.

— Ditemi cosa è accaduto, signore.

— E stato morso da un serpente.

— E muore?...

— Non disperiamo, ragazzo mio, — disse Albani, frenando le lagrime.

— Ah!... Salvatelo, signor Albani!... — esclamò il mozzo, scoppiando in singhiozzi. — Voi che sapete tante cose, potete strapparlo alla morte.

— Ho fatto tutto ciò che potevo.

— Avete qualche speranza?...

— Forse.

— Ma ditemi....

— Taci, Piccolo Tonno. Va a cercarmi dell'acqua.

— Ho la mia fiasca piena. Prendete, signore. —

Albani prese la fiasca che il ragazzo gli porgeva e lavò il sangue che continuava a sgorgare dalla ferita, poi vedendo che il polpaccio del marinaio si era notevolmente gonfiato, slegò il fazzoletto e lo annodò più sopra per evitare la perdita del membro offeso.

Enrico pareva sempre svenuto. Però a poco a poco il suo pallore acquistava una tinta meno sbiadita e la sua respirazione, dapprima affannosa, accennava a diventare più tranquilla, più regolare.

Albani gli tastò il polso e s'accorse che non era più agitato. Una viva commozione gli si dipinse sul viso.

— Piccolo Tonno, — disse al mozzo, che continuava a singhiozzare. — Sta per compiersi un miracolo che pochi minuti or sono non speravo.

— Riuscirete a salvare Enrico?...

— Comincio a sperarlo.

— Non era adunque velenoso quel serpente?...

— Anzi dei più velenosi, poichè i _cobra-capello_ o _serpenti dagli occhiali_ uccidono l'uomo più robusto in un quarto d'ora e quasi mai si possono salvare le persone morsicate.

— Ma siete certo che non morrà?...

— Il quarto d'ora è già trascorso ed Enrico è ancora vivo, anzi pare che migliori. Guardalo: ora dorme. —

Infatti il marinaio era caduto in un profondo letargo, ma i colori gli erano tornati sul viso e la sua respirazione diventava sempre più regolare. Come era sfuggito alla morte?... Quale miracolo si era compiuto?... Albani, è vero, aveva operato rapidamente tentando tutti i mezzi conosciuti, ma non sempre efficaci, specialmente contro i morsi di quei terribili serpenti del tropico, che secernono un veleno dieci volte più potente di quello delle nostre vipere.

Forse i calzoni di tela grossa del marinaio avevano assorbito gran parte del mortale liquido, nel momento che i denti del rettile li attraversavano o forse il rettile aveva esaurita poco prima la sua riserva.

— Va' a vedere sotto quelle piante arrampicanti, — disse Albani al mozzo. — Voglio trovare la causa di questa guarigione miracolosa. Il _cobra_ è uscito di là, nel momento che Enrico passava.

— Cosa sperate che io trovi? — chiese il mozzo, sorpreso. — Qualche rimedio forse?

— No, ma forse la certezza che Enrico non morrà. —

Piccolo Tonno s'armò d'un grosso ramo d'albero e si cacciò fra le piante, che scendevano lungo le pareti della grande rupe come una fitta cortina. Poco dopo ritornava, trascinando per la coda uno di quei grossi scoiattoli volanti chiamati _pteromys_.

— Signor Albani, — disse, — ho trovato questo animale che potrà servirci da pranzo. Mi pare che sia stato ucciso di recente.

— Da' qui, ragazzo mio, — rispose il veneziano, raggiante. Afferrò il _pteromys_ e s'accorse che era ancora leggiermente tiepido, segno evidente che era stato ucciso da forse mezz'ora.

Esaminatolo, vide subito su di un fianco due profondi fori, regolarissimi, dai quali uscivano ancora poche goccie di sangue.

— Ecco chi ha salvato Enrico!... — esclamò con gioia.

— Come!... Questo scoiattolo ha salvato il nostro compagno? — chiese Piccolo Tonno, sempre più stupito.

— Sì, ragazzo mio. Il _cobra_, pochi istanti prima che noi uscissimo dalla caverna, aveva sorpreso questo animale scaricando su di lui tutta la sua provvista di veleno, sicchè quando ha morso Enrico era divenuto se non del tutto inoffensivo, poco pericoloso. Rallegriamoci, Piccolo Tonno: Enrico guarirà e forse molto presto. Le mie cure pronte hanno bastato per strapparlo alla morte.

— Infatti Enrico ora dorme tranquillo, signore.

— E lo lasceremo dormire. Metteremo qui il nostro campo per ora.

— Volete che mi rechi alla capanna?

— Sì, Piccolo Tonno. Andrai a prendere un pezzo di vela per riparare Enrico dal sole, delle provvigioni e torcerai il collo ad un paio di tucani per preparare del brodo al nostro ammalato.

— E condurrò gli orsi nel recinto. —

Il ragazzo partì correndo verso il luogo ove aveva lasciato le scimmie e gli orsi ed il signor Albani si sedette accanto al marinaio, attendendo ansiosamente che si svegliasse.

Ormai era certo della guarigione di lui, poichè solamente una parte infinitamente piccola di veleno doveva essergli stata iniettata. Il genovese aveva riacquistato il colore primitivo, un bel bruno leggermente dorato, aveva il polso regolare, la respirazione libera, naturale, ed erano scomparsi i brividi ed anche il freddo sudore che inondavagli la fronte.

Quel riposo, che si prolungava, doveva produrgli un notevole miglioramento e rimetterlo in forze.

Un'ora dopo Piccolo Tonno era di ritorno accompagnato da Sciancatello e dalle due scimmie cariche di provviste. Aveva condotti i due orsi nel recinto, aveva fatta una visita alla capanna aerea che aveva ritrovata nel medesimo stato in cui l'avevano lasciata ed al magazzino dei viveri ed aveva torto il collo ai due più grossi tucani.

Fu rizzata la tenda per proteggere il marinaio dal sole, poi accesero il fuoco e misero a bollire il volatile più grasso per preparare una buona zuppa al povero ammalato.

Ciò fatto, sedutisi all'ombra, attesero pazientemente che il compagno si svegliasse.

CAPITOLO XIX

I babirussa

Il sonno del marinaio si prolungò fino a mezzodì, sempre tranquillo, regolare.

Quando aprì gli occhi, il bravo genovese parve stupito di trovarsi coricato sotto quella tenda improvvisata, fra i suoi due compagni e lo Sciancatello che si era accoccolato ai suoi piedi, come se avesse indovinato che il suo amico era ammalato.

— Cosa fate qui? — chiese, guardando ora il signor Albani ed ora il mozzo, che lo osservavano sorridendo.