I Robinson italiani

Part 10

Chapter 103,644 wordsPublic domain

Poi si rammentò subito di quanto era avvenuto.

— Ma non sono morto!... — esclamò. — Ah!... Signor Albani, vi devo la vita!... Mio Piccolo Tonno, io non speravo di vederti ancora!

— Come stai? — chiese il veneziano, stringendogli affettuosamente la mano che gli veniva sporta.

— Sono debole, assai debole, signore, e mi pare di aver la testa vuota, ma mi sento vivo e ciò mi basta, lo potete credere, — disse il marinaio, sorridendo. — Provo ancora dei dolori acuti alla gamba ferita, ma bah! cesseranno. Terremoto!... Mi avete proprio calcinate le carni.

— Era necessario, Enrico; se non agivo così, correvi il pericolo di morire in capo ad un quarto d'ora.

— Piuttosto di abbandonare voi, avrei preferito perdere entrambe le gambe.

— Basta, — disse Albani, vedendo che il marinaio faceva degli sforzi crescenti per terminare le parole. — Manda giù questa tazza di brodo e poi torna a chiudere gli occhi. Il riposo ti farà molto bene.

— Lo credo anch'io, signore. Mi sento invadere da una nuova sonnolenza irresistibile. —

Vuotò la tazza di brodo, poi ingollò alcuni sorsi di _tuwak_, quindi tornò a coricarsi. Pochi minuti dopo s'addormentava ma non era un assopimento, era un vero sonno.

Durante l'intera giornata il signor Albani ed il mozzo, vegliarono accanto al ferito in compagnia di Sciancatello il quale, vedendo il suo amico coricato, di tratto in tratto rompeva in gemiti lamentevoli.

Verso il tramonto, il marinaio, che si sentiva meno debole ed in appetito, mangiò una coscia di tucano e stritolò un biscotto, innaffiando la cena con una nuova e più abbondante sorsata di _tuwak_.

I suoi compagni erano contentissimi di quella rapida e veramente prodigiosa guarigione. Lo stesso marinaio, che al mattino si credeva già spacciato, era meravigliato.

— Quasi si potrebbe credere che i _serpenti dagli occhiali_ non sono così velenosi come raccontano i viaggiatori, — diss'egli. — Dovevo morire in un quarto d'ora ed invece sono più vivo di prima.

— Puoi ringraziare quel povero scoiattolo, che ha ricevuto prima di te la provvista di veleno del rettile, — disse Albani. — Senza quel fortunato caso, saresti morto.

— Malgrado le vostre cure?...

— Sono mezzi che riescono contro i morsi delle vipere, ma assai di rado contro quelli dei _cobra-capello_ o dei serpenti del minuto o dei sonagli.

— Ma dove hanno il loro magazzino di veleno, quei dannati rettili?... Nei denti forse?...

— In una glandola situata nella mascella superiore. Basta una leggiera pressione perchè il liquido mortale esca e scenda attraverso i denti per mezzo di due appositi canaletti.

— E si muore sempre?...

— Sempre proprio no, poichè dipende dalla maggiore o minor quantità di veleno iniettato nella ferita. Una piccola dose può cagionare solo una breve malattia, o dei gravi disturbi che possono, dopo un dato tempo, produrre la morte. Certi altri serpenti, pure velenosi, producono sovente delle malattie assai strane, ma senza uccidere. Sono gonfiezze dolorose, che si riproducono tutti gli anni nell'epoca istessa in cui seguì il morso, eruzioni di vesciche che durano parecchi mesi e che continuano a ripetersi ogni anno, causando alle vittime dolori di capo, debolezze e oppressioni di cuore.

— E quando si riceve tutta la scarica di veleno, si muore presto?...

— Ecco: il _minute-snake_ o _serpente del minuto_, che è uno dei più piccoli, essendo lungo appena venti centimetri, uccide ordinariamente in novantasei secondi; il _cobra-capello_, come ti dissi, in un quarto d'ora; i serpenti a sonagli pure in quindici minuti ma talvolta in due soli; il serpente di Giava in cinque minuti, ma alcuni uomini vissero pure dieci e perfino sedici giorni; la vipera europea può uccidere un bambino in un'ora ma un adulto vive anche alcune settimane.

— È vero, signore, che il veleno si può bere impunemente?...

— Qualche volta sì, specialmente quando lo stomaco non ha compiuta la digestione, ma è sempre pericolosissimo, poichè se si mescola al sangue per mezzo di qualche piccola escoriazione, l'uomo è perduto.

E poi, non tutti i veleni si possono inghiottire. Ve ne sono alcuni, che sono così potenti, che basta bagnarsi un dito per venire presi da leggieri sintomi di avvelenamento. Specialmente quello dei rettili tropicali, può venire assorbito dai pori della pelle. Ma basta coi serpenti, amico mio; torna a coricarti e domani, se ti potrai reggere, faremo ritorno alla nostra capanna aerea.

— Zoppicando, ma ci verrò, signor Albani. Mi pare che sia trascorso un mese dalla nostra partenza.

— A domani dunque. —

Piccolo Tonno aveva acceso il fuoco per tenere lontane le fiere, avendo scorte sui margini di quella foresta delle orme che potevano essere state fatte dalle tigri, e si era seduto fuori della tenda assieme al _mias_, per fare il suo primo quarto.

Il signor Albani si coricò presso al marinaio che cominciava già a russare, quantunque avesse dormito quasi tutta la giornata.

Durante la notte vi fu un allarme, nell'ultimo quarto di guardia, essendo state scorte delle grosse ombre vagare presso il margine del bosco, ma senza conseguenze, poichè bastò la presenza del _mias_ per fugarle.

Quando Enrico si svegliò, pareva ormai perfettamente guarito. Solamente la gamba era un po' gonfia e la piaga prodotta dalla bruciatura gli produceva dei dolori acuti.

Nondimeno volle partire, desiderando ardentemente di rivedere la capanna e sopratutto il fornello per preparare le famose ciambelle.

Lo Sciancatello ed il mozzo si caricarono della tenda, delle armi e dei viveri, ed Enrico, appoggiatosi al braccio del veneziano, diede coraggiosamente il segnale della partenza. Zoppicava assai e di tratto in tratto impallidiva per gli spasimi che soffriva, pure non emetteva alcun gemito.

Arrestandosi ogni due o trecento passi per concedere al ferito un po' di riposo, verso le nove giungevano a cinquecento passi dalla capanna aerea, attorno alla quale svolazzavano, gridando e cinguettando, bande di pappagalli colle penne variopinte e stormi di rondini marine.

Si erano arrestati per concedere ad Enrico un ultimo riposo, quando scorsero le loro due scimmie scendere a precipizio i pali di sostegno della capanna e arrestarsi presso una buca, che era stata scavata sul margine della piantagione di bambù per prendere la grossa selvaggina.

[Illustrazione: ....... il ragazzo si permise il lusso d'una trottata, in compagnia delle due scimmie e dello Sciancatello.... (Pag. 138).]

I due quadrumani parevano in preda ad una viva agitazione; gridavano, saltellavano attorno alla buca e alzavano e dimenavano le loro lunghe e pelose braccia.

— Cosa succede laggiù? — chiese il mozzo. — Che le nostre scimmie vogliano fare un capitombolo nelle trappole?

— O che qualche loro compagna sia caduta entro?

— Non si troverebbe imbarazzata a uscire, — rispose il veneziano.

— Ma urlano proprio sui margini di una delle buche che abbiamo scavate per la grossa selvaggina, signor Albani, — disse il mozzo.

— Sarà caduto qualche animale. Affrettiamoci, amici, e preparate le cerbottane, poichè potrebbe essere qualche tigre. —

Allungarono il passo sorreggendo il marinaio ed in pochi minuti giunsero sull'orlo della buca. Come il veneziano aveva preveduto, lo strato di leggiere canne che copriva la trappola aveva ceduto sotto il peso d'un grosso animale, il quale ora si trovava prigioniero in fondo all'escavazione.

Era grande come un cervo ma somigliava, per le forme, ad un maiale, quantunque avesse le gambe molto più alte e più sottili. Aveva però il collo egualmente grosso, il grugno sporgente ma armato di due denti ricurvi e solidi, che partendo dalla mascella superiore salivano fino agli occhi. Il suo pelo era invece cinereo-rossiccio, corto e lanoso.

— Cos'è? — chiesero il marinaio ed il mozzo.

— Un babirussa — rispose Albani, — un animale che appartiene all'ordine dei pachidermi moltungulati ma che forma un genere particolare della famiglia dei porci.

— È buona la sua carne? — chiese il marinaio.

— Somiglia a quella del porco.

— Guardate, signore! — esclamò in quell'istante il mozzo. — Vi sono anche due piccini.

— Buono! — disse il veneziano. — Ecco che il nostro recinto comincia a popolarsi: due orsi, tre scimmie, tre babirussa ed una uccelliera discretamente fornita!... In tre settimane abbiamo ottenuto più di quanto potevamo sperare ed il vitto è ormai assicurato. Alla capanna, Piccolo Tonno; festeggieremo il lieto avvenimento e la guarigione del nostro bravo Enrico con un banchetto.

— Ed io vi offrirò delle ciambelle, — disse il marinaio. — Sciancatello!... Spero che avrai risparmiato il mio miele.... —

CAPITOLO XX

Nuove scoperte

Quantunque l'abbondanza cominciasse già a regnare nella capanna, possedendo ormai una grossa provvista di pane, un recinto fornito di selvaggina piccola e grossa, delle armi per procurarsene dell'altra, dei liquori e dello zucchero estratto dalle _arenghe saccarifere_, ecc., i naufraghi, da persone previdenti, non s'arrestarono.

Il veneziano voleva dotare quella microscopica colonia di ben altre cose che ancora difettavano e assicurare, in caso di carestia, dei viveri sufficienti a nutrirla per lungo tempo.

Non avendo pel momento alcuna premura di visitare l'isola per accertarsi se era abitata o deserta, non potendo fabbricarsi una scialuppa, se prima non trovavano delle pietre adatte per arrotare la scure che era ormai ridotta in uno stato miserando, appena il marinaio si trovò in grado di camminare da solo, si dedicarono a diversi lavori ritenuti urgenti.

Allargarono innanzi a tutto il recinto per separare gli animali, ingrandirono l'uccelliera, essendo aumentato considerevolmente il numero degli uccelli, avendo il mozzo raddoppiata la produzione del vischio estratto dalla _giunta wan_; poi si misero a dissodare un bel tratto di terreno per piantare le patate dolci che avevano religiosamente conservate.

Furono i due marinai che si occuparono delle coltivazioni. Il signor Albani invece si occupava a scorazzare le foreste in compagnia dello Sciancatello, per cercare nuove e utili piante, che potevano essere di grande giovamento alla piccola colonia.

Le sue escursioni non erano improduttive, poichè tutte le sere ritornava alla capanna o con delle pianticelle, che si affrettava a piantare nel terreno dissodato, o con delle nuove frutta.

Aveva già scoperte altre patate dolci, certe specie di cipolle squisite, dei tuberi che somigliavano alle rape ed aveva portate parecchie frutta d'artocarpo e di più specie: delle _buâ mangha_ (artocarpus integrifolia) che sono di dimensioni enormi pesando perfino sessanta chilogrammi; delle _buâ champandak_, varietà più piccola, ma più dolce e più delicata, e dei _tambul_ (artocarpus incisa o albero del pane).

Il bravo veneziano aveva fatto servire quella polpa giallastra cucinata nel forno, in pentola e sui carboni e l'aveva perfino adoperata, con molto successo, nella preparazione di certi pasticci, ma una parte l'aveva messa in serbo seppellendola entro buche scavate in terra, dopo d'averla avvolta entro foglie di banani.

Così conservata, quella polpa diventava leggiermente acida dopo un certo tempo, ma non disaggradevole e serviva a variare il solito pane.

Non era però ancora contento il brav'uomo. Mentre i suoi compagni, terminato il dissodamento del campicello si occupavano a scavare una profonda buca presso la sponda, volendo arricchirsi anche d'un vivaio di pesci, continuava a percorrere con accanimento le foreste per cercare degli alberi che riteneva indispensabili.

Un giorno finalmente, i due marinai lo videro tornare al campo raggiante di gioia. Recava una specie di palla grossa come la testa d'un fanciullo, coperta da filamenti duri e rossicci.

— Cosa ci recate, signore? — chiese il marinaio.

— Ciò che cercavo con tanto accanimento, — rispose il veneziano. — Ero certo di trovarla su quest'isola.

— Mi pare che sia una noce di cocco, se non m'inganno.

— Sì, è una noce di cocco, Enrico. Ho scoperto una cinquantina di piante.

— Ma.... signore, — disse il marinaio con aria imbarazzata. — Non so davvero il perchè vi siete tanto affannato a cercare le noci di cocco. Contengono della deliziosa acqua zuccherata e una polpa che si mangia volentieri, ma nella foresta ci sono delle frutta migliori.

— T'inganni, Enrico. Dimmi, marinaio, non ti piacerebbe aver a tavola un bicchiere di buon vino bianco?...

— Certo, signore, e mi sorprende che mi domandiate se sarei contento. È un bel pezzo che non bevo un po' di succo di quel grand'uomo di Noè.

— E un piatto di cipolle condite coll'olio?...

— Terremoti di Genova!... Un piatto di cipolle all'olio!... Rinuncierei alle ciambelle!...

— E un buon bicchiere di latte!...

— Lampi!...

— E un liquore che somiglia all'acquavite?

— Tuoni!...

— E una bella rete per pescare? O delle soffici stuoie per dormire?

— Corna di cervo!...

— Ebbene, amico mio, queste noci di cocco possono darci tuttociò. —

Il marinaio guardò il signor Albani con due occhi che pareva gli volessero uscire dalle orbite.

— Scherzate? — chiese.

— No, Enrico: le piante delle noci di cocco sono preziose quanto i bambù e forse più ancora. Se hai sete, prendi una noce ancora acerba e troverai dentro dell'acqua fresca e zuccherata. Vuoi dell'olio?... Non hai che da spremere la polpa d'una noce matura, ma non bisogna lasciarlo diventare rancido, poichè allora acquista un gusto sgradevole pei palati degli europei, mentre è un pregio di più per quello dei Malesi. Se vuoi del latte basta mescolare la polpa all'acqua. Se vuoi del vino bianco, si espone il liquido al sole, si lascia fermentare ed ecco fatto. Se poi vuoi dell'acquavite, non hai altro che filtrare il latte attraverso un panno e lasciarlo fermentare per un certo numero di giorni.

— Ma le reti?

— Le giovani fronde posseggono dei filamenti sottili ma resistenti, che si possono adoperare come filo. Gran numero di popoli se ne servono per fabbricare delle bellissime reti, mentre coi filamenti che avvolgono le frutta tessono delle stuoie, fanno delle corde e anche della tela un po' grossolana bensì, ma resistente.

— Allora il nostro vivaio è assicurato, signor Albani, — disse il marinaio, che pareva volesse scoppiare dalla contentezza. — Delle reti!... Ma io so intrecciarle e prenderò tanti pesci da riempire cento buche!... Ehi!... Piccolo Tonno!... Manda un evviva o io faccio quattro salti mortali e mi rompo il collo. —

Ad un tratto s'interruppe bruscamente, si grattò la testa più volte con aria imbarazzata, poi avvicinandosi al signor Albani, disse:

— Ascoltatemi, signore.... Voi che sapete trovare mille cose utili per noi, non potreste cercare se in quest'isola cresce qualche pianta di tabacco?... Per Bacco!... È un mese che non tiro una boccata di fumo, nè che metto sotto i denti una misera cicca.

— Tu mi domandi una cosa veramente impossibile, — disse il veneziano. — Su queste isole il tabacco non cresce allo stato selvaggio, ma si può trovare da surrogare la cicca.

— Con che cosa, signore? — chiese il marinaio, guardandolo con occhi ardenti.

— Sai cosa masticano i Malesi?...

— Il _siri_.

— Hai mai provato a masticarlo?...

— Mai, signore.

— Eppure non è cattivo e quantunque annerisca i denti è molto meno velenoso del tabacco. Tutti i popoli della Malesia, dell'Indo-Cina e anche dell'India meridionale lo usano. Vuoi provarlo?...

— Ma sapete prepararlo?... Ah!... Se potessi averne, vorrei provare.

— Allora seguimi. Dedicheremo questa mezza giornata a preparare il _siri_. —

Il veneziano condusse il marinaio, il quale era ormai perfettamente guarito, nella foresta e si arrestò sotto una bella palma colle foglie disposte a ventaglio, dal cui centro pendevano dei grappoli di noci di colore oscuro.

— Cos'è questa pianta? — chiese il marinaio.

— Una palma _pinang_ e quelle noci sono le _areca_ adoperate nella composizione del _siri_. —

Abbracciò la palma e la scosse vigorosamente, facendo cadere una pioggia di noci già ben mature.

Stava raccogliendole, quando girando gli sguardi scorse un arbusto arrampicante avviticchiato ad una giovane pianta gommifera.

— To'! — esclamò. — Senza tante ricerche abbiamo già sottomano le foglie aromatiche del _betel_.

— Dove sono? — chiese il marinaio.

— Va a raccogliere alcune foglie di quella pianta arrampicante. Ora non ci occorre che un po' di succo amaro e astringente del _gambir_. Se ben ricordo, devo aver veduto delle piante presso quella macchia di alberi e....

— Che cosa?... —

Il veneziano non rispose: colla testa alzata guardava con vivo interesse alcune piante di alto fusto e d'aspetto maestoso, che prima non aveva vedute.

— Ebbene, signore? — chiese il marinaio, sorpreso di non ricevere risposta.

— Enrico, abbiamo fatto un'altra scoperta straordinaria, — disse Albani. — Ora non ci mancheranno più nemmeno le candele.

— Le candele!...

— Sì, Enrico. La stagione delle pioggie non è lontana e mi crucciavo, pensando che saremmo stati costretti a passare delle serate piuttosto lunghe senza un po' di luce.

— Ma dove vedete queste candele?... Avete scoperto un altro alveare?...

— Meglio ancora: degli alberi che producono la cera.

— Corna di rinoceronte!... Anche degli alberi che dànno le candele!... Ma adunque anche in un'isola deserta si possono procurarsi tutti gli agi della vita, quando si è sapienti come voi?

— Guarda quegli alberi. —

Il marinaio guardò nella direzione indicata e scorse un gruppo di piante colossali, alte più di quaranta metri, con un diametro di un metro e venti o trenta centimetri, coperte d'un ammasso di foglie verdi-cupe, in mezzo alle quali si scorgevano delle frutta che somigliavano alle prugne.

— Che giganti!... — esclamò il marinaio. — Come si chiamano?...

— Nell'Indo-Cina vengono chiamati _cay-cay_.

— Ma dov'è la cera?...

— Rinchiusa nelle frutta.

— Oh!... Questa è strana.

— Quando le frutta sono mature, e lo sono ora, si raccolgono e si mettono al sole fino a che la polpa si distrugga naturalmente e non rimanga che il nocciuolo.

Allora si spezzano e si raccolgono le mandorle le quali sono quelle che contengono la cera.

— Una cera simile a quella delle api?...

— Più grassa, poichè sembra burro indurito. Le mandorle dapprima si mettono in un mortaio di legno o di pietra, poi si schiacciano per bene finchè sono ridotte in pasta, quindi questo si scalda e si spreme facendo uscire la cera.

— E se ne ricava molta, da una mandorla?...

— In media ce ne vogliono cinquecento per averne un chilogramma.

— E brucia bene?...

— Benissimo, non fa odore e la sua fiamma è assai viva.

— Si mette anche in commercio quella cera?...

— Sì, Enrico. Si formano dei pani del peso di due o tre chilogrammi e si vendono a buon prezzo. La cera che si ottiene dapprima è giallastra, ma al contatto dell'aria a poco a poco si schiarisce e le candele che si fabbricano sono di bell'aspetto come le altre.

— Ma sapete, signor Albani, che è una cosa assai meravigliosa?... Io non avevo mai saputo che ci fossero degli alberi che potessero surrogare le api.

— Ve ne sono altri, specialmente nell'America del Sud, ma in quelle piante la cera si trova sotto le foglie in forma di sottili laminelle.

— Bisogna venire a raccogliere queste mandorle, signore?

— Sì, Enrico e dobbiamo andare a raccogliere anche le noci di cocco prima che maturino troppo.

— Ma come faremo a portare tante cose alla capanna?... Ci vorrebbero quindici giorni.

— Lo so e bisognerà costruire un ruotabile.

— Una carriuola?...

— Qualche cosa di meglio e di maggior capacità. Il babirussa comincia ad addomesticarsi e lo faremo servire da asino.

— Bell'idea, signor Albani. Ma.... e il nostro _siri_? Occorre altro per prepararlo?

— Mi dimenticavo l'_uncaria_. Andiamo a vedere laggiù in quel macchione. —

Si diressero verso il margine della boscaglia e dopo d'aver visitate accuratamente parecchie macchie, scoprirono finalmente la pianta desiderata.

Era un frutice sarmentoso coperto d'una corteccia bruno-rossastra, con rami cilindrici e foglie lanceolate munite di spine ricurve.

Il veneziano fece un'incisione e raccolse, in un pentolino di terra, il succo che scolava.

— Il _siri_ sarà pronto per questa sera, — disse poi. — Basta ridurre in polvere le noci d'areca, mescolarle col succo dell'_uncaria gambir_ concentrata e avvolgere la pasta in un pezzetto di foglia aromatica di _betel_. I Malesi, per rendere il _siri_ più piccante, vi mescolano un pizzico di calce viva che ottengono abbruciando delle conchiglie, ma senza è preferibile.

Ecco le tue cicche, marinaio: spero che ti abituerai e che sarai contento. —

CAPITOLO XXI

Una capsula in mezzo alla foresta

Avvicinandosi la stagione delle piogge, la quale in quelle regioni quasi equatoriali dura parecchie settimane e quasi senza interruzione, i naufraghi si misero alacremente al lavoro per intraprendere la costruzione di un carretto o di un ruotabile qualunque, per portare sollecitamente nei loro magazzini le nuove frutta scoperte.

Già, dopo il mezzodì, delle nuvole di colore nero, coi margini tinti di rame, si alzavano verso il sud roteando vorticosamente in aria e sciogliendosi poi in furiosi acquazzoni.

Prima però di cominciare la difficile costruzione, innalzarono parecchie tettoie, per riparare gli animali, e anche uno spazioso magazzino capace di contenere delle provviste per sei mesi.

Terminati quei lavori, che richiesero parecchi giorni, diedero mano alla costruzione del ruotabile servendosi di bambù grossissimi, non avendo una sega per ottenere delle tavole, e di grosse spine e di rotang per unire come meglio potevano i diversi pezzi.

Furono però costretti a interrompere più volte il lavoro per riparare i loro attrezzi. La scure ed i due coltelli, già mezzo rovinati, non tagliavano quasi più ed erano obbligati ad arrossarli al fuoco per ribattere il filo del metallo con delle grosse pietre.

Dopo quattro giorni la cassa era pronta, ma mancavano le ruote, nè sapevano come ottenerle con quegli arnesi così imperfetti.

Provarono a tagliare il tronco d'un albero ma il ferro della scure rimbalzava sulle fibre legnose, non avendo ormai più il filo.

Stavano per rinunciare, disperando ormai di riuscire, quando un giorno il mozzo, che si era spinto molto lontano lungo le sponde del mare per raccogliere gli uccelli che si lasciavano prendere sui rami coperti di vischio, fece una scoperta importante.

Su una costa aveva trovato delle vere pietre arenarie, di dimensioni non piccole. Ritornò precipitosamente alla capanna a portare la lieta notizia.

Si poteva ormai dire che anche la questione delle ruote era risolta. Il veneziano lasciò che il marinaio si occupasse del ruotabile e intraprese la costruzione d'una macchina da arrotino.

Confricando le pietre le une contro le altre e bagnandole, riuscì ad arrotondarne una. La montò su di una cassetta, costruì una manovella e finalmente riuscì ad arrotare la sua scure ed anche i coltelli dei marinai.

Quelle armi, maneggiate pazientemente, furono sufficienti per tagliare due pezzi d'un tronco d'albero ben rotondo, d'un diametro considerevole. S'intende che quelle ruote erano piene come quelle che vengono adoperate dai boers del Capo di Buona Speranza, ma in fatto di solidità potevano dare dei punti alle altre.

Il 1º ottobre i naufraghi, dopo d'aver fatta una bardatura di tela da vele doppiata, attaccarono il babirussa sotto il carretto. L'animale, quantunque ormai avesse perduta la sua selvatichezza, mercè le continue e assidue cure di Piccolo Tonno, dapprima si mostrò ricalcitrante, ma dopo parecchie prove finì coll'abituarsi ed il ragazzo si permise il lusso d'una trottata fino alla piantagione di bambù in compagnia delle due scimmie e dello Sciancatello il quale, con una gravità comica, impugnava fieramente una frusta regalatagli da Enrico.

La mattina dopo, essendosi il tempo rimesso al bello, i Robinson abbandonavano la loro casa per recarsi nelle foreste a raccogliere le noci di cocco e le mandorle dei _cay-cay_.