Part 13
L'attacco pareva che non fosse ancora cominciato, poichè le pietre formavano una massa compatta. Udivano però i pirati a parlare e di quando in quando percuotere la barricata coi calci dei fucili.
Pareva che si consigliassero prima d'intraprendere qualche cosa o che aspettassero dei soccorsi.
— Aspetteranno che sorga il sole, — disse Albani. — Forse spereranno di trovare qualche altra entrata.
— Perderanno il tempo inutilmente, — disse il marinaio.
— Ma v'è la finestra, — osservò il mozzo.
— È tanto piccola che un uomo non vi può passare, — rispose Albani. — E poi è alta più di quindici piedi e la roccia è tagliata a picco. —
In quell'istante uno sparo rimbombò destando tutti gli echi delle caverne, facendo balzare bruscamente in piedi gli animali e strepitare gli uccelli. Un pirata, trovato un buco aperto fra i macigni, aveva introdotto la canna del fucile, ma senz'altro effetto che quello di produrre un baccano indiavolato, poichè la palla doveva essersi schiacciata contro gli altri massi.
— Sprecano la loro polvere, — disse Enrico, ridendo.
— E perdono il loro tempo, — aggiunse Piccolo Tonno. — Mi rincresce solamente pei nostri animali che si spaventeranno assai, udendo questa musica che per loro è nuova. —
Gli spari si succedevano con grande frequenza, formando un baccano assordante, ma senza miglior successo, poichè tutte le palle s'arrestavano in mezzo a quell'ostacolo che aveva uno spessore di quattro metri.
Solamente un po' di fumo entrava nella caverna attraverso alle fessure, dileguandosi nella seconda e quindi uscendo dalla piccola finestra.
Ben presto però i pirati dovettero convincersi dell'inutilità delle loro fucilate, poichè poco dopo cessarono. Si udivano però invece picchiare furiosamente contro la solida barricata, come se cercassero di aprire dei fori per introdurre le loro armi e aprire un fuoco più efficace.
Essendo però la galleria ad imbuto, i sassi tenevano duro e riusciva difficile il tirarli fuori. Sarebbe stato necessario un ariete per demolire quell'ammasso enorme o per lo meno un pezzo d'artiglieria.
L'alba era già spuntata, senza che i pirati fossero riusciti a forzare il passo. Già i Robinson si rallegravano di quel primo successo, quando al di fuori scoppiarono urla di gioia.
— Terremoti e lampi!... — esclamò il marinaio, diventato bruscamente inquieto. — Cosa sta per succedere?
— Che abbiano scoperta un'altra apertura? — chiese il mozzo, girando gli sguardi intorno.
— Saranno giunti altri uomini, forse quelli che ieri perlustravano la montagna, — disse Albani. — Bah!... Dieci o trenta è tutt'uno. Se poi.... —
Una formidabile detonazione che fece tremare il suolo della caverna, gli troncò la parola.
— Una mina! — esclamò il mozzo.
— No, è una spingarda, — rispose il marinaio. — Io conosco quelle armi.
— Non sarà certo con delle palle da una libbra che sfonderanno l'ostacolo, — disse Albani, che conservava una calma ammirabile. — A vostro comodo, signori schiumatori del mare, e tu, intanto, mio Piccolo Tonno, va a prepararci qualche cosa da porre sotto i denti. —
I pirati dopo quel primo colpo si erano arrestati, forse per constatare gli effetti di quella prima scarica, ma ben presto ripresero il fuoco.
Il marinaio ed il signor Albani udivano le palle fracassare i macigni, ma la massa che ingombrava la galleria era tale, che ci avrebbero voluto cento libbre di polvere per aprire una breccia.
Tuttavia al decimo colpo una palla, essendo scivolata attraverso a qualche fessura, entrò nella caverna e andò a conficcarsi sulla parete opposta.
— Oh!... oh!... — esclamò il marinaio. — La cosa diventa seria, signor Albani.
— C'è del tempo, — rispose il veneziano.
— Ma se continuano questa musica, finiranno coll'aprire un foro.
— E noi risponderemo colle frecce.
— Ma se riescono a entrare!...
— Avranno il tempo?...
— Cosa volete dire?...
— Ascolta, — disse il veneziano. —
In lontananza si era udito come un sordo rullìo.
— Il tuono?... — chiese Enrico.
— Un uragano che si avanza e che viene in nostro aiuto, — rispose Albani. — È un'ora che il tuono brontola e che odo le onde sfasciarsi con crescente impeto contro la base della rupe.
— Voi dunque contavate su questo alleato?...
— Sì, Enrico. Fra poco il vento comincierà a soffiare, il mare a diventare burrascoso e non avendo l'isola delle baie riparate, i pirati saranno costretti a riprendere il largo o il loro _tia-kau-ting_ si frantumerà contro la costa. Ecco perchè io ero tranquillo e fidente dell'inutilità degli sforzi degli assedianti. Odi?...
— Sì, il tuono rumoreggia ancora. —
Intanto i pirati continuavano a sparare contro la galleria con crescente furia. Dovevano essersi accorti del pericolo che poteva correre il loro _tia-kau-ting_ e raddoppiavano i loro sforzi per demolire quell'ostacolo che opponeva una resistenza incredibile.
Di tratto in tratto sospendevano il fuoco e percuotevano l'ammasso con dei grossi rami o con dei tronchi d'albero e quegli urti cagionavano maggiori danni delle palle, poichè sconquassavano i macigni semi-infranti.
I tre Robinson che cominciavano ad inquietarsi, tardando l'uragano a scoppiare, si erano collocati dietro i due angoli della caverna, per non farsi fracassare dai grossi proiettili della spingarda e spiavano il momento opportuno per lanciare sugli assalitori le loro frecce mortali. Anche Sciancatello si era unito a loro, tenendo in mano un grosso bastone, arma formidabile nelle sue robuste mani.
Al di fuori il tuono brontolava sempre e si udivano le onde a infrangersi con crescente furore contro la base della rupe, ma il vento non si era ancora scatenato. Solamente delle raffiche si rovesciavano, a lunghi intervalli, sull'isola.
Ad un tratto i macigni, frantumati e sconnessi dalle palle, cedettero sotto un ultimo e più vigoroso urto, operato forse con un tronco d'albero di gran mole, spinto a tutta forza dagli assalitori che dovevano essere numerosi.
Una breccia s'aprì presso la vôlta della galleria, proiettando nella oscura caverna un getto di luce. Alcuni fucili furono introdotti e fecero una scarica, scrostando la parete opposta.
Il marinaio e Albani, pronti come il lampo, appena videro ritirarsi le armi, puntarono le cerbottane, lanciando attraverso a quella breccia due frecce.
Un urlo acuto li avvertì, che i loro proiettili non erano andati perduti.
— Ecco uno che non ci seccherà più, — disse il marinaio, lieto di quel primo successo. — Avanti a chi tocca! —
I pirati, sorpresi da quella resistenza e resi guardinghi da quelle frecce che sapevano ormai essere avvelenate, avevano sgombrato rapidamente l'entrata della galleria.
— Occupiamo il posto, — disse Enrico.
— No, — rispose Albani. — Non commettiamo imprudenze.
— Ma si sono ritirati, signore. La luce entra liberamente attraverso la breccia.
— Possono spiarci. —
Un urto formidabile scosse la massa di macigni, facencendone cadere altri. Albani, Enrico ed il mozzo risposero con tre frecce.
Un altro grido echeggiò al di fuori, seguito da un clamore spaventevole e dallo scoppio di parecchi fucili. Quasi nel medesimo istante una luce livida si proiettò dentro la seconda caverna accompagnata da una scarica elettrica così fragorosa, che parve che l'intera rupe dovesse crollare sul capo degli assediati.
— L'uragano!... — esclamò Albani, con voce lieta. — Finalmente saremo liberati da quei furfanti! Tenete duro, amici miei e non economizzate le frecce. —
I due marinai non facevano davvero economia. Tenendosi nascosti dietro gli angoli della galleria, continuavano a scagliare i loro dardi avvelenati attraverso alla breccia.
I pirati, non potendo avvicinarsi senza venire colpiti, si sfogavano scaricando attraverso la galleria i loro moschettoni, ma senza recare danni.
Furiosi però di essere tenuti in scacco da quei pochi difensori, ripresero la loro catapulta e scagliandola impetuosamente innanzi, riuscirono ad allargare il foro, facendo diroccare la barricata.
Un uomo, il più audace, si cacciò nella galleria e irruppe nell'interno prima che i Robinson avessero potuto scorgerlo, essendo l'oscurità diventata profonda in causa delle folte nubi che si addensavano rapidamente in cielo, ma Sciancatello gli appioppò una legnata così potente, da farlo fuggire urlando di dolore.
— In ritirata! — comandò Albani, vedendo altri nemici affollarsi confusamente sotto la galleria.
I tre Robinson e Sciancatello si slanciarono nella seconda caverna, accumulando nella seconda galleria sassi, colli di viveri, recipienti d'acqua e dietro la carretta.
L'uragano allora scoppiava con rabbia estrema. I lampi si succedevano ai lampi, i tuoni scrosciavano con estrema intensità, toccando tutta la gamma in meno di un minuto, e sul mare si udiva il vento a fischiare ed a ruggire, mentre le onde schizzavano la spuma perfino dentro la piccola finestra della caverna.
I pirati avevano fatta irruzione dentro la galleria emettendo urla di vittoria, ma si erano subito arrestati dinanzi alla seconda, la quale pareva che dovesse presentare una resistenza non minore.
Le loro grida di vittoria si cambiarono ben presto in urla di rabbia, di delusione. Pure, decisi a vendicare i loro compagni, l'avevano assalita percuotendola col tronco d'un albero, quando in lontananza si udì a tuonare un colpo di cannone, seguito poco dopo da un secondo sparo.
L'assalto cessò bruscamente. Si udirono ancora delle grida, ma che parevano diventassero rapidamente più fioche.
— Se ne sono andati, — disse Albani, che ascoltava rattenendo il respiro.
— Sì, — disse Enrico. — Quegli spari erano segnali di pericolo.
— Amici miei, ringraziate quest'uragano.
— Alla finestra, signore, gridò Piccolo Tonno. — Potremo vedere la nave a uscire dalla piccola rada. —
Il veneziano si diresse verso la finestra e guardò fuori. Il mare aveva preso un aspetto pauroso. Immense ondate, d'una tinta verde cupa, correvano all'impazzata verso le spiagge dell'isola, frangendovisi contro con indescrivibile violenza, mentre un vento impetuoso sconvolgeva le nere masse di vapori e le folgori descrivevano i loro pericolosi angoli.
Si vedevano le alte piante che rizzavansi sulla cima delle rupi, torcersi come fuscelli di paglia sotto le sferzate dall'uragano, mentre le foglie ed i rami volteggiavano in tutti i sensi.
— È un vero ciclone, — disse il marinaio. — Non vorrei essere sul _tia-kau-ting_.
— Non abbandonerà la cala di certo, — rispose Piccolo Tonno.
— E allora le onde lo frangeranno contro le scogliere, — disse Albani. — La cala non ha alcun riparo e saranno costretti a prendere il largo.
— Speriamo che si affoghino tutti, — disse Enrico. — Ecco che doppia quel capo!... Guardate, signor Albani! —
Il veneziano volse gli sguardi verso il nord e vide infatti il _tia-kau-ting_ fuggire verso l'est, con le sole vele basse terzaruolate. Balzava disperatamente sulle onde, ora apparendo sulle creste spumanti ed ora scomparendo nei baratri mobili.
— Che il mare v'ingoi tutti!... — gridò il marinaio. — Ecco il mio augurio! —
Pochi minuti dopo la piccola nave scompariva sul fosco orizzonte, mentre la bufera si scatenava con estrema violenza.
CAPITOLO XXVI
Il varo della «Roma»
Durante tutta la giornata e l'intera notte, l'uragano imperversò senza interruzione, sollevando il mare a mostruosa altezza, atterrando grande numero d'alberi, specialmente lungo le spiagge e allagando le bassure. Il tuono non stette zitto un solo momento, con grande spavento degli animali rinchiusi nella caverna.
I Robinson, quantunque ardessero dal desiderio di visitare la costa settentrionale per constatare la gravità dei danni e per assicurarsi se i pirati avevano scoperti i loro vivai ai quali molto tenevano, essendo assai ricchi di pesci e di testuggini, non furono capaci di lasciare il loro rifugio.
All'indomani però un vigoroso colpo di vento dell'est ricacciò le nubi all'ovest, ed il sole tornò a mostrarsi.
Sapendo ormai che il bel tempo doveva durare poco, per essere prossima la stagione delle piogge, i naufraghi della _Liguria_ approfittarono subito di quella calma per recarsi sulla costa.
Attaccarono il babirussa al carretto e seguendo la spiaggia, si diressero verso il luogo ove due giorni prima sorgeva la loro elegante e ardita capanna aerea.
Dei pirati non vi era più alcuna traccia, avendo portato con loro non solo le armi degli uomini colpiti dalle freccie mortali, ma anche i cadaveri. Solamente alcune palle di spingarda erano state abbandonate fuori dalla caverna.
L'uragano aveva prodotto grandi guasti lungo la costa che percorrevano. Numerosi alberi erano stati atterrati dalla furia del vento e dalle folgori e molti altri erano privi di foglie e di rami. Il suolo poi era sparso di frutta d'ogni specie, di cespugli divelti e di ammassi di piante arrampicanti, specialmente di _nepentes_ e di _calamus_.
Quando giunsero sulla spiaggia, presso la piccola cala, un grande sconforto li invase, scorgendo le distruzioni barbare fatte dai pirati. La grande capanna era stata completamente fracassata, sventrata ed i pezzi delle pertiche di sostegno avevano servito alla cucina di quei feroci scorridori del mare; le palizzate del recinto erano state divelte e giacevano all'ingiro ridotte in pezzi; il campicello era stato pure devastato e calpestato, ma fortunatamente essendo le pianticelle appena spuntate, non erano state strappate.
— Miserabili! — esclamò il marinaio, che pareva dovesse scoppiare. — Quale devastazione!... Bel gusto rovinare la nostra capanna e le nostre cinte!
— Non scoraggiamoci, amici, — disse Albani. — L'energia non ci manca ed in una settimana potremo riparare a tutto.
— Rifabbricheremo un'altra capanna?
— E più ampia della prima, Enrico. La piantagione di bambù è pronta a darci quanto legname ci sarà necessario. Andiamo a vedere se hanno risparmiato i nostri vivai. —
Ebbero la consolazione di trovarli intatti. Essendo nascosti dietro a delle rupi piuttosto elevate, erano sfuggiti ai devastatori, i quali non si erano certo occupati di perlustrare le coste.
Contenti di quella scoperta, visitarono la piccola cala sperando che i pirati, nella loro partenza precipitosa, avessero abbandonato sulla spiaggia qualche oggetto che poteva essere utilissimo, ma non trovarono che l'albero del trinchetto del _tia-kau-ting_ e per di più affatto privo di qualsiasi cordame.
Esaminatolo, s'accorsero che a metà altezza era stato profondamente intaccato da un proiettile che doveva essere stato di calibro considerevole.
— Con questo guasto non avrebbero potuto continuare il loro viaggio, — disse Albani. — Hanno approdato qui per ricambiarlo, prevedendo non lontana l'epoca delle grandi piogge le quali provocano sovente degli uragani formidabili.
— È vero, — confermò Enrico.
— Credete che il _tia-kau-ting_ si sia salvato dall'uragano? — chiese Piccolo Tonno.
— Uhm!... Ho i miei dubbi, — rispose Albani. — Non sarei sorpreso se un giorno, le correnti o le onde, trascinassero qui i suoi rottami. Orsù, amici miei, riprendiamo i nostri arnesi e torniamo a fare i falegnami. Le grandi piogge non sono lontane e avremo appena il tempo necessario per rifabbricare la capanna.
— Abbiamo la caverna, signore, — disse Piccolo Tonno.
— Ma preferisco la capanna, — disse Enrico. — Là dentro mi pareva di essere in prigione. Al lavoro! —
I tre Robinson non perdettero il loro tempo. La piantagione di bambù non era lontana che pochi passi e fornì loro il legname occorrente per rifabbricarsi la loro capanna aerea e le cinte per gli animali.
Per una settimana intera lavorarono con lena febbrile, dall'alba al tramonto, non prendendo che dei brevi riposi. La stagione delle piogge incalzava, e ogni giorno, verso sera, il cielo si copriva di nubi le quali poi si scioglievano in abbondanti acquazzoni.
La capanna ricostruita nel medesimo posto ove prima sorgeva, era più vasta, più comoda e più solida, avendo raddoppiato i pali di sostegno ed allargato il tetto in modo che riparasse tutta la terrazza anteriore.
Dieci giorni dopo anche la cinta destinata agli animali era terminata. Anche questa era più vasta e riparata da una tettoia per difendere i quadrupedi, i quadrumani ed i volatili dalle piogge.
Finalmente ripararono anche il campicello che il mozzo, in quel frattempo, aveva zappato, circondandolo d'una palizzata per difenderlo dai guasti che potevano produrre gli animali selvaggi. Terminati tutti quei lavori, si recarono alla caverna per ricondurre gli animali. Le povere bestie, quantunque il mozzo avesse provveduto a loro, tutti i giorni, foglie fresche e acqua in abbondanza, pareva che avessero sofferto da quella specie di prigionia entro quella caverna poco arieggiata e poco illuminata e si mostrarono molto soddisfatte ritornando al recinto.
Il 25 ottobre il marinaio e Albani, approfittando del bel tempo, fecero una rapida esplorazione nei boschi della costa orientale. Già da parecchi giorni li tormentava un desiderio intenso: quello di scoprire il cadavere del pirata che per poco non li aveva sorpresi, mentre si erano nascosti sull'albero. Speravano che fosse sfuggito alle ricerche dei suoi compagni e di ritrovare il suo fucile e le sue munizioni.
Avendo attraversato quella parte della foresta correndo, non era facile ritrovare l'albero su cui si erano nascosti, ma dopo lunghe e pazienti indagini riuscirono finalmente a scoprire il cadavere, ma non rimaneva che uno scheletro malamente scarnato dalle tigri. Il fucile e le munizioni erano scomparse, portate via certamente dagli altri pirati, però in un cespuglio vicino trovarono una corta ma pesante sciabola d'acciaio che poteva essere a loro di molta utilità.
— Ci gioverà nella costruzione della scialuppa, — disse Albani.
— Siete ancora deciso a fabbricarla? — chiese il marinaio.
— Sì, poichè ho sempre il vivo desiderio di visitare le coste meridionali dell'isola.
— Volete trovare gli uomini che hanno perduta la capsula e che hanno acceso quel fuoco, da voi scorto dall'alto della montagna?
— Sì, Enrico.
— Purchè i pirati non li abbiano uccisi.
— Non possono essersi spinti fino alle coste meridionali dell'isola. Non sarebbero accorsi così presto ad assediarci nella caverna. Ritorniamo, amico mio; il tempo ricomincia a rannuvolarsi e fra breve avremo dell'altra pioggia. Ormai la buona stagione è terminata. —
Il veneziano non s'ingannava. L'indomani le piogge dirotte cominciarono con grande violenza e quasi senza interruzione.
Dall'alba al tramonto e anche gran parte della notte, acquazzoni violentissimi si succedevano accompagnati da lampi abbaglianti e da scrosci così formidabili, che pareva che l'isola intera dovesse subissarsi.
Venti furiosi soffiavano di frequente, sconvolgendo il mare, il quale rompevasi disordinatamente sulle spiagge e causando dei bruschi abbassamenti di temperatura, specialmente alla notte.
Torrenti e stagni si formavano in tutte le parti dell'isola correndo verso il mare, ma quell'umidità, anzichè danneggiare le boscaglie, ne favoriva lo sviluppo. Anche il campicello si avvantaggiava molto, poichè le patate dolci, le cipolle ed i grossi tuberi crescevano a vista d'occhio.
[Illustrazione: La mattina del 16 novembre la Roma prese il largo.... (Pag. 186).]
I nostri Robinson non potevano però abbandonare la capanna aerea, ma non rimanevano inoperosi e trovavano il modo d'occupare il loro tempo.
Avevano costruito un fornello d'argilla che avevano collocato nell'interno della loro casa e seduti dinanzi al fuoco, accomodavano le loro vesti già molto sdrucite in quelle frequenti corse in mezzo ai boschi o si cucivano delle nuove giacche colle vele che ancora possedevano, o il signor Albani dava lezione di scrittura ai due marinai, i quali facevano progressi straordinarii, quantunque dapprima si fossero mostrati molto restii, non avendo mai stretto fra le dita una penna.
Sembrerà molto strano che si fossero provvisti perfino di carta, d'inchiostro e di penne, pure il signor Albani non si era mostrato molto imbarazzato a trovare tutto ciò in quell'isola deserta.
La foresta, ancora la foresta, gli aveva somministrato tutto.
Per ottenere la carta era ricorso ai _gluga_ (Broussonetica papyrifera) chiamati dai giavanesi e dai malesi _daluwang_, perchè ne ricavano la carta conosciuta con tale nome.
Per ottenerla, il signor Albani aveva scelto alcune piante adulte, ne aveva staccata la corteccia e l'aveva lasciata macerare, dopo d'averla tagliata in pezzetti quadrati. Dopo alcuni giorni l'aveva levata, quindi battuta con una specie di spatola di legno, riunendola in fogli più o meno grandi, i quali asciugandosi avevano poi preso la voluta consistenza.
Avrebbe dovuto immergerla in una soluzione di acqua di riso per renderla più levigata, ma non avendone, si era accontentato di bagnarla in una colla assai diluita di fecola di _sagù_, ottenendo eguale successo.
Con questo processo molto semplice, usato da secoli da tutti i popoli della Malesia, aveva ottenuto un centinaio di fogli di carta abbastanza buona, sulla quale si esercitavano i due marinai.
Le penne le aveva ricavata dall'_arenga saccharifera_. Questa pianta preziosa, oltre dare, come già dicemmo, il _toddi_, o liquore zuccherino, il _tuwah_ o liquore inebriante, le fibre di gomuti per fare delle funi solidissime che non marciscono anche tenute in acqua lunghissimo tempo ed una specie di cotone che viene adoperato come esca e che può anche essere filato, somministra ai malesi ed ai giavanesi anche le penne da scrivere. Per ottenerle si scelgono le fibre più grosse che stanno fra le foglie e che servono per la fabbricazione del _gomuti_ e vengono adoperate per scrivere, ma più come pennello che come penna.
Non potendo trovare di meglio, non avendo trovato nè oche, nè anitre, i due marinai dovettero adattarsi e non si trovarono scontenti poichè i loro sgorbi riuscivano egualmente.
Più difficile fu procurarsi l'inchiostro, ma dopo lunghe ricerche anche quell'ultima difficoltà fu vinta con successo insperato, e fu ancora la foresta che lo somministrò.
In una delle sue escursioni, il signor Albani aveva veduto parecchi alberi conosciuti sotto il nome _eucalyptus microcorys_ o di alberi-sevo, così chiamati perchè dopo tagliati conservano una certa untuosità.
Dapprima non vi aveva fatto alcun caso, quantunque non ignorasse che da quelle piante si estrae un olio essenziale molto adoperato e ricercato dai verniciatori, ma essendosi poi rammentato che dalle scheggie di quei tronchi, tenute immerse un certo tempo, si ricavava del buon inchiostro, aveva voluto fare la prova.
Tagliati alcuni pezzetti li aveva messi in una pentola piena d'acqua, mettendovi entro un pezzo di ferro e dopo tre giorni aveva ottenuto un inchiostro nerissimo e di buona qualità, che scorreva facilmente sulla carta di _gluga_.
Come si vede i naufraghi, mercè la loro instancabile attività, potevano attendere tranquilli il termine della stagione delle piogge, senza annoiarsi e senza inquietudini.
Quindici giorni dopo però la furia delle piogge era cessata. Pioveva ancora e con grande violenza, ma ad intervalli e per lo più al mattino e verso sera, in causa dei venti del sud che accumulavano, in quelle ore, grandi masse di vapori sopra l'isola.
I Robinson decisero di approfittare di quei momenti di sosta per realizzare il loro grande progetto, ossia di costruirsi una scialuppa. Non avevano ancora scordata la capsula trovata nel bosco, nè la colonna di fumo che avevano scorto dall'alto della montagna e ardevano dal desiderio di conoscere i misteriosi individui che abitavano le sponde meridionali dell'isola.
Un canotto era necessario, non osando attraversare tutte le foreste che li dividevano da quelle lontane spiagge, prima perchè ormai sapevano come fossero popolate da numerose tigri, poi perchè in caso di pericolo difficilmente avrebbero potuto ritornare sollecitamente alla loro capanna per difendere le loro ricchezze radunate con tante fatiche, e portare soccorso a colui che avrebbe dovuto rimanere a guardia della possessione.