I Robinson italiani

Part 12

Chapter 123,638 wordsPublic domain

Scambiò alcune rapide parole coi compagni che parevano non meno furiosi di lui, poi si mise a gettare giù i pochi viveri che ancora vi erano, mentre gli altri saccheggiavano la tettoia di quel po' che conteneva.

Non sembravano però soddisfatti di quel magro bottino, poichè i due naufraghi li udivano sempre a urlare come ossessi e li vedevano correre dalle palizzate del recinto alla capanna, sfogando il loro malumore con tremende sciabolate che avventavano all'impazzata contro i bambù.

I loro compagni che erano rimasti a bordo, ancorata la piccola nave, si erano affrettati a raggiungerli per prendere parte al saccheggio. Vedendo quei pochi viveri, montarono pur loro in furore e si misero a demolire la cinta, poi la tettoia, quindi a calpestare le pianticelle del piccolo campo, poi, non soddisfatti, cominciarono a tagliare i bambù di sostegno per far capitombolare anche la capanna aerea.

I due naufraghi, fremendo di collera, assistevano impotenti a quella barbara devastazione, alla distruzione del loro campicello coltivato con tante cure e alla demolizione della loro casa che avevano fabbricata con tante fatiche.

Il marinaio soprattutto, pareva che da un istante all'altro dovesse scoppiare.

— Canaglie! — esclamò. — Distruggere in tal modo le nostre risorse future e la nostra dimora, che ora doveva proteggerci dalla stagione delle piogge!... Ladroni!... Se avessi una buona carabina, vedreste come vi tratterei.

— Lasciali fare, Enrico, — rispondeva Albani. — Accontentiamoci di salvare la pelle.

— Ma io non posso assistere a tanta devastazione, signore! Bisogna che uccida qualcuno!

— Per farci inseguire e prendere?... No, Enrico, lasciamoli fare. La pazienza e la buona volontà non ci mancano e ripareremo facilmente i guasti. —

In quell'istante la capanna aerea, privata dei bambù di sostegno, capitombolava a terra con grande fracasso, disarticolandosi, mentre i pirati, contenti come fanciulloni, ridevano e schiamazzavano per quella prodezza.

Era troppo pel marinaio, che aveva il sangue bollente. Dimenticando ogni prudenza, prima che il signor Albani avesse potuto trattenerlo, si era scagliato fuori dalla piantagione, guadagnando un macchione che si estendeva fino a trenta passi dalla capanna.

Puntare la cerbottana, soffiarvi dentro, lanciare una freccia mortale e abbattere un uomo che si trovava a buona portata, fu l'affare d'un lampo.

Il pirata, colpito in mezzo al dorso dal sottile cannello, cadde all'indietro emettendo un urlo di dolore. I suoi compagni si volsero bruscamente e vedendo il marinaio che fuggiva attraverso il macchione, ora apparendo ed ora scomparendo in mezzo agli alberi, scaricarono i loro moschettoni, ma ormai era troppo tardi. Enrico si era gettato in mezzo ai bambù e quella scarica non ottenne altro effetto che quello di produrre molto baccano e un nuvolone di fumo.

Il signor Albani si era lanciato dietro al compagno che fuggiva colla velocità d'un cervo. Aveva veduto i pirati correre sulle loro tracce e premendogli di tenere a loro celato il luogo che serviva di rifugio, aveva stimato essere miglior partito di guadagnare le fitte foreste dell'interno.

In dieci minuti i due fuggiaschi attraversarono la piantagione ed essendo pratici dei luoghi, si nascosero in mezzo ad un bosco così intricato, da rendere vano l'inseguimento.

— Saliamo quell'albero, — disse il veneziano, indicandone uno che era coperto da un fogliame densissimo e per di più cinto e ricinto da una vera rete di calamus.

Aiutandosi l'un l'altro giunsero sul tronco, accomodandosi fra le biforcazioni dei rami.

— Imprudente, — disse Albani al genovese, quando potè tirare il fiato. — Se tardavi un istante a nasconderti nella piantagione, ti facevi crivellare da quella scarica.

— È vero, sono stato molto imprudente, signore, — rispose il marinaio, — ma non ho potuto frenarmi vedendo quelle distruzioni.

— Ed ora scorazzeranno l'isola per vendicare il loro compagno.

— Lo credete?...

— Certo, Enrico. Forse spereranno di trovare altre capanne da saccheggiare o qualche villaggio e di fare degli schiavi.

— Ma non sarà facile a loro, scoprire la nostra caverna.

— Se scorgono le nostre tracce la troveranno. Seguendo i solchi lasciati dalle ruote del nostro carretto, non s'inganneranno.

— Terremoti!... che sorprendano Piccolo Tonno?...

— Taci!... —

Una forte detonazione era echeggiata verso il mare, seguita poco dopo da un'altra.

— Cosa succede?... — chiese il marinaio. — Che i furfanti siano stati assaliti da qualche incrociatore spagnuolo?...

— Sparano le spingarde contro la piantagione di bambù, sperando di scovarci, — rispose Albani. — Sono certo di non ingannarmi.

— Fortunatamente siamo lontani e bene imboscati.

— Ma temo che Piccolo Tonno, udendo questi spari, ci creda in pericolo e si metta in cerca di noi.

— Volete che cerchiamo di guadagnare la caverna?... Non deve essere molto lontana.

— Non sappiamo ancora da qual lato i pirati ci cercano, e lasciando questo nascondiglio potremmo trovarci improvvisamente dinanzi a loro. Se avessimo anche noi dei fucili, si potrebbe tentare la ritirata, ma colle nostre cerbottane sarebbe una imprudenza che potrebbe costarci la vita. Queste armi sono preziose nelle imboscate e nelle sorprese, ma poco valgono nella difesa.

Facciamo appello alla nostra pazienza e aspettiamo la notte per ritirarci verso la costa orientale.

— Ma Piccolo Tonno?...

— Speriamo che non commetta l'imprudenza di lasciare il ricovero. Gli avevo detto di non muoversi fino al nostro ritorno e per nessun motivo.

— Tacete, signore, mi pare di udire delle voci laggiù. —

Tesero gli orecchi rattenendo il respiro e udirono infatti delle persone che parlavano a voce alta, presso il margine della boscaglia.

I pirati dovevano aver attraversata la piantagione dopo d'averla frugata in tutti i sensi e si disponevano a perlustrare le foreste, ma non doveva essere cosa facile essendo immense ed avendo l'isola una superficie ragguardevole.

Forse stavano dirigendosi verso la montagna, credendo lassù di scoprire le capanne o i villaggi che supponevano eretti su quelle spiagge.

Le voci a poco a poco si allontanarono verso l'ovest ed il silenzio ritornò nella foresta. Anche dalla parte del mare, non si udivano più a tuonare le spingarde della piccola nave.

Il signor Albani ed il marinaio, quantunque desiderassero ardentemente di lasciare quel nascondiglio e di ripiegarsi verso la caverna, non osarono muoversi, per paura che qualche pirata si trovasse imboscato a breve distanza da loro.

Trascorse un'ora, poi un'altra, ma le voci non si udirono più; solamente i pappagalli ed i tucani-rinoceronti continuavano a cicalare sulle più alte cime degli alberi.

— Tentiamo la sorte, signore, — disse Enrico. — Piccolo Tonno sarà molto inquieto non vedendoci a ritornare, e poi stritolerei volentieri un biscotto.

— Sali prima sui rami superiori e guarda se scorgi qualcuno. L'albero è alto assai e forse potrai vedere ciò che succede anche sulla spiaggia. —

Il marinaio non si fece ripetere l'ordine. Aggrappandosi ai rami ed ai _calamus_, raggiunse le cime più elevate e di là girò gli sguardi.

Essendo quell'albero uno de' più alti della foresta, potè senza fatica scorgere un grande tratto della costa settentrionale.

Il _tia-kau-ting_ era ancorato nella piccola cala, ma sotto le rupi. Un albero era stato abbassato e sulla spiaggia, degli uomini erano occupati ad atterrare una pianta dal fusto diritto.

— Ora comprendo perchè quei birbanti hanno approdato, — mormorò il marinaio. — Avevano il trinchetto da cambiare. —

Abbassò gli sguardi verso la piantagione di bambù; ma vide che le alte canne erano immobili, segno evidente che nessun uomo stava attraversandola. Guardò verso la montagna e gli parve di vedere dei corpi apparire e scomparire fra i cespugli ed i macchioni.

Soddisfatto delle sue osservazioni stava per ridiscendere, quando vide sul margine del bosco, a circa trecento passi dalla loro macchia, un uomo che stava sdraiato a terra, ma che pareva si avanzasse strisciando come i serpenti.

— Corna di cervo!... — esclamò.

Si lasciò scivolare lungo il tronco e raggiunse il signor Albani che lo aspettava ansiosamente.

— Se ne sono andati? — chiese questo.

— Il grosso della truppa marcia verso la montagna, ma noi stiamo per venire sorpresi, signore, — rispose il marinaio. — Uno di quei furfanti ha scoperto le nostre tracce e si avvicina.

— Uno solo?...

— Non ne ho veduti altri. Affrettiamoci a fuggire prima che giunga.

— No, Enrico, — rispose il veneziano. — Se ci scorge darà l'allarme e attirerà l'attenzione de' suoi compagni rimasti sulla nave.

— Cosa volete fare, adunque?... Non è lontano che trecento passi.

— Lasciarlo passare oltre.

— E se ha scoperte le nostre tracce?...

— Peggio per lui, poichè lo uccideremo, — disse Albani, con voce risoluta. — Non bisogna che scoprano la nostra caverna o saremo perduti.

— Udite?...

— Sì, un ramo si è spezzato. Lascia fare a me, Enrico. —

Il veneziano si era messo a cavalcioni d'un solido ramo ed aveva impugnata la cerbottana.

Il pirata si avvicinava, strisciando attraverso alla boscaglia. Si udivano le foglie secche stridere ed i rami spezzarsi e si vedevano le cime dei cespugli ondeggiare lievemente.

Certamente quell'uomo doveva aver scoperte le loro tracce rimaste impresse sul suolo umido della foresta, e le seguiva senza deviare. Fra qualche minuto doveva giungere presso l'albero.

Il signor Albani ed Enrico, nascosti fra il fogliame, trattenevano il respiro, ma aguzzavano gli occhi per scoprire il nemico. Entrambi tenevano le cerbottane vicine alla bocca.

Ad un tratto, una testa apparve fra due cespugli. Si alzò lentamente guardando con grande attenzione i rami degli alberi vicini, poi strisciò innanzi e l'intero corpo apparve allo scoperto. Il pirata teneva fra i denti un largo coltello e nella destra un lungo fucile a pietra.

I due Robinson, vedendosi in procinto di venire scoperti, non esitarono più. Le due freccie tinte nel veleno mortale dell'upas partirono con un sibilo appena percettibile, colpendo l'uomo alla gola e alla spalla sinistra.

Sentendosi ferire, il pirata si strappò furiosamente i due leggieri cannelli e balzò in piedi armando precipitosamente il fucile, ma le forze improvvisamente lo tradirono e cadde al suolo in preda a spaventevoli convulsioni.

— Fuggiamo, — disse Albani. —

Si lasciarono cadere al suolo e senza occuparsi del loro nemico, la cui morte ormai era certa, fuggirono precipitosamente verso l'est. Percorsi però cinquecento metri, rallentarono la corsa, temendo che nelle vicinanze vi fossero altri pirati.

— Ecco due canaglie di meno, — disse il marinaio. — Rincresce uccidere delle persone quasi a tradimento, ma si tratta di salvare la pelle e non si deve guardare le cose tanto pel sottile. Speriamo che per qualche po' ci lascino tranquilli e ci permettano di giungere al nostro rifugio.

— Badiamo a non smarrirci in mezzo a questi boschi, — disse Albani. — Il sole è là: sta bene.

— Credete che abbiano scoperto i solchi del carretto?...

— Speriamo che non si siano spinti fino alla costa orientale.

— Ho veduto che degli uomini salivano la montagna, ma possono visitare le coste.

— Allora sorprenderanno i misteriosi individui che hanno perduta quella capsula.

— Ma quelli possiedono dei fucili e potranno facilmente respingerli, signore. Ah! Se si potesse sapere chi sono e unire le nostre forze per cacciare questi scorridori del mare!

— Bisognerebbe attraversare tutta l'isola e perderemmo tanto tempo. E poi, non credo che i pirati si fermino molto qui.

— Ho veduto dei marinai della nave abbattere un albero e abbassare il loro trinchetto.

— Ora si comprende perchè hanno approdato. Senza dubbio qualche tempesta ha guastato il loro albero.

— Così deve essere, signor Albani.

— Allora fra due o tre giorni riprenderanno il mare e saremo liberi. Alto, marinaio!

— Cosa avete veduto?

— Qualcuno si è nascosto fra quella macchia.

— Terremoti di Genova!... Un altro pirata?

— No, mi parve un animale.

— Una tigre, forse?

— Non lo so, marinaio. Armiamo le cerbottane e aspettiamo che si mostri. —

CAPITOLO XXIV

Assediati nella caverna

Il signor Albani ed il marinaio si erano arrestati dietro al tronco d'un colossale _durion_, non osando avanzarsi senza prima sapere quale era il nemico che dovevano affrontare.

I cespugli che formavano la macchia continuavano ad agitarsi, come se l'uomo o l'animale si aprisse un varco con fatica. Pareva che fosse imbarazzato a uscire fra quei rami che erano assai fitti e molto frondosi.

Finalmente, dopo un ultimo e violento sforzo, riuscì ad aprirsi il passaggio ed a mostrarsi. Nello scorgerlo, i due Robinson avevano alzato di comune accordo le cerbottane, entro le quali avevano fatto scivolare rapidamente due frecce.

Non era un uomo, ma una tigre che pareva avesse le gambe assai ammalate, poichè si muoveva con grande pena ed anche delle forme assai strane, poichè pareva assai più larga delle altre e per di più gobba.

— Ma quella bestia è deforme! — esclamò il marinaio, stupito.

— Ed io non riesco a scorgere le sue gambe, — disse il veneziano, che non lo era meno.

— Che sia ferita?...

— O che non sia una vera tigre invece?

— Cosa volete dire? —

Il veneziano non potè dare maggiori spiegazioni, poichè la tigre, alzandosi bruscamente si sbarazzò della superba pelliccia e dinanzi ai due Robinson comparve.... Piccolo Tonno!

— Mille terremoti!... Il piccino! — esclamò il marinaio, balzando innanzi.

— Nella pelle della tigre uccisa sulla montagna, — rispose il mozzo, correndo a loro incontro. — Ah! signor Albani, quante ansie in queste quattro ore! Temevo che vi avessero uccisi, udendo tutti quegli spari.

— Per poco, — disse Enrico.

— Si è mostrato alcun pirata presso la caverna? — chiese Albani.

— Nessuno, signore.

— E Sciancatello?

— L'ho lasciato a guardia degli animali.

— Ma per quale motivo avevi indossato la pelle della tigre?

— Per spaventare i pirati, nel caso che li avessi incontrati.

— Il furbo! — esclamò Enrico.

— Sei un bravo ragazzo, — disse Albani. — Orsù, non perdiamo tempo e fuggiamo. È lontana la caverna?

— Dieci minuti, — rispose il mozzo.

— Andiamo, amici. —

Il mozzo si caricò della pelle della tigre e tutti e tre si misero in cammino, cercando di tenersi in mezzo alle macchie più fitte.

[Illustrazione: — In ritirata! — comandò Albani, vedendo altri nemici affollarsi.... (Pag. 171).]

Dopo pochi minuti giungevano senz'altri incontri alla caverna. Spostarono la cortina vegetale, levarono i macigni che ostruivano la stretta entrata e passarono nel magazzino dove si trovavano Sciancatello, le due scimmie, i babirussa e gli uccelli.

Il mozzo durante l'assenza dei suoi compagni, non aveva perduto inutilmente il suo tempo. Aveva disposto ogni cosa in ordine, messi in libertà i volatili dopo d'aver tesa una piccola rete di fibre di cocco dinanzi alla finestra per impedire che volassero fuori, preparati tre giacigli di grandi e fresche foglie e riempiti d'acqua tutti i recipienti disponibili, avendo trovato uno stagno poco discosto.

— Bravo ragazzo, — disse Albani. — Ora qui possiamo sostenere un lungo assedio senza inquietarci.

— Credete che verranno ad assediarci? — chiese il marinaio.

— Se scoprono i solchi del nostro carretto, verranno qui di certo.

— Non si potrebbero far sparire?

— Ci vorrebbe molto tempo e ci esporremmo al pericolo di venire sorpresi. Se vogliono assediarci, vengano pure; ci difenderemo colle cerbottane.

— Ma possono forzare la galleria.

— Vi sono molti macigni qui e la barricheremo per bene, Enrico. Uno di noi monterà la guardia al di fuori, dietro la cortina vegetale e al primo indizio di pericolo verrà tosto ad avvertirci e chiuderemo la galleria.

— Vado io, — disse Piccolo Tonno. — Sciancatello mi terrà compagnia.

— Noi poi ti surrogheremo, — disse il marinaio.

Il mozzo s'armò della sua cerbottana, invitò Sciancatello a seguirlo e andò a nascondersi in mezzo alle piante arrampicanti, mentre i suoi compagni, che non avevano mangiato dalla sera innanzi, si preparavano la colazione.

L'intera giornata trascorse tranquilla. Si udì qualche colpo di moschetto rombare sulla montagna e qualche altro verso la costa settentrionale, ma nessun pirata si mostrò nelle vicinanze della caverna.

Probabilmente, supponevano che gli abitanti della capanna aerea si fossero rifugiati fra le fitte foreste del grande cono dominante l'isola.

Prima che il sole tramontasse, Albani ed il marinaio scalarono la rupe gigantesca, per vedere se il tia-kau-ting si trovava ancora nella piccola cala.

Lo videro ancorato allo stesso posto che occupava al mattino e ancora privo del suo albero di trinchetto.

— Temo che occorra del tempo, prima di ripararlo, — disse Albani.

— Forse avrà degli altri guasti, — rispose Enrico.

— Se rimangono qui parecchi giorni, scopriranno di certo le nostre tracce.

— E fors'anche i nostri vivai, signore. Mi rincrescerebbe trovarli poi senza un pesce e senza una testuggine.

— Colla pazienza ripareremo a tutto, Enrico. L'energia e la buona volontà non ci mancano.

— È vero, ma aver lavorato per quelle canaglie è dura e non so rassegnarmi. E poi, sapendo ormai che l'isola è abitata, potrebbero di quando in quando ritornare.

— Non credo che i pochi viveri trovati gli inducano a intraprendere un secondo viaggio. Perderebbero il loro tempo inutilmente e poi, dalla cima della montagna, si persuaderanno che l'isola è deserta. —

Essendo calata la notte ridiscesero, ma il marinaio si arrestò al di fuori, nascosto fra i vegetali. Temendo sempre di venire sorpresi, avevano deciso di vegliare anche alla notte, per essere pronti a barricare la galleria.

Nulla accadde durante il primo quarto di guardia del marinaio. Alla mezzanotte il mozzo lo surrogò in compagnia di Sciancatello, il quale si prestava volentieri a quel servizio, quasi avesse compreso che i suoi padroni correvano un grave pericolo.

Il mozzo vegliava da due ore, rannicchiato in mezzo alle piante che lo coprivano del tutto, colla cerbottana in mano, quando lo Sciancatello, che sonnecchiava accanto a lui, si alzò bruscamente emettendo un sordo brontolìo.

— Oh!... oh!... — esclamò il ragazzo. — C'è qualche cosa di nuovo! —

Si alzò e scostando prudentemente le piante, guardò verso il margine della foresta, ma non vide alcuno. Però, essendo il cielo coperto da nuvoloni, non era cosa facile distinguere una persona a due o trecento passi, con quell'oscurità.

— Che abbia fiutata qualche tigre? — mormorò il mozzo. — Ecco un nemico che non è migliore degli altri. —

Il mias continuava a brontolare ed a muovere gli orecchi come se cercasse di raccogliere meglio dei lontani rumori. A volte si curvava verso terra, poi aspirava fortemente l'aria pel naso.

— Qualche cosa succede nella tenebrosa foresta, — disse il mozzo, che era diventato inquieto. — Andiamo ad avvertire i compagni. —

Scivolò lestamente nella galleria e tirò le gambe al veneziano ed a Enrico dicendo:

— Presto, in piedi.

— I pirati? — chiese il marinaio, rizzandosi colla cerbottana in mano.

— Io non lo so, ma Sciancatello dà segni d'inquietudine.

— Usciamo, — disse Albani, — gli uomini dei boschi sentono i nemici a grandi distanze. —

In un baleno si trovarono tutti e tre all'aperto. Sciancatello ascoltava sempre e brontolava, colla testa volta verso la spiaggia settentrionale.

— Il pericolo viene di là, — disse Albani.

— Ma io non vedo nulla, — rispose Enrico.

— Pretenderesti di avere gli occhi del _mias_?...

— Che i pirati abbiano scoperte le tracce del carretto?

— Lo temo, poichè Sciancatello guarda da quella parte.

— Mille terremoti!...

— Cos'hai?...

— Ho veduto un uccello alzarsi fra quella macchia d'alberi.

— Sarà stato un pipistrello gigante, — disse Piccolo Tonno.

— No, dal volo mi parve invece un tucano.

— Allora i nemici vengono di là, — disse Albani.

— Zitto!...

— Ho udito dei rami a muoversi. —

In quell'istante il mias emise un brontolìo sonoro e fece atto di slanciarsi innanzi, ma il mozzo fu pronto a trattenerlo.

— Conducilo nella caverna, — disse Albani. — Potrebbe tradirci. —

Poi mentre Piccolo Tonno s'affrettava a obbedire, si distese al suolo per non venire scorto, tenendo la cerbottana presso le labbra. Il marinaio lo imitò.

Pareva che i nemici si avanzassero seguendo le tracce del carretto, che dovevano aver rimarcato anche presso la capanna aerea. Si udivano di tratto in tratto i cespugli a stormire e lo scricchiolìo delle foglie secche, ma non si potevano ancora distinguere in causa dell'oscurità che pareva diventasse sempre più fitta, continuando ad accumularsi in cielo nuvoloni nerissimi.

— Guardate, — disse ad un tratto il marinaio.

— Vedo, — rispose Albani.

— Seguono le tracce.

— Sì, Enrico.

— E sono parecchi.

— Appena ci accorgiamo che muovono verso di noi, mira il più vicino ed io mirerò il secondo. Saranno due di meno. —

A cento passi si vedevano dei corpi neri avanzarsi fra le erbe e le foglie, strisciando con precauzione.

Erano dieci o dodici e tutti armati di fucili, a quanto pareva.

— Mira giusto, — mormorò Albani, accostando la cerbottana alle labbra. Vengono diritti alla caverna.

— Ho scelto il mio uomo. —

Le due frecce partirono con un sibilo lamentevole. I due pirati che strisciavano in prima fila s'alzarono di scatto, emettendo due urla di dolore, mentre i suoi compagni scaricavano a casaccio le loro armi, non potendo scorgere gli assalitori.

— Nella caverna! — esclamò Albani.

Protetti dalla cortina vegetale scivolarono rapidamente nel corridoio e accumularono rapidamente le pietre, otturando l'ingresso.

— Presto, formiamo una barricata, — continuò Albani. —

Piccolo Tonno, che aveva accesa una candela, accorreva in loro aiuto con Sciancatello. Si misero a rotolare i massi che abbondavano nella prima caverna e li accumularono nel corridoio.

Intanto al di fuori si udivano i pirati a vociferare come ossessi ed echeggiavano gli spari. Non avendo potuto vedere da quale parte erano state lanciate le freccie, non avevano ancora scoperto l'ingresso della galleria, ma non dovevano tardare a giungervi dinanzi, se seguivano le tracce del ruotabile.

I tre Robinson e lo Sciancatello continuavano a rotolare macigni, volendo murare tutta la galleria per impedire agli assedianti di avanzarsi, o almeno rendere molto difficile la loro entrata.

Già mezzo corridoio era stato ostruito, quando udirono le voci echeggiare all'altra estremità.

— Ci hanno scoperti, — disse Enrico.

— Ma non entreranno, — rispose Albani. — Abbiamo più di duecento frecce ed i nostri proiettili, lo sappiamo per prova, valgono meglio delle loro palle.

— Ci assedieranno.

— Cosa importa a noi?... Abbiamo dei viveri per otto o dieci mesi.

— Ma scarseggiamo d'acqua, signore, — disse Piccolo Tonno. Non ne avremo che per dieci o quindici giorni.

— Ci basterà, amici. Questo assedio non durerà molto. Preparate le armi e teniamoci pronti a respingere l'assalto.

CAPITOLO XXV

L'uragano

La situazione dei Robinson stava per diventare grave assai, essendo ormai cosa certa che i pirati, resi furiosi per la morte di quattro compagni, dovevano essere decisi a vendicarli e a tutto tentare pur di avere in mano gli abitanti dell'isola.

Essendo numerosi, armati di fucili e anche di spingarde e di due piccoli pezzi d'artiglieria, non vi era da fare molto assegnamento sulla resistenza che avrebbe potuto opporre quell'ammasso di macigni che ostruiva la galleria. Pure i tre bravi superstiti della _Liguria_, non sembravano molto inquieti.

Invece di perdere tempo a discutere sui migliori mezzi di difesa, continuavano a lavorare con accanimento.

Non contenti di aver chiusa la prima galleria, accumularono altri ostacoli presso la seconda che conduceva nell'ultima caverna. Essendo quella assai più stretta e tortuosa della prima, si prestava meglio alla difesa, non permettendo agli assalitori che d'inoltrarsi uno alla volta.

Terminati quei preparativi, tornarono nella prima caverna per udire cosa facevano i pirati.