I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso
Part 5
«Il primo anno però, il babbo, sempre allo scopo di innamorarmi dei bachi, ne fece passare nell’ospedale di molti, che, a rigore, avrebbero potuto stare coi sani; e quando fu il tempo di sbozzolare, raccolsi non solo della faloppa, ma anche un paniere di bozzoli buoni, e misi da parte trentacinque lire.
«Infatti, dopo quel guadagno, compresi l’utilità dei bachi, e li coltivai con maggior cura, specialmente l’ospedale.
«Dopo un paio d’anni cedetti l’ospedale ai miei fratelli, ed io ebbi un bel pizzico di seme, ed allevai la mia piccola partita speciale di bachi buoni.
«Il denaro andò aumentando. Quando se ne parlava, la mamma diceva che servirebbe a vestirmi tutto di nuovo quando dovrei andare a Novara per studiare al liceo.
«Non si trattava di mettermi in gala, nè di farmi un vestito color _nuage d’aurore_, piuttosto che di un altro colore. Si trattava unicamente di vestirmi come vestivano i ragazzi di città, perchè a Ceràno io portava i calzoni di fustagno corti fino al ginocchio, delle grosse calze di cotone bigio, degli scarponi con la suola di legno, ed una cacciatora di fustagno come i calzoni.
«Tutto il costume dei contadini del basso Novarese, che a Novara mi avrebbe reso ridicolo. Per conseguenza, i miei genitori consideravano come una necessità il vestirmi di nuovo.
«L’ultimo anno mi dedicai con un ardore straordinario alla coltivazione de’ miei bachi; e, mentre mi arrampicavo sui palchi, pulivo le stoie, tagliavo la foglia, avevo sempre in mente i bei calzoni di panno turchino lunghi fin al collo del piede, gli scarpini, il gilè color _nanchino_ ed il casacchino corto uguale ai calzoni, tutto l’abito cittadino che dovevo farmi per andare in città.
«Quell’anno il raccolto andò maluccio; ma c’era il denaro degli anni precedenti, e fra tutto faceva una bella somma. Circa dugentocinquanta lire.
«Bastava a farmi un bellissimo corredo.
«In principio d’ottobre, mio padre ebbe la nuova che il marito di sua sorella, medico condotto ad Oleggio, era gravemente ammalato.
«E tra il babbo e la mamma cominciarono a fare quei soliti discorsi crudeli, che si fanno sempre in simili circostanze, considerando già il povero malato come se non esistesse più, dandosi pensiero unicamente dei superstiti, e compiangendo loro soli, quasichè la vita di quell’uomo non avesse importanza, se non per l’utile che recava a quegli altri.
— Quella povera vedova! E con cinque figlioli! E quel povero uomo benedetto, che non volle mai saperne di privazioni!... Non avrà lasciato un soldo di risparmio...
«E della gente buona come i miei genitori, rimproveravano già a quel morto, che non era morto ancora, di non aver aggiunta anche l’infelicità delle privazioni alla sua povera esistenza di lavoro, per lasciare un po’ di benessere a quelli che rimanevano, vivi e sani, dopo di lui, mentre lui se ne andava sotterra.
«Mi fece pena questa ingiustizia del mondo verso i poveri morti, e dissi:
— «Io compiango lui, povero zio, che se ne va. Gli altri lavoreranno come ha lavorato lui, ad ogni modo s’accomoderanno sempre...
«Mio padre chinò più volte il capo pensosamente, e disse:
— «È facile dire, s’accomoderanno...
«Verso la metà d’ottobre la malattia s’aggravò tanto, che mio padre dovette partire per Oleggio. Lo zio era moribondo.
«Intanto il San Carlo s’avvicinava, e bisognava pensare a prepararmi per andare a Novara.
«La mamma mi condusse a scegliere le stoffe per gli abiti, ad ordinarmi le scarpe, le camicie, le pezzuole...
«Ma sulle stoffe ero irresoluta. Non ero avvezza a comperare senza consultare il babbo. Si fece mandare le pezze a casa, per vederle meglio, e per sentire anche dal sarto quali fossero più convenienti. Intanto chi sa? Potrebbe darsi che lo zio stesse meglio, e che il babbo tornasse per vedere anche lui...
«Infatti il babbo tornò, appunto la mattina seguente, mentre noi si stava osservando le stoffe alla gran luce del giorno, nella farmacia.
«Entrò tutto frettoloso ed impensierito, rispose appena in fretta «addio, addio» ai nostri saluti, poi domandò:
— «Che cos’è questa roba?
«La mamma rispose:
— «Sono le stoffe pei vestiti d’Andrea.
«Allora il babbo cercò me cogli occhi, e, guardandomi un po’ accigliato, disse:
— «Eh sì! C’è altro da pensare che a vestirsi ora, figliolo mio! Quelli laggiù sono in mezzo ad una strada; e c’è un povero morto da portare al campo santo.
«Noi restammo tutti sbigottiti senza rispondere. Il babbo riprese, sempre guardandomi:
— «Tu non volevi aver pietà dei superstiti, e compiangevi il povero morto. Ora è proprio il povero morto che ha bisogno di te. Io ho i superstiti da provvedere. E tu, li vuoi dare i tuoi quattrini per i funerali?
«Più tardi deplorai di non aver potuto vestirmi di nuovo; ma in quel momento non sentii altro che un’immensa, un’infinita pietà per quell’uomo che avevo veduto poche volte, ma sempre allegro e sano, e che ora aveva bisogno de’ miei poveri soldi per esser portato al camposanto; e dissi con tutto il cuore:
— «Sì che voglio darli, babbo! e corsi di sopra a prendere la cassetta con i denari.
«Quando gliela portai, il babbo mi disse:
— «Bravo figliolo. Dopo quest’atto che fai, puoi portare con orgoglio i tuoi vecchi abiti da contadino anche al liceo di Novara. Ti fanno onore.
«Io pure pensavo così, e partii col cuore soddisfatto, ed entrai per la prima volta in iscuola con la fronte alta, come un ragazzo contento di sè.
«Durante la prima lezione vidi che i ragazzi mi guardavano, poi si guardavano fra loro e ridevano nascondendo il volto sul banco. Ma pensai che non sapevano il motivo per cui ero vestito così.
— «Alla prima occasione lo dirò, ed allora sarà finita. Mi giudicheranno come merito.
«Appena terminata la lezione, mentre il maestro di latino usciva, e s’aspettava quello di geografia, un ragazzo gridò:
— «Eh, massaio, quanto costa al sacco il grano?
«Guardai in giro per vedere dove fosse il massaio; ma un altro mi venne proprio davanti e mi gridò in viso:
— «E il concime l’hai sparso sui campi, massaio?
«Capii che parlavano con me. Tutti ridevano e si burlavano dei miei vestiti da contadino. Mi alzai rosso, rosso, per rispondere; ma mi ripugnava, davvero, mi ripugnava il vantarmi pubblicamente del poco bene che avevo fatto.
«In quel mentre entrò il professore di geografia, e tutti tacquero e tornarono ai loro posti. Ma dopo quella seconda lezione, appena il maestro aveva chiuso l’uscio dietro a sè, sentii qualche cosa di duro colpirmi alla nuca, mentre una voce gridava:
— «Eh! ortolano! Prendi il concime!
«Ed un altro:
— «Questo è buon letame, raccogli!
«E da destra, da sinistra, da tutte le parti mi piovevano addosso torsoli di mele, bucce, noccioli di frutta, vecchie croste di pane, pallottole di carta stropicciata bagnate nell’inchiostro, che mi colpivano nel volto, nel petto, sul dorso, e lasciavano la macchia.
«Mi alzai per parlare, ma una salva di fischi, di grida, di risate coprì la mia voce. Imitavano il muggito del bue, il raglio dell’asino, il gracidare delle galline, il canto del gallo; pareva d’essere in una fattoria.
«Allora, tutto fremente di sdegno, corsi fuori dalla scuola, ed appena giunto dalla vecchia parente dov’ero alloggiato, scrissi a mio padre tutta quella scena. Nella mia disperazione gli dicevo:
— «Bisogna fare qualunque sacrificio per vestirmi come gli altri, da cittadino; altrimenti sarà impossibile che io continui a studiare. Intanto sospendo d’andare al liceo.
«Mio padre rispose:
— «Se credevi l’opera buona che hai fatta, tanto facile e senza conseguenze per te, non meritavi l’ammirazione con cui l’accolsi. Dare il denaro dei tuoi abiti pel tuo povero zio morto, voleva dire rassegnarti a frequentare, per un tempo indeterminato, la scuola vestito da contadino, esporti a qualche burla, a qualche umiliazione. Abbi dunque il coraggio della tua buona azione. La vita ha ben altre lotte, ben altre contrarietà, e devi avvezzarti di buon’ora a sopportarle, se vuoi fare la tua strada nel mondo e diventare un uomo. Io non voglio intervenire in questa puerilità. Sbrigati come puoi, e sopratutto non lasciare lo studio, che è la parte seria della vita, per codeste suscettività d’amor proprio, che ne sono la parte ridicola.»
«Sulle prime quella lettera mi parve crudele ma, ripensandoci, compresi che era giusta nella sua severità. E tornai al liceo, e sopportai con dignità le insolenze de’ miei compagni, rispondendo appena con qualche scappellotto ai tentativi più violenti.
«Così si avvezzarono a vedermi vestito da contadino, e, a misura che mi facevo onore negli studi, s’avvezzarono anche a rispettarmi. S’avvezzarono tanto bene, che quando, dopo sei mesi, mio padre mi regalò un bel vestito da città, al primo vedermi vestito così, i più grulli cominciarono a burlarmi di nuovo. Ma i loro scherzi non furono secondati, perchè la maggioranza aveva imparato a giudicarmi più seriamente.»
Eravamo un po’ commosse, ma non tanto da aver completamente dimenticate le occhiate ironiche e le risate di scherno delle compagne eleganti.
Io risposi, esitando un poco, ma facendomi coraggio:
— «Ma noi non abbiamo nessuna bella azione da raccontare, per giustificare il nostro vestito vecchio.
Il nonno, col volto, non più conciliante, ma serio serio, rispose:
— «Fra tutte le belle azioni, la più bella è fare il proprio dovere. Il vostro dovere è di accettare la situazione che Dio ha fatta al vostro nonno ed a voi. Non siamo ricchi; dobbiamo accontentarci, io di non farvi un abito nuovo, voi di non portarlo. Ho una gran paura che nelle vostre testoline sia entrata tanta vanità, da farvi parere un sacrificio, un atto eroico addirittura, il confessare la vostra condizione modesta. Ebbene, confessatela, e se vi costerà molto, avrete una buona azione da raccontare, una vittoria riportata sulla vostra vanità. E vi farà del bene.
Non confessammo nulla. Non eravamo abbastanza dignitose e forti per farlo. Ma l’abito di carta coll’avoltoio nella schiena, ricomparendo ancora, confessarono per noi. Però quel giorno osservammo che erano molte le compagne che portavano gli abiti degli anni precedenti, ed il gruppo delle eleganti era così piccino, che ci accorgemmo d’averne esagerata l’importanza. Tutte le più brave erano vestite modestamente; ed anche noi facemmo un bell’esame. E ne avemmo una soddisfazione, che il bel vestito non ci avrebbe dato di certo. Dopo l’esame la Giuseppina mi disse, un po’ tardi, ma meglio che mai:
— Sono contenta ora, che non abbiamo fatto fare un sacrificio al nonno per vestirci.
_Come il nonno troncò una serie di rappresentazioni_
Passati gli anni di collegio e di scuola, e finiti gli studi, la nostra vita da signorine di provincia cominciò ad essere assai monotona.
Non si doveva più pensare ad altro che a diventare donne di casa, buone massaie. L’ordine della casa, il bucato, la cucina, dovevano occuparci interamente. Se ci veniva in mente di cominciare un ricamo, il nonno, che badava all’igiene, diceva che quel lavoro sedentario e fine nuoceva alla salute e sciupava la vista.
Se poi ci mettevamo a leggere, le zie esclamavano spaurite:
— Per carità! Che non avessero a credervi dottoresse!
Erano persuase che tutti i guai, tutte le miserie dell’umanità, derivassero dalla lettura, specialmente per le donne; e dicevano, con un risentimento pieno di convinzione:
— Ah! quei maledetti libri!
Tanto, che noi si pensava sovente, perchè ci avessero fatto imparare a leggere.
Ma doveva essere per abilitarci a leggere «La cuoca piemontese» il solo libro che trovasse grazia agli occhi delle zie.
Si doveva fare, noi due ragazze, una settimana ciascuna alternandoci in cucina, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti di quel ricettario.
Il nonno però, che era condannato a mangiare i prodotti dei nostri esperimenti, non aveva lo stesso ardore delle zie, nello spingerci a fare da cuoche; e preferiva che ci occupassimo della «tenuta dei libri di casa» come diceva pomposamente. In realtà si trattava di notare le spese giornaliere; ce lo faceva fare in francese per tenerci in esercizio.
Era un esercizio assai limitato, «Lait, pain, sel, ris, beurre, poulet, viande, fromage...» un centinaio, mettiamo anche dugento parole di questo genere, che si ripetevano ogni giorno con una monotonia desolante. Metteva proprio conto d’avere imparata una lingua per questo!
Intanto la nostra piccola famiglia, composta di noi due ragazze, del nonno, e di nostro fratello, non ci dava da fare abbastanza per occuparci tutto il giorno. Avevamo una donna di servizio laboriosissima, a cui la nostra presenza in cucina dava noia, e che stirava mezzo bucato, nel tempo che noi si stirava una camicia.
Per conseguenza le giornate erano molto lunghe per le nostre occupazioni da massaie, e ci lasciavano molto tempo da fantasticare, mentre lavoravamo meccanicamente di cucito, sole, perchè le zie venivano spesso a vederci e ci accompagnavano fuori, ma non abitavano con noi.
L’argomento sul quale si fantasticava più volentieri, era, naturalmente, la nostra propria sorte. Ci domandavamo l’una all’altra:
— È questa la gioventù allegra, la gioventù serena, felice, piena d’illusioni, di poesia; la bella gioventù, che dura appena una quinta parte della vita, e che si continua a rimpiangere per gli altri quattro quinti, inconsolabilmente?
Domandavo a mia sorella:
— Sei felice d’avere diciassett’anni?
E lei mi rispondeva:
— E tu sei felice d’essere quel personaggio ideale, l’incarnazione della gioia e del sorriso, «_la giovinetta trilustre_?»
E tutte e due concludevamo:
— Era più bello esser bimbe. Ci si divertiva di più.
Ed infatti, in quei due anni, i nostri divertimenti erano stati scarsi. Eravamo state una volta ogni carnevale al teatro di musica, con un vecchio fratellastro del nonno, che chiamavamo zio, e con una sua figlia, un po’ troppo matura, che chiamavamo cugina.
Lei si metteva in gran gala: abiti di tulle scolacciati, nastri, fiori, trine. Noi portavamo il nostro vestito da estate più bello, che era sempre brutto accanto a quegli abiti da sera. La cugina si faceva dare del tu da noi, per ringiovanirsi; ma ci metteva una gran soggezione.
Entrando nel palco si fermava subito allo specchio, e si accomodava lungamente l’acconciatura, ingombrando tutto lo stretto spazio, senza badare che noi si rimaneva sull’uscio.
Poi andava a sedere al posto migliore, dove c’era un guancialone sulla poltrona, in modo che lei rimaneva in alto, con tutta la vita sporgente dal parapetto.
Mia sorella, che sedeva in faccia a lei, senza guanciale, sembrava piccina piccina, e non figurava punto. Quanto a me, ero condannata alla tortura del panchettino, sul quale si vedeva sorgere la mia vita di lana colorata, fra i rigonfi della gonna bianca leggiera di mia cugina, che si stendeva pomposamente sulle mie ginocchia.
Lei, che andava sovente al teatro, conosceva la musica, le belle signore dei palchi, i bei giovinotti, e salutava, graziosa, chinando il capo ed il ventaglio.
Noi, che si stava sempre in casa e solitarie, nessuno ci salutava; ci sentivamo fuori di posto, come due campagnole.
E quel secondo anno, il giorno dopo quella serata memorabile, quando il nonno ci domandò se ci eravamo divertite, cominciammo a gemere le nostre lagnanze.
La Giuseppina disse:
— Come vuole che ci si diverta, nonno, andando al teatro una volta all’anno? Non si conosce nessuno...
Ed io, che rammentavo quelle ore passate appollaiata sul disgraziato panchettino, col capo teso innanzi fra mia cugina e mia sorella, e la persona indietro per non schiacciare i rigonfi leggeri che avevo in grembo, esclamai con premura:
— Ed in tre in un palco! Sembravamo tre galline in una stia...
Il nonno agitò le mani in alto con le dita aperte in atto di scandalo e di stupefazione, ed esclamò:
— Oh! che gioventù! che gioventù! Ma non sapete prendere i divertimenti come vengono, senza amareggiarveli con l’amor proprio, con le aspirazioni della vanità? Ci vuole il racconto, ho capito.
E cominciò uno dei soliti racconti.
«La Giovannina, alla vostra età, e anche molto dopo, non aveva mai veduto un teatro. Perchè ai nostri tempi — parlo del principio di questo secolo — la società aristocratica si spassava quanto adesso e forse più, faceva una vita dissipata, vestiva con molto cattivo gusto, ma con uno sfarzo maggiore d’adesso. Ma le famiglie della borghesìa menavano vita affatto casalinga, e non avevano la pretesa di rivaleggiare coi signori. I nostri divertimenti ce li pigliavamo fra noi, modestamente, e sapevamo contentarcene, per meschini che fossero.
«La Giovannina abitava allora in piazza del Rosario, ed aveva un gran balcone al primo piano.
«Fino a diciotto anni, dunque, non aveva mai veduto un teatro; quando verso la fine d’ottobre capitò a Novara un burattinaio, ed una bella sera si vide comparire sulla piazza del Rosario, e proprio dirimpetto al balcone della zia, la baracca dei burattini.
«Figuratevi la gioia della Giovannina! Sebbene la sala del balcone, di solito, stesse sempre chiusa, perchè l’aria e la luce non facessero scolorire le seggiole ed il divano di _reps_, quella sera ella si piantò sul balcone appena vide la baracca, e non si mosse più finchè la burattinata fu finita ed i lumi spenti.
«Il giorno dopo stette in grande ansietà per paura che il burattinaio non tornasse. Ma tornò, e lei, tutta felice, domandò ai suoi parenti il permesso di mandare a prendere due amiche, perchè godessero con lei quello spettacolo.
«E per parecchie sere, le tre fanciulle si divertirono immensamente, attentissime alla commedia, che poi il giorno dopo ripetevano a chi voleva sentirla.
«Io, che ero appunto a Novara per studiare al liceo, fui invitato dalla Giovannina alle burattinate, e quando non avevo molto da studiare, ci andavo e mi divertivo la mia parte.
«Ma quell’anno l’ottobre era eccezionalmente freddo, e la commedia finiva tardi, verso le dieci. Le ragazze infreddarono tutte.
«Allora tutti i parenti proibirono di stare al balcone di sera, compresa mia zia, che intimò a sua figlia d’andare a letto alle otto, finchè non le fosse passata la tosse.
«La Giovannina non disse nulla, perchè sua madre non le permetteva di discutere le sue risoluzioni. Ma la tosse continuava e si faceva anzi più acuta, nonostante gli atroci decotti di orzo indolciti col miele, che la zia faceva ingollare alla malata.
«Intanto io, che non avevo bisogno del balcone per godere le burattinate, la prima sera che i miei studi me lo permisero, andai in piazza del Rosario, con l’intenzione di sentire la commedia in piedi. Ma la folla era già compatta, e non mi fu possibile di farmi strada fin sotto il balcone della zia, per essere in faccia alla baracca. Rimasi invece dietro la baracca ed in faccia al balcone chiuso.
«Quando non si vedono gli attori, l’attenzione è meno accaparrata dallo spettacolo. Io dunque guardavo in giro, un po’ qua, e un po’ là, e più spesso sul balcone della zia, pensando che lassù avrei veduto tutto, e sarei stato più comodo che lì dietro, pigiato tra la folla, dove sentivo la voce in falsetto d’una infelice ambiziosa defunta, che urlava tra le fiamme dell’inferno: «Per trent’anni di regno, tutta un’eternità di pene!» Vedevo i bagliori rossi del fuoco eterno di paglia, che ardeva sul davanti della baracca, ma non potevo vedere nè l’inferno, nè i diavoli, nè la regina.
«Ad un tratto, a quella luce rosseggiante, vidi moversi qualche cosa di bianco sopra un gran testo, nel quale cresceva una magnifica pianta d’oleandro, sul balcone della zia.
«Guardai attentamente, ma pare che l’inferno avesse cessato di divampare, e la piazza ricadde nell’oscurità.
«Che l’eternità fosse già finita?
«No. I diavoli, più attenti di molte vestali, non lasciano spegnere il fuoco infernale. S’udirono sibilare, movere i tridenti per rattizzarlo, la piazza rosseggiò un’altra volta irradiata dalla vampa in cui si dibatteva la regina col suo monotono lamento, ed a quella luce sanguigna, abbagliante, vidi distintamente la Giovannina, leggermente vestita d’una gonnella e d’un giubbino da notte, accoccolata sul testo dell’oleandro, che contemplava esterrefatta quella scena diabolica.
«Il suo vestiario, e le persiane del balcone richiuse ermeticamente dietro a lei, mi spiegarono subito il mistero.
«La Giovannina lasciava sua madre nella stanza da pranzo che era dall’altro lato del quartiere, e se ne andava a letto in camera sua, che comunicava appunto con la sala. E, dopo che sua madre era andata ad assicurarsi che era coricata e che non le mancava nulla, usciva pian piano, senza perder tempo a vestirsi, fors’anche a piedi nudi per non far rumore, e se ne andava sul balcone al buio per più di due ore.
«E tutto questo per una miserabile commedia di burattini; e se ne divertiva semplicemente, senza pensieri di vanità, in gonnella, non veduta da nessuno.
«Che ne dite, belle signorine, che sdegnate uno spettacolo d’opera e ballo, perchè l’andarvi una volta sola, non vi permette d’essere ammirate e salutate dagli abbonati, e perchè l’essere in tre in un palco non vi sembra abbastanza comodo e signorile?
«La mattina, volendo sapere qualche cosa di più preciso sulla Giovannina, andai dalla zia, e la trovai tutta costernata perchè la sua figliola continuava ad avere la tosse, e questo, in una ragazza tanto lunga e sottile, dava da pensare.
« — Sono due giorni che la tengo a letto, ma tosse sempre egualmente, e fors’anche di più... Temo che abbia la febbre...
«Era ancora peggio di quanto avevo supposto. Stando a letto, la Giovannina non aveva gli abiti sotto mano, perchè sua madre, che amava la pulizia e l’ordine, li portava fuori di certo, per spazzolarli, o perchè non ingombrassero i pochi mobili della cameretta.
«Dunque, quella povera ragazza, usciva, calda dopo una giornata di letto, e magari sudata, appena coperta d’una gonnella bianca, e stava ferma delle ore sul balcone, al freddo, col rischio di pigliarsi una polmonite, e d’andarsene all’altro mondo.
«Se avessi potuto vederla l’avrei sgridata severamente, e anche minacciata di denunziarla a sua madre. Ma, naturalmente, non potevo entrare nella sua camera; e denunziarla davvero mi ripugnava, per quanto si trattasse di tutelare la sua salute.
«Ci pensai tutto il giorno, e trovai modo d’impedire che non commettesse più quell’imprudenza, senza farle toccare i rimproveri, e forse qualche scappellotto dalla sua mamma, che le voleva bene, ma era molto severa.
«Pregai tre amici di venire la sera con me a vedere la burattinata in piazza del Rosario, e mi collocai con loro, proprio accanto alla baracca.
«Prima che ci fossimo trovati tutti all’appuntamento, s’era fatto un po’ tardi, e lo spettacolo era già al secondo atto quando giungemmo a posto.
«Guardai subito sul balcone della zia e, per quanto fosse buio, vidi benissimo la figura bianca, che si moveva sul testo dell’oleandro.
«Allora alzai un pochino per di dietro la tela che chiudeva la baracca, per assicurarmi che aveva un pavimento interno di legno, sul quale stavano rannicchiati il burattinaio, ed un suo figlioletto mingherlino, che faceva da suggeritore, e che, dopo il secondo atto, usciva a far la questua tra la folla.
«Sicuro così del fatto mio, mi misi d’accordo coi miei compagni; ci collocammo ai quattro angoli della baracca, ed aspettammo una scena culminante del dramma, quando Florindo e Rosaura, con l’aiuto di Colombina e di Arlecchino, si disponevano a fuggire dalla casa di Pantalone.
«E ad un tratto, sollevammo di peso la baracca, col burattinaio, il piccolo suggeritore, il cesto dei personaggi e tutti; e, fra gli urli della folla, giubilante e plaudente, a quell’improvvisata, trasportammo ogni cosa in quel vicolo stretto e curvo, che mette alla contrada del municipio, mentre il burattinaio si sporgeva fuori della baracca gesticolando disperatamente, con le braccia in alto, e con due burattini per ogni mano.