I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso
Part 4
«Una sera, ero alla mia decima lezione sul ramo d’ippocastano, che sovrastava al sentiero sabbioso del giardino, quando il marchesino, irritato da un esercizio che assolutamente non gli riesciva, dopo averlo ripetuto tre o quattro volte, si mise a picchiare i piedi, a gesticolare, come dichiarando che non voleva più saperne.
«Io udiva soltanto la voce stizzosa; non ero abbastanza vicino per capir le parole.
Ad un tratto buttò il flauto sul leggìo, ed andò a sedere sul solito divano, nascondendo il volto nei cuscini, e facendo spalluccie dispettosamente.
«Il maestro, paziente come un santo, prese lo strumento, ed andò accanto all’allievo, accarezzandogli le spalle, e parlandogli con tono persuasivo.
«Allora il marchesino alzò il volto rosso dall’ira, afferrò il flauto, e, strappandolo con mal garbo dalle mani del maestro, corse alla finestra e lo scaraventò giù gridando:
— «Va’ al diavolo! Non sonerò mai più!
«Al rumore secco del flauto caduto sulla sabbia, seguì un altro rumore sordo, come un tonfo.
«Ecco che cos’era accaduto:
«Alla vista di quel bel flauto, tanto desiderato, laggiù in terra, io non avevo ragionato più; ed impazzito dal desiderio di possederlo, avevo spiccato il salto dal ramo dove ero seduto, ed ero piombato in giardino.
«Dalla finestra dove il maestro si era affacciato, partì un grido di terrore.
«Un minuto dopo mi sentii sollevare pietosamente, ed aprendo gli occhi, vidi, nella penombra d’una sera senza luna, il maestro ed il marchesino, che mi reggevano, pallidi dalla paura. Il marchesino non era più superbioso.
«Per fortuna, dalla finestra del primo piano, il salto non era stato alto, ed anzi, passato il primo sbalordimento, mi parve di non essermi fatto nessun male.
«Fu soltanto quando vollero rialzarmi, che mi accorsi d’avere una gamba, che non mi reggeva, e che era rotta.
«Il marchesino voleva portarmi al castello, ma il maestro ed il marchese, che era accorso anche lui, dissero che si troverebbe più pronto il soccorso portandomi alla farmacia di mio padre.
«Là fui accolto da rimproveri per la mia sbadataggine, che velavano male il turbamento e l’angoscia de’ miei poveri genitori, punto carezzevoli, ma in fondo amorosissimi.
«Ma questo non c’entra con la mia storia.
«Il maestro ed il marchesino erano stati colpiti all’udire che la passione della musica m’aveva spinto a salire sull’albero, ed a saltar giù; e pensarono, come gli altri, che dovevo avere delle attitudini eccezionali per la musica e che non si dovevano trascurare.
«Mio padre si stringeva nelle spalle, e diceva che avrebbe preferito che avessi delle attitudini per la farmacia.
«Ma il marchesino insisteva a volermi regalare il suo flauto; forse per liberarsene. Il maestro si offriva di darmi lezione per nulla; il marchese protestava che lo pagherebbe lui, ed allora mio padre disse:
— «No, no. Se mio figlio deve prendere queste lezioni, voglio pagarle io. Me le metta meno che può, maestro, perchè sono un povero farmacista... Ma voglio pagarle.
«Ed infatti, appena la mia gamba fu guarita, ci mettemmo, il maestro ed io, con uno zelo, un ardore straordinario, a sviluppare il mio genio musicale.
«Ma, pur troppo, quel genio non c’era. Il mio amore per l’arte, era un amore non corrisposto.
«Dopo aver soffiato dei mesi nel flauto del marchesino, non avevo fatto più progressi di lui. Il maestro, mortificato del granchio che aveva preso, e troppo coscienzioso per continuare a farsi pagare delle lezioni inutili, si licenziò con bel garbo, consigliandomi di tornare alla farmacia.
«Ed io, ostinandomi a consacrare al flauto tutte le ore che avevo libere, mettendoci tutto l’entusiasmo che avevo in cuore per la musica, riescii a stento a sonare, con qualche stonatura, la canzone piagnucolosa del vecchio Lavatelli, e, più tardi, la _Marsigliese_.
_Come il nonno imparò a farsi la barba_
Quando il nonno usciva dalla sua camera dopo essersi fatta la barba, aveva sempre sulle guancie, sul mento, sotto il naso, da una parte o dall’altra del viso, qualche strisciolina di sangue, come un filo di seta rossa. E noi gridavamo:
— Oh, nonno! S’è tagliato?
Egli si stropicciava il viso con una mano, domandando:
— Dove?
E soltanto quando ritirava la mano, guardandola da lontano come fanno i presbiti, e la vedeva macchiata di sangue, diceva:
— Già! è vero.
A noi faceva una gran meraviglia che si tagliasse così senza sentir dolore. Dovevano essere delle ferite a fior di pelle; ed infatti si rimarginavano subito e non lasciavano traccia.
Però mio fratello rabbrividiva al vederle, e diceva:
— Io, quando avrò la barba, me la farò fare dal barbiere; da un buon barbiere.
Questa, d’avere la barba e di farsela fare, era una manìa, che aveva invaso Mario appena s’era messo gli abiti da uomo, a dieci anni; ed erano circa sei anni che vagheggiava quell’ideale, e faceva, con le dita al di sopra della bocca, l’atto d’aricciarsi dei baffi immaginari.
Finalmente, verso il diciassettesimo anno, cominciò a spuntargli una peluria bruna al di sopra del labbro superiore, una sfumatura, della quale egli andava oltremodo superbo.
Ma era proprio il caso di dire: «Non c’è rosa senza spine.»
Mentre il suo labbro si ornava di quella peluria fitta, morbida, gentile, sul mento gli spuntavano qua e là certi peli isolati, duri come setole; vere spine, che gli amareggiavano di molto la sua gioia.
Avevamo una serva, che aveva varcato il passo doloroso della cinquantina, e che, appunto, aveva il mento deturpato da quelle setole. Le tagliava con le forbici, ma questo non faceva che renderle più dure e più buffe.
Mio fratello era mortificatissimo di quella comunanza di sventura con la Maddalena. Si era aspettato ben altre glorie dalla sua barba, e quell’esordio infelice era un vero disinganno per lui.
Un giorno venne a pranzo col mento liscio come noi. Non aveva più neppure una setola.
Lo guardammo stupefatte, poi la Giuseppina gli accarezzò il mento con una mano, e disse:
— Un velluto addirittura!
Io gridai:
— E le setole? Le hai tagliate con le forbici! Confessa! Come la Maddalena!
Mario era molto indispettito; scrollava le spalle per respingerci con lo stesso garbo che usano i ciuchi per respingere le mosche, e mangiava, col naso nel piatto, per non risponderci.
La Giuseppina gli diede una gomitata e disse:
— Via, rispondi, ghiottone! Che cosa ne hai fatto «dell’onor del mento» che non pungi più come una spazzola?
Non eravamo molto gentili fra noi fratelli. Mario rispose con la bocca piena:
— Me la son fatta fare.
— Oh! dal barbiere?
— Che domanda sciocca! Da chi volete che me la facessi fare? Dal tosa-cani?
— Ma perchè non fartela da te?
— Già, come fa il nonno, eh? Per comparir poi tutto coperto di ferite, come un eroe del quarantotto!
Il nonno rideva e mangiava senza parlare. Non prendeva mai parte ai nostri battibecchi, se non qualche volta, di rado, per dire a mio fratello che, a’ suoi tempi, gli uomini erano più cortesi colle signore. Al che Mario rispondeva, facendo dei garbacci a me ed a mia sorella:
— Belle signore! E gentili poi!
Ed il battibecco continuava, più aspro di prima. Ma tutto questo per burla, per spavalderia. In fondo ci si voleva tanto bene, quanto quelli che si fanno mille smancerie.
Quel giorno cessai di bisticciarmi con Mario, per dire al nonno:
— Ma sì, appunto, nonno; perchè non va dal barbiere, invece di tagliuzzarsi tutto il viso a quella maniera?
Il nonno inghiottì la cucchiata di minestra che aveva in bocca, poi rispose:
— È laggiù, lontano, il perchè. Nel milleottocentoquattordici, mi pare.
E sorrideva tra sè guardando nel vuoto, come faceva sempre, quando rivedeva col pensiero uno de’ suoi ricordi remoti.
Gli domandai:
— Allora, è una storia?
Il nonno rispose:
— Un aneddoto, piccino...
Mario disse con disprezzo:
— Un aneddoto dei tempi barbari? Via, lo dica, nonno. Servirà a farci ingoiare quest’altra barbarie della carne lessa.
Il nonno esitò un pochino, dicendo:
— Veramente... veramente... quell’aneddoto non è fatto per far ingoiare... tutt’altro...
Poi soggiunse:
— Ma via! Alla vostra età si ha lo stomaco forte, e non si guarda tanto pel sottile.
E cominciò a raccontare, rivolgendosi a Mario:
«Alla tua età, anzi un anno prima, a sedici anni, avevo già il mento coperto di quelle setole rade e disuguali, che tu avevi fino a ieri...
Io non potei a meno di dire ironicamente a Mario:
— Consolati. È una bellezza di famiglia.
Il nonno continuò:
«Dopo parecchi mesi, le mie setole erano cresciute tanto, che avevo una barba ispida.
«Mio padre, che aveva sempre portato il volto sbarbato, come l’ho poi sempre portato anch’io, non poteva soffrire quel mento barbuto, del quale io andavo superbo.
«Un giorno mi disse:
« — Bada, non ti voglio più vedere quella barba da zappatore. Prendi i miei rasoi, e levatela.
«Allora i figlioli, anche grandi, usavano obbedire ai genitori senza rimbeccarsi, e, per quanto il privarmi della barba m’increscesse, non mi venne neppur in mente di volerla portare, dal momento che spiaceva a mio padre.
«Però mi sgomentai all’idea di mettermi sul volto il rasoio, che non sapevo maneggiare affatto, ed osservai:
« — Ma non so fare, babbo. Mi tagliuzzerei tutto il viso.
«Il babbo sorrise, poi mi diede sei soldi e disse:
« — Allora prendi. Questi sono i quattrini. Se ti basta l’animo, va a fartela fare dal barbiere.
«Non capivo perchè mi dovesse _bastar l’animo_, come se si trattasse di un atto eroico.
«Ad ogni modo, ben contento di poter andare a farmi fare la barba con i quattrini in mano come un signore, e come un uomo, la mattina dopo andai dal barbiere.
«Cerano parecchi avventori. Il parroco, che era già seduto coll’asciugamani sotto il mento e col volto insaponato; il vecchio Lavatelli, quello dalla zampogna; ed un uomo di mezza età, che masticava tabacco e sputacchiava nero.
«Sedetti ad aspettare mentre il barbiere faceva la barba al parroco, appunto sulla gota destra, dove aveva un’enorme gonfiezza.
«L’avevo veduto la sera prima in farmacia, e pensavo:
— Come mai gli è gonfiato il viso a quella maniera in una notte? Ieri sera stava bene...
«Tirai fuori il libro di scuola che avevo in tasca, e, per passare il tempo, rilessi due volte un pezzo di latino difficile. Poi guardai a che punto stava la barba di Don Domenico, e, con mia grande stupefazione, vidi che la gonfiezza gli era passata dalla guancia destra alla sinistra, che appunto il barbiere stava radendo.
«Pensai:
« — È l’insaponatura che gli fa quest’effetto. Soffre forse di flussioni... Ma è strano che gli vengano tanto istantaneamente, e scompaiano colla stessa rapidità.
«Intanto il barbiere aveva finito. Prese le due estremità dell’asciugamani che pendeva sul largo petto di Don Domenico, glielo buttò sul viso, stropicciò forte per togliere ogni residuo d’umidità e di sapone, poi staccò l’asciugamani, ed il volto del parroco rimase bianco, con una lieve sfumatura turchina al posto della barba, e regolarissimo senza la menoma gonfiezza da nessuna parte.
«La mia stupefazione fu al colmo. Cosa poteva essere quel fenomeno? E doveva accadere anche a me?
«Guardai attentamente l’uomo che sputacchiava nero. Sedette col volto dritto e regolare. Il barbiere gli pose l’asciugamani sotto il mento facendoglielo entrare un pochino tra il collo ed il goletto. Poi prese il bacino, glielo mise sotto il volto e, presto presto, con la mano che aveva libera, gli inondò la faccia di spuma bianca. Quando depose il bacino per prendere il rasoio, il paziente aveva la guancia destra gonfia, come dianzi Don Domenico.
«Non staccavo più un istante gli occhi da quel prodigio, ansioso di scoprirne il segreto. Ad un tratto il barbiere disse:
— «Un po’ più alto...
«Ed immediatamente la gonfiezza salì più alto sulla guancia.
«Finalmente avevo capito, e risi di cuore della mia ingenuità. Si gonfiavano la guancia empiendola d’aria, e stringendo forte le labbra, per impedire che sfuggisse. Era una cosa che avevo fatta tante volte per chiasso.
«Sicuro. Come mai non l’avevo capito subito? Ecco. Finita la guancia destra, quell’uomo sputacchiò due o tre volte, mentre il barbiere passava dall’altro lato, poi gonfiò la guancia sinistra. Era buffo. Non vedevo l’ora di provare anch’io quel gioco. Intanto lo provavo da me, nel mio cantuccio.
«Mentre il barbiere stropicciava coll’asciugamani il volto dell’uomo che sputava nero, il vecchio Lavatelli, che era molto affezionato a tutti noi, mi disse:
— «Se vuol farsi la barba prima di me, signor Andrea, io non ho premura...
«Non mi parve vero, e corsi a sedermi sulla poltroncina. Appena fui conciato, coll’asciugami sotto la gola, mi empii la bocca d’aria, e mi gonfiai le gote, come un amorino paffuto, tenendo le labbra bene strette e respirando a stento dal naso.
«Il barbiere prese il bacino con la saponata e mentre mi passava la mano sulla bocca ripetutamente, disse:
— «La palla.
«Capii che voleva una sola palla, e che chiamava così la tensione delle guance, e spinsi tutta l’aria nella gota destra come avevano fatto gli altri.
«Ma cominciavo a soffocare, e stringevo più che mai le labbra per contenere l’aria in bocca. Il barbiere tornò a dire:
— «La palla.
«Ed intanto mi premeva a tutta forza un corpo duro sulla bocca, dicendo:
— «Ma apra dunque.
«Mi spinsi indietro sbalordito per poter guardare, e vidi... una palla d’avorio!
«Quella che aveva gonfiate le gote del parroco, e dell’uomo che sputava nero!
«Afferrai l’asciugamani che avevo dinanzi, e stropicciandomi il volto in fretta, balzai in piedi, poi scaraventando l’asciugamani dietro a me senza saper dove, fuggii di corsa fuori della bottega, e via per le strade, come un ladro inseguito; e non mi fermai che nella nostra farmacia.
«Mio padre, vedendomi arrivare a quel modo, fece una risatina, e disse:
— «La palla, eh? Non t’è bastato l’animo!
«Da quel giorno cominciai a farmi la barba da me. Non ci ho attitudine; riesco male; mi tagliuzzo tutto il volto. Ma non ho più potuto vincere quella prima avversione che m’hanno inspirata le botteghe de’ barbieri, sebbene la palla sia passata di moda da un pezzo.
_Come il nonno non si vestì di nuovo_
Altre volte, nelle scuole, anche civiche e governative, gli esami alla fine dell’anno scolastico si facevano in pubblico, alla presenza del sindaco, del prefetto, e di tutte le autorità cittadine.
Specialmente nelle scuole femminili, gli esami erano una pompa, e vi si faceva più mostra di vanità che di sapere. Le interrogazioni e gli esperimenti erano combinati in modo da far figurare le allieve migliori, e da lasciare nell’ombra le mediocri.
Ogni insegnante chiamava quella che sapeva meglio istruita nella sua specialità, e pregava qualche personaggio autorevole d’interrogarla.
Ed il pubblico, dopo aver uditi tre o quattro pappagallini ammaestrati ripetere le gesta di qualche eroe più o meno leggendario, enumerare dei fiumi e dei monti, e delle città capitali, eseguire qualche operazione aritmetica irta di moltiplicazioni e di segni difficili a capire, rimaneva sbalordito di tanta scienza.
Era buono, e facile di contentatura il povero pubblico.
Bisognava sentire, che sorta di pillole gli si facevano ingoiare, coi nostri componimenti letterari, declamatorii, gonfi, ridicolmente rettorici!
E bisognava vedere, come si commoveva, e si soffiava il naso, per nascondere l’inumidirsi ed il luccicare degli occhi!
Rammento ancora una lettera sul tema: «Rimproverare ad una compagna la sua cattiva condotta in iscuola, e darle dei buoni consigli.»
Io scrissi una specie di predica terribile, in cui parlavo di onore e di disonore, di giustizia, umana e divina, di maledizioni paterne, di rimorsi al letto di morte, d’ogni sorta d’orrori; per poi stemperarmi, nella seconda parte, in una gran tenerezza di pentimenti, d’espiazione, di ravvedimento, di riabilitazione, di virtù ideali ed inverosimili, di morte rassegnata del giusto, di gioie mistiche ed eterne in un mondo migliore.
Tagliata in due, avrebbe potuto essere una requisitoria contro un malfattore della peggiore specie, ed una predica del padre confortatore ad un condannato a morte.
Meritavo io, una condanna per quel delitto letterario.
Ma il pubblico ne fu commosso fin nelle viscere, non seppe frenare gli applausi, sebbene fossero proibiti, e, finiti gli esami, una signora anonima mi mandò a regalare dalla cameriera un astuccio, con un finimento da lavoro in argento.
Era naturale che una delle cose a cui più si badasse in quegli esami d’apparato, fosse il vestito. Era una gara di eleganza.
Noi avevamo un vestitino di mussola bianco, che ogni anno, in quella circostanza, si rimetteva a nuovo, ben lavato, insaldato, teso e scricchiolante come un vestito di carta.
Ne andavamo superbe; tanto più, che vi si aggiungeva una cintura di velluto nero, legata dietro la vita con un fiocco smisurato, i cui capi ci sbatacchiavano sulla schiena e sui fianchi, come le ale d’un grande corvo, che ci avesse affondato il becco nelle reni e ci succhiasse il sangue.
Queste cose mostruose, le dico ora, volgendo uno sguardo retrospettivo a quell’abbigliatura, coll’occhio educato ai gusti moderni.
Ma allora, tanto io che mia sorella, la credevamo bellissima.
Furono le compagne ricche ed eleganti che scossero la nostra fede beata.
Quell’anno era di moda un certo colorino roseo, cangiante, con dei riflessi argentei, che si chiamava «_nuage d’aurore_» (nube d’aurora).
Quelle signorine si erano fatto un abito del colore di moda per portarlo agli esami, e ne parlavano continuamente in iscuola.
Un giorno una di loro, dopo aver fatto una descrizione pomposa del suo bell’abito, si rivolse a noi, e disse con disprezzo:
— «Voialtre già, ricomparirete col solito abito di carta, e l’avoltoio nella schiena!
Di carta! L’avoltoio!
Vidi mia sorella farsi pallida, mentre sentivo una vampa di rossore salirmi al volto; ed il cuore si mise a saltarmi nel petto come un passero in gabbia.
Quella critica ci giungeva nuova, inaspettata. Eppure la nostra vanità intuì subito che la mussolina insaldata e la cintura nera di velluto avevano inspirato l’umorismo crudele di quella ragazza.
Intesi pure che quella burla non era nata allora, e che doveva averci circolato intorno negli anni precedenti, mentre noi ci pavoneggiavamo beatamente, nella nostra abbigliatura di gala.
Fu una spina che ci si pose nel cuore; e ne soffrimmo, come, più tardi, quando l’esperienza ci ha dimostrato che queste contrarietà sono meschine e ridicole, si soffre per contrarietà più vere e gravi.
Pel nostro mondo piccino e per la nostra piccola età, quell’idea di ricomparire vestite male, all’antica, in mezzo alle ragazze eleganti, era una grande umiliazione.
Aspettammo con ansietà la domenica, e la visita al nonno.
Quando venne corremmo in parlatorio tutte eccitate, lo salutammo in fretta, poi io gridai:
— Sa, nonno? Ci vuole un vestito nuovo....
E la Giuseppina soggiunse:
— Per gli esami; un vestito color «_nuage d’aurore_.»
Il nonno rimase un tratto attonito, senza poter rispondere, poi esclamò:
— Che cos’è questo «_nuage d’aurore_?» Siete matte? Non avete il vestito bianco?
La Giuseppina borbottò dispettosamente:
— Oh! il vestito di carta!
Il nonno ripetè stupefatto:
— Di carta?
E la Giuseppina riprese:
— Ma sì; insaldato a quel modo la mussola sembra una carta.
Il nonno scrollò le spalle, e disse con fare conciliante:
— Si può fare a meno d’insaldarla.
Ma io mi figurai subito quel cencetto molle, cascante languidamente sulle gonnelle, e soggiunsi sospirando:
— E quella cintura nera che sembra un corvo?
Questa volta il nonno si mise a ridere, e disse:
— Che strane idee vi siete messe in testa!
Poi riprese sempre conciliante:
— Del resto, se la cintura sembra un corvo, non ve la mettete. C’è modo di accomodare ogni cosa.
— Bel modo! Sembreremo in camicia, con un vestito tutto bianco e non insaldato.
— E allora, fatelo insaldare.
— Parrà di carta...
— Ma insomma, cosa posso farci io?
Questa era la vera domanda che aspettavamo, e ci affrettammo a rispondere:
— Può farcene un altro, nonno.
— Color _nuage d’aurore_, nonno.
Il nonno scrollò il capo ridendo, e rispose:
— Questa è appunto la cosa che non posso fare. Posso invece raccontarvi una storiella...
— Oh, nonno!
— È inutile protestare. La storiella può insegnarvi a non esser troppo esigenti, ed a contentarvi di quanto vi si può dare. Per conseguenza non ve ne faccio grazia. Tanto, debbo aspettare qui la Giovannina, che verrà anche lei a vedervi.
Chinammo il capo un po’ imbroncite, ed il nonno, a bassa voce, per non disturbare gli altri gruppi di collegiali e di visitatori, che ingombravano il parlatorio, cominciò subito la storiella:
«Ogni anno, alla stagione dei bachi, mio padre ne allevava una grossa partita, e voleva che tutti in casa, piccoli e grandi, ce ne occupassimo senza risparmio di fatica.
«Io ebbi sempre una repulsione per quei vermiciattoli che, per quaranta giorni, crescevano, crescevano, mangiavano senza posa, e diventavano grossi come maccheroni.
«S’era appena finito di rizzare un palco di sei, sette stoie, sovrapposte l’una all’altra, che già i bachi lo avevano invaso tutto, e bisognava rizzarne un altro.
«E quando non c’era più spazio per nuovi palchi, i bachi crescevano ancora, e bisognava posare le stoie sui mobili, in tutte le stanze, accanto ai letti.
«Si doveva star sempre rinchiusi con una copertaccia di lana appesa contro gli usci, perchè quegli animalucci stessero ben caldi. E, tra il calore, la mancanza d’aria, l’odore della foglia verde, l’atmosfera non era più respirabile.
«Ma non importa; bisognava starci, e lavorare. Staccare la foglia dai rami, tritarla, spargerla sulle stoie. E guai se pioveva! Allora bisognava accendere un bel fuoco, e stendere i rami di gelso ad asciugare, perchè i piccoli bachi soffrivano a mangiare la foglia umida.
«Ed intanto, tutti quegli avanzi di erba rosicchiata si accumulavano sulle stoie, formando un letto umidiccio e fitto, che minacciava di fermentare.
«Ogni due giorni si cambiava il letto, cioè si traslocavano tatti i bachi per togliere quello strato fetido che avevano sotto, e rimetterli sulle stoie con la carta pulita, perchè la insudiciassero un’altra volta.
«Erano quaranta giorni d’un lavoro incessante, febbrile; la fame dei bachi era insaziabile. Si doveva alzarsi una o due volte nella notte per somministrare il pasto a quelle centinaia di migliaia d’insetti.
«Poi, ad un tratto, non mangiavano più; scappavano da tutte le parti; e bisognava affrettarsi a circondare le stoie con frasche ed eriche, perchè i bachi si arrampicassero a fare il bozzolo.
«Io ed i miei fratelli ci sentivamo come rinascere, quando tutti i bachi erano arrivati a frasca; e non ci pareva vero di uscire all’aperto, e di non curarcene più.
«Ma il babbo e la mamma continuavano a guardare l’orizzonte, ed a spaurirsi ad ogni nuvola che compariva, perchè bastava un temporale, una giornata umida, una variazione di temperatura, perchè i bachi interrompessero il loro lavoro, ed il bozzolo riescisse difettoso.
«Quando ebbi dodici anni, mio padre mi disse che, per avvezzarmi a coltivare i bachi con tutta la cura dovuta ad una cosa tanto importante, mi faceva dono dell’_ospedale_.
«Dovevo occuparmene da solo; ed il prodotto sarebbe messo da parte come una mia assoluta proprietà, della quale potrei disporre per ogni necessità impreveduta.
«L’ospedale era la parte più repulsiva di quella gran faccenda repulsiva. Tutti i bachi stentini, giallini, rossastri, molli, bavosi, si toglievano dalle stoie, e si mettevano da parte in una stoina piccola, che era l’ospedale.
«Quelle bestiole infermiccie mangiavano lentamente, dormivano con ritardo, ed alle quattro mute, non riescivano mai a togliersi del tutto la vecchia pelle, che serbavano languidamente raggrinzata sulla coda. E finalmente filavano dei bozzoli piccini, storti, molli, incompleti, che si vendevano per pochi denari.