I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso
Part 2
«La strenna, quel giorno, l’avevo anch’io. Ma mio padre voleva che fosse sempre un dono serio come lui. Un oggetto di prima necessità, che doveva comperarmi inevitabilmente, e che il più delle volte, per poter rappresentare, a suo tempo, la strenna di Santa Lucia, mi giungeva molto in ritardo, e, per conseguenza m’imponeva prima una privazione.
«Serbo ancora memoria d’un inverno crudele, durante il quale mi toccò di andare alla scuola, dal quattro novembre fino al dodici dicembre, poco meno d’un mese e mezzo, colle mani orribilmente gonfie e screpolate dai geloni, che mi dolevano come bruciature quando le esponevo all’aria gelida del mattino; e tutto quel tempo sospiravo la benedizione d’un paio di guanti di lana.
«Se ne parlava continuamente, in casa, di quei famosi guanti. Mi si facevano balenare agli occhi della fantasia come un miraggio. Si diceva che con dei guanti di lana non avrei sentito più nessun dolore, che i geloni mi sarebbero guariti immediatamente; che erano anzi il solo rimedio efficace.... Tutto questo per farmeli apprezzare in tutto il loro valore.
«Ma però continuavo ad uscire ogni mattina con un freddo di parecchi gradi sotto zero, e colle mie povere mani nude, che parevano due informi cuscinetti paonazzi.
«Fu soltanto la mattina di Santa Lucia, che andando a ritirare la mia scarpa sul ballatoio che dava in corte, vi trovai i guanti tanto vagheggiati, fatti da mia madre a calza.
«Ah! come avrei preferito restare senza strenna, non mettere neppure fuori la scarpa, ma avere i guanti un mese prima!
«Ve l’ho detto, mi pare, che a Cerano, come in tutte le nostre campagne si mette una scarpa sul balcone per ricevere la strenna, invece del paniere che mettete voi!
«Del resto, quei giorni che precedevano il Natale, erano un periodo molto laborioso nella nostra annata, e non lasciavano molto tempo per fantasticare sulle strenne di Santa Lucia.
«A Natale, mio padre mandava un dono a tutte le famiglie agiate del paese, per conservare le pratiche alla sua farmacia. E quei doni toccava a me prepararli, e portarli a destinazione.
«In principio di dicembre, si faceva venire da Novara un cioccolattaio, colla larga pietra scanaliate ed il grosso cilindro di marmo per macinare il cacao.
«Quell’uomo lavorava a giornata in cucina, macinando e rimacinando la pasta profumata e lucida, che faceva una gola da non dire a me ed ai miei fratellini.
«E dopo la scuola, che finiva alle tre, io dovevo preparare i fogli bianchi e quadrati, ed avvolgervi le tavolette di cioccolata, che il cioccolattaio aveva preparato lungo il giorno.
«Poi c’erano delle larghe torte, dei metri quadrati di cotognata, fatta da mio padre nell’autunno, che aspettavano me, per essere tagliate a quadri, a dischi, a stelle, a cuori.
«Poi dovevo fare dei sacchetti ingommati per mettervi della cipria e dell’amido, dello zucchero e del caffè.
«Tutte queste cose erano destinate alle strenne degli avventori, e dovevano essere pronte almeno tre giorni prima di Natale.
«Avevo dunque molto da fare in quella prima metà del dicembre.
«I miei fratelli, che erano troppo piccini per aiutarmi in quei lavori, facevano da sguatteri alla mamma, che, come tutte le buone massaie del Novarese, in quel giorno aveva l’abitudine di _preparare_ le oche: riporre le carni in sale pel resto dell’inverno, fare lo strutto col grasso, friggere la pelle. Si rendevano utili anche loro, poverini.
«E questi erano i nostri teatri, i nostri _bals-d’enfants_, i nostri alberi di Natale, i nostri divertimenti.
«Di divertimenti, nell’inverno, ne avevamo due: Giocare a tombola la Domenica in casa del medico, e scivolare sul ghiaccio nell’andare alla scuola e nel ritornare.
«Ma questo secondo divertimento, siccome sciupava molto le scarpe, ci era proibito. Il che non vuol dire però che noi ce ne privassimo; io specialmente, che andavo a scuola solo, perchè de’ miei fratelli, uno solo andava ad una scuoletta infantile da una donna del vicinato, e l’altro stava ancora in casa.
«Parlo di quando avevo sette anni.
«Uscivo solo; il babbo non mi vedeva; com’era possibile che camminassi serio serio, su quel piano levigato che pareva fatto apposta perchè i bambini si divertissero a scivolare un poco? Quale sarebbe stata l’utilità d’avere il ghiaccio?
«Ed erano delle volate lunghe parecchi metri, delle risate senza fine, che andavano in tanto sangue.
«E quando era la settimana di Natale, ed avevo vacanza, e mio padre ne profittava per mandarmi in giro con un gran paniere di pacchi turchini, a distribuire alle sue pratiche le strenne lungamente preparate, si può dire che facevo tutta la strada scivolando, ed almeno venti volte al giorno ruzzolavo sul ghiaccio col paniere e tutto, spandendo tutti i pacchi sul ghiaccio.
«Quell’anno appunto, quando io ne avevo sette, si cambiò il medico condotto, ed il nuovo venuto non c’invitò più la sera della Domenica a giocare a tombola.
«Allora noi ragazzi, desolati, pregammo tanto e tanto, che il babbo ci promise di farci giocare nella retrobottega della farmacia... quando una qualche fortuna impreveduta, ci facesse avere le cartelle, i numeri, tutto l’occorrente pel gioco.
«Io capii subito che quella fortuna impreveduta doveva essere la Santa Lucia, e che la tombola sarebbe la mia strenna.
«Quel discorso si era fatto una sera a cena.
«La mattina dopo, appena potei svignarmela colla cartella dei libri per andare alla scuola, corsi difilato fuori del paese, in un punto dove il ghiaccio era più sodo, e dov’ero sicuro di trovare i miei amici più cari, ed entrando in mezzo con una gran scivolata che finì in un capitombolo, annunciai, prima ancora d’essermi rimesso in piedi, che, cominciando dalla prima domenica dopo Santa Lucia, si giocherebbe a tombola in casa nostra.
«Si pagavano due centesimi per cartella, ed era permesso soltanto ai grandi di prenderne due. Per cui il guadagno massimo, la tombola, non superava mai i trenta centesimi.
«Ma noi ci si divertiva egualmente.
«La buona novella fu accolta con una salva d’applausi e di grida; e, per festeggiarla, si combinò pel ritorno dalla scuola una grande scivolata.
«Noi non si diceva ancora _pattinare_, e non so se quell’uso straniero fosse allora importato in Italia. Perchè vi parlo dei primissimi anni di questo secolo, figlioli, io sono nato alla fine di quell’altro.
«Comunque fosse, a Cerano nessuno aveva idea del pattinaggio; neppure i Marchesi De Landi, i più ricchi proprietari dei dintorni, che abitavano un gran casamento in fondo al paese, e che quando c’era il ghiaccio uscivano colle soprascarpe di corda per paura di sdrucciolare.
«Si può figurarsi se io presi parte alla festa del pomeriggio!
«Ne presi tanta, che tornai dalla scuola quasi all’ora di cena, e le tavolette di cioccolata ne patirono, perchè non ebbi tempo d’incartarle, ed anch’io ne patii, perchè mi buscai due scappellotti da mio padre, ed una buona sgridata dalla mamma.
«I giorni seguenti badai a dividere il mio tempo tra il ghiaccio e le occupazioni di casa, e rubando una mezz’ora ogni giorno al ritorno dalla scuola, mi tenni sicuro di poter scivolare senza farmi scorgere.
«Intanto venne la vigilia di Santa Lucia.
«La sera il babbo mi lasciò uscire pel paese, a vedere i banchi di dolci, illuminati con due candele circondate da uno scartoccio di carta bianca, e carichi di paste dolci, di torrone nella carta d’oro, di arancio, di zuccherini, e di Sante Lucie di pasta e di zucchero, cogli occhi sul bacile.
«Lungo la strada, ad ogni amico che incontravo, rinnovavo l’invito per la prossima domenica a giocare a tombola.
«Tornato a casa poi, prima d’andare a letto, misi una delle mie scarpe sul ballatoio verso corte.
«Aveva la suola bucata quella povera scarpa; ed anche il tomaio era tutto spellato in punta e logoro; ed il tacco era scalcagnato che era una vera pietà.
«Ma come fare? La sua compagna era anche in peggior stato, ed io mi consolai pensando che di notte il babbo non se ne sarebbe accorto.
«Calcolando che il gioco della tombola, col cartellone, il sacco dei numeri e tutto, non potrebbe mai stare nè dentro nè sopra una scarpa, per quanto non fosse quella di Cenerentola, le misi sotto disteso un bel foglio di carta turchina, dei più larghi che trovai in farmacia; per ricevere il dono desiderato.
«Poi me ne andai a letto, ansioso di rivedere il giorno, e con esso la strenna, che doveva procurare a me, ed ai miei compagni, tante sere di spasso.
«Ed il giorno venne, come tutti i giorni desiderati o no, felici od infelici.
«Ma quando mi accostai, tutto palpitante, alla vetrata del ballatoio, vidi il foglio turchino fatto più scuro dall’umidità della notte, e su quel tappeto azzurro, isolata, e triste come un paracarro sopra una strada, la mia povera scarpa scalcagnata. Non altro. Nè cartelle, nè numeri, nè cartellone. Nulla.
«Sebbene mi battesse forte il cuore per lo sgomento, pensai:
— È perchè il gioco non stava nella scarpa. Il babbo me lo darà in mano or ora, quando scenderò a colazione.
«Però, guardando meglio traverso i vetri rabescati dal ghiaccio, vidi un pezzettino di foglio bianco, che sporgeva malinconicamente dal gambale della mia scarpaccia.
«Cosa poteva essere?
«Forse che il babbo non aveva trovata occasione di far comperare la tombola a Novara, ed aveva messi i quattrini in quel foglio, perchè me la comperassi io?
«Sicuro; doveva essere così.
«Spalancai in fretta il balcone. Tirai dentro la scarpa, ed apersi il foglio misterioso.
«Ma no; non c’erano punto quattrini. C’erano soltanto poche parole di scritto.
— «Buono di L. 4, per la risuolatura ed altre riparazioni, ad un paio di scarpe sciupate scivolando sul ghiaccio.»
«IL BABBO.»
«Oh, non aveva bisogno di scriverlo che era il babbo! Lo avrei sentito, lo avrei indovinato. Lo avevo indovinato alla prima, sebbene cercassi di farmi illusione, che quella scarpa solitaria e quel fogliolino rappresentavano un guaio!
«Era il prezzo della tombola, che doveva pagare la riparazione delle scarpe. E la mia strenna di Santa Lucia si riduceva ad un rimprovero e ad un castigo.»
. . . . . . .
Quando il nonno ebbe finito quel racconto, andai a prendere il mio goletto di pelo grigio, me lo misi sulle spalle, e corsi a ringraziare la mamma che, fin d’allora, tanti anni fa, mi disse:
— Oh, i figlioli d’adesso sono ben più fortunati di quelli d’una volta!
Ma per voi, piccoli lettori, io rappresento, colla mia storia ed il mio goletto, degli altri figlioli d’una volta.
E dire che voi avete dei pattini per pattinare sul ghiaccio, un maestro che vi insegna quel divertimento come se fosse uno studio, e dei mantelli foderati di pelliccia per coprirvi quando avete finito di pattinare!
Voi sì che siete veramente in grado di fare il confronto tra i ragazzi d’una volta e quelli d’adesso; e dovete sentire una gran gioia per la vostra fortuna, ed una gran riconoscenza pei vostri parenti, pei maestri, per la società, per la provvidenza, che vi rendono tanto felici!
_Come il nonno si fece levare un dente_
Un giorno il nonno ricevette una lettera da mio fratello, che era in collegio a Vercelli, nella quale il povero ragazzo annunziava d’essere tormentato da un forte dolor di denti.
Il giorno dopo giunse un’altra lettera con una descrizione straziante degli spasimi del malato. Il direttore aveva fatto chiamare il chirurgo dentista, e Mario aspettava con ansietà d’essere visitato.
Il terzo giorno venne una terza lettera.
Il dentista aveva dichiarato che la carie era troppo avanzata perchè il dente si potesse ancora impiombare. Il paziente però non si sentiva il coraggio di farselo levare, ed aveva domandato che, prima di ricorrere a quella misura _estrema_ e _barbara_, si tentassero tutti i rimedi possibili.
Aveva trovato un sollievo momentaneo nel laudano; ma poi era ricaduto nelle sue atroci sofferenze. Inutile dire che, da otto giorni, aveva lasciato gli studi e tutto, e stava nell’infermeria gemendo e piangendo.
Per una settimana ancora continuò a venire ogni giorno un bollettino sanitario, nel quale il malato stesso riferiva minutamente le cure tentate, le pillole d’oppio, persino un’iniezione di morfina descritta pomposamente, come una seria operazione sopportata con coraggio, poi il creosoto, gli empiastri applicati alla guancia, e gli effetti più o meno buoni, e più o meno durevoli d’ogni rimedio.
Finalmente venne una lettera del direttore, il quale avvertiva solennemente il nonno, che la sofferenza di Mario, sebbene non avesse nessuna gravità, non si potrebbe realmente guarire, se non coll’estirpazione del dente cariato. Questo annuncio era accompagnato da una dichiarazione del chirurgo-dentista, il quale faceva ogni settimana una visita ai denti di tutti gli allievi del collegio, li puliva, li limava quand’era necessario, li medicava, ed in questa circostanza speciale di Mario, giudicava inevitabile l’estirpazione del dente guasto.
Si pregava il nonno di rispondere per telegrafo, perchè il malato era molto nervoso ed intollerante.
Il nonno non s’era mai crucciato di tutto questo; più volte aveva data una scrollatina di spalle ricevendo le lettere urgenti di Mario; ed anche quella mattina sorrideva tra sè mentre scriveva il suo telegramma di risposta che diceva:
«Si faccia pure grande operazione. Raccomando coraggio piccolo eroe.»
Sgraziatamente, pare che il piccolo eroe non ne avesse di molto, perchè in giornata venne un altro telegramma del direttore:
«Mario esige essere cloroformizzato. Non oso assumere responsabilità. Cosa fare?»
Il nonno questa volta fece una vera risata, e rispose, sempre per telegrafo:
«Differite finchè avrete lettera. Scrivo subito.»
E, spedito il telegramma, temperò una bella penna d’oca, una rarità che si trovava sempre in casa nostra, perchè il nonno aveva una pessima opinione delle penne d’acciaio, e scrisse a mio fratello:
«Caro Mario,
«Sono sbalordito del chiasso che fai per un dente cariato.
«Ammetto che ti dolga molto, e ti compiango... fino ad un certo punto.
«È un fatto che noialtri vecchi siamo sempre un po’ in lotta coi nuovi sistemi. Ma è certo che ai miei tempi, quando non si usavano le visite settimanali del medico (trenta lire all’anno), alla dentatura dei ragazzi, e si badava un po’ meno a qualche piccola sofferenza, o anche a qualche grave sofferenza purchè non presentasse nessun pericolo, e si lasciava un pochino che i giovinetti si dibattessero da sè nella gran lotta della vita, si era, alla tua età, più coraggiosi e più forti di quanto tu hai dimostrato di essere.
«In risposta alle molte lettere, bollettini sanitari, dichiarazioni mediche e telegrammi, che costituiscano il voluminoso incartamento del tuo caso straziante, ti dirò come io, a nove anni, mi feci levare un dente.
«Vivevo, come sai, a Cerano, non lontano dalle risaie, in mezzo alle praterie irrigate, paese di nebbia e di vapori malsani. Un autunno l’umidità fu tanta, che anche i miei giovani denti se ne risentirono. Cominciai dall’avere una flussione alla guancia destra, che si gonfiò enormemente tirandomi il naso tutto da un lato, e coprendomi un occhio, e finii per rimanere con una fitta acuta, dolorosissima, come se m’introducessero un succhiello proprio sotto l’occhio destro, poi lo togliessero con uno strappo, poi lo introducessero di nuovo girandolo e rigirandolo dentro.
«Mio padre era occupato intorno ai lambicchi dove distillava le vinaccie per far l’acquavite; la mamma aveva al fuoco dalla mattina alla sera un’enorme caldaia in cui faceva cuocere, collo zucchero e col miele, le frutta per la mostarda.
«A queste faccende straordinarie dell’autunno, si univano quelle ordinarie della famiglia e della casa.
«Per conseguenza nessuno aveva tempo d’intenerirsi per il mio mal di denti.
«O, forse, s’intenerivano, perchè, sebbene non facessero carezze, i miei genitori mi volevano molto bene. Ma non avevano tempo nè di compiangermi, nè di chiamare a consulto la _facoltà_ per un male del quale non si muore. E quanto ad amministrarmi narcotici e corrosivi, il babbo non voleva saperne, dicendo con ragione: «È meglio patire un po’ di più, che guastarsi i denti, e magari anche la salute, con le medicine.»
«Io, dunque, non andavo a piagnucolare con loro. Mi sforzavo di sopportare il mio male con coraggio, aspettando che finisse.
«Ma non finiva.
«Una mattina mio padre mi disse:
— Dovrei mandare a Novara questa partita d’acquavite che ho venduta ad un liquorista, e mi accomoderebbe che tu andassi sul carro per tener d’occhio il carrettiere, che non mi avesse a fare qualche marachella. Ma con quel male, non potrai?...
«Pensa, caro il mio infermo, fin dove tu alzeresti le braccia per invocare il cielo in testimonio dell’umana barbarie, se in questo momento ti proponessero, non dico una strada di sette chilometri sopra un carro scoperto in una giornata umida di novembre, ma soltanto di scendere dall’infermeria per assistere ad una lezione.
«Io invece, senza essere per questo un eroe, ero avvezzo a prendere la vita sul serio, ed a rendermi utile nella misura delle mie forze di nove anni. Dissi ad un mio compagno più grande di me, che aveva dei denti infelicissimi:
— Come dovrei fare per farmi cavare questo maledetto dente nella giornata? Vorrei star bene per andare a Novara domattina...
«L’altro mi rispose:
— Fa come faccio io ogni volta che ho un dente troppo dolente e troppo guasto: vieni dal fabbro.
«Fui un po’ meravigliato, e dissi:
— Dal fabbro? Per farmi levare un dente?
«Ma sì! Vorresti andar dal chirurgo come una donnina?
«A dire il vero, avrei preferito andare dal chirurgo come una donnina. Quel fabbro mi faceva un po’ di paura. Ma il chirurgo era burbero; mi vedeva da parecchi giorni girare per la farmacia col volto sfigurato, ed invece di guardarmi in bocca per veder di guarirmi, mi aveva detto: «Effetto dell’umido; passerà» e non ci aveva badato più. Era anche, per principio, contrario alla estirpazione dei denti. Mi rassegnai dunque ad andare col mio compagno, che mi condusse dal fabbro, in fondo al paese, e gli disse:
— «Lavatelli, c’è un’operazione da fare. Un buon colpo; mi raccomando: è un mio amico.
«Il fabbro, senza neppur guardarmi, andò a prendere uno spago, poi venne da me e domandò:
— «Dov’è questo dente?
«Io glielo mostrai. Egli mi pose in mano lo spago e mi disse:
— Legalo; prendi lo spago nel mezzo, per lasciarmi i due capi della stessa lunghezza.
«Da me solo stentavo; ma, coll’aiuto del compagno, si riescì a legare il dente cariato collo spago.
«Allora il fabbro legò i due capi all’incudine tenendoli molto corti, tanto che dovevo star chino per non sentirmi tirare il dente indolito.
«Io domandai:
— Ed ora, come si fa?
«Il mio compagno, venendomi accanto in modo da non lasciarmi vedere nè l’incudine nè il fabbro, mi rispose:
— «A momenti, quando te ne sentirai il coraggio, darai una stratta spingendo il capo indietro...
In quella un colpo tremendo, formidabile, del martello sull’incudine, fece tremare tutta la bottega, echeggiò come lo scoppio d’una bomba; e, nel sussulto pauroso che mi fece fare quel colpo inaspettato, diedi involontariamente una grande stratta allo spago, che rimase attaccato all’incudine col dente malato, mentre il mio compagno esclamava:
— Ecco fatta l’operazione!
«Infatti, tutto era finito; non soffrivo più, e non mi pareva neppure d’aver sofferto nel momento dell’estirpazione, tanto quel colpo m’aveva sorpreso e sbalordito.
«E la mattina seguente potei andare tranquillamente a Novara sul carro, per proteggere con la mia presenza l’acquavite del babbo, contro gli attentati del carrettiere.
«Ecco, figliolo mio, _come il nonno si fece levare un dente_. Ora quel mezzo primitivo ed un po’ barbaro non si potrebbe usar più, nè te lo vorrei consigliare. Ma rifletti a questa storiella della mia vita semplice, e fanne l’uso che credi.
«IL NONNO.»
Si stette due giorni senza nuove di Mario. Poi venne una lettera, tranquilla e seria, nella quale parlava degli studi, dei prossimi esami semestrali, di certe provviste che gli occorrevano; e soltanto in fondo, come cosa secondaria, diceva:
«Sa, nonno? quel dente me lo feci cavare. Ma senza cloroformio. Avevo la sua lettera che ne faceva le veci.»
_Come il nonno diventò un famoso ballerino_
La nostra povera mamma se n’era andata con Dio. Eravamo soli col povero vecchio nonno.
Dopo le quattro classi elementari, egli ci mandò, mia sorella ed io, ad un istituto privato, come esterne, per impararvi il cucito e la lingua francese, la sola lingua straniera che trovasse grazia ai suoi occhi; ne aveva compresa la necessità ai tempi di Napoleone I, quando aveva veduti i francesi in carne ed ossa, sulle strade e nelle campagne del basso Novarese.
Verso la fine di novembre la direttrice dell’istituto venne in classe ad annunziare che aveva fissato un buon maestro di ballo, per quelle allieve che volessero prender lezioni durante tutto il carnevale, e parte della quaresima; sessanta lezioni in tutto.
La spesa sarebbe minima, venendo suddivisa, com’era da supporre, fra tutte le scolare, o almeno fra la massima parte di esse.
Si può figurarsi in che stato di eccitamento ci ponesse quell’annunzio. Avevamo veduto una volta un ballo al teatro, e ci pareva già di far le piroette col vestito corto, con una gamba stesa, come quelle ballerine color di rosa, che ci erano sembrate delle enormi e leggerissime farfalle.
Trovammo modo di parlarne il resto del tempo di scuola, e durante la strada del ritorno, animatissime, cogli occhi lucenti, le guance accese, gesticolando esageratamente, sebbene, a ripensarci ora, non mi riesca d’immaginare che cosa potessimo dire così a lungo su quell’argomento, tanto più che nessuna di noi pensava a sollevare il menomo dubbio su quelle lezioni tanto desiderate.
Però, quando ci trovammo in faccia al nonno, provammo un senso di sgomento, una peritanza inesplicabile. Quel vecchio alto, color di bronzo, con le mani dure, con la parrucca messa alla peggio senza la menoma pretesa d’ingannar nessuno, aveva qualche cosa di troppo positivo, di troppo pratico, di troppo contrario all’idea elegante e pittoresca che noi ci facevamo del ballo, per incoraggiarci.
Si stette un po’ impacciate, ripetendo: «Buona sera, nonno; buona sera» e non osando aggiunger altro.
Fu lui che, sedendo a tavola, domandò, come del resto domandava ogni giorno:
— Che cosa c’è stato di nuovo a scuola?
Allora noi ci guardammo, molto confuse, e mia sorella scrollava il capo come per dire:
— Io non parlo; non se ne fa nulla.
Ma io, che di solito mi eccitavo di più e riflettevo meno, mi feci un gran coraggio, e dissi:
— C’è stata una famosa novità. La direttrice ha preso un maestro di ballo.
Il nonno alzò le spalle in atto di sprezzo, e sospendendo un minuto di soffiare nella minestra, disse:
— Che idea! Poi ricomincio a soffiare.
La Giuseppina mi diede una pedata sotto la tavola, ed io mi sentii batter forte forte il cuore.
Per un momento la confusione c’impedì di parlare. Ma a misura che il desinare s’avvicinava alla fine, la mia impazienza cresceva e sentivo il bisogno di uscire da quella incertezza. Cercai di parlare con voce calma, e domandai:
— Non le pare che sia una buona idea, nonno, quella del maestro di ballo?
— Mi pare inutile. Cosa ne vuol fare, la direttrice, di questo maestro?
Io risposi:
— Far insegnare il ballo... a quelle che vogliono impararlo.
Il nonno mi guardò, poi guardò la Giuseppina attentamente. Aveva capito; ma non lo disse, ed invece riprese:
— Io ho ballato tutta la mia gioventù, e non ho mai pensato a prender lezioni di ballo.
La Giuseppina, che non aveva ancora parlato, vedendo che le cose prendevano una brutta piega, venne in mio soccorso, insinuando timidamente:
— Avrà ballato male...
Ed io, con un’energia provocante, confermai:
— Sicuro! Avrà ballato male.
Il nonno sorrise, come ad un’immagine lontana che vedesse lui solo, ma non rispose.