I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso

Part 1

Chapter 13,816 wordsPublic domain

LA MARCHESA COLOMBI

I RAGAZZI D’UNA VOLTA E I RAGAZZI D’ADESSO

MILANO GIUSEPPE GALLI, EDITORE _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_ — 1888.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano. — Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43.

DUE PAROLE D’ESORDIO

A misura che considero l’esistenza dei ragazzi che mi circondano, mi convinco sempre più, che questo è un tempo estremamente fortunato e bello per la fanciullezza. I bambini sono i despoti delle famiglie, i padroni del mondo, anche nelle case dove una giusta e voluta severità, non permette alle piccole testoline capricciose di avvedersi troppo di questa loro fortuna.

Si vedono intere famiglie della borghesia trasportarsi, nell’estate, in riva al mare, o sui monti, o a qualche sorgente di acque minerali, — anche a costo di gravi sacrifici di borsa, — per rinforzare un bambino gracile, per ridare un po’ di roseo alle guancie impallidite di una bambina. A’ miei tempi i bambini delicati e poveri morivano, ed i genitori piangevano amaramente. Ma le bagnature e le cure climatiche erano riservate esclusivamente alla gente ricca.

Ora invece, se non si può movere la famiglia, si cerca, e si trova una pensione, economica relativamente, ma sempre gravosa per le piccole rendite e per la gente che vive del proprio lavoro; ma il ragazzo non è mai privato della cura che si richiede per la sua salute.

Pei figlioli dei poveri vi sono delle beneficenze che provvedono alle cure climatiche ed ai bagni di mare.

Negli istituti, nelle famiglie, si usa far visitare tratto tratto da un dentista i denti dei giovinetti, per preservarli da quell’orribile carie, che altre volte rovinava i denti tanto presto, senza altro rimedio, nella maggioranza, che quelli a cui si ricorreva quando gli spasimi lo richiedevano imperiosamente, e che, bene spesso, distruggevano il dente insieme col male. I nostri vecchi, dente più dente meno, non se ne curavano troppo, e dicevano che queste sottigliezze erano buone pei figlioli dei gran signori.

E le scuole dove noi s’andava a gelare l’inverno, ed a soffocare l’estate, sono ora riscaldate ed aerate bene, a seconda della stagione. Ed invece di passarvi una quantità di ore immobili, come si faceva altre volte, ora vi si alternano gli studi colla ginnastica, colle lunghe passeggiate; si misura il tempo, si studia soltanto in date stagioni; tutto per riguardo alla salute ed al benessere dei ragazzi.

Conosco degli istituti dove le giovinette, che non si debbono esporre al freddo della strada per andare a far colazione alle loro case, si portano una costoletta preparata in un piattino, ed un piccolo fornello a spirito, e nell’ora della ricreazione si cuociono quel manicaretto sostanzioso. Ne conosco altri, dove l’istituto stesso fornisce, dietro richiesta dei genitori, le colazioni calde alle alunne, come se fossero in una piccola locanda.

Ai nostri tempi la colazione che si portava alla scuola era composta di pane e frutta. Non altro. Le bottigliette del vino, che ora si portano generalmente, ci avrebbero inspirata una grande stupefazione.

I castighi, i veri castighi che tutti noi ricordiamo, — lunghe genuflessioni, lunghe reclusioni in un camerino, privazioni di frutta, e persino il regime a pane e minestra per vari giorni, tutto questo è passato allo stato di leggenda.

Non so se i fortunati bambini, curati, accarezzati col dolce sistema moderno, che approvo, riescano moralmente migliori di quelli d’altre volte, avvezzi dai primi anni a sopportare delle piccole contrarietà. Non so neppure se il loro fisico si rinforzi realmente nelle agiatezze; ad ogni modo, l’infiacchimento che può provenire dalle soverchie delicatezze, dev’essere corretto dalle cure igieniche.

Ma quello che mi parrebbe naturale, è che i bambini d’adesso fossero più felici dei loro piccoli predecessori, trattati tanto più rozzamente, e tenuti in soggezione. Ed invece non mi pare di riscontrare nelle piccole brigate e sui volti giovinetti dei bimbi del ceto civile, l’allegria schietta, spensierata che una volta era generale nei fanciulli.

Vedo sovente dei visini giovani improntati d’una gravità prematura, ed alle volte d’un’ombra di malinconia che m’impensierisce.

Oh bambini; o gioventù noncurante! Se sapeste a che amore s’inspirano quelle cure che vi circondano e che spesso vi danno noia; se sapeste che lavoro assiduo, che privazioni, e che pensieri, e che cumulo di fastidi costano ai vostri parenti, ne avreste un vantaggio infinito, perchè, se non altro, ne risentireste la gioia suprema di sapervi amati fino al sacrificio; e le gioie di questa specie fanno bene allo spirito ed al cuore, quanto l’igiene fa bene al corpo.

I nuovi sistemi, che rendono tanto dispendiosa l’educazione dei figli, non permettono più, o permettono di rado ai parenti di accumulare, anno per anno, dei piccoli risparmi, e di crearsi un modesto patrimonio, pel riposo e per l’agiatezza della loro vecchiaia.

Eppure vi sono parenti che, pel benessere dei loro figli, accettano anche questa prospettiva orrenda, della povertà nella età avanzata, dopo una lunga vita di lavoro.

Si rassegnano a campare come potranno, magari della riconoscenza dei figli che hanno allevati, a vivere in una relativa dipendenza, nell’età venerabile che avrebbe diritto a tutte le indipendenze, a tutte le supremazie, quando si gloria del ricordo d’un passato onesto ed operoso.

Questo è il colmo, è la sublimità dell’abnegazione; è l’eroismo della paternità.

È perchè i miei piccoli lettori possano apprezzare al loro alto valore le cure, i sacrifici che si fanno per loro, perchè si fermino qualche volta a considerare quanto tesoro di benevolezza rappresentano una costoletta, un paio di guanti, un mantellino imbottito, un’inezia, che per lo più lasciano passare inosservata, che ho scritti, dal gennaio al dicembre del 1886, questi racconti, e che ora li raccolgo in un volume.

Sono una serie di episodi veri, dell’infanzia, e della gioventù di persone, che ora sono mature o vecchie, e specialmente del mio nonno, che è morto da vent’anni.

Egli era fanciullo nell’ultimo quarto del secolo passato, quando a pochi, a pochissimi eletti, figli di grandi famiglie patrizie, erano concesse certe raffinatezze, delle quali ora si circonda anche un bambino di condizione modestissima. Allora i figli dei piccoli possidenti, dei commercianti, dei professionisti, erano allevati un po’ alla guardia di Dio, e dovevano cominciar presto a lavorar di gomiti per farsi largo nella vita.

Sono episodi semplici, buffi fors’anche. Ma quando ne avrete riso, bambini, ripensateci un poco; e vedrete come per voi si sono spianate tante difficoltà, come si sono banditi tanti rigori, come la vostra esistenza è più facile ed agiata. E, se siete buoni, ne sarete commossi, e sentirete un’immensa gratitudine pei vostri maggiori che si consumano la vita a lavorare per voi.

_Come il nonno imparò a nuotare_

Il nonno, che quando era bimbo, come è ben naturale, non era punto nonno, e si chiamava Andrea, abitava in un piccolo villaggio del basso Novarese. Suo padre era farmacista, il che, a quei tempi, non significava, come ora, preparare e vendere medicinali e, per giunta, tenere una raccolta di specialità più o meno ciarlatanesche in boccette e scatoline eleganti, e ciarlar di politica col medico condotto e con le altre autorità e notabilità del paese.

Il farmacista di Cerano, allora, vendeva e fabbricava una serie di cose, anche estranee affatto alla farmacopea; come per esempio il carbone, la polvere di riso, la cioccolata, la mostarda.

Era dunque un uomo straordinariamente affaccendato, ed aveva ben poco tempo, per non dire che non ne aveva punto, per occuparsi a vezzeggiare i suoi figli.

Sua moglie era in farmacia fin dalla mattina, e faceva le veci del marito tutto il tempo che egli doveva passare alle carbonaie. E quando lui prendeva il suo posto dietro il banco, lei badava alla cucina, al bucato, a tenere in ordine i vestiti dei figlioli, all’allevamento dei bachi nei mesi di maggio e giugno, ai polli, alle oche, ad un’infinità di cose, per le quali le ventiquattr’ore della giornata le bastavano appena, grazie alla sua grande attività; ma, a rigore, sarebbero state insufficienti.

I figli, che erano tre, venivano svegliati ogni mattina dalla mamma, che, di buonissima ora, bussava forte all’uscio dello stanzone, dove dormivano su tre lettucci, composti di due cavalletti, d’un saccone di foglie e d’una materassa.

A cinque anni cominciavano già a lavarsi e vestirsi da sè alla meglio. Prima dei cinque anni, era Andrea, il fratello maggiore, che aiutava i più piccini. Gli era capitata addosso a sei anni quella prima responsabilità; ma non gli era mai riuscita gravosa.

È vero che qualche volta i piccini, assonnati, capricciosi, gli menavano qualche pugno; ma lui lo rendeva equamente; se gridavano, gridava più forte di loro, e, bene o male, finivano sempre per esser vestiti tutti ogni mattina, e per scendere in cucina.

Era là che la mamma li aspettava per le preghiere; così, senza perder tempo, recitava forte un _pater_, un’_ave_, un _credo_, mentre scodellava la polenta, e versava in ogni scodella di polenta calda, una buona mestola di latte fresco pei figlioli.

Dette le orazioni e mangiata la polenta, i tre ometti andavano alla scuola, muniti del sillabario, della dottrina cristiana, dell’abbaco, del quaderno per lo scritto, e d’un panierino col pane ed una mela per la colazione del mezzogiorno. Il pane era abbondante, la mela era sempre una sola; e quando non era la mela erano quattro noci, o una pera. Mai nulla di più appetitoso. La costoletta, la bistecca, o le ova sbattute delle nostre scolarine moderne, non erano mai balenate alla mente di quei ragazzi, neppure in sogno. Se avessero udito di qualcuno che si fosse portato il vino per la colazione a scuola, come ora si fa da molti, avrebbero creduto che si trattasse del principe Camaralzaman o della principessa Badour, delle _Mille ed una notte_, e l’avrebbero considerata come una delle tante stravaganze di quei personaggi meravigliosi.

Al ritorno dalla scuola, babbo e mamma, facevano trovare ai figli il desinare, il focolare acceso nell’inverno, il letto per dormire, gli abiti per mutarsi. Confetti, trastulli, passeggiate, giochi, vezzeggiamenti, erano cose ignote.

E questo, non perchè il babbo del nonno fosse veramente povero. Aveva qualche fondo, la farmacia, e guadagnava benino, ed in un piccolo paese come Cerano, dove la vita costava meno che in città, ed a quei tempi, si poteva dire un uomo agiato.

Ma prendeva la vita molto sul serio. Aveva dei principii austeri. Guai a fare un debito! A’ suoi occhi era una vergogna. Guai a ritardare d’un giorno un pagamento; era mancare ad un dovere. Guai a spendere quattrini in una cosa inutile, in una superfluità, in un divertimento, mentre con quel denaro si poteva fare qualche cosa di seriamente giovevole all’avvenire dei figli, o soccorrere della gente in miseria! E quell’austerità l’applicava a sè stesso prima che agli altri. Vestiva quasi come i contadini del paese, mangiava nel modo più frugale, non aveva mai portato guanti in vita sua, non andava mai neppur fino a Novara, se non per necessità del suo commercio o della famiglia, non entrava mai nell’unico caffè del paese, e tanto meno nell’osteria.

Nessuno dunque poteva biasimarlo se non comperava dei giocattoli ai suoi figli, per quanto loro li desiderassero.

Del resto i ragazzi si trastullavano egualmente. Ma lo facevano per iniziativa propria e come potevano. Uscivano soli pel paese, andavano in cerca di nidi, coglievano le more sulle siepi, pescavano nella Morra, vi facevano i bagni; ed era un arrampicarsi, un saltare, un correre, un dimenarsi in tutti i modi, che non aveva nulla da invidiare alla ginnastica sistematica delle nostre scuole.

La mamma se ne accorgeva dagli strappi che trovava nei vestiti, ognuno dei quali era salutato da una sgridata o da uno scappellotto. Ma la mamma non ci metteva fiele, ed i ragazzi non se ne avevano a male.

Nei calori ardenti dell’estate, tutti gli altri spassi erano trascurati, ed i giovinetti del paese passavano nell’acqua tutte le ore che la scuola e le occupazioni di casa lasciavano loro di libertà.

Quasi tutti sapevano nuotare. Eppure nessuno aveva mai presa una lezione di nuoto, nè era mai stato accompagnato in acqua da un marinaio, nè s’era legate sulla schiena due zucche come le ali d’un amorino, nè s’era aggrappato disperatamente ad un salvagente. I parenti d’allora non si davano tante brighe. Trovavano che il nuoto non era una necessità, e dicevano: «Se non potete imparare da voi, fatene a meno».

Molti, molti anni dopo, quando il piccolo Andrea era diventato il nonno, noi s’andava qualche rara volta in campagna per alcuni giorni sul lago d’Orta. Là c’erano delle nostre compagne, che avevano una casa in riva al lago, una darsena, un canotto, un marinaio, o piuttosto un barcaiolo, marinaio d’acqua dolce.

Noialtri pure avremmo voluto nuotare, ma non sapevamo. S’entrava nell’acqua a uno a uno col barcaiolo che ci teneva le mani, e ci faceva fare l’esercizio, ripetendo all’infinito, come fanno i caporali coi coscritti: «Uno, due, tre, quattro». Noi ci si metteva un’attenzione intensissima che ci irrigidiva tutti, e si aveva una paura smisurata, e non si riesciva mai a mettere d’accordo le braccia con le gambe, e s’andava regolarmente sotto, appena il barcaiolo ci lasciava.

Il nonno, alto, forte, tutto bruciato dal sole, stava ritto sulla spiaggia come una grande statua di bronzo, e, ridendo dei nostri sforzi, diceva:

«Io non ho mai imparato quell’esercizio, eppure sono stato un nuotatore famoso. Ma ai miei tempi queste cose non entravano nel numero di quelle che si debbono imparare. Era un gusto come un altro, e, chi lo voleva, se lo procurava come poteva».

«A Cerano, poco fuori dal paese, c’era un ponte sulla Morra, alto come un secondo piano, ed anche più. Si chiamava: _Il ponte del diavolo_. Vi sono molti ponti che si chiamano così, sebbene non abbiano nulla di tremendo, di diabolicamente pauroso e bello, come il _Ponte del diavolo_ che i viaggiatori vanno ad ammirare sulla via del Gottardo.

«Vedevo i miei compagni che spiccavano il salto da quel ponte, affondavano un istante, poi diguazzavano scotendo l’acqua e spruzzandone da tutte le parti, e col capo fuori dall’acqua tiravano via a nuotare allegramente.

«Li invidiavo. Mi struggevo di fare altrettanto. Ma ero ancora molto piccino. Avevo, credo, sette anni. Non sapevo nuotare, e dovevo accontentarmi di bagnarmi alla riva, correndo nella sabbia, coll’acqua fino alle spalle.

«Una volta domandai a mio padre:

— Come si fa per imparare a nuotare?

«E lui mi rispose:

— Ma! Si prova. Io ho nuotato finchè sono stato giovane, senza che nessuno mi abbia mai insegnato.

«Poi, crollando le spalle, soggiunse:

— Del resto, non c’è nessun bisogno d’imparare a nuotare, quando non si deve fare il marinaio.

«Io non ne parlai più. Ma ne avevo una gran voglia. Un giorno stavo sul _Ponte del diavolo_ guardando alcuni compagni che nuotavano di sotto, e dissi a due altri che si preparavano a fare il salto:

— Come mi piacerebbe di saper nuotare anch’io!

«Non avevo terminato di dirlo che mi sentii sollevare da terra e precipitare nel vuoto, mentre i compagni che mi buttavano giù, gridavano agli altri che erano già nel torrente:

— Attenti! attenti! Badate che vien giù Andrea!

«Affondai nell’acqua, provai un gran freddo, una gran soffocazione, poi respirai a stento. Avevo la testa fuori dell’acqua e due nuotatori me la reggevano, tirandomi innanzi.

«Non so come avvenisse, ma bastò quella lezione.

«Il giorno dopo spiccai il salto da me, ed ebbi appena bisogno dell’aiuto dei compagni per tornare a _galla_.

«La terza volta non ebbi bisogno di nessun aiuto. Sapevo nuotare.

«La mamma, quando le dissi quel fatto si mise di malumore; forse aveva paura per me; ma non me lo disse.

«Mio padre borbottò tutto accigliato: — che ero una testa matta, che avevo arrischiato di rompermi il collo per imparare una cosa inutile, un perditempo...

«Io mi arrischiai a dire:

— Ma ha detto l’altro giorno che anche lei ha nuotato finchè è stato giovane, babbo...

— È vero. Ma non ho cominciato dal salto. E poi, se io ho perduto del tempo inutilmente, non è quello che ho fatto di meglio, e non devi imitarmi. Se hai delle ore di troppo vieni alle carbonaie, che troverai da occuparti meglio.

«Fu tutta la gloria o l’ammirazione che mi fruttò quel mio rapido progresso nella nautica.

«Tenetelo a mente, signorini, che mi fate spendere i quattrini della lezione, e credete di aver fatto molto, e quasi quasi pretendete ch’io vi lodi e vi ringrazi, quando ne avete profittato un pochino.

_Santa Lucia_

Richiamo un ricordo molto, molto lontano. Forse il più lontano; forse la prima delle storie del nonno, che io abbia capita, e che mi sia rimasta in mente.

Era un inverno rigido.

Sento ancora l’impressione assiderante che provavo uscendo di casa il mattino alle otto per andare alla scuola; sento il soffio d’aria diaccia che mi entrava nel collo, e mi faceva l’effetto di una doccia.

Nella mia piccola città di provincia, a Novara, non c’erano, come nelle grandi città, gli omnibus che abbreviassero le strade. Bisognava andar sempre a piedi, a meno d’esser signori da carrozza; e questo non era il caso mio.

Mia sorella era in collegio; c’era entrata appunto quell’anno.

Mio fratello frequentava, come me, le scuole elementari municipali; ma le sue, le maschili; erano da un’altra parte.

Andavo dunque alla scuola sola, accompagnata dalla cuoca, che era la nostra unica persona di servizio; una vecchia taciturna.

Tutta la strada, non avendo con chi distrarmi a parlare, a fare il chiasso, pensavo al freddo; e sebbene avessi il mantellino, mi pareva di gelare.

C’erano due sorelle, figlie d’una famiglia della borghesia ricca, che venivano alla scuola con un gran goletto di pelo d’ermellino. Lo si vedeva biancheggiare da lontano, e formava l’ammirazione di tutta la scolaresca, dalla prima alla quarta elementare.

Io lo invidiavo appassionatamente.

E, non so perchè, a forza di pensarci, mi ero persuasa di poter aver in dono una meraviglia simile, per la festa di Santa Lucia.

Perchè nel Novarese, ed a quei tempi, non era a Natale, ma il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, che si ricevevano le strenne, nel panierino, messo appositamente fuori dalla finestra la sera prima. A Natale si davano le mancia ai giovani dei negozi, _le buone feste_, i negozianti di commestibili mandavano le _buone feste_ con un dono, alle loro pratiche. Ma la strenna dei bimbi nel panierino, la strenna misteriosa, che si doveva fingere di non sapere da dove venisse, la strenna soprannaturale, la portava Santa Lucia. Però i bambini furbi ripetevano una vecchia quartina informe:

Santa Lucia Mamma mia Colla borsa del papà Santa Lucia la vegnirà.

Non so perchè mi tenessi quasi sicura di quella strenna sfarzosa.

Era l’intensità del desiderio, che m’aveva suscitata nel cuore la temeraria speranza.

Del resto, avevo tanto parlato in casa del bel goletto delle mie compagne di scuola, che la mamma non poteva ignorare quale fosse il dono più gradito da suggerire a Santa Lucia per la mia strenna.

La domenica, quando andai a trovare mia sorella in collegio, le comunicai la mia grande speranza. E lei si mise subito a calcolare quale cosa magnifica potrebbe portare Santa Lucia a lei, perchè potesse stare a confronto di quel goletto che doveva costare tanto caro, e che lei non poteva avere perchè portava la divisa del collegio.

La mattina del giorno 13, appena svegliata, e mi svegliai prestissimo, saltai giù dal letto, ed in pura camicia da notte, coi piedi nudi, corsi a spalancare la finestra della mia cameretta, per ritirare il prezioso panierino.

Con mio grande stupore non lo trovai ricolmo come gli altri anni.

Non se ne vedevano rigurgitare le carte frastagliate delle caramelle; non si vedeva sporgere tra un arruffio di carte d’ogni colore, e di chicche senza carta, il capino biondo di una bambola.

Eppure, la bambola, le chicche, ed un’orribile figurina di pasta, con un’inverniciatura di zucchero a colori, rappresentante Santa Lucia cieca con in mano i suoi occhi sopra un vassoio, erano il complemento inevitabile d’ogni strenna.

Come mai non c’erano? Doveva essere stata una dimenticanza.

Ma, certo il goletto, non poteva mancare; e, per me, era il più importante. Al resto si penserebbe poi.

Infatti, il goletto c’era, in fondo al paniere, avvolto in un bel foglio di carta color di rosa.

Ma non era d’ermellino; era grigio.

Seppi più tardi che era un pelo fine, e che si chiamava _petit-gris_.

Ma a me parve brutto, con la sua tinta neutra e scura, e dopo che avevo vagheggiato il bianco latteo dell’ermellino, messo in risalto dalle belle virgole nerissime e lucenti.

Gettai, stizzita, il goletto grigio ai piedi del letto. Tornai a rannicchiarmi fra le lenzuola, e mi misi a piangere disperatamente.

Dopo circa mezz’ora, quando la mamma entrò nella mia cameretta, singhiozzavo tanto, che mi sarebbe stato impossibile dire una parola.

Alle sue domande, potei soltanto rispondere accennando colle mani il goletto e piangendo più forte.

La mamma rimase un po’ male. Si aspettava una dimostrazione di gioia, e mi trovava invece nella desolazione.

Tuttavia, cercò di persuadermi che quel goletto era bello quanto quello delle mie compagne.

Mi disse che il _petit-gris_ era un pelo di pregio, e che le era costato tanto, che lei aveva dovuto rimetterci anche i quattrini destinati a completare la strenna coi chicchi e colla bambola.

Ma io ero inconsolabile, e continuavo a ripetere fra i singhiozzi:

— Lo volevo d’ermellino! Le ragazze a scuola non lo sanno che questo pelo grigio costa caro! Non lo crederanno!

La mamma fece il volto serio, e disse:

— Perchè ti preme tanto che sappiano che costa caro? È una vanità volgare e stupida. Io ti ho scelto apposta il goletto di questo colore modesto, appunto perchè non dia nell’occhio come un oggetto di lusso. Noi non siamo ricchi, e dobbiamo vestire secondo il nostro stato. Non ti ricordi della storia della rana che si gonfiava per rassomigliare al bue? Vorresti fare la stessa figura?

Ma questi discorsi non valevano a persuadermi.

Tutto il giorno fui imbronciata, e borbottai «che, per non avere il goletto come volevo io, non metteva conto d’esser privata della bambola e dei confetti». E leticai con mio fratello, perchè volevo prendergli le sue chicche ed i suoi soldatini di legno dipinto.

Il nonno, quando udì quelle lagnanze, mi rimproverò severamente.

— Sei un’ingrata. La tua mamma ha fatta una spesa per regalarti quel goletto, ed ha cercato di accontentarti, nella misura che era conciliabile colla modestia con cui debbono vestire le ragazze che non sono ricche. E tu la compensi molto male della sua generosa bontà.

Disse questo con un piglio fermo ed austero, che rendeva sempre inesorabili le sue parole, e ce le imprimeva nella mente.

Poi stette zitto un tratto, e finalmente, riprendendo il suo fare mite e cordiale, incominciò a parlare dei tempi remoti della sua infanzia.

Era una sua abitudine di raccontare episodi e storielle di quel lontano passato.

Ce li dava come esempi, come lezioni di vita austera, per correggerci di certe nostre tendenze al lusso ed alle agiatezze; due cose che egli diceva «molto dannose alla gioventù, la quale deve temprarsi per affrontare gli attriti e le lotte della vita.»

Quel giorno disse:

«Io, da ragazzo, non ebbi mai il gusto di trovarmi sul balcone, la mattina di Santa Lucia, un paniere rigurgitante di dolci e giocattoli e cose belle, come lo trovate voi ogni anno.