I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2
volume V, della sua _Storia della letteratura italiana_, avendo, con
molta dottrina, ripreso in esame tutta la vita di Dante, non negò esplicitamente l'ambasceria, ma espose i dubbi che su di essa potevano muoversi. In fine del volume pubblicava ancora uno studio del prof. Papa, il quale, piú giovane e piú ardito, recisamente la negava. Il prof. Del Lungo invece l'aveva, con la sua ben nota dottrina, sostenuta. La questione ha molta importanza nella vita di Dante, ma ne ha assai poca nella storia generale di Firenze, perché, in sostanza, se l'ambasceria vi fu, essa non ebbe nessun resultato pratico. Pure, senza presumere di farmi giudice nella lunga lite, dirò le ragioni per le quali io credo all'ambasceria.
Se G. Villani non ne parla, ne parla Dino Compagni (II, 25), alla cui autenticità credono il Bartoli, il Papa e il Del Lungo. E quindi chi di essi vuol negare l'ambasceria, senza negare affatto l'autenticità del Compagni, suppone che appunto in questo luogo, vi sia una interpolazione, la quale però in nessun caso potrebbe essere posteriore al manoscritto del secolo XV, in cui la notizia si ritrova. Restano però sempre quasi tutti i biografi. Infatti, Leonardo Bruni, che era nato nel 1369, parla assai esplicitamente dell'ambasceria; Filippo Villani, che era nipote di Giovanni, e che nel 1401 spiegava la _Divina Commedia_, per incarico della Repubblica, parla d'una legazione di Dante _ad summum Pontificem, urgentibus Reipublicae necessitatibus_. Assai piú indirettamente e vagamente vi accenna il Boccaccio. È vero che questi non è uno storico autorevole, e che gli altri due non sono contemporanei. Ma, quando si è riconosciuto tutto ciò, e si è ammesso ancora che alcuni di essi hanno potuto copiare l'uno dall'altro, e si è ammessa l'ipotesi di una interpolazione fatta nel Compagni, durante il secolo XV, resta pur sempre il fatto innegabile che, in tempi a Dante abbastanza vicini, coloro che studiavano le sue opere e ne scrivevano la vita, che potevano conoscer meglio di noi, credevano all'ambasceria.
Che ragioni abbiamo per negarla, senza nuovi documenti, noi che siamo cosí lontani? Non si sarebbe mai, dice il prof. Papa, mandato ambasciatore a Bonifazio VIII un suo avversario, che era l'autore della Monarchia. Ma prima di tutto, il tempo in cui fu scritta la Monarchia rimane finora sempre disputabile e disputato. Molti la credono, come il prof. Del Lungo, scritta assai piú tardi. Dante allora, per quanto ne sappiamo, era sempre guelfo, sebbene non fosse di certo favorevole alle pretese di Bonifazio, per combattere le quali il governo fiorentino lo mandava. Non v'è quindi nulla fin qui, che renda incredibile l'ambasceria.
C'è però un'altra ragione, addotta in ultimo dal prof. Papa, la quale secondo lui risolverebbe con certezza la questione. Se Dante fosse davvero, come dicono il Compagni e l'Aretino, andato ambasciatore a Roma, e rimasto colà, per ripartirne senza tornare a Firenze, la condanna d'esilio non avrebbe mai potuto dire, come dice, che egli era stato per mezzo del nunzio citato a comparire. — Lo Statuto voleva, che agli assenti o forenses la citazione venisse fatta per lettera. Dunque la citazione fatta per mezzo del nunzio, prova che Dante si trovava certamente in Firenze, e però non era andato a Roma. — A mio avviso questa obbiezione non può avere il peso che vorrebbe darle il prof. Papa. Lascio da parte, che non è possibile fare assegnamento di sorta sulla scrupolosa osservanza delle forme legali per parte di coloro che osavano condannar Dante come barattiere, e lasciavano rubare, ferire, assassinare i Bianchi, senza darsene pensiero alcuno. E lascio da parte che, come tutti sanno, nei tumulti fiorentini, specialmente allora, le leggi venivano assai generalmente violate cosí nella forma come nella sostanza. Ma io non credo che, secondo lo Statuto, il Podestà fosse in nessun modo tenuto a citare per lettera l'Alighieri assente. Il _forensis_ non è l'assente, colui cioè che _extra civitatem manet_, è invece, secondo lo Statuto, colui che non ha domicilio nella Città, nel suo contado o nel distretto. È verissimo che al _forensis_ la citazione doveva farsi per lettera; ma non cosí all'assente, a colui cioè che trovavasi lontano, ma aveva il domicilio in Firenze, come sarebbe stato il caso di Dante, se trovavasi a Roma. Secondo lo Statuto era allora necessario andare alla casa, _dimittere cedulam_, e poi affiggerla alla porta. Infatti esso, che sempre menziona esplicitamente la presenza personale, quando è richiesta, qui invece non ne parla. Anzi aggiunge che, ove venisse provato che il citato _maneret extra civitatem_, allora la citazione doveva farsi pubblicamente, nella piazza di San Giovanni ed in quella d'Or S. Michele, e poi doveva affiggersi la cedola al Palazzo del Podestà. (Statuto, Lib, I, rub. 74, _De officio nunciorum_; Lib. II, rub. 2, _De officio iudicum maleficiorum, et de modo procedendi in criminalibus_; ed anche Lib. II, rub. 68 e 69).
Dante adunque non era _forensis_, e se andò allora a Roma, era solo assente; la sua ambasceria, deliberata nel settembre, dové presto finire, perché un nuovo e contrario governo entrò in ufficio l'8 novembre; la sua condanna d'esilio fu pronunziata il 27 gennaio dell'anno seguente. Egli fu con altri tre citato a comparire, per scusarsi e difendersi. Non essendo venuto, come non vennero gli altri, e come non sarebbe nessuno di loro venuto, quando anche si fosse trovato in Firenze, furono condannati, come sarebbe in ogni caso seguito. Cosí, a stretto rigore, non può dirsi neppure che questa volta fosse stata violata la forma legale, sebbene in quei giorni venissero senza scrupolo di sorta calpestate la giustizia, le leggi e l'umanità.
Non vi sono dunque, come ammette il prof. Bartoli, ragioni per dire addirittura che l'ambasceria non era possibile. E se il silenzio del Villani par singolare, se l'affermazione del Compagni si vuol credere che sia stata interpolata, riman sempre vero che all'ambasceria si credeva in tempi che a Dante erano assai vicini, e da uomini che della sua vita sapevano piú di noi. Per queste ragioni, pure ammettendo il peso dei dubbi piú volte esposti, io, fino a prova in contrario, credo all'ambasceria.
[171] Vedi la lettera in DEL LUNGO, vol. I, Appendice VI, pag. XLV e XLVI.
[172] COMPAGNI, II, 8.
[173] VILLANI VIII, 49. Il Compagni dice che vide le lettere bollate.
[174] _Purg_. XX, 72-5,
[175] VILLANI, VIII. 49, pag. 53.
[176] _Idem_, VIII. 49. Molti altri particolari si trovano nelle cronache del Compagni, di Paolino Pieri, Neri degli Strinati ed altri.
[177] Vedi in DEL LUNGO, (Vol. I, Appendice, Doc. VI, pag. XLV) la lettera del 12 novembre al Comune di S. Gimignano.
[178] V. la _Provvisione_ in Del Lungo, vol. I, pag. 290.
[179] COMPAGNI, _Cronica_, II, 20 e 21.
[180] Lettera del Papa nel POTTHAST, _Regesta Pont. Rom._, pag. 2006.
[181] V. le notizie e documenti raccolti dal prof. Del Lungo noi suo scritto: _Dell'Esilio di Dante_: Firenze, Successori Le Monnier, 1881. Qualche cosa intorno a ciò era stata già prima, ma incompiutamente, pubblicata nelle _Delizie degli Eruditi Toscani_, vol. X.
[182] Lib. VIII, cap. 49, pag. 53.
[183] Dino COMPAGNI II, 25, e nota 3 del prof. Del Lungo, a pag. 212-3.
[184] DEL LUNGO, I, pag. 305.
[185] _Libro del Chiodo._
[186] G. VILLANI, lib. VIII, cap. 49, pag. 54.
[187] _Nuova Antologia_ di Roma, 16 dic. 1888 e 16 genn. 1889.
[188] VILLANI, VIII. 52, 53. DEL LUNGO, Appendice XII alla _Cronaca_ del COMPAGNI, pag. 562, e segg.: _Le guerre mugellane e i primi anni dell'esilio di Dante_.
[189] VILLANI, VIII, 58. DINO COMPAGNI, _Cronica_, II, XXXIV, e note 13, 14.
[190] DINO COMPAGNI, _Cronica_, II, XXXIV, nota 20 (documento).
[191] Pag. 546.
[192] COMPAGNI, III, II.
[193] COMPAGNI, III, II.
[194] VILLANI, VIII, 68.
[195] V. la lettera nel DEL LUNGO, pag. 556-7.
[196] DINO, III, VII.
[197] VILLANI, VIII 69; COMPAGNI, III, VII.
[198] VIII, cap. 69, pag. 87.
[199] Un'epistola, senza data e senza nome d'autore, indirizzata al cardinale da Prato, dal capitano Alessandro (che si suppose essere Alessandro da Romena), dal Consiglio e dalla Università della Parte Bianca, fu pubblicata tra quelle di Dante, che l'avrebbe scritta per i suoi compagni d'esilio, e tale per lungo tempo venne ritenuta dai biografi. Il nome del capitano non si trova però nell'antico manoscritto, da cui la lettera fu pubblicata, e nel quale si legge solamente: _A. ca._ (Epistola Iª nell'ediz. Fraticelli: Firenze, Barbèra 1863).
Essa, rispondendo ai consigli ed alle lettere del Cardinale, dice, che i Bianchi gli sono grati e son disposti alla pace. _Ad quid aliud in civile bellum corruimus? Quid aliud candida nostra signa petebant? Et ad quid aliud enses et tela nostra rubebant, nisi ut qui civilia iura, temeraria voluptate truncaverant, et iugo piae legis colla submitterent, et ad pacem patriae cogerentur?_ Dante in sostanza avrebbe dunque detto: — Noi ci siamo ribellati solo perché vogliamo rispettate le leggi e la nostra libertà; né altro desideriamo se non che la giustizia e la pace trionfino di nuovo. — Sarebbe stato, mi pare, un linguaggio degno di lui.
Ma recentemente s'è messo in dubbio che la lettera sia di Dante. Il professor Bartoli esamina il soggetto da tutti i lati, discute con molto acume le varie opinioni, e dopo una lunga e dotta indagine, conclude: che mancano le prove storiche per affermare o negare che sia veramente di Dante (_Storia della letteratura italiana_, vol. V, cap. 8, 9, 10). Il prof. Del Lungo dice che lo stile della lettera, cosí pei pregi, come per alcuni suoi difetti, è dantesco; ma che questo solo non basta ad affermare che essa sia del sommo poeta, potendo essere stata invece scritta da un contemporaneo trovatosi nelle medesime condizioni di lui. Anzi, venendone ad esaminare il contenuto, ritiene che non possa esser sua fra le altre ragioni, principalmente perché le parole _candida nostra signa_, ed _enses et tela nostra rubebant_ ecc. si ritrovano quasi identiche nel Compagni, là dove parla del fatto della Lastra, avvenuto il 20 luglio 1304. Da ciò egli argomenta che a quel fatto la lettera certamente alluda; e quindi dové essere stata scritta dopo. Or siccome Dante s'era già prima separato dagli esuli, è chiaro, dice il Del Lungo, che non può essere stato l'autore della lettera.
Io non so persuadermi che essa debba assolutamente alludere al fatto della Lastra. — Le nostre bianche insegne furono spiegate, e le nostre armi scintillavano, — sono parole che possono, mi pare, alludere cosí al fatto della Lastra, come a qualunque altro fatto d'armi degli esuli, per quanto somiglino e possin sembrare quasi tradotte da quel luogo del Compagni che al fatto della Lastra accenna. Ciò posto, senza voler proprio respingere l'opinione del prof. Del Lungo, osservo solo che la ragione da lui addotta non basta essa sola a dimostrare che la lettera non sia di Dante, il quale potrebbe averla scritta in nome degli esuli, quando essi trattavano di pace col Cardinale, trattative, che, come abbiam visto, condussero poi all'invio dei dodici loro rappresentanti in Firenze. La nessuna riuscita di queste trattative, le stragi crudeli dei Cavalcanti e dei loro amici, gl'incendi, la rovina di tanta gente, l'avvicinarsi dei Bianchi a Corso Donati, e l'unione degli esuli coi Bolognesi, Pistoiesi, Pisani, con tutti i nemici di Firenze, per tentar subito dopo la folle impresa della Lastra, poterono anzi essere stati ragione sufficiente per allontanar sdegnosamente dagli esuli bianchi non solo Dante, ma parecchi altri, i quali forse perciò appunto non si trovarono alla Lastra, come si vedrà anche meglio piú basso.
[200] VILLANI, VIII, 69. Questi dice che il Cardinale partí il 4 giugno, DINO COMPAGNI dice il 9, PAOLINO PIERI e la _Cronica_, che il DEL LUNGO chiama Marciana-Magliabechiana, dicono il 10, data che segue anche il DEL LUNGO pag. 563. V. DINO COMPAGNI, _Cronica_, III, 7, nota 26.
[201] COMPAGNI, III, 8.
[202] VILLANI, VIII, 71.
[203] _Ibidem_.
[204] VILLANI, _Ibidem_.
[205] _Storia della repubblica fiorentina_, vol. I, cap. 6, pag. 116, (edizione del 1875).
[206] VILLANI, VIII. 72.
[207] Sono note le parole che gli dice Cacciaguida, nel XVII Canto del _Paradiso_:
E quel che piú ti graverà le spalle Sarà la compagnia malvagia e scempia, Con la qual tu cadrai in questa valle; Che tutta ingrata, tutta matta ed empia, Si farà contra te; ma poco appresso Ella non tu n'avrà rotta la tempia Di sua bestialitade il suo processo Farà la pruova, sí che a te fia bello L'averti fatta parte per te stesso. (_Parad._ XVII, 61-69).
[208] Lo nota il DEL LUNGO, (vol. I, p. 577), osservando che ciò si ripeté piú volte dal 1301 al 1304.
[209] VILLANI, VIII, 74; DEL LUNGO, pag. 578-9.
[210] Erano soldati che, avendo nella Spagna combattuto contro i Mori, andarono poi in diverse parti del mondo, senza voler piú tornare in patria.
[211] VILLANI, VIII. 87.
[212] Comincia in essi dalla rubrica LXXXXIII. Vedi GIUDICI, _Storia dei Comuni Italiani_, Vol. III, pag. 119 e segg. Firenze, Le Monnier, 1864-66.
[213] A questa legge furono nel 1307, 1309 e 1324 aggiunte, per rafforzarla sempre piú, altre rubriche, come si vede anche dalla già citata pubblicazione fatta dal BONAINI nell'_Archivio Storico Italiano_, N. Serie, Tomo I, anno 1885.
[214] III, 18, pag. 326.
[215] VILLANI, VIII, 89.
[216] _Idem_, VIII, 89.
[217] _Idem_, VIII, 96.
[218] VILLANI, VIII, 96; DINO COMPAGNI, III, 20 e 21.
[219] DINO COMPAGNI, III, 20, nota 29; DEL LUNGO, Introduzione, pag. 607. Il DEL LUNGO, che ha pubblicato questi documenti, non vuol credere che Corso favorisse allora gli esuli ed i Ghibellini, i quali del resto non eran piú i veri Ghibellini d'una volta. La Signoria però non avrebbe avuto nessuna ragione d'ingannare i Lucchesi, che le erano amici, e le sue lettere sono confermate anche dai fatti precedenti, che abbiamo narrati.
[220] VILLANI, VIII, 100.
[221] VILLANI, VIII, 118, 119.
[222] COMPAGNI, _Cronica_, III, 35, nota 26.
[223] VILLANI, IX, 10.
[224] VILLANI, IX, 11.
[225] COMPAGNI, III, 32.
[226] VILLANI, IX, 12.
[227] VILLANI, IX, 18.
[228] Vedi la lettera dei Fiorentini, 17 giugno 1311, in GREGOROVIUS, 3ª ediz. vol. VI pag. 39, nota 2.
[229] BONAINI, _Acta Enrici VII_, II, LV, LXXXVI: Firenze, Cellini, 1877.
[230] BONAINI, ibid. II, XCVIII, XCIX.
[231] Pubblicata nelle _Delizie degli Eruditi Toscani_, e piú compiutamente dal prof. DEL LUNGO, _Dell'Esilio di Dante_, ecc., pag. 107 e seg.
[232] VILLANI, IX, 21, 24, 26, 29.
[233] _Ita quod ipsi Fiorentini possint uti, pro eorum faciendis negotiis et mercutionibus, regno vestro, non obstantibus novitatibus antedictis_. La lettera è del 1311, senza data di mese, accenna però al recente arrivo d'Arrigo a Genova. Vedila in DESJARDINS, _Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane_. Vol. I, pag. 12 e seg.
[234] Il Vescovo di Botrintò narra la singolarissima storia delle loro peripezie nel suo libro, _De Henrici VII imperatoris itinere italico_, in MURATORI, R. I., recentemente ripubblicato dal dottor HEYCK in Innsbruck, 1888.
[235] VILLANI, IX, 26-29. DEL LUNGO, pag. 632.
[236] VILLANI, IX, 33. Il premiare i Pazzi col nominarli cavalieri, dimostra che questo titolo già cominciava a perdere il valore che aveva avuto alla fine del secolo XIII, quando, come segno di nobiltà, contribuiva a fare escludere dal governo. Piú tardi questo valore lo perdette del tutto.
[237] PERRENS, vol. 3, pag. 145.
[238] Questa lettera fu scritta tra la fine del 1310 e i primi del 1311. È la V nell'edizione Fraticelli.
[239] Epistola VI nell'edizione Fraticelli.
[240] Epistola VII.
[241] GREGOROVIUS, vol. VI, pag. 40; PERRENS, III, 172; _Cronaca di Pisa_, R. I. S., XV, 985; MALAVOLTI, par. II, lib. IV, f. 66; MUSSATO, lib. I, rub. 10.
[242] MUSSATO in GREGOROVIUS, VI, 73, nota 1.
[243] VILLANI IX, 45 a pag. 170.
[244] VILLANI IX, 49.
[245] BONAINI, Op. cit. II, CCCLXV.
[246] GREGOROVIUS, VI, 89.
[247] Quivi, come nel codice Gaddiano, trovasi la notizia della morte del conte Guido Vecchio, con la data del 1217, che nell'Autografo (ved. qui appresso a pag. 233) ha invece la data del 1210.
[248] Questa data ed il nome del Papa furono aggiunti piú tardi ancora, e si trovano solo nel codice Autografo.
[249] «Anni Domini xlv. — Beato Pietro Apostolo... mandò.... beato Romolo a Fiesole.
«Anni Domini cij. — In questo tempo in Toscana, nella città di Firenze, per li pagani fu edificato uno oratorio tucto di marmo, dove si coltivava l'idoli; ed era facto a octo gheroni, et alto lxxij braccia, tucto tondo, posto in colonne di marmo.
«Anni dxxv. — Giovanni primo nato di San Casciano del contado di Firenze.
«Anni dlxxxvj. — Questo Maurizio imperadore venne ad hoste sopra la città di Firenze in Toscana, e quivi fece bactaglia.
«Anni dlxxxxj. — Questi (Maurizio) venne ad hoste sopra la città di Firenze in Toscana, e puose campo nel Chafaggio del Vescovado, presso alla chiesa di San Lorenzo. E quivi fue preso, et sconfitta la sua gente da' Fiorentini il dí di Sancta Reperata; e per quella Victoria si hedificò la chiesa della beata Sancta Reparata; e da' Lamberti fu facto il monumento nel campanile della chiesa; e fue deliberato che si socterrasono a cavallo, però ch'elli presono il gonfalone della libertà del Popolo contro al decto Maurizio. Poi morí in prigione nella decta città, e fue sepulto in uno avello di marmo intagliato in figure, alla chiesa di San Giovanni».
[250] Abbiamo già osservato che, dopo aver dato i Consoli del 1180, torna qualche anno indietro.
[251] Questo si riferisce all'antica numerazione, giacché l'altra piú moderna fu fatta quando i vari fogli del codice vennero messi insieme a capriccio.
[252] Dopo del P. Ildefonso si valsero dell'elenco da lui cavato dalla Cronica, anche il Gori ed il Lastri; il Fraticelli, nella sua _Storia della vita di Dante_, ristampò la narrazione dei fatti del 1215.
[253] Incomincia alla pag. 220.
[254] «Comes Theatinus» in _Chronicon Martini Poloni_, ed. cit., pag. 354.
[255] La chiesa di S. Lorenzo, ch'era allora fuori delle mura.
[256] Questo è l'assedio posto a Firenze dal quarto (o terzo) Arrigo, e non dal secondo, l'anno 1080. Potrebbe a prima giunta credersi che nell'Autografo fosse un'aggiunta marginale, e che il copista lo mettesse qui fuori del luogo suo. Ma dal trovarsi in seguito ricordato, piú succintamente, il medesimo assedio anche sotto l'anno 1080, pare si possa argomentare esser questo un anacronismo dello stesso autore.
[257] Cioè ferito.
[258] Cosí, invece di _Evandro_.
[259] Il testo ha «Terno».
[260] M. P., a p. 355: «Calendis maii, oriente sole, habeo caput aureum».
[261] Leggi IX.
[262] di Toul (_Tullum_).
[263] Invece di «a queste» l'orig. doveva avere _a questo_, e invece di «cose» un verbo che qui manca. M. P. (p. 357) ha «ad hoc inclinavit».
[264] Invece di _perciocché_.
[265] Qui è un salto del copista o dell'originale, che si supplisce con la citata Cronica del P., il quale a p. 358 scrive: «... contra Spiritum Sanctum facit. Si tu contra Spiritum Sanctum non fecisti, dic _Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto_» ec.
[266] Cadolo o Caldolo era il nome di questo vescovo; e cosí penso dovesse avere l'originale, e non «Calduco», come qui e appresso ha la copia.
[267] Cosí credo dovesse avere l'originale, cioè «ed ī Campagnia», e non «e di Campagnia», come intese il copista.
[268] Cosí il ms. invece di _Cencio_, e anche appresso.
[269] Cosí è certo che leggeva o doveva legger l'originale invece di «avea», come scrisse il copista. Il P. (pag. 364) dice «Victoria habita».
[270] M. P. (p. 362) dice: «quem rex Henricus pronus in terra cum omnibus aliis mox adoravit».
[271] Il testo legge «co uiscardo», certo per errore del copista, che prese per un _co_, con un segno d'abbreviatura sopra, la G maiuscola dell'originale.
[272] _Sena Vetus_.
[273] Il testo: «dicano» e «subdicano».
[274] Il testo ha _Molti Orlandi_, e questa è proprio grafia dell'originale, come appresso vedremo; una volta però corretta dallo stesso autore, onde anche qui si corregge.
[275] Il testo ha «Carturiense».
[276] Supplito con la Cronica del Villani, lib. IV, cap. XXIV.
[277] Cioè Myra, città della Licia nell'Asia minore.
[278] Il testo ha «danselmo».
[279] Qui resta nel ms. un piccolo spazio bianco, come per aggiunta di altre cifre; mentre poi sulla cifra «X» è un segno come di cancellatura.
[280] Cosí il ms. Intendi Stefano, detto anche Enrico VI, conte di Blois e di Brie. E conte di Brois è nel Villani, IV, XXIV.
[281] Rinieri conte di San Gilio, nel Villani, _ivi_.
[282] Il testo ha «gneneratione».
[283] Cosí ha il testo. Forse _per te_ (?) Ad ogni modo il passo non è chiaro.
[284] Cosí pare che debba leggersi. Il testo ripete «disfacta».
[285] Bleda.
[286] Cosí il testo.
[287] Il testo ha «della».
[288] Qui rimane in tronco il periodo. M. P. lo compie (p. 367) «..., dominus Papa designavit Imperatorem».
[289] Non porta ma rota, porfirica, cioè quella pietra di porfido di forma circolare, incastrata nel pavimento, nella stessa chiesa di S. Pietro. Il P. ha la corretta lezione cioè «ad rotam porphyricam».
[290] Resta cosí in tronco.
[291] Cosí il testo, e intendi Alessio Comneno.
[292] Cosí il testo. M. P. (p. 368) ha «Agnulfum»: e forse l'originale aveva Angnulfo. Il Platina, nelle Vite de' Pontefici, e gli altri storici dei Papi lo chiamano Maginulfo.
[293] Cosí il testo. M. P., a pag. 368: «Qui licet in principio domino Papae multas infestationes fecissent, in fine tamen ab ipso prostrati sunt».
[294] Intendi presso alla chiesa di S. Maria in Trastevere.
[295] Il testo, qui ed appresso, invece di _in Cluniaco_ (Cluny), ha «Indiaco».
[296] Il testo ha «secrato».
[297] Cosí il testo.
[298] Figliuolo del conte Guglielmo di Borgogna.
[299] Cosí addietro, e avanti un'altra volta. Qui il copiatore scrisse per isbaglio «lordine». Questi è Maurizio Bordino, arcivescovo di Braga, antipapa col nome di Gregorio VIII.
[300] Cosí, invece di _Onorio secondo_, che fu eletto nel 1124.
[301] Cosí, invece di _Vaticano_.
[302] Il testo, per uno scambio facilissimo di sillabe, ha invece «vallessamento».
[303] Giovanni d'Estamps. «Ioannes de Temporibus» lo chiama il P., pag. 372.
[304] «totam illam ecclesiam» ha il P., p. 374.
[305] «sanatari» ha per errore il ms.
[306] M. P. (p. 376): «vocatis cardinalibus et prelatis».
[307] Cosí il testo, forse per sbaglio di copia, invece di _mossersi_.
[308] Supplisci la parola _feudo_ o altra equivalente,
[309] Il testo ha «lago».
[310] Cosí il ms., ma credo che la lezione originale fosse _bontadioso_.
[311] Cosí, e potrebbe stare; ma potrebbe anche essere sbaglio invece di scurato.
[312] Qui c'è, come spesso, gran confusione; il Villani (V. 1) è molto piú corretto. Il cardinale Ottaviano prese il nome di Vittorio IV; Guido di Cremona prese il nome di Pasquale III; Giovanni abate di Struma, che il Villani chiama strumiense, prese il nome di Calisto III; Landò di Sezza si chiamò Innocenzo III.
[313] Cosí, ma forse l'originale aveva «Li».
[314] «...Et eiectus fuit conventus sancti Anastasii; et abbas sancti Pauli eundem locum sibi vendicavit, per regem schismaticum. Qui locus per eundem Alexandrum est restitutus». M. P., p. 383.
[315] Per _Dazia, Dacia_.
[316] Per _Pollonia_.
[317] Cosí, e appresso altre volte, invece di _consoli_.
[318] Cosí il testo, e pare che dovrebbe dir _questo_.
[319] Leggi _Beritus_.
[320] Cosí il testo, e forse è un'erronea ripetizione.
[321] Cosí, e pare che dovrebbe dire _Terracina_.
[322] Di qui incomincia il testo Magliabechiano-Strozziano, cioè il frammento dell'Autografo.
[323] Qui è aggiunto nel margine, da mano posteriore: «l'anno 1187».
[324] «'nperadore» è correzione interlineare, sovrapposta a «stuolo» cancellato.
[325] Cosí rappresentiamo, e anche in seguito, il segno di congiunzioni «7» succeduto dalla lettera «d».
[326] Cosí il testo.
[327] Questi è _Petrus Manducator_ o _Comestor_, in Italia _Mangiatore_, in Francia _le Mangeur_; cosí chiamato per l'avidità con cui, leggendo, divorava i libri. Nato a Troyes in Francia, morí a Parigi nel 1198. La sua opera sulla Bibbia è detta appunto _Scholastica historia_. V. LALANNE, _Dictionnaire hist. de la France_, art. _Comestor_; Migne, voi. 198. V. anche FABRICIO, nella _Bib. lat. mediae et infimae aetatis_, similmente alla voce _Comestor_.
[328] Rodez.
[329] Supplito, per la rottura della carta, e cosí appresso.
[330] Cosí il testo, invece di _lettera_.
[331] «d'oltremare die primo kalendi lulglo» è una delle giunte marginali, la quale continua «E in questo die il sole iscuroe» ec., fino a «messer Ugo Ughi», due capoversi che si stampano appresso. Questa trasposizione è necessaria per il senso; e cosí certo dovea stare anche nella mente dello scrittore, che errò nel fare i richiami.
[332] Cioè _assedettono, assediarono_.
[333] Anche addietro (pag. 220) parla di questo passaggio dell'Imperatore «in Ermenia», cioè in Armenia, come dev'essere; e qui di nuovo, come si vede, in un'aggiunta che comincia con questo capoverso «Ancora il predecto Federigo» ec. La parola «Rimaniansia» è chiara ed è scritta tra rigo e rigo, sopra e in sostituzione della parola «Suria» cancellata. Il copiatore del cod. Gaddiano scrisse _Romania_.
[334] Intendi, l'Imperatore.
[335] Qui manca qualche parola. Dopo aver parlato di Roberto Guiscardo, il cronista probabilmente voleva parlare di Gerusalemme e delle Crociate.
[336] Era prima scritto «mclxxxxviiij», e fu corretto il «viiij» in «viij».
[337] Questi due nomi sono sostituiti a quelli di «Arrigho conte di Capraia e Conpangno Arrighucci».
[338] Il testo, per errore, ha «miseria».
[339] Intendi, il papa detto di sopra.
[340] Cosí il testo. M. P. ha in questo luogo, p. 384: «Sed Otto coronatus est ex mandato Papae».
[341] Langravio. Allude alla uccisione di Filippo (21 giugno 1208) per mano di Ottone di Wittelsbach.
[342] Cosí il testo.
[343] Cosí il testo, e anche appresso altre volte.
[344] Allude alla leggenda del Presto o Presbitero Giovanni e di David suo figliuolo. Ved. anche VILLANI, V, 39.
[345] Combiate.
[346] Cosí il testo.
[347] Non l'Imperatore, ma il Papa, mandò il legato e gli abati a predicare agli eretici. Il compilatore non intese bene il testo di M. P. (pag. 387), che dice: «Ab Innocentio papa cum legato duodecim abbates... mittuntur».
[348] Anche qui è male tradotto il P. (pag. 387), che dice: «Quibus de Hispania Didatus Oxoniensis episcopus, habens secum fratrem Dominicum, in suo comitatu haereticis convertendis adiungitur».
[349] Il testo ha «celso», per quello scambio dell'_n_ colla _l_ di cui già vedemmo un esempio a pag. 203, e altri ne vedremo in seguito.
[350] Altro e piú grave strafalcione. Il testo di M. P. (p. 392) è «in basilica Lateranensi, quae Constantiana vocabatur, celebratum est Concilium generale» ec.
[351] Manca _furono fatti_ o altro simile complemento. Il P. (loc. cit) dice «multa utilia statuta fuerunt promulgata».
[352] Americo di Bena. V. Tocco, L'Eresia nel Medio Evo, lib. II, cap. 2.
[353] Il P. (loc. cit.): «Qui Almaricus asserit, ideas quae sunt in mente divina creare et creari».
[354] Cosí il testo, e anche appresso.
[355] Prima avea scritto «tre», poi cancellò e pare correggesse «j».
[356] Anche il P. (pag. 398) ha «Petrum Altisiodorensem comitem», il quale è Pietro di Courtenai conte d'Auxerre.
[357] Qui è nell'originale un «el p» che omettiamo, sebbene non cancellato. Pare che il compilatore cominciasse a scrivere _el primo_.
[358] Il testo ha «assedi».
[359] Il testo ha «cavali», per mancanza del segno d'abbreviatura.
[360] Cosí il testo.
[361] Cosí, invece di _onorato_.
[362] Il testo «havaliere».
[363] Il testo pare che legga «gibba».
[364] Il testo pare che legga «piangento».
[365] Intendi, e la Parte ghibellina; se pure non voleva scrivere Ghibellini.
[366] Intendi, per cagion loro, o anche, contro di loro.
[367] Il testo ha «lunghissi».
[368] Il testo ha «'nperadice».
[369] Da «fue incoronato» fin qui fu aggiunto dal compilatore tra rigo e rigo, erroneamente forse parendogli di aver omesso questo particolare, che è subito dopo.
[370] Cosí il testo.
[371] Sottinteso _ambasceria_.
[372] Il testo, per errore di scrittura, ha _uscriro_.
[373] Prima avea scritto «xxiij», poi corresse «xxv».
[374] Il Settizonio, presso il Palatino.
[375] Il testo ha, per errore di scrittura, «fede».
[376] Intendi, ve ne restarono.
[377] Il testo ha «tutta».
[378] Cosí il testo.
[379] Il testo ha «presa».
[380] Il testo legge «conto».
[381] Prima era scritto «lulglo», poi fu cancellato e corretto «giungno».
[382] Cosí il testo.
[383] Cosí il testo, e pare debba intendersi _a xxij di maggio_.
[384] Cosí, con evidente difetto di qualche parola. Il Villani (cap. x del libro VI) scrive che «vi gittaro dentro pietre assai».
[385] Aveva scritto «risorexio», ma subito cassò e scrisse di seguito «natale».
[386] Il testo ha, per errore di scrittura, «arte».
[387] Il testo ha «Molte», e anche sopra aveva «Molte Falcone» e corresse, e qui no.
[388] Spazio bianco, capace di altre due righe di scrittura.
[389] Prima avea scritto: «E questo conte tratta...», poi corresse «questo» in «questi», e cassò l'ultima parola ammezzata.
[390] Qui avea scritto e poi cassò «l'altro anno».
[391] Avea prima scritto «iij».
[392] Il testo, per errore di scrittura, ha «iscurore».
[393] Cosí il testo. M. P. (pag. 399) ha «frater regis Ungariae dux Colomannus».
[394] Cosí il testo. M. P. ha «dux Blesiae Henricus». V. anche Villani, VI, 28.
[395] Il testo ha «diserte».
[396] Cosí il testo. Ved. anche appresso, a p. 250.
[397] Il testo ha «bellimo», per mancanza dell'abbreviatura.
[398] Il testo ha «linga».
[399] Il testo ha «Amo», per mancanza dell'abbreviatura.
[400] Il testo: «contucia».
[401] Il testo: «inperiale».
[402] Il testo: «llo peradore».
[403] Cosí, e forse è error di scrittura invece di _ss'_.
[404] Pietro Balsamo, soprannominato Carino, fu l'assassino di Pietro da Verona; poi si penti, entrò nell'Ordine domenicano, ed è qualche volta chiamato Beatus Acerinus. Suoi compagni furono Stefano Confaloniero e Manfredo Clitoro. V. Lea, _History of the Inquisition_, II, 214.
[405] Il testo, per errore di scrittura: «colonizzò».
[406] Ripetuto dalla stessa mano in margine «Mccxlvij».
[407] Si aggiunge quest'a, che forse dimenticò di aggiungere l'autore, dopo avere cancellato «alla»; volendo dapprima scrivere _alla città di._
[408] Anche qui il testo ha «dello peradore».
[409] Qui è interrotto il senso; c'è un segno di richiamo che non ha corrispondenza, e poi una lacuna di 35 anni circa, della quale abbiamo parlato piú volte. Seguono in fine della pagina questi due paragrafi, aggiunti da un'altra mano, posteriore di almeno un secolo:
«Papa Adriano quinto, nato di que' del Fiesco da Genova 1276, stete papa die 39; vacò la Chiesa 28 dí».
«Papa Inocenzio sexto fu eletto, che fu da Portogallo». V. vol. I di quest'opera, pag. 43, nota 1.
[410] Il testo ha, per error di scrittura, «masinada».
[411] Il testo: «alqualti».
[412] Qui è lasciato bianco uno spazio di tre righe.
[413] Conte di Brienne.
[414] Arrigo de' Mari.
[415] Il testo: «apresse».
[416] Il testo ha «ose».
[417] Il testo ha «guastare».
[418] Antonio de Fixiraga da Lodi.
[419] Prima avea scritto «di Bresscia», poi cassò e scrisse sopra «dallodí».
[420] Cosí il testo, invece di _erano priori_; come addietro, piú volte, _era consolo_ invece di _erano consoli_.
[421] Il testo ha «Marena».
[422] Qui è lo stacco di un verso.
[423] Spazio bianco nell'originale. Questi è Nino giudice di Gallura, figliuolo d'una sorella del conte Ugolino.
[424] Il testo ha «novebre».
[425] Cosí, per _Alfonso_.
[426] Nel testo si legge «aniui».
[427] Il testo: «filgluolo».
[428] Qui e appresso: «Moltefeltro».
[429] Cosí. Ved. anche addietro, a pag. 243.
[430] Cosí il testo.
[431] Noto che dopo il «X» è lasciato un piccolo spazio bianco, come per aggiungervi altre cifre.
[432] Il testo ha «Anonio».
[433] Il testo: «Aretino».
[434] Il testo ha «Samiatesi».
[435] Il testo ha «Alexandra».
[436] Il testo: «disícero».
[437] Il testo ha «cotado».
[438] Cosí rimane, in fine di pagina.
[439] Il testo ha «adio».
[440] Cosí, e anche appresso altre volte, per _da Polenta._
[441] Qui manca un sostantivo: sforzo, valore, ardire o altro consimile. Il Cod. Gaddiano salta qui il fosso e legge; «e per lo conte Guido da Montefeltro ch'era podestà di Pisa» ec.
[442] Una mano piú recente ha qui aggiunto in margine: «Anno 1291 dí 18 di magio».
[443] Supplisci _la gente_
[444] Sottintendi _erano_.
[445] Cosí ci pare da correggere. Il testo ha «tenpo».
[446] Il testo, per errore di scrittura, ha «partina».
[447] «settebre» ha il testo, qui e appresso altre volte.
[448] «elexessero» ha il testo.
[449] Supplito, per la rottura della carta nell'originale.
[450] Intendi, ad avere atterrate le mura, o a pagare diecimila lire.
[451] «inazi» ha il testo.
[452] Il testo ha «mono», e si corregge perché poco appresso ha «mon lo».
[453] Il testo: «mortalite».
[454] Sottintendi _molti_.
[455] «maiano» ha questa seconda volta il testo.
[456] Supplisci avea.
[457] Il testo ha «posse.»
[458] Prima avea scritto «die xj», poi cancellò e corresse «mesi xxx».
[459] Il testo, forse per errore di scrittura, ha «crette».
[460] Cosí, o per _incanto_, o per error di scrittura, invece di _inganno_.
[461] Avea dapprima scritto «castello», ma subito cassò e riscrisse «_rocca_».
[462] Il testo ha «cristinitade».
[463] Per _canonizzò_.
[464] Ritorna a papa Bonifazio.
[465] Per _esalto_.
[466] Il testo ha «anbendue».
[467] Cioè Vicenza.
[468] Intendi, Giacomo.
[469] Cosí il testo. Il cod. Gaddiano scrive «s'acusarono.»
[470] Il testo ha «Cicila».
[471] Forse doveva dire _e vennero_. Il Gaddiano omette «vennero», e legge «molta cavalleria e popolo per difendere» ec.
[472] Il testo ha «Lonbordia».
[473] Cosí il testo, e forse doveva dire _cominciò_. Il Gaddiano corregge senz'altro.
[474] Cosí il testo, e appresso un'altra volta.
[475] Cioè, in obbrobrio.
[476] Il testo ha «Ighilesi».
[477] Brie.
[478] Anversa.
[479] Il testo ha «piato», e certo è errore di lettura del ms. a cui l'autore attingeva. Anche il Gaddiano corregge in _parentado_.
[480] Blasco Alagona. V. AMARI, _Vespri_, cap. XV.
[481] Il testo: «Abruogio».
[482] Il testo ha, per errore di scrittura, «malisscho».
[483] Qui ha termine la compilazione originale. Un'altra mano, che forse è la medesima che scrisse la data «Anno 1291» ec. (ved. addietro, a pag. 254, nota 2), aggiunse: «Mccciij. Benedetto xjº figluolo di Guliano, nato di Trevigi della Marcha Trivigiana, sedete papa mesi otto die xv. Questi fu confermato papa a dí 22 d'otobre. Di llui si può dire: vita honesta. Fu de l'Ordine de' frati predicatori. Elli confermò tutto ciò che papa Bonifazio avea fatto e ricomunichò lo re Filipo di Francia; e mandò in Firenze, per riconciliare e fare pace tra Bianchi e Neri, il cardinale Nicholao da Prato vescovo di Ostia etc.». Le parole «vescovo di Ostia» furono poi cassate dalla stessa mano.
Segue infine: «1316 (corretto da 1416). Giovanni xxijº»; aggiunta che pare della stessa mano che scrisse addietro (ved. a pag. 246, nota 4): «Papa Adriano quinto» ec.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.