Part 2
La seconda scialuppa montata dai pescatori, giungeva. La pesca era stata veramente miracolosa, poichè l’imbarcazione era così carica, che minacciava d’affondare.
Giunta sulla spiaggia, i venti chinesi procedettero sollecitamente allo scarico. In meno di un’ora quei pescatori avevano raccolto duecento chilogrammi di _olutarie_, ma non tutte d’una sola specie.
Vi erano le pregiate _bankolungan_, che raggiungono una lunghezza di undici a quindici pollici, col dorso bruno, il ventre bianco, con una crosta calcarea d’ambo i lati ed irti di verruche.
Queste si pescano ordinariamente sull’orlo interno dei banchi di corallo, ad una profondità da uno a tre metri.
Si vedevano pure parecchie _kichisan_, lunghe trenta centimetri, di forma ovale, dalla pelle nera, ma con una serie di verruche d’ogni lato; le _talipan_ che raggiungono una lunghezza di soli trenta centimetri, di colore rosso cupo, con una fila di spine rosse sul dorso. Sono le più tenere e perciò esigono una cura speciale nella preparazione.
Non mancavano nemmeno le _munang_, che sono le più piccole di tutte, senza verruche, senza spine, liscie e colla pelle tutta nera, ma che sono le più pregiate, pagandosi sui mercati chinesi perfino trentacinque dollari il _pikul_; ma vi erano pure altre qualità inferiori, come le _zapatos_, le _lowlovan_, le _balattimano_, le _batan_ e le _hangenan_ che si acquistano a sei dollari il _pikul_.
Tutte quelle _olutarie_ che erano ancora vive e che sfogavano la loro impotente collera schizzando getti d’acqua sui pescatori, furono accumulate presso ai due fornelli.
Il capitano sorvegliava con attenzione l’ebollizione dell’acqua contenuta nelle due grandi caldaie.
È necessaria una grande abilità ed una lunga pratica nella preparazione del _trepang_, poichè basta una maggiore o una minore bollitura per guastarlo.
Il soverchio calore copre le _olutarie_ di vesciche e le fa diventare porose come una spugna; se l’acqua invece non ha ottenuto quel tal grado d’ebollizione, fa perdere a loro la consistenza, e allora bastano poche ore per imputridirle e quindi guastarle per sempre.
— Gettate, disse ad un tratto Wan-Stael.
I chinesi precipitarono i disgraziati molluschi nei grandi bacini. Per alcuni istanti si videro dibattersi, contorcersi disperatamente, poi ricaddero inerti nel fondo dell’acqua che bolliva frettolosamente.
Il capitano aveva estratto il suo orologio e non staccava gli occhi dalle lancette.
— Otto minuti, diss’egli. Il _trepang_ è pronto.
A quelle parole i chinesi immersero le loro enormi schiumarole, ed i molluschi vennero rapidamente levati e gettati sopra una grande tela da vele che era stata stesa presso i forni.
Hans e Cornelio si erano curvati per meglio osservarli.
— La cottura è giusta, disse il capitano. — Sono molli come la gomma elastica e la loro pelle è azzurrognola: ciò indica che si conserveranno perfettamente.
— Mi hanno detto però, che si usa anche a seccarli al sole, zio, disse Cornelio. È vero?
— Sì, ragazzo mio, e ti dirò anche che quelli seccati sono i più pregiati; ma tale operazione è troppo lunga, poichè son necessari venti giorni e noi non possiamo perdere tanto tempo.
Taluni pescatori li seccano anche al fuoco e per tale operazione bastano quattro giorni, ma noi ci troviamo su di una costa che....
— _Cooo-mooo-èèè!_...
Quel grido bizzarro, che già avevano udito, echeggiò improvvisamente dietro alle roccie, interrompendo bruscamente la frase del capitano.
Quasi contemporaneamente si udì Wan-Horn ad esclamare:
— Che brutta scimmia! Bada a non alzare le zampe o ti abbrustolisco il dorso, parola da marinaio!...
CAPO III.
La pittura di guerra del selvaggio
Un negro orribile, che tramandava un acuto odore d’ammoniaca, era improvvisamente comparso dietro ad una scogliera che si prolungava verso la sponda settentrionale della baia.
Era di statura poco superiore alla media, ma di una magrezza spaventosa, tale che si potevano contare le sue costole; aveva però il ventre sporgente, ma le sue gambe, che erano mancanti dei polpacci, parevano bastoni ricoperti di cuoio.
Il suo viso rassomigliava più a quello d’una scimmia che a quello di un essere umano. La sua testa era schiacciata, la sua fronte depressa, il naso camuso, le mascelle sporgenti, gli orecchi larghi, gli occhi piccoli che scintillavano stranamente e una bocca così grande che gli fendeva più di mezzo viso.
Delle strane pitture a colori svariati coprivano la sua pelle cuprea, e dei tatuaggi assai marcati, rilevati in forma di piccole labbra, ornavano il suo corpo.
Quel selvaggio ributtante si sbarazzò d’una pelle di kanguro che coprivagli le spalle e parte dei suoi lunghi e ruvidi capelli, ed impugnando, con aria comica, una piccola lancia colla punta d’osso e adorna d’un ciuffo di penne variopinte, s’avanzò verso i pescatori, fermandosi a dieci passi dai fornelli.
— Cosa vuole quel brutto antropofago? chiesero Hans e Cornelio, mentre i chinesi operavano una prudente ritirata verso le scialuppe.
— Verrà ad intimarci di partire, disse il capitano. Questi luridi selvaggi pretenderebbero che nessun straniero venisse a pescare presso le loro coste, ma quel campione della razza australiana s’inganna se crede che io me ne vada.
— M’incarico io di mandarlo alla sua tribù con un calcio, disse il vecchio Wan-Horn. Non mi fa paura la sua lancia, capitano Stael.
— Vediamo un po’, signor selvaggio, disse il capitano avanzandosi verso di lui, quali sono le vostre pretese.
L’australiano che se ne stava immobile impugnando la sua lancia, vedendolo avanzarsi si battè con la mano sinistra il ventre, che risuonò come un tamburo.
— Reclama la colazione, disse Wan-Stael. Noi non siamo albergatori, signor selvaggio, ma se siete a digiuno potete rosicchiare questa _olutaria_.
Prese un _zapatos_ che era stato già preparato e lo gettò all’australiano, il quale lo prese di volo, portandolo avidamente alle labbra.
— Che appetito! esclamò Hans.
— Non è da meravigliarsi, nipote mio. Questi selvaggi del continente australiano sono in lotta colla fame tutto il tempo della loro vita e soffrono dei digiuni straordinari.
— Forse che non produce alcuna pianta fruttifera l’Australia?
— Solamente alberi gommiferi; però, coltivate, tutte le piante fruttifere d’Europa danno dei raccolti favolosi; ma questi selvaggi disprezzano l’agricoltura, e non vivono che di caccia.
— E non abbonda la selvaggina?
— Tutt’altro, è scarsa assai. Qui non si trovano che pochi kanguri, radi casoari, che sono specie di struzzi, ma più piccoli di quelli africani, e delle bande di cani selvaggi chiamati _dingo_, assai difficili ad uccidersi. È bensì vero che l’indigeno australiano non è schizzinoso, nutrendosi persino di vermi, di bruchi, di lucertole, di serpenti, ma anche questi non bastano per tutti. Aggiungi inoltre che sono imprevidenti e che non pensano mai al domani. Uccidono un kanguro od un casoaro?.. S’affrettano ad arrostirli e li divorano finchè non rimangono che le ossa, dovessero scoppiare.
— Sono adunque grandi mangiatori?
— Eccone un esempio, disse il capitano. L’_olutaria_ è già sparita in sei bocconi, in quel ventre che pare non abbia fondo.
Infatti il selvaggio aveva già divorato la _zapatos_, ma non pareva soddisfatto; vedendo l’ammasso di molluschi, forse incoraggiato da quel primo regalo, vi si gettò sopra abbracciando più _olutarie_ che potè, ma Wan-Horn, che non lo perdeva di vista, afferratolo per una gamba lo tirò indietro, dicendogli:
— Adagio, mariuolo; giù le zampe, brutta scimmia!
L’australiano, che contava di fare una scorpacciata, balzò rapidamente in piedi e raccolta la lancia l’alzò minacciosamente.
— Quanto sei buffo!... esclamò il marinaio.
— Guardati, Wan-Horn, disse il capitano. Questi selvaggi sono traditori.
— Gli romperò la lancia sul dorso, signor Wan-Stael.
Fece per gettarsi sull’australiano per disarmarlo, ma questi balzò indietro, dicendo in un linguaggio misto d’inglese e di malese:
— Bada, uomo bianco!... Questa è la terra dei figli di _Mooo-tooo-omj_[4].
— Ed io ti dico che se non te ne vai, ti prendo a calci, brutto antropofago, disse il vecchio marinaio, alzando il fucile. Mi hai compreso?
L’australiano che non doveva ignorare la potenza delle armi da fuoco, retrocesse sollecitamente, e piantando fieramente la lancia nella sabbia, disse:
— Ci rivedremo presto.
Poi spiccando un gran salto s’allontanò rapidamente, scomparendo dietro le rupi che chiudevano la baia.
— Che i cani selvaggi ti divorino! gli gridò Wan-Horn.
— Che ritorni? chiese Cornelio.
— È probabile, rispose il capitano che era divenuto pensieroso. Quel selvaggio cercherà di giuocarci qualche cattiva azione, ma noi veglieremo e al primo indizio di pericolo ci ritireremo nella _giunca_.
— Che vi sia qualche tribù nei dintorni?
— Mi pare che questa costa sia troppo sterile per nutrire una intiera tribù, ma nell’interno della penisola i selvaggi non devono mancare.
— Sono coraggiosi?
— Sì, quando la fame li spinge, e molti sono stati gli equipaggi divorati da questi antropofaghi. Apriremo per bene gli occhi però, e non lasceremo avvicinarsi al nostro campo nessuno senza il nostro permesso.
I chinesi, rassicurati, avevano ripreso il lavoro di preparazione del _trepang_, mentre i pescatori avevano ripreso il largo per tuffarsi nelle acque della baia. I due fornelli riattivati mandavano in aria grandi fiammate, e l’acqua delle due immense caldaie bolliva, cucinando le _olutarie_ le quali venivano ammucchiate le une sulle altre, sulla tela che era stata riparata da una specie di tenda, onde impedire che il sole le guastasse.
Hans e Cornelio, armati di fucili, perlustravano le roccie per accertarsi che nessun altro selvaggio si aggirava, e facevano le fucilate contro le bande di _kakatoe_ bianche, rosse o leggermente tinte di rosa, abbattendone parecchie, mentre il capitano esaminava i bassifondi della baia, per meglio assicurarsi della quantità e qualità delle _olutarie_.
Erano già trascorse due ore ed i pescatori avevano sbarcato due altre partite di molluschi e delle specie più pregiate, quando si vide improvvisamente ricomparire il selvaggio di prima.
Era ancora solo, ma quale lugubre teletta aveva fatto!... A prima vista si poteva scambiare per uno scheletro vivente, poichè si era dipinto con terra gialla, una specie di ocra senza dubbio, le costole e le membra, in modo da imitare l’ossatura d’un essere umano.
Non aveva alcuna arme, ma in mano, sospesa ad un bastone, portava un pezzo di corteccia d’albero d’una tinta e forma particolare.
I chinesi nello scorgere quello strano emblema impallidirono, mormorando:
— Il _wai-waiga_!
— Ah! brutto antropofago! esclamò Wan-Horn. Ancora ritorni? Hai dell’audacia, scimmia!...
— E si presenta a noi colla pittura, disse il capitano.
— E colla corteccia del _wai-waiga_, aggiunse il marinaio. È una vera dichiarazione d’ostilità, signor Wan-Stael.
— Ma cosa significa quella lugubre pittura? chiese Cornelio.
— È la loro teletta di guerra, rispose il capitano.
— E quel pezzo di corteccia d’albero?
— Una dichiarazione d’ostilità: è una corteccia di _wai-waiga_, ossia di un albero velenoso, detto per ciò albero mortale.
— E quel furfante osa presentarsi solo? Ah! zio mio, vado a prenderlo per un orecchio e lo porto a bordo della _giunca_.
Il coraggioso giovanotto stava per effettuare la minaccia, ma il capitano lo trattenne:
— Lascia fare a me, Cornelio, disse. Forse non è solo e dietro quelle rupi può nascondersi una intera tribù. Tu, Wan-Horn, raduna i chinesi presso le scialuppe, e voi, nipoti, mettetevi alle spingarde.
Mentre l’equipaggio si ritirava precipitosamente verso la spiaggia, per essere pronto ad imbarcarsi, il capitano, raddrizzata l’alta statura e armato il fucile, si era avvicinato al selvaggio che lo guardava insolentemente, come fosse sicuro del fatto suo.
— Cosa vuoi? gli chiese, usando lo stesso linguaggio che l’antropofago aveva adoperato.
— Che gli uomini bianchi lascino la costa che appartiene ai figli di _Mooo-tooo-omj_, rispose l’australiano.
— Noi non uccidiamo nè i tuoi kanguri, nè i tuoi casoari, nè i tuoi _warrangat_ (cani selvaggi), disse Wan-Stael. Il _trepang_, nè tu, nè i tuoi compatriotti sapete pescarlo e l’acqua del mare non ti appartiene.
— Allora la tribù dei Warrame ti darà battaglia.
— E sei tu che lo dici?
— Io, capo della tribù dei Moo-wiami.
— Prendi, cialtrone....
Wan-Stael, con un manrovescio che risuonò come un colpo di frusta, fece stramazzare l’antropofago, poi afferratolo strettamente per le braccia lo trascinò verso le scialuppe.
— Lega quest’uomo e portalo a bordo della _giunca_, disse rivolgendosi verso Wan-Horn. Lo terremo prigioniero fino al termine della pesca, e così gli impediremo di avvertire la sua tribù della dichiarazione di guerra che ci ha fatta.
— Lo legherò con quindici metri di solido spago, disse il marinaio. Vedremo se sarà capace di fuggire dalla cala.
Contrariamente ai suoi istinti, l’australiano non aveva opposto la menoma resistenza; però i suoi piccoli occhi neri mandavano strani lampi. Si lasciò legare senza pronunciare sillaba e trasportare a bordo della _giunca_ dai chinesi che tornavano alla pesca delle _olutarie_.
— Non ci creerà degli imbarazzi, zio? chiese Hans.
— È probabile che i suoi sudditi lo cerchino, essendo egli un capo, ma forse ignorano che noi siamo qui e rivolgeranno altrove le loro indagini, rispose il capitano. D’altronde noi non rimarremo molto tempo in questa baia, se la pesca continua ad essere così abbondante.
— Conosci qualche altro luogo ricco d’_olutarie_?
— Le isole Eduard Pellew ne danno molte e più tardi andremo a visitarle per completare il carico.
— E poi, disse Cornelio, se i selvaggi verranno ad importunarci ci difenderemo.
— Bravo ragazzo, disse il capitano sorridendo. Tu sei un uomo coraggioso.
— Ed io non mi terrò indietro e combatterò al tuo fianco, zio, disse Hans alzandosi sulle punte, per mostrarsi più alto.
— Sei un ometto che non ha paura, lo so, rispose Wan-Stael. Un giorno voi diverrete due abili e intrepidi marinai. Alle caldaie, nipoti miei: bisogna sorvegliare rigorosamente la preparazione delle _olutarie_, o quei poltroni di chinesi ce le guasteranno.
La scialuppa dei pescatori, per la terza volta ritornava alla costa e anche questa volta carica di molluschi. Le acque di quella baia, che erano ricche di alghe e di fuchi, erano, si può dire, piene di _olutarie_, ed i pescatori non dovevano far altro che abbassarsi per raccoglierle, essendovi parecchie specie che vivono ad una profondità di pochi piedi.
Prima di sera la tela era coperta di _trepang_. Quella prima giornata fortunata aveva fruttato un guadagno di almeno cinquecento dollari, somma rilevante, se si considerano le poche fatiche che costa la raccolta di quei molluschi e la poca spesa che richiede la loro preparazione.
Wan-Stael non poteva essere più soddisfatto. Se quella pesca continuava ad essere così abbondante, in poche settimane poteva lasciare quelle spiaggie pericolose con un carico quasi completo.
Non potendosi trasportare i molluschi a bordo, dovendo prima stagionarsi qualche tempo all’aria libera per non correre il pericolo di guastarli accumulandoli nella stiva ancora umidi, si rizzavano parecchie tende per gli uomini di guardia.
I chinesi però che temevano un’improvvisa irruzione dei compatriotti del prigioniero, si rifiutarono dapprima, preferendo dormire a bordo della _giunca_ che poteva offrire un ricovero sicuro; ma avendo il capitano fatto trasportare a terra le due spingarde delle imbarcazioni ed affermato che terrebbe a loro compagnia in unione ai nipoti ed al vecchio marinaio, si decisero a seguirlo.
Wan-Stael e Wan-Horn che non eran però molto tranquilli, non ignorando che gli australiani attendono la notte pei loro attacchi, fecero fortificare il campo, elevando una piccola trincea di sassi e di frammenti di corallo ed avvicinare la _giunca_ alla spiaggia, per essere più pronti, in caso di pericolo, a raggiungerla.
Quelle precauzioni furono però inutili. Quella prima notte passata sulle spiaggie del continente australiano, malgrado le minaccie dell’antropofago, trascorse tranquilla.
Solamente le lugubri urla dei cani selvaggi, i quali cacciavano forse qualche branco di kanguri o di casoari, ruppero il silenzio che regnava nell’accampamento.
CAPO IV.
Gli Australiani
Erano trascorsi cinque giorni. Nessun avvenimento era venuto a turbare le operazioni dell’equipaggio della _giunca_; la pesca procedeva sempre fruttuosa e pareva proprio che quella baia, a tutti gli altri sconosciuta, fosse inesauribile, poichè i molluschi non accennavano a diminuire, malgrado i grandi vuoti che quegli uomini facevano.
I due grandi fornelli non erano rimasti inattivi un solo momento e delle vere tonnellate di _olutarie_ erano passate per le caldaie. Ormai tutte le tende ne erano piene e degli ammassi enormi si rizzavano anche presso le scogliere, pronti a venire caricati.
Dei selvaggi fino allora nessuna traccia.
Il capitano ed i due giovanotti, per rassicurare sempre più i chinesi, i quali vivevano in continue apprensioni, avevano esplorato un lungo tratto di costa, ma senza scoprire alcun australiano. Anche Wan-Horn si era spinto nell’interno della penisola per parecchi chilometri, ma non aveva veduto che delle bande di _kakatoe_ e di pappagalluzzi, o le traccie di qualche kanguro o di qualche casoaro.
Senza dubbio, il capo della tribù dei Warrame aveva cercato di spaventarli con una gradassata qualunque. Forse la sua tribù non esisteva che nella sua immaginazione o doveva essere, per lo meno, assai lontana.
Così almeno supponevano il capitano ed i suoi compagni, quantunque il prigioniero, che era tenuto sempre in fondo alla stiva e con delle solide corde ai piedi ed alle mani, si ostinasse a far credere il contrario, minacciandoli di farli esterminare dai suoi sudditi.
La sesta notte, mentre ormai tutti si tenevano certissimi di non venire più importunati dagli abitanti di quella selvaggia penisola, un avvenimento inatteso produsse fra l’equipaggio una viva emozione.
Mentre i pescatori russavano tranquillamente sotto le tende, gli uomini di quarto che vegliavano attorno ai forni avevano scorto, verso le tre del mattino, un punto luminoso che brillava sulla cima di un’altura situata a tre miglia dalla costa.
Non era fisso poichè cambiava spesso di posizione e di dimensione, ora assumendo delle proporzioni gigantesche ed ora rimpicciolendo a tale segno che diventava appena visibile.
Non ci voleva di più per spargere l’allarme fra quei chinesi, che da cinque giorni vivevano in continua agitazione per tema di un improvviso attacco. In pochi istanti pescatori e marinai furono in piedi, e non pochi si affrettarono a battere in ritirata, avvicinandosi alle scialuppe che erano state legate presso la spiaggia.
Il capitano e Cornelio, che dormivano sotto una tenda mentre Hans e Wan-Horn riposavano a bordo della _giunca_, furono tosto avvertiti.
— Che sia un segnale? chiese il giovanotto.
— Lo temo, Cornelio, rispose il capitano, che fissava attentamente quel fuoco.
— Fatto a chi?
— Forse a qualche tribù.
— O al nostro prigioniero? Forse ignorano che è in nostra mano.
— È possibile anche questa supposizione.
— Che si preparino ad assalirci?
— Chi può dirlo? Odi nulla, tu?
— No, zio.
— Hai paura?
— Paura? Ah no, zio mio!
— Prendi il fucile e andiamo a vedere.
— Vuoi spingerti fino al colle?
— No, ma voglio esplorare i dintorni per rassicurare i nostri chinesi. Se questi poltroni cominciano a spaventarsi, interromperanno la pesca e non scenderanno più a terra.
— E Wan-Horn?
— Rimarrà qui con Hans od i chinesi fuggiranno.
— Andiamo, zio. Il mio fucile è carico.
Wan-Stael mandò a bordo della _giunca_ alcuni pescatori ad avvertire il vecchio marinaio di ciò che accadeva, poi si diresse verso la rupe che chiudeva la baia, seguito dal giovanotto che non manifestava alcun timore.
La notte era oscurissima, essendo la luna tramontata da parecchie ore; ma quel fuoco che continuava a brillare su quelle alture, bastava per guidarli e senza tema che si smarrissero.
Procedendo con precauzione, per non cadere in qualche agguato, il capitano e Cornelio giunsero ben presto ai piedi delle prime rupi e si misero a scalarle, quantunque la salita fosse tutt’altro che facile, essendo assai erta e quasi priva di passaggi.
Giunti sulla cima gettarono uno sguardo sul versante opposto. Dinanzi a loro si estendeva una pianura leggermente ondulata, interrotta qua e là da pochi gruppi d’alberi, e più oltre si drizzavano le alture, le quali si estendevano in forma di semi-cerchio, a circa due miglia verso l’est. Il fuoco continuava a brillare sulla cima più alta ed aveva assunto gigantesche proporzioni. Pareva che colà ardesse un gruppo d’alberi o un gruppo di cespugli.
— Vedi nulla? chiese il capitano al giovanotto.
— Mi sembra di scorgere delle forme umane, agitarsi dinanzi a quella cortina di fiamme, rispose Cornelio.
— Infatti scorgo anch’io delle forme oscure a muoversi.
— Che siano selvaggi o scimmie?
— Il continente australiano non ha scimmie e poi i quadrumani non sanno accendere il fuoco. Odi alcun rumore?
— Le urla dei _warrangal_ e nient’altro.
— Che gli antropofaghi cerchino di spaventarci? si chiese Wan-Stael. Se sperano di farmi levare le àncore prima che termini la pesca, s’ingannano, poichè son deciso a difendermi se verranno ad assalirci.
— Cosa facciamo, zio?
— Andremo innanzi. Bisogna mostrare a questi mangiatori di carne umana, che noi non abbiamo paura.
— Sono pronto a seguirti.
— Forse saremo costretti a sparare il fucile.
— Tu sai che sono un buon tiratore.
— Lo so, sei il migliore di tutti noi. Andiamo, mio valoroso giovanotto.
Si misero a scendere le roccie per giungere nella sottostante pianura. Cornelio, più agile e più destro del capitano, apriva la marcia, cercando i passaggi, lasciandosi scivolare attraverso alle rupi, o balzando di sasso in sasso senza vacillare.
Giunto nella pianura s’arrestò, guardando attentamente dinanzi a sè, ma non vide nulla di sospetto. Colà si estendeva un piccolo bacino, una specie di stagno, le cui sponde erano coperte di _mulghe_, macchie foltissime di cespugli, che raggiungono sovente un’altezza di quindici piedi, e di marra, dette anche madri delle liane per la loro smisurata lunghezza.
— Non avanzare, Cornelio, disse il capitano. Fra queste piante possono nascondersi i selvaggi.
— Non odo alcun rumore, zio.
— Ma mi sembra di aver veduto agitarsi quel _lys_ reale.
— Quale?
— Quello che lancia il suo stelo a venticinque piedi di altezza.
Cornelio guardò nella direzione indicata, ed ai primi chiarori dell’alba, scorse, a trenta passi da un gruppo di _mulghe_, un lungo stelo sormontato da un fiore che doveva avere un diametro di almeno un metro, splendidamente vellutato.
Quantunque non soffiasse un alito di vento, quel fiore oscillava come se fosse stato toccato da qualcuno.
— È vero, zio, diss’egli, armando rapidamente il fucile. Qualche selvaggio è passato accanto a quel lungo stelo.
— Forse ci spiano, Cornelio.
— Andrò a rovistare le _mulghe_.
— Sei pazzo, ragazzo mio?... Tu vuoi prenderti un colpo di lancia in petto o farti fracassare la testa da un _boomerang_.
— Cosa sono questi _boomerangs_? Sono freccie, forse?
— No, ma sono peggiori e non fallano mai. Sono bastoni leggermente ricurvi che gli australiani lanciano a cinquanta ed anche a sessanta metri di distanza e con tale precisione che ti uccidono perfino un uccello. Forse li conosceremo ben presto e tu... ma to’!... questa è strana!...
— Cosa vedi?...
— Guarda laggiù quella fila di cespugli.
— Li vedo, zio.
— Esisteva prima?
— Ma... no, ne sono certo: prima io non l’ho veduta.
— Ed infatti, Cornelio, poco fa ho guardato quel tratto di terreno ed era assolutamente scoperto.
— Ma vuoi che da un istante all’altro sieno spuntati dei cespugli?... Non lo crederò mai, zio.
— Ma ti ripeto che prima il terreno era scoperto.
— Che ci sia sotto qualche diavoleria?