Part 1
EMILIO SALGARI
I PESCATORI DI TREPANG
MILANO TIPOGRAFIA EDITRICE L. F. COGLIATI Corso P. Romana, 17 — 1905
Proprietà Letteraria
CAPO I.
La costa australiana
Ai primi d’aprile del 1850, una di quelle bizzarre navi che i chinesi chiamavano giunche o meglio _ts’ao ch’wan_, di forme rozze e pesanti, colla prua arrotondata e fornita di due grandi cubie[1] che danno a quei velieri l’aspetto di mostri marini, essendo dipinti in modo che quelle aperture sembrano due occhi smisurati, colla poppa larga e molto rialzata e l’alta alberatura fornita di grandi vele, navigava lentamente e con molta precauzione, lungo le coste occidentali della terra di Carpentaria.
Trenta uomini coi crani rasati, ma forniti sulla nuca di una lunga treccia, la pelle del viso giallastra, cogli occhi obliqui, parte semi-nudi ed alcuni coperti da larghe casacche e da larghi calzoni di tela fiorata, stavano allineati lungo i bordi della nave, tenendo in mano i bracci delle manovre e le scotte, per essere pronti ad orientare le vele.
A prua invece, ritto sul castello, un uomo di alta statura coi lineamenti energici, la pelle bruna, vestito all’europea, esaminava attentamente la costa australiana con un cannocchiale. Poteva aver quarant’anni e s’indovinava, anche a prima occhiata, che doveva essere il comandante di quell’equipaggio di chinesi. Dietro di lui due giovanotti, l’uno che non dimostrava più di sedici anni e l’altro venti, e colla pelle ancora bianca, parevano che attendessero, con una certa ansietà, il risultato di quelle minuziose osservazioni.
— Vedi nulla? chiese ad un tratto il più giovane dei due volgendosi verso il comandante.
— No, nipote mio, rispose questi. Non vedo alcun essere vivente.
— E la baia?
— È dinanzi a noi, a due leghe, Hans.
— Sei certo di non ingannarti, zio?
— Un uomo di mare ingannarsi?.... Sono venuto qui l’anno scorso a pescare il _trepang_ e la baia non l’ho scordata.
— Ma perchè osservi così minuziosamente la costa?
— Perchè mi preme la pelle e sopratutto la vostra, nipoti miei.
— Ma cosa temi?
— Siamo in paese selvaggio, Hans. La spiaggia è deserta ora, ma potrebbe, da un istante all’altro, gremirsi di australiani.
— Odiano gli uomini bianchi, forse?
— Non fanno distinzione di razze: bianchi o neri o gialli o rossigni od olivastri, tutti sono buoni per questi mangiatori di carne umana.
— Mangiano gli uomini, questi selvaggi?
— Come noi mangiamo i polli.
— Che canaglie!...
— Hanno fame, Hans. La loro terra non produce, gli animali mancano o sono rari e si rifanno cogli uomini che l’oceano spinge sulle loro sponde.
— Ma noi siamo molti, zio mio.
— Molti!...
— E abbiamo dei fucili e due spingarde.
— Conti sui nostri chinesi, Hans? Bell’equipaggio di conigli!... Ai primi spari si nasconderanno nella stiva.
— Ma non è facile assalire una nave.
— Ma quando saremo costretti a scendere a terra per collocare le caldaie?
— Le caldaie!....
— Voi non sapete ancora cosa sia la pesca del trepang, è vero. Siete ancora marinai d’acqua dolce.
— Oh zio!... esclamarono i due giovanotti.
— Ma diverrete veri marinai più tardi. Diamine! Non si improvvisano i lupi di mare.
— È vero.
— Ehi, Wan-Horn, governa dritta quella punta!.... La vedi?... gridò il comandante.
Un vecchio marinaio dalla barba bianca, colla pelle abbronzata dai venti del mare e dal sole equatoriale e che stava ritto sul cassero, tenendo in mano la ribolla del timone, disse:
— La vedo, capitano. I miei sessant’anni non mi hanno indebolito la vista.
La giunca, che continuava avanzarsi lentamente lungo quella penisola acuta, che si estende fra il mare del Corallo ed il golfo di Carpentaria, prolungandosi attraverso i bassifondi dello stretto di Torres, mise la prua verso una punta rocciosa che pareva celasse una profonda insenatura.
Quella costa, che il comandante continuava ad esaminare con profonda attenzione, appariva assolutamente deserta. S’alzava verso l’est, con piccole ma profonde insenature, con roccie colossali che parevano posassero su scogliere corallifere celate sott’acqua. Non si scorgeva alcun cespuglio nei pressi di quelle spiaggie, ma più lontano si vedeva qualche gruppo di quegli alberi gemmiferi chiamati _eucalipti rostrati_, veri giganti, poichè raggiungono sovente un’altezza di cento cinquanta metri, ma che non danno ombra alcuna, poichè le loro foglie oscure si presentano sempre di profilo.
Il capitano però, non pareva rassicurato di quell’apparente tranquillità che regnava su quelle spiaggie e di quando in quando tendeva gli orecchi, come se volesse raccogliere qualche suono ben differente dai muggiti che producevano le onde nell’infrangersi contro le scogliere.
Anche l’equipaggio chinese pareva inquieto e guardava con diffidenza quelle coste, come se da un istante all’altro dovesse comparire un grave pericolo.
In pochi minuti la _giunca_, che navigava con velocità notevole, essendo alzata una fresca brezza che veniva dall’ovest, superò la punta rocciosa additata dal capitano ed entrò in una vasta baia cinta da scogliere corallifere, le cui sponde scendevano dolcemente verso il mare.
— È questa? chiesero i due giovanotti.
— Sì, rispose il capitano, che ora osservava attentamente l’acqua della baia. Qui vi è una vera fortuna per noi e per l’armatore della giunca.
— Il trepang abbonda? chiese il giovinotto più anziano.
— Sì, Cornelio: faremo una raccolta miracolosa ed in poche settimane.
— Sono impaziente di assistere a questa pesca.
— Un giorno diventerai anche tu un abile pescatore e...
Un grido bizzarro, che pareva venire dalla spiaggia, gli tagliò bruscamente la frase.
— _Cooo-mooo-èèè!..._
— Mille lampi! esclamò il capitano, aggrottando la fronte. L’istinto non m’ingannava!...
— È il grido dei _trepang_? chiese Hans.
— I _trepang_ non hanno voce.
— Di qualche animale? chiese Cornelio.
— Peggio ancora: è il grido di raccolta degli australiani.
— Ma io non li vedo.
— Ma ci hanno veduti loro, disse il capitano, che era diventato pensieroso.
— E temi che ci assalgano?...
— Non ora, ma temo pei miei chinesi. Sapendo di aver vicini quei mangiatori di carne umana, rifiuteranno di sbarcare.
— Capitano Wan-Stael, avete udito? chiese il vecchio marinaio, che aveva abbandonato la ribolla del timone ad un chinese.
— Sì, vecchio mio, ma io non rinuncierò alla pesca. La baia è tappezzata di _trepang_ e non voglio perdere un simile carico che può fruttarci ventimila dollari.
Poi rizzandosi sul castello di prua, tuonò:
— Giù le àncore ed imbrogliate le vele!...
In quell’istesso istante, fra le scogliere della spiaggia, si udì echeggiare il bizzarro grido di prima:
— _Cooo-mooo-èèè!_
— Ancora!... esclamò il capitano. È una minaccia o quei furfanti cercano di spaventare i miei uomini?
— È un grido di raccolta, capitano, disse il vecchio Wan-Horn.
— Che ci sia qualche tribù accampata nei dintorni?
— Voi sapete che durante la stagione della pesca quegli antropofaghi si radunano verso la costa, colla speranza di guadagnare degli arrosti.... Anche l’anno scorso gli equipaggi di tre _giunche_ sono stati divorati dai selvaggi del Capo Jork.
— Lo so, Wan-Horn. Ho veduto i rottami di una di quelle _giunche_, arenati sulle isole Eduard Pellews, ma ci siamo noi e non abbiamo paura degli australiani.
— State però in guardia, capitano. Voi sapete che sono capaci di tagliarci le gomene o di spezzarci le catene delle àncore per mandare la nostra _giunca_ sulle scogliere.
— Apriremo bene gli occhi, Wan-Horn. Intanto farai armare le spingarde e porterai in coperta dei fucili, onde proteggere i nostri pescatori.
Mentre così discorrevano, l’equipaggio chinese aveva gettato le due àncore di prua ed un àncoretto a poppa per meglio ormeggiare la piccola nave, poi aveva calate sul ponte le due più grandi vele degli alberi di trinchetto e di maestra ed imbrogliato il fiocco.
La _giunca_, spinta dalle lunghe ondate che venivano dal golfo di Carpentaria, si era avvicinata alla spiaggia, arrestandosi a circa tre gomene dalle prime scogliere.
— Affrettiamoci, disse il capitano, rivolgendosi verso l’equipaggio. Se tutto va bene, fra tre settimane noi avremo compiuto il nostro carico e fra sei rivedremo quell’ottimo Lià-Khing....
. . . . . . .
L’_Hai-Nam_, tale era il nome della giunca Chinese, era partita un mese prima da Timor, isola che si trova nel mar delle Molucche e che fa parte dell’arcipelago Malese, per la pesca del _trepang_, sotto il comando del capitano Wan-Stael, un olandese di Batavia. In altri tempi Wan-Stael, che godeva fama di valente uomo di mare, aveva navigato per proprio conto e con nave propria, dedicandosi alla pesca dei _trepang_; ma a quarant’anni, quando già si credeva tanto ricco da poter terminare comodamente la sua vita in qualche opulenta città dell’estremo oriente, un colpo di sfortuna l’aveva completamente rovinato.
Una notte tempestosa la sua nave era naufragata nel mar del Corallo, presso le coste australiane, e dei venti uomini che componevano l’equipaggio, lui ed il vecchio Wan-Horn erano riusciti a salvarsi su di un rottame. La sua energia non era però stata fiaccata da quel tremendo disastro. Si sentiva ancora tanto forte da rifare la perduta fortuna, e ritornato a Timor si era tosto offerto ad un ricco negoziante di _trepang_, il Chinese Lià-Khing, il quale non aveva esitato ad affidargli il comando di una delle sue migliori _giunche_, ben sapendo con quale ardito marinaio aveva da fare.
Wan-Stael, quantunque non avesse mai avuto molta fiducia per quelle navi di costruzione chinese, che mal sopportano i furori degli oceani, era partito per le coste settentrionali dell’Australia ed in poche settimane aveva completato il suo carico di quei coriacei molluschi, ma che pure sono cotanto apprezzati sui mercati chinesi e malesi.
Quantunque in quella prima campagna di pesca avesse già fatto dei grossi guadagni, al principiare della nuova stagione aveva ripreso il mare, ma questa volta aveva condotto con sè due nuovi compagni.
Erano due suoi nipoti, orfani da parecchi anni e che egli contava di condurre con sè attraverso il mondo, per farne due abili marinai.
I due giovanotti, già figli di un valente capitano, morto sulle coste del Borneo in uno scontro coi pirati del sultano di Varauni, avevano accettato con entusiasmo la proposta, benchè non ignorassero i pericoli che presenta la pesca del trepang, non perchè quei molluschi siano dotati di armi difensive, tutt’altro, ma per le regioni ove si trovano, le quali sono popolate da selvaggi di pessima fama e che godono una triste celebrità, essendo quasi tutti ghiotti di carne umana.
Erano giovani entrambi, poichè Hans non contava che sedici anni e Cornelio venti, ma il capitano Wan-Stael poteva fare assegnamento sul loro coraggio poichè abituati fin dall’infanzia a scorrere le cupe foreste di Timor, inseguendo arditamente gli animali selvaggi, ed a scorrere il mare pericoloso delle Molucche, non erano tali da indietreggiare dinanzi ad un pericolo qualunque fosse.
Ecco il motivo per cui quella _giunca_, montata da un equipaggio chinese e comandata da uomini bianchi, aveva gettato l’àncora sulle deserte sponde della terra di Carpentaria, in quella profonda baia tappezzata di _trepang_.
CAPO II.
I pescatori di trepang
Non vi è forse un popolo così stravagante come quello chinese, in fatto di cibi. Se apprezza immensamente le pinne di pesce-cane in salsa zuccherata, se è ghiotto dei nidi di rondini marine che danno dei brodi gelatinosi ma insipidi[2], di lombrichi salati, di ranocchi, di topi salati o di cani, sopratutto è consumatore di _trepang_.
Si può dire che da secoli, anzi prima ancora che i navigatori europei conoscessero l’esistenza del quinto continente, le loro navi si recavano sulle spiaggie settentrionali dell’Australia o sulle coste della Nuova Guinea a pescare questo bizzarro mollusco.
La quantità che si esporta sui mercati del Celeste Impero è immensa, ma non è bastante, poichè il chinese tutto sacrificherebbe per un piatto di _trepang_, e crederebbe di non offrire un banchetto completo senza questo manicaretto che può ormai chiamarsi nazionale. Gli Europei, quantunque ultimi venuti, non hanno trascurato questa pesca, e come vi sono i pescatori di balene, di capidogli, di foche e di morse, vi sono così pure i pescatori di _trepang_, i quali, tutti gli anni, nella stagione propizia, salpano dai porti più lontani per recarsi nelle acque dello stretto di Torres o del mar del Corallo o del golfo di Carpentaria, ricavando dei lauti guadagni.
È bensì vero che parecchie navi non tornano più in patria o ritornano cogli equipaggi decimati, ma gli altri pescatori non si spaventano per ciò. Sanno che i selvaggi australiani o papuasi o dell’arcipelago delle Lusiade li attendono, pronti ad approfittare della prima tempesta per recidere le gomene e le catene e mandare le navi a frantumarsi contro quelle pericolose scogliere; sanno pure che se cadono nelle mani di quegli isolani finiscono la loro esistenza sulla punta d’uno spiedo od in un immenso tegame a bollire colla salsa verde, ma ci tornano, perchè i chinesi pagheranno ben cari quei molluschi.
Vedremo in seguito cosa sono questi _trepang_ che l’equipaggio della _Hai-Nam_ si preparava a pescare, malgrado il grido di raccolta degli australiani, che suonava come una funebre minaccia.
Ancorata solidamente la nave, colla prua volta verso l’uscita della baia per essere pronti, in caso di pericolo, ad abbandonare quei paraggi, il capitano Wan-Stael aveva fatto calare in mare una grande scialuppa armata d’una grossa spingarda, e vi era disceso in compagnia del vecchio Wan-Horn, di Hans e di Cornelio.
Curvatosi sul bordo, si era messo a osservare l’acqua con viva attenzione, esplorando il fondo della baia che era perfettamente visibile.
— Sette braccia, diss’egli, con aria soddisfatta. — I nostri pescatori non faticheranno troppo.
— Ma dov’è il _trepang_? chiese Hans.
— Il fondo è tappezzato, rispose il capitano. Non scorgi nulla fra la sabbia e le alghe?
— Mi pare di vedere dei cilindri che si muovono.
— Sono appunto quelle le _olutarie_, o, se ti garba meglio, i trepang che noi pescheremo.
— E sono dei migliori, capitano, disse Wan-Horn. Ecco là i _bankolungan_, più in fondo i _kikisan_, i _talipan_ e laggiù vedo anche i _munang_.
— Che i chinesi pagheranno molto cari, vecchio mio, disse il capitano. Qui vi è una vera fortuna da pescare.
— Ci spiegherete meglio cosa sono queste olutarie? chiese Hans.
— Certo, ragazzo mio, rispose il capitano. Orsù, Wan-Horn, fa scendere i pescatori.
Dieci chinesi semi-nudi, che tenevano infissi, in una larga cintura, dei lunghi coltelli leggermente ricurvi, armi necessarie in quei paraggi che sono frequentati da mostruosi pesci-cani ghiotti di carne umana non meno degli antropofaghi delle coste settentrionali dell’Australia, ad un comando del vecchio marinaio scesero nella scialuppa, recando nella mano sinistra una specie di rete, capace di contenere parecchie _olutarie_.
— Giù, e senza perdere tempo, disse il capitano, dopo d’aver osservata l’entrata della baia, per accertarsi dell’assenza dei pesci-cani.
I dieci pescatori, scelti fra i migliori nuotatori dell’equipaggio, balzarono in acqua con mirabile accordo.
I due giovanotti, curvi sui bordi della scialuppa, seguivano con viva curiosità le operazioni di quei valenti pescatori. L’acqua della baia, che era tranquilla e trasparente come un cristallo, permetteva a loro di distinguere nettamente quegli uomini, i quali agivano rapidamente, strappando i molluschi, che tosto cacciavano nella rete.
Ben presto il primo, che non aveva impiegato un mezzo minuto, ricomparve a galla. La sua rete, piena da scoppiare, venne tosto afferrata dal vecchio Wan-Horn, il quale la rovesciò nel fondo della scialuppa, facendo uscire una decina di _olutarie_.
— Che molluschi sono? chiesero Hans e Cornelio, che si erano curvati per meglio osservarli.
— I _trepang_, disse il capitano, e dei migliori, ragazzi miei.
— Sembrano cilindri rugosi, disse Cornelio.
— Ma con dei tentacoli, disse Hans.
Il capitano prese uno di quei molluschi e lo fece vedere ai nipoti. Quello strano abitante del mare, rassomigliava infatti ad un cilindro, munito ad una estremità d’un circolo di tentacoli piumosi, ma senza testa, senza occhi, e con un buco che doveva essere certamente la bocca.
Misurava dai dodici ai quindici pollici da una estremità all’altra e la sua pelle, che pareva assai resistente, mostrava lungo il corpo delle cavità molto singolari, ma che ora apparivano ed ora scomparivano.
— È una _olutaria bankolungan_, diss’egli. È una specie assai pregiata e che si paga cara dai chinesi.
— Ma come sono conformati questi molluschi? Io non vedo nè testa, nè occhi.
— Non hanno nè l’una, nè gli altri, Cornelio, disse il capitano; anzi, sono perfino sprovvisti di organi per l’odorato e per l’udito. Il loro corpo è un vero sacco fornito di muscoli robustissimi, duri, resistenti, che pare non abbia che una sola occupazione: quella di divorare sempre.
Vivono in grandi famiglie in fondo alle baie, dove l’acqua è tranquilla e trasparente, strisciando a mo’ dei vermi, aiutandosi colle sporgenze che crescono sui loro corpi e si nutrono di alghe marine, di fuchi, e ingoiano perfino della sabbia, delle pietruzze e dei pezzetti di corallo.
— Che stomachi! esclamò Hans. Devono possedere un apparato digestivo assai potente.
— Il loro stomaco è un tubo che si distende dalla bocca all’estremità opposta del corpo, senza alcuna dilatazione. Il cibo non fa quindi che passare; entra dalla bocca ed esce dall’altra parte, quasi senza arrestarsi.
— Ma questi tentacoli che circondano la bocca, a cosa servono?
— Ad afferrare gli oggetti, le alghe, le pietruzze, ecc.
— Ma mi pare che ne manchino alcuni.
— È vero, Hans. I pesci assalgono spesso le _olutarie_ e se non sono piccoli divorano i tentacoli, ma non sempre però, poichè questi molluschi possono ritirarli a loro piacimento. Anche perdendoli, le _olutarie_ non ne restano prive per sempre, poichè si riproducono in capo ad un certo tempo. Prendi ora questa _bankolungan_ che è ancora viva e stringila un po’ fra le tue mani.
Il giovanotto prese l’_olutaria_ e la compresse; subito si vide il mollusco contrarsi in modo da formare una specie di palla, schizzare fuori un getto d’acqua e poi una materia oscura che si distese sull’orlo della bocca.
— Sono gl’intestini del mollusco, disse il capitano, prevenendo la domanda dei nipoti. La loro contrazione muscolare è così potente, che produce perfino l’espulsione dei visceri.
— Se io gettassi quest’_olutaria_ in acqua, morrebbe ora?
— No, anche se tu le strappassi gl’intestini, poichè non tarderebbe a riprodurli.
— È strana! esclamarono i due giovanotti al colmo della sorpresa.
— E questa è più strana! esclamò il capitano, raccogliendo un’altra _olutaria_ che stava emettendo dalla bocca un pesciolino lungo pochi centimetri ed ancora vivo.
— È un pesciolino che non ha potuto digerire? chiese Cornelio.
— No, è il compagno delle olutarie, rispose il capitano.
— Non ti comprendo.
— Mi spiegherò meglio. Questi pesciolini, non si sa ancora per qual motivo, vivono nel ventre di questi molluschi. Entrano per la bocca, si cacciano fra le viscere e la pelle e stanno colà come se fossero in casa loro.
— E le _olutarie_ li tollerano?
— Sì, poichè colla loro potente contrazione muscolare potrebbero espellerli facilmente, ed invece li lasciano in pace, come fossero amici di casa.
— È meraviglioso!... esclamò Hans. E non soffrono per la presenza di quell’intruso?
— Non sembra; se soffrissero, lo caccerebbero via.
— Ma dimmi, o zio, chiese Cornelio, sono eccellenti questi molluschi?
— Hanno un sapore di gambero, ma sono duri, e per mangiarli ci vogliono dei buoni denti, poichè sono elastici come la gomma. I chinesi, i malesi ed i cocincinesi li apprezzano assai, ma noi europei li lasciamo volentieri a quei ghiottoni e preferiamo i pesci che sono molto più saporiti e più delicati.
— Pure si paga caro il _trepang_.
— Carissimo, Cornelio. Le qualità migliori si pagano sui mercati chinesi dai venti ai trentacinque dollari il _pikul_[3]; altre più scadenti, dieci dollari ed anche sei.
— I pescatori devono fare delle rapide fortune.
— Non sempre, Hans, poichè anche le olutarie, al pari delle balene, cominciano a scarseggiare. Certe isole, che un tempo erano ricche di molluschi, ora ne sono prive in causa della improvvida pesca sterminatrice, fatta specialmente dalle navi europee ed americane.
Alcuni anni or sono le isole Sikana erano celebri per la quantità di _trepang_ che vi si trovava, ma dopo che un capitano americano ne portò via duecentosessantacinque _pikul_, durante il 1845, e il capitano Muyne quasi altrettanti nel 1847, non si trovano più _olutarie_ su quelle spiaggie.
Basta per ora, ragazzi miei, facciamo armare l’altra scialuppa e andiamo a collocare le caldaie.
— Le caldaie! esclamò Cornelio. Cosa vuoi fare?
— Sono necessarie per la preparazione del _trepang_.
— Ed i selvaggi? chiese Hans. Ci lasceranno tranquilli?
— Non hai udito poco fa quel grido?
— Non oseranno avvicinarsi, per ora, almeno lo spero. Sanno che gli uomini bianchi possiedono armi da fuoco e di queste hanno paura. Ehi, Wan-Horn! Fa mettere in mare la seconda scialuppa!
Il vecchio marinaio, che era risalito a bordo della _giunca_, s’affrettò ad obbedire. L’imbarcazione, che era sospesa alle grue di poppa, venne calata in acqua col mezzo di paranchi e dieci chinesi armati di fucili la occuparono.
— Giù le caldaie ed il combustibile, comandò Wan-Horn che era pure sceso.
Due grandi bacini di rame, del diametro di un metro e della profondità di trentacinque o quaranta centimetri, ed una grossa provvista di legname vennero calati nell’imbarcazione, unitamente a delle schiumarole di gran mole e ad alcuni arpioni.
— È carica la spingarda? chiese il capitano.
— A mitraglia! rispose il vecchio marinaio. Se ai mangiatori di carne umana salterà il ticchio d’importunarci, scalderemo per bene i loro magri dorsi.
— Andiamo, ragazzi miei, disse Wan-Stael ai nipoti.
Passarono sulla seconda scialuppa ed i chinesi si misero ad arrancare, spingendola verso la spiaggia.
Bastarono pochi minuti per superare la distanza e le pericolose scogliere che facevano corona alla spiaggia, contro le quali si rompevano, con cupi fragori, le ondate della risacca.
— Alto, disse Wan-Stael, prima che la scialuppa toccasse la sponda.
Si rizzò sulla banchina di prua e lanciò un lungo sguardo sulla costa che era cosparsa di roccie enormi, le quali si alzavano in forma di anfiteatro. Malgrado il segnale di raccolta udito poco prima, non si vedeva alcuna creatura umana e non si udiva alcun rumore sospetto; solamente una piccola banda di _cakatoe_, splendidi uccelli dalle penne porporine e bianche come la neve e il capo sormontato da un ciuffo ricadente all’indietro, cicalavano fra i rami di un piccolo _black wood_ (albero del legno nero) che cresceva stentatamente fra le sabbie.
— Nulla di sospetto? chiese Wan-Horn.
— No, vecchio mio; sbarchiamo.
La scialuppa, con pochi colpi di remo, s’accostò alla spiaggia, incagliandosi nella sabbia.
Il capitano, i due giovanotti e il marinaio scesero, portando con loro quattro fucili, quindi sbarcarono i chinesi recando il legname, le due caldaie, le schiumarole e gli arpioni.
A breve distanza dalla spiaggia, Wan-Stael indicò due muricciuoli circolari, formati di frammenti di roccia e che parevano destinati a servire da forni.
— I selvaggi li hanno rispettati, diss’egli.
— Cosa sono? chiese Hans.
— I nostri fornelli costruiti l’anno scorso. Al lavoro, giovanotti, la seconda scialuppa sta per giungere.
I chinesi accumularono nei due fornelli parte del combustibile che avevano recato, vi diedero fuoco, poi collocarono sopra i due grandi bacini riempiendoli d’acqua marina.