I Moncalvo

Part 8

Chapter 83,713 wordsPublic domain

— Certo doveva esser molto più poetico.... Però dentro questo ricinto si è come fuori del mondo.

— Mai abbastanza, mai abbastanza.

— Bisogna pure adattarsi a vivere in questo mondaccio, — obbiettò monsignore.

— Lo sappiamo che lei ci si è adattato anche troppo, — disse la Oroboni tra scherzosa e severa.

La signora Rachele si ricordò di certe allusioni di suo marito. Pareva che monsignor de Luchi avesse qualche peccatuccio sulla coscienza, qualche infrazione a uno dei voti pronunziati nell'abbracciare il sacerdozio.... Ma chi si salva dalla calunnia? Perfino dell'austera principessa Olimpia si voleva far credere che in gioventù avesse avuto le sue debolezze....

E la Rachele Moncalvo era dispostissima a crederlo, trovandovi una scusa alle sue scappatelle recenti, concludendo che nella _high life_ tutti fanno lo stesso, e deplorando sempre più di non esser cattolica per non poter di tratto in tratto aggiustare i conti con Domeneddio.

— Non frequenta la società? — chiese la Mariannina a don Cesarino, il quale aveva accennato alle sue abitudini quasi claustrali.

— La frequentai per poco, — egli rispose. — Ora non ci vado mai.

— E pure, — seguitò la ragazza, — col suo nome, con la sua posizione tutti devono farle festa.

Egli tentennò il capo.

— Non creda.

Era per don Cesarino un tema penoso. Sì, aveva frequentato la società per due inverni consecutivi quando sua madre sperava che, come altri principi romani, anch'egli si accaparrasse una sposa fra le miliardarie che l'America manda di qua dall'Oceano a scambiare i loro dollari coi titoli della vecchia Europa. E invano le intraprendenti _misses_ gli si erano affollate intorno piene di buona volontà; ma l'audacia della loro _flirtation_, anzichè ingalluzzirlo, lo aveva sgomentato, aveva cresciuto la sua ripugnanza per le femmine in genere, aveva acuito il suo desiderio di non incontrar sul suo cammino nessuna di queste creature fragili e perverse. Ed egli aveva attraversato un periodo d'esaltazione religiosa durante il quale sua madre e monsignor de Luchi avevano avuto un bel da fare a impedirgli d'entrare in un chiostro. Oggi non gli pareva di esser più quello, e mentre camminava a fianco della bella semita e sentiva sotto il suo braccio la molle pressione del braccio di lei, gli si trasfondeva nel sangue un ardore che le superbe americane non avevano saputo comunicargli, un ardore fatto di spasimi e di voluttà, che gli dava, insieme con vaghi terrori ascetici, un'inusata baldanza, una coscienza nuova di potere e di forza.

Vedendolo preoccupato, la Mariannina taceva.

— Perchè tace? — domandò Cesarino. — L'ascolto così volentieri! Ha una voce così dolce.... Dovrebbe cantar così bene!

— Oh, no davvero.

— Conosce la musica però?

— Suono il pianoforte.... E studiavo anche il canto.

— Ha smesso?

— Ho studiato un poco quand'ero a Parigi.... Poi siamo partite, e non ho ancora ripreso.

— Ma riprenderà?

— Forse.

— Ha viaggiato molto?

— Molto.... Da bambina in su.... Ho girato quasi tutta l'Europa e per parecchi anni ho abitato l'Egitto.

— Dev'esser bello viaggiare, — sospirò don Cesarino. — Io vorrei andare in Terra Santa.

— Oh, quello sarebbe il mio sogno, — esclamò la Mariannina con un entusiasmo che pareva sincero.

Ma il giovine principe la guardò alquanto meravigliato. Che fascino poteva avere la Terra Santa per lei, la reproba, la discendente dei crocifissori di Cristo?

Pure, riordinando con uno sforzo di memoria e d'intelligenza le sue monche cognizioni di storia sacra, pensò che anch'ella era legata a quei luoghi dalle tradizioni degli avi, dalla pietà del suo tempio ch'era stato distrutto, del suo popolo ch'era stato disperso.

In verità, don Cesarino attribuiva all'esclamazione enfatica della ricca ereditiera un significato assolutamente fantastico. Nell'entusiasmo di lei per la Palestina non entravano nè i ricordi dei padiglioni di Giacobbe, nè quelli del tempio di Salomone. La sua era una curiosità tutta mondana di fanciulla viziata, in cerca d'impressioni sempre nuove e diverse. A Gerusalemme ella non si sarebbe certo unita alla schiera dei fanatici che singhiozzano ogni venerdì sulle rovine del Santuario, non avrebbe, come i moderni Sionisti, studiato sul posto il piano edilizio della capitale d'un nuovo Regno d'Israello, ma, seduta alla tavola rotonda del _New Grand Hôtel_, dissimulando studiosamente le sue origini, avrebbe, con le inglesi di Cook, preso gli accordi per le gite a Gerico, al Giordano, al Mar Morto.

Pure don Cesarino, nei grandi occhi a mandorla della Mariannina, negli occhi umidi, luminosi e profondi, seguitava a leggere ciò che non v'era. Vi leggeva, insieme col rimpianto delle glorie tramontate per sempre, l'avvilimento di una condanna che non ha remissione, l'anelito ardente a sollevarsi, a redimersi. E si esaltava all'idea di rialzare con la sua mano quell'angelo fulminato, di riscattar quell'anima a cui le colpe dei padri avevano reciso le ali.... Ah, purificarla con l'acqua lustrale, insegnarle le verità della fede, e poi, a suggello della conversione, portarla seco penitente contrita al sepolcro di Cristo, che sogno magnifico, che felicità nuova e insperata! Pareva a don Cesarino che un fascio di raggi squarciasse ad un tratto il cielo grigio della sua vita, gli aprisse le vie chiuse dell'avvenire.

La principessa madre si voltò bruscamente verso il figliuolo e gli disse:

— Fa freddo. Si rientra in casa.

Nel salotto terreno, che un'ombra discreta occupava in quel pomeriggio invernale, il vecchio Plinio servì la cioccolata e i biscotti. Le sue mani rattratte tremavano, il suo sguardo interrogatore si fermava a vicenda sulla principessa Olimpia, su don Cesarino, su monsignor de Luchi e sugli ospiti strani che mal dissimulavano l'arroganza di risaliti sotto i modi umili e deferenti. Ed egli, che non poteva incontrar l'equipaggio dei Moncalvo senza fare una smorfia che involgeva nel medesimo disprezzo i cavalli e chi li guidava, la carrozza e chi vi stava dentro, egli aveva ora la mortificazione di sentir donna Olimpia domandare alla signora Rachele se voleva un altro pezzo di zucchero e di veder don Cesarino in adorazione davanti alla Mariannina come davanti a un'immagine sacra. Che tempi eran questi? Era possibile che gli Oroboni si umiliassero ai Moncalvo solo perchè i Moncalvo eran ricchi? Possibile che al danaro sacrificassero la loro dignità? E pensare ch'egli, povero in canna com'era, rinunziava già da più anni a riscuotere il suo salario pur di non abbandonare i suoi antichi padroni!

— Tirate le tende che coprono i medaglioni, — ordinò la principessa.

Apparvero allora, nelle cornici stinte e polverose, i ritratti di famiglia che monsignor de Luchi si affrettò ad illustrare. Quel vecchio segaligno, con lo zucchetto rosso in capo, era il nobiluomo Andrea, patrizio veneto (chè veneta era l'origine della famiglia) e cardinale di Santa Chiesa, competitore di Camillo Borghese (che fu poi Paolo V) al soglio pontificio, non riuscito per le mene di Francia. Quello alla sua destra, nell'ampia zimarra guernita d'ermellino, era il fratello di lui, Nicolò Alvise, cavaliere e procuratore della Serenissima, dipinto da uno scolaro del Tintoretto: venivano quindi due nipoti, don Antonio e don Marco, e il pronipote cardinale Pietro, istitutore dell'Accademia oroboniana, quegli che, rotto ormai ogni legame con la Repubblica di Venezia, aveva richiamati in Roma il padre e lo zio e piantata qui stabile dimora. Ultimo, in ordine cronologico, il bisavolo di don Cesarino, cameriere segreto di Gregorio XVI, morto di crepacuore il giorno della fuga di Pio IX a Gaeta. Sola fra tanti uomini una donna, la sposa di don Marco, schietto sangue romano, Tarquinia dei principi Altieri, la piccola testa superba eretta sul collo bianchissimo e sulle spalle opulente, metteva una nota giovanile in quel malinconico concerto di faccie serie e aggrinzite.

Don Cesarino si chinò all'orecchio della Mariannina.

— Quel ritratto la ricorda.

— Ricorda me? — chiese la ragazza imporporandosi in viso.

— Sì.... Nell'arco delle ciglia, nel taglio della bocca.

A un cenno della principessa le tende si riabbassarono e gli antenati di don Cesarino furono sottratti alla mortificazione di nuovi confronti.

— Non oso invitarla da noi, — disse timidamente la signora Rachele al momento di accommiatarsi. — Sarebbe troppo onore.

— Grazie, — rispose la principessa, alzandosi in piedi. — Noi non andiamo da nessuno.

E con quel _noi_ ella comprendeva anche suo figlio.

— Mi permetta almeno di venir di tratto in tratto a ossequiarla.... con la Mariannina.

Donna Olimpia assentì freddamente con un cenno.

— Venga.... facendomi avvertir prima da monsignore.

— Esco anch'io, — disse il sacerdote.

— E io accompagno le signore fino al portone, — annunziò don Cesarino, evitando di guardare in viso la madre.

La signora Rachele, appena fu in giardino, sicura di non essere udita da altri, perchè la figliuola e don Cesarino erano rimasti indietro, non potè trattenersi da un piccolo sfogo con monsignor de Luchi.

— Auff!... Una gran dama.... dalla punta delle unghie alla radice dei capelli.... su questo non c'è dubbio.... ma, diamine, vi gela.... Le nostre regine.... lasciamo stare le opinioni.... sono infinitamente più alla mano.

Don Paolo, di fronte alle singolari riserve della signora Rachele Moncalvo, si sentì in obbligo di dichiarare che per le due regine (non disse le _nostre_) egli aveva una gran devozione.

La regina Margherita sopra tutto era una pia e santa donna, molto affezionata alla Chiesa. In quanto alla principessa Olimpia, bisognava mettersi nei suoi panni.... Quello che accadeva era così nuovo per lei, così lontano dalle idee in cui ell'era cresciuta....

— Ma vorrei sapere quello che s'è concluso con questa visita, — insistè la signora Rachele. — Non una parola, non un'allusione al vincolo che dovrebbe unire le nostre famiglie.

Monsignor de Luchi sorrise.

— Un po' di pazienza, signora Moncalvo, un po' di pazienza.... Le cose sono ormai messe in modo che non c'è più pericolo di tornare indietro.... Dove sono quei due ragazzi?

Con la scusa di mostrarle una quercia che, secondo la fama, era stata piantata nel 1660, don Cesarino aveva condotto la Mariannina per un sentiero che riusciva ugualmente alla porta d'ingresso, ma vi riusciva allungando il cammino di un centinaio di passi. Così per un momento i due giovani furono perduti d'occhio.

— Ci rivedremo presto? — supplicava don Cesarino premendo forte il braccio della ragazza.

— Mah! — fece ella guardando in terra. Pareva assorta nella contemplazione di un sassolino che aveva il colore dei lapislazzuli. — Dipende dalla sua mamma.... Non ha l'aria d'esser molto entusiasta di me, la sua mamma.

— È il suo carattere, — ribattè don Cesarino. — Ha avuto tanti dispiaceri nella vita.... Ma quando la mamma saprà ch'io desidero molto.... molto di vederla.... e di vederla spesso.... sempre....

— Oh.... sempre.... Sarebbe noioso.... — disse la Mariannina, giocherellando con un ciondolo che le pendeva dalla catena dell'orologio.

— Sì, sì, — confermò il giovine. — Non ischerzo mica. E avrei bisogno di parlarle a lungo.... Se venissi da lei, mi chiuderebbe la porta in faccia?

— No, purchè venisse col consenso della sua mamma.

La Mariannina aveva capito benissimo che per meglio conquistare il cuore di don Cesarino le conveniva far la ritrosa e mostrarsi deferente al principio d'autorità.

— Zitto! — ella disse tendendo l'orecchio. — Mi chiamano.

— Mariannina! Mariannina! — chiamava infatti la signora Rachele, ch'era ferma presso il portone con monsignor de Luchi.

— Eccomi, eccomi.... Via.... che cosa fa?

Quest'interrogazione della ragazza era rivolta al principino Oroboni che le avea afferrato la mano e gliela baciava avidamente.

— Le voglio tanto bene, — balbettava il giovine, rosso, infiammato in viso.

— Tss! — fece ella portandosi l'indice alla bocca.

E si liberò per raggiunger la madre.

Mentre questo accadeva in giardino, nel salotto terreno, di dove i visitatori erano usciti, il servo Plinio s'indugiava a raccogliere le tazze di cioccolata per metterle nel vassoio e riportarle in cucina. Evidentemente egli avrebbe voluto parlare, ma non osava.

Donna Olimpia, ch'era sprofondata nella poltrona, immersa nei suoi pensieri, si scosse all'acciottolìo delle porcellane e ammonì:

— Abbiate riguardo.... è l'ultimo servizio di vecchio Sassonia che ci rimane.... Che c'è? — ella soggiunse udendo come il suono d'un gemito represso.

Plinio non rispose; la principessa che aveva l'animo esulcerato si lasciò scappare una frase ingiusta e cattiva:

— Eh, chi sa che fra poco non possiate riscuotere i vostri arretrati di salario.

A quest'offesa, che inchiudeva una vaga conferma dei gravi avvenimenti temuti, l'antico domestico traballò come se avesse ricevuto una mazzata sul capo; ebbe appena la forza di deporre sul tavolino il vassoio carico delle sue tazze (e se il vassoio non si rovesciò, bisogna credere che c'è un Dio anche per le porcellane di Sassonia) e si precipitò, singhiozzando, fuori della camera nella quale irruppe con impeto uguale e quasi contemporaneamente don Cesarino.

— Mamma, mamma, — esclamò il giovine principe, gettandosi ai piedi di donna Olimpia e stringendole le ginocchia: — la voglio, la voglio.

IX.

Gl'incontri del pittore Brulati.

Un paio di giorni dopo, fra il tocco e le due, il pittore Brulati tornava, per via Merulana, da una gita a piedi fuori di porta San Giovanni, ove aveva invitato due amici francesi a colazione da un oste di sua conoscenza. Gli amici s'erano voluti fermare al Museo Lateranense; egli aveva stimato più igienico di proseguire il suo cammino, e con la testa alta, con le mani sprofondate nelle tasche del soprabito aspirava voluttuosamente l'aria vibrante di quel freddo e limpido pomeriggio di dicembre, fatto apposta per dissipare i vapori del vino di Frascati, bevuto forse in quantità maggiore del necessario. E invero le sue idee, un po' confuse in principio della lunga via Merulana, andavano riordinandosi a grado a grado, tantochè prima di giungere a Santa Maria Maggiore egli si ricordò, fra l'altre cose, che non aveva più sigari. Entrò da un tabaccaio, rifornì il suo astuccio, comprò quattro cartoline postali, e nell'uscir dalla bottega s'incontrò faccia a faccia con la signora Rachele Moncalvo, ch'era scesa in quel momento da un tram.

Il pittore non seppe frenare un oh di maraviglia; la signora, a cui l'incontro riusciva tutt'altro che gradevole, arrossì sotto il velo che le copriva il viso, ma con una grande padronanza di sè tirò fuori dal piccolo manicotto di màrtora la destra inguantata e la porse, celiando, a Brulati.

— Ebbene, Brulati, sa ch'è buffo? Mi guarda come una bestia rara.... Dica la verità; le pare impossibile che una donna amante di tutti i suoi comodi, avvezza a fare il suo chilo dopo ogni pasto, sia uscita a quest'ora e invece di ordinare che le attacchino il suo _fiacre_ ben chiuso e ben ovattato, sia venuta fin qui in un tram ove si gela? Che vuole? Vado a portar qualche soccorso a una povera famiglia che abita in queste vicinanze e preferisco di non arrivarvi in carrozza.

Brulati approvò il delicato pensiero, e si mise macchinalmente a fianco della signora Moncalvo.

— Va da quella parte? — egli chiese.

— Sì.... La parte opposta di quella per cui va lei.... Arrivederci, Brulati.... Non si svii per causa mia.

— Oh, posso benissimo accompagnarla per un tratto di strada, — disse il pittore con uno squisito senso di opportunità.

La signora Rachele lo avrebbe mangiato vivo, e in fatti gli mostrò i denti ch'erano ancora bellissimi, ma glieli mostrò atteggiando la bocca a un sorriso.

— Ecco, le permetto di venir fin là.... fino a quel candelabro.... Niente di più.

Intanto ella pensava: — Che cretino!... E lo dicono un artista di genio!... Non capisce nulla.... Però.... se capisse, sarebbe peggio.... Se poi va a raccontare a tutti che m'ha vista qui....

E ripigliò a voce alta:

— Sono opere che acquistano tanto maggior pregio quanto più sono segrete.... Non so davvero perchè ne abbia parlato con lei... E non mi tradisca, le raccomando.... Gabrio e la Mariannina mi canzonerebbero.... A sentir loro, si spende anche troppo in beneficenze....

— In fatti, — osservò il pittore, — i Moncalvo hanno la riputazione di esser munifici.

— Sicuro, — soggiunse la signora Rachele, — mio marito non rifiuta mai il suo nome e il suo danaro.... ma la carità nascosta è la migliore.... Quante miserie resterebbero ignorate se non facessimo un piccolo sforzo per cercarle!

— Pur troppo, pur troppo, — sospirò Brulati mentre la signora rallentava il passo, e pur fingendosi disinvolta guardava sospettosa intorno a sè.

A un tratto ella si fermò sui due piedi e disse in tuono deciso:

— Addio, Brulati.... L'aspettiamo domani a pranzo.... E siamo intesi, non una parola di questo incontro....

— Non dubiti.... Anzi vorrei....

— Che cosa? — chiese la signora Rachele frenando a stento la sua impazienza.

— Ecco, — riprese l'artista tirando fuori di tasca il portafoglio, — poichè mi ha onorato di una sua confidenza, vorrei partecipare anch'io all'opera buona che fa.... vorrei offrire il mio obolo a quella povera famiglia....

— O che ghiribizzi le saltano in testa?... Neanche per idea.... No, no.... A ogni modo sarà per un'altra volta.... Grazie, e arrivederci.

Ma quel benedetto Brulati insistette tanto che ella, non vedendo altra via di liberarsene, finì con l'accettare il biglietto da 25 lire che egli si ostinava a metterle in mano, e rinnovando un _grazie_ affrettato si allontanò rapidamente. Chi le fosse passato vicino in quel momento avrebbe notato l'espressione strana della sua fisonomia, e l'avrebbe sentita brontolare: — Imbecille! Che cosa ne faccio ora di queste venticinque lire?

Brulati, dal canto suo, rimessosi in cammino, si abbandonava a gravi considerazioni.

— Benedette donne! Chi le indovina mai?... Io non avrei creduto che questa signora Moncalvo avesse spiriti così filantropici.... Non che sia avara, tutt'altro, ma mi pareva più disposta alla carità fastosa che alla carità segreta.... È vero che quasi quasi se ne vergogna e aveva l'aria di voler strapazzarmi per averla sorpresa.... Anche le mie venticinque lire come le ha ricevute!... Capisco che son poche, ma non ho mica i suoi milioni, io.... Ognuno fa quello che può.

A questo punto l'ottimo Brulati vide qualche cosa che mutò bruscamente il corso de' suoi pensieri. Una carrozzella, che il cocchiere spingeva con la maggior velocità consentita dal modesto bucefalo che vi era attaccato, per scansar un tram, rasentò il marciapiede rischiando di arrotare una vecchia che traversava la strada e conduceva a mano un fanciullo. Il fanciullo pianse per la paura, la vecchia inveì contro il fiaccheraio e il fiaccheraio inveì contro la vecchia, mentre un signore impellicciato ch'era nella vettura dava segni manifesti d'impazienza e urlava: — Avanti! Non perdiamoci in chiacchiere, che già non è successo nulla.

In fatti il _fiacre_ ripigliò la sua corsa, non prima però che Brulati avesse riconosciuto nel signore impellicciato il conte Ugolini Ruschi. Era dubbio se questi avesse riconosciuto lui; certo che i due non si salutarono. Ma l'artista sostò un minuto a guardar quella carrozzella che si perdeva nella direzione presa pur dianzi dalla Rachele Moncalvo, e non potè a meno di esclamare: — Tò! Che anche il conte abbia un'opera di carità da queste parti?

Messo per questa via, Brulati si ricordò delle voci che gli erano pervenute all'orecchio e che egli non aveva voluto raccogliere, si ricordò di atti, di parole a cui egli non aveva badato e che ora gli sembravano prove chiare e lampanti dell'intimità della Moncalvo col conte, e, ci dispiace dirlo, finì col gratificarsi dei medesimi titoli onde la signora Rachele lo aveva gratificato in cuor suo: — Imbecille! Cretino!

Camminava con passo frettoloso, gesticolando in modo strano e borbottando frasi slegate ove gl'improperî contro se stesso si alternavano con quelli contro la Rachele Moncalvo.

— Ah un'opera di carità!... Sfacciata!... E io idiota!... E le ho dato venticinque lire!... Si può esser più balordi di così?... Ma che ipocrita!... Con quell'unzione!... Con quell'aria di donna che cerca le miserie segrete!... Non vuol che si scopra.... Sfido io!... E pure sapevo ch'era vana, ambiziosa all'eccesso.... Ma corrotta non la credevo.... Asino!... Perchè non la credevo corrotta?... Perchè la credevo diversa dalle gran dame con le quali s'imbranca?... Ah, ah, ah!... E anela a entrar nel grembo della Chiesa?... Naturale.... Ve la condurrà il cavaliere di Malta.... Già, quando le donne si dànno in braccio alla fede, c'è da aspettarsi il peggio.... Il marito, s'intende, non si era accorto di nulla.... come, del resto, non mi ero accorto io.... che, se avessi potuto supporre, avrei posto la mia candidatura.... Perchè no?... È sempre un boccone appetitoso e avrei fatto miglior figura a concluder qualche cosa con lei che ad adorar platonicamente quel fior di civetta ch'è la sua figliuola.... Se fossi in tempo?... Se provassi?... Non sarebbe delicato, capisco, come amico di famiglia.... amico del commendatore.... Ma chi bada a queste fisime, ormai?... È un mondo di carogne, e gli schizzinosi stanno freschi.... Povero commendatore!... In affari sarà un uomo di genio, in casa avrà la sorte comune.... E se poi non fosse vero?... Se si trattasse d'una semplice coincidenza?... Se il ritrovo galante fosse un parto della mia fantasia?... Tò!... Eccomi da capo con le mie ingenuità.... È vero, verissimo, arcivero.... Imbecille! Cretino!

In queste bizzarre disposizioni d'animo Brulati giunse nel suo studio in piazza dell'Esquilino, ove la modella lo aspettava da un'ora e lo accolse con poca amabilità.

— Non son mica la tua serva, io, — disse la Trasteverina dalle forme opulente. — M'hai fatto venire alle due e sono le tre passate.... T'avviso che prima delle quattro voglio esser libera....

Ella gli dava del _tu_ non perchè potesse vantare alcun diritto su lui, ma perchè quel pronome l'era più familiare e l'usava quasi con tutti.

— Non è vero che sian le tre passate, — rispose Brulati guardando l'orologio, — ma non sono in vena di lavorare neppur io, e ti metto in libertà addirittura.

— Un momento, — riprese la popolana riagganciandosi i bottoni del corpetto. — Mi pagherai la mia giornata.... Non è colpa mia....

— S'intende che ti pago, — interruppe l'artista. E le consegnò cinque lire. — Sono meno di venticinque e sono spese meglio.

La modella fece un viso maravigliato.

— Lo so che non puoi capire, — soggiunse Brulati. E battendole amichevolmente sulla spalla le chiese: — Dunque per le quattro devi esser libera?... Hai anche tu un'opera di carità?... Non capisci nemmen questo?

— Vossignoria parla in un certo modo! — biascicò la donna richiamata al senso delle distanze sociali da quel linguaggio sibillino.

— Hai ragione.... Vattene con Dio.

— E per domani?

— Domani alle nove, senza fallo.

Brulati uscì di lì a poco, senza nè mèta nè scopo, tanto per consumare il tempo, e poichè nella mattina aveva camminato anche più del bisogno prese il primo tram che gli capitò e scese a San Silvestro.... Il Corso, ove giunse in due passi, era pieno di movimento, come suol essere nei pomeriggi invernali. Davanti al Caffè Aragno qualcheduno lo chiamò: — Brulati, o Brulati!

Era il commendator Gabrio Moncalvo. Dopo la moglie, il marito.

Il commendatore, fermo sul marciapiede del Caffè, in mezzo a un gruppo di _notabilità_ finanziarie, gli fece segno di avvicinarsi.

— Bravo, Brulati, ora mi accompagna fino alla Banca.... Non occorrono presentazioni.... Non è chi non conosca il nostro Brulati, uno dei nostri artisti più geniali....

— Oh, prego....

Tutti chinarono il capo con aria di degnazione. Eran tutti commendatori; uno, con un nome tedesco, grosso, rubicondo, con una tuba grigia fasciata di nero, era barone per soprammercato.