I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2
Part 8
--Adagio,» soggiunse Annetta; «è la signora di cui verrò a parlarvi. Essa abitava nel castello, ed aveva, come potete immaginarvelo, un gran treno. Il padrone veniva spesso a visitarla; se ne innamorò e le offrì di sposarla; erano parenti alla lontana, ma ciò non importava. La signora amava un altro, e non volle saperne di lui, per cui dicono montasse sulle furie; e voi ben sapete qual uomo sia quando è in collera. Forse lo vide ella in uno di questi trasporti, e lo rifiutò. Ma, come vi diceva, essa parea trista, infelice, e ciò per molto tempo. O Dio! Che rumore è questo? Non sentite, signorina?
--È il vento,» disse Emilia; «prosiegui il tuo racconto.
--Come vi diceva, essa era afflitta ed infelice, passeggiava sola sul terrazzo, sotto le finestre, e là piangeva amaramente... Tutto ciò l'ho inteso dire a Venezia; ma ciò che segue, lo seppi oggi soltanto: il caso è accaduto molti anni addietro, allorchè il signor Montoni era ancor giovine; la dama si chiamava la signora Laurentini; era bellissima, ma andava spesso in collera, al par del padrone. Accortosi questi ch'essa non voleva dargli retta, che fa? lascia il castello, e non ci torna più; ma ciò poco le importava, poichè era infelice anche lui assente. Una sera finalmente,» soggiunse la ragazza sbassando la voce, e guardando intorno inquieta, «per quanto si dice, verso la fine dell'anno, cioè alla metà di settembre, o ai primi di ottobre, a quanto suppongo, o fors'anco alla metà di novembre... poco importa, è sempre verso la fine dell'anno: ma non posso precisare il momento, perchè non me lo dissero neppur essi. In somma, verso la fine dell'anno, questa signora andò a passeggiare fuori del castello nel bosco vicino, come faceva di solito. Essa era sola, colla sua cameriera: faceva freddo; ed il vento, spazzando via le foglie, soffiava tristamente attraverso quei grossi castagni che abbiamo passati ieri: Benedetto mi mostrava gli alberi mentre raccontava. Il vento era dunque molto freddo, e la cameriera la pregava di tornare indietro, ma non volle acconsentirvi, chè passeggiava volentieri pei boschi in qualunque stagione, la sera in ispecie; e se le foglie secche cadevano intorno a lei, ne avea maggior piacere. Ebbene! fu veduta scendere verso il bosco; venne la sera, ed essa non comparve. Suonarono le dieci, le undici, mezzanotte, e non si vide tornare; i domestici, pensando che le fosse occorsa qualche disgrazia, ne andarono in traccia; cercarono tutta la notte, ma non la trovarono, e non poterono averne nessun indizio. Da quel giorno non ne hanno più saputo nulla.
--È proprio vero?» disse Emilia sorpresa.
--Verissimo, signora,» rispose Annetta inorridita; «pur troppo è vero. Ma si dice,» soggiunse ella sottovoce, «che da qualche tempo la signora Laurentini fu vista più volte di notte nel bosco e nei contorni del castello; alcuni de' vecchi servitori, che restarono qui dopo il tristo caso, assicurano d'averla veduta. Il vecchio fattore potrebbe raccontare cose assai strane, a quanto si dice.
--Qual contraddizione!» soggiunse Emilia; «tu dici che non si era più udito parlare di lei, e poi asserisci che fu veduta.
--Tutto questo mi fu detto colla massima segretezza,» continuò Annetta senza badare all'osservazione; «son certa che non vorrete farci torto a Benedetto ed a me di parlare di questo fatto.
--Non temere della mia indiscrezione,» rispose Emilia; «ma permettimi ch'io ti consigli d'essere un po' più prudente, e non isvelare ad alcuno quel che hai detto a me. Il signor Montoni, come tu dici, potrebbe benissimo andare in collera, se ne sentisse parlare. Ma, quali ricerche furono fatte a proposito di questa infelice?
--Oh! infinite, perchè il padrone aveva diritti sul castello, essendo parente più prossimo della signora Laurentini; e si dice che i giudici, i senatori, od altri, dichiararono ch'egli non potesse entrarne in possesso, se non dopo molti anni, e che se dopo questo lasso di tempo la dama non si fosse trovata, allora il castello gli sarebbe appartenuto come se fosse morta. Ma il fatto si propalò, e si sparsero tante e tante voci strane in proposito, che non ardisco neppure menzionarvele...
--È strano,» disse Emilia; «ma allorchè la signora Laurentini è di poi ricomparsa nel castello, non le ha parlato nessuno?
--Parlato! parlarle!» sclamò Annetta con ispavento. «No, no, e poi no, statene sicura.
--E perchè no?» disse Emilia, bramando sapere qualcosa di più.
--Madonna santa! Parlare con uno spirito!
--Ma quali ragioni vi sono per credere che fosse uno spirito, se nessuno se le è avvicinato, e se nessuno le ha parlato?
--Oh! signorina, questo non posso dirvelo. Come potete voi farmi domande così stravaganti? Ma nessuno l'ha veduta andare e venire nel castello. Ora la vedevano in un sito, e poco dopo era in un altro. Essa non parlava, e se fosse stata viva, cosa avrebbe fatto in questo castello senza parlare? vi sono perfino parecchi luoghi dove nessuno si è arrischiato più di andare, e sempre per lo stesso motivo.
--Perchè essa non parlava?» disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la paura che cominciava ad impossessarsi di lei.
--No,» rispose Annetta indispettita; «ma perchè ci si vedeva qualche cosa. Si dice pure esservi un'antica cappella nella parte occidentale del castello, ove talvolta, a mezzanotte, si sentono gemiti. Io fremo solo a pensarvi! colà si sono vedute cose molto straordinarie.
--Finiscila una volta con queste favole.
--Favole! signorina, io posso dirvi in proposito una storia che mi raccontò Caterina. Era una fredda sera d'inverno, e Caterina stava seduta nel salotto col vecchio Carlo e sua moglie. Carlo desiderò di mangiar fichi, ed incaricò la serva d'andarne a cercare alla dispensa, ch'era in fondo della galleria settentrionale. Caterina prese la lampada... Zitto, signora, odo fracasso!...»
Emilia, in cui allora Annetta avea fatto passar la sua paura, ascoltò attenta; ma non udì nulla. La cameriera continuò: «Caterina andò alla galleria... è quella che abbiam traversata prima di venir qui. Essa andava colla lampada in mano senza paura alcuna... Ancora!» sclamò d'improvviso; «ho sentito ancora: or non m'inganno.
--Zitto!» disse Emilia tutta tremante. Ascoltarono, e rimasero immobili. Fu udito un colpo battuto nel muro. Annetta gettò un alto grido, la porta si aprì con lentezza, e videro entrar Caterina, che veniva per dire alla cameriera che la sua padrona la cercava. Annetta ridendo e piangendo, rimproverò Caterina di averle fatto tanta paura: temeva avesse udito ciò ch'ella aveva detto. Emilia, profondamente colpita dalla circostanza principale del racconto di Annetta, non avrebbe voluto restar sola nella situazione attuale; ma, per evitare i sarcasmi della signora Montoni, e non tradire la propria debolezza, lottò contro l'illusioni della paura, e congedò Annetta per tutta la notte.
Quando fu sola, pensò alla strana storia della signora Laurentini, e poi alla situazione in cui trovavasi ella stessa in quel terribile castello, in mezzo a deserti e montagne, in paese straniero, sotto il dominio d'un uomo che pochi mesi prima non conosceva, e di cui considerava il carattere con un orrore giustificato dal terror generale ch'egli ispirava. Allora, ricordando i timori profetici di Valancourt, il cuore di lei stringeasi dolorosamente, abbandonandosi a vani rammarici.
Il vento, fischiando con forza di fuori pel corridoio, accresceva la di lei malinconia. Emilia restava fissa davanti alle fredde ceneri dello spento focolare, quando un'impetuosa raffica penetrando con ispaventevol fracasso per quegli anditi, scosse porte e finestre, e spaventolla tanto più che spostò, nella scossa, la sedia ond'ell'erasi servita per affrancare l'uscio della scaletta, che si socchiuse. Gelata dal terrore, stette immobile, si fe' quindi coraggio, e corse ad assicurarlo alla meglio; quindi coricossi lasciando il lume sulla tavola; ma quella luce tetra raddoppiò la sua paura. Al tremolio degli incerti raggi le pareva sempre di vedere ombre moversi nel fondo tenebroso della camera, ed affacciarsi per fino alle cortine del letto. L'orologio del castello suonò un'ora prima ch'ella potesse addormentarsi.
CAPITOLO XX
La luce del giorno fugò i vapori della superstizione, ma non quelli della paura. Si alzò, e per distrarsi delle importune idee, cercò occuparsi degli oggetti esterni. Contemplò dalla finestra le selvagge grandezze che le s'offrivano; i monti accatastati l'un sull'altro, non lasciavan vedere che anguste valli ombreggiate da folte selve. I vasti bastioni, gli edifizi diversi del castello, stendevansi lungo uno scosceso scoglio appiè del quale rumoreggiava un torrente precipitandosi sotto annosi abeti in profondo burrone. Una lieve nebbia occupava le lontane fondure, e svanendo gradatamente ai raggi del sole, scopriva gli alberi, le coste, gli armenti ed i pastori.
Osservando queste ammirabili vedute, Emilia si trovò alquanto sollevata.
L'aria fresca del mattino contribuì non poco a rianimarla. Innalzò i pensieri al cielo, chè sentivasi ognor più tranquilla allorchè gustava le sublimità della natura. Quando si ritrasse dalla finestra, girò gli occhi verso la porta da lei assicurata con tanta cura la notte precedente. Era decisa di esaminarne la riuscita, quando, nell'avvicinarsi per levar la sedia, si avvide ch'essa n'era già stata alquanto scostata. È impossibile descrivere la di lei sorpresa nel trovar poscia la porta chiusa. Rimase attonita come se avesse veduto uno spettro. La porta del corridoio era chiusa come l'aveva lasciata; ma l'altra, che non si poteva chiudere se non dal di fuori, eralo stata necessariamente nel corso della notte. Si spaventò all'idea di dover dormir ancora in una camera nella quale era sì facile penetrare, e così lontana da qualunque soccorso: si decise pertanto di dirlo alla signora Montoni, e domandarle il cambiamento della camera.
Dopo qualche difficoltà le riuscì di ritrovare la sala della sera precedente, ove stava già preparata la colazione. Sua zia era sola, Montoni essendo andato a visitare i contorni del castello, per esaminar lo stato delle fortificazioni in compagnia di Carlo. Emilia notò che la zia aveva pianto, e il suo cuore s'intenerì per lei con un sentimento che si manifestò più nelle sue maniere che nelle parole. Si fece coraggio non ostante, e profittando dell'assenza di Montoni, chiese un'altra camera, ed informossi del motivo di quel viaggio. Sul primo articolo, la zia la rimandò a Montoni, ricusando di mescolarsene; e sul secondo, protestò la più assoluta ignoranza. Parlarono quindi del castello e del paese che lo circondava; e la zia non potè resistere al piacere di motteggiare la buona Emilia sul di lei gusto per le bellezze della natura. Questi discorsi furono interrotti dall'arrivo di Montoni, il quale si mise a tavola senza mostra di avvedersi che vi fosse qualcuno vicino a lui.
Emilia, che l'osservava tacendo, vide nella sua fisonomia un'espressione più tetra e severa del solito.--Oh! se io potessi indovinare,--diss'ella tra sè,--i pensieri ed i progetti di quella testa, non sarei condannata a questo crudele stato d'incertezza!--Avanti la fine della colazione, passata nel silenzio, Emilia arrischiò la domanda del cambiamento della camera, allegando i motivi che ve la inducevano.
«Non ho tempo di occuparmi di queste inezie,» disse Montoni; «quella è la camera che vi fu destinata, e dovete contentarvene. Non è presumibile che nessuno siasi preso l'incomodo di salire una scala per chiudere una porta; se non lo era quando entraste, è probabilissimo che il vento abbia sospinto un chiavistello. Ma io non so perchè dovrei occuparmi d'una circostanza così frivola.»
Questa risposta non soddisfece punto Emilia, la quale avea notato come i chiavistelli fossero rugginosi, e per conseguenza non tanto facili a moversi. Non fe' noto questa sua osservazione, ma rinnovò la domanda.
«Se volete essere schiava di simili paure,» disse Montoni severamente, «astenetevi almeno dal molestare gli altri. Sappiate vincere tutte queste frivolezze, ed occupatevi nel fortificare il vostro spirito. Non avvi esistenza più spregevole di quella avvelenata dalla paura.» Sì dicendo, egli guardava fisso la moglie, la quale arrossì, e non proferì parola. Emilia, sconcertata ed offesa, trovava allora i suoi timori troppo giusti per meritare que' sarcasmi; ma vedendo che qualunque osservazione in proposito sarebbe inutile affatto, mutò discorso.
Carlo entrò di lì a poco portando frutti. «Vostra eccellenza dev'essere stanca di quella lunga passeggiata,» diss'egli mettendo le frutta sulla tavola; «ma dopo la colazione ci resta da vedere assai più: c'è un posto, nella strada sotterranea, che conduce a...»
Montoni aggrottò le ciglia e gli accennò di ritirarsi. Carlo troncò il discorso e chinò gli occhi; poi, avvicinandosi alla tavola, soggiunse: «Mi son presa la libertà, eccellenza, di portare alcune ciliege per le mie padrone: degnatevi gustarle,» diss'egli presentando il paniere alle donne; «sono buonissime; le ho colte io stesso; vedete, sono grosse come susine.
--Andiamo, andiamo,» disse Montoni impazientito, «basta così. Uscite ed aspettatemi, poichè avrò bisogno di voi.» Quando i due coniugi si furono ritirati, Emilia cercò distrarsi esaminando il castello. Aprì una gran porta e passò sui bastioni, contornati per tre lati da precipizii. L'ampiezza di essi ed il paese svariato cui dominavano eccitarono la di lei ammirazione. Percorrendoli, sostava ella sovente a contemplare la gotica magnificenza d'Udolfo, la sua orgogliosa irregolarità, le alte torri, le fortificazioni, le anguste finestrelle, le numerose feritoie delle torrette. Affacciatasi al parapetto, misurò coll'occhio la voragine spaventosa del sottoposto precipizio, di cui le nere cime delle selve celavano ancora la profondità. Dovunque volgea gli sguardi, non vedeva che picchi erti, tetri abeti e gole anguste, che internavansi negli Appennini, e sparivano alla vista tra quelle inaccessibili regioni. Stava così intenta quando vide Montoni accompagnato da due uomini che si arrampicavano per un sentiero praticato nel vivo sasso. Egli si fermò sopra un poggio considerando il bastione, e voltandosi alla scorta, si esprimeva con aria e gesti molto energici. Emilia conobbe che un di coloro era Carlo, e che solo all'altro, vestito da contadino, dirigevansi gli ordini di Montoni. Si ritirò dal muro al repentino fracasso d'alcune carrozze ed al tintinnar della campana d'ingresso, e le venne subito l'idea che fosse giunto il conte Morano. Tornò celeramente alla propria stanza, agitata da mille paure; corse alla finestra, e vide sul bastione Montoni che passeggiava con Cavignì: parevano intertenersi in animatissimo colloquio.
Mentre stava agitata e perplessa, udì camminare nel corridoio, ed Annetta entrò.
«Ah! signorina,» diss'ella, «è arrivato il signor Cavignì: son contentissima di veder finalmente una faccia cristiana in questo luogo. Egli è così buono, m'ha sempre dimostrato tanto interesse.... C'è pure il signor Verrezzi, ed un altro che voi non indovinereste mai.
--Il conte Morano forse, suppongo...» E cedendo all'emozione, cadde quasi svenuta sulla sedia.
--Il conte? Ma chi ve lo dice? No, signorina, egli non è qui, fatevi coraggio.
--Ne sei tu ben sicura?
--Sia lodato Iddio,» soggiunse Annetta, «che vi siete riavuta presto. In verità, vi credeva moribonda.
--Ma sei proprio sicura che il conte non c'è?
--Oh! sicurissima. Io guardava da un finestrino nella torretta di settentrione, quando sono arrivate le carrozze: non mi aspettava certo una vista tanto cara in questa spaventosa cittadella. Ma ora vi sono padroni, servitori, e si vede un po' di moto. Noi staremo allegri: andremo a ballare e cantare nel salotto, ch'è lontano dall'appartamento del padrone. Ma, a proposito, Lodovico è venuto con loro. Vi dovete ricordare di Lodovico, signora Emilia: quel bel giovane che governava la gondola del cavaliere nell'ultima regata, e guadagnò il premio! Quello che cantava poesie così belle, sempre sotto la mia finestra, al chiaro della luna, a Venezia! Oh! come l'ascoltava io!
--Temo che que' versi non ti abbiano guadagnato il cuore, Annetta mia. Ma se è così, ricordati di non lasciarglielo capire. Adesso sono riavuta, e puoi lasciarmi.
--Mi scordava di domandarvi in qual maniera avete potuto riposare in questa antica e spaventosa camera la notte scorsa.
--Come secondo il solito.
--Non avete dunque inteso alcun rumore?
--No.
--Nè veduto nulla?
--Niente affatto.
--È sorprendente.
--Ma dimmi, per qual motivo mi fai tu queste interrogazioni?
--Oh! signorina, non ve lo direi per tutto l'oro del mondo, nè molto meno quel che mi fu raccontato di questa camera... Vi spaventereste troppo.
--Se è così, tu mi hai già spaventata. Potrai dunque dirmi tutto quel che ne sai senza aggravarti la coscienza.
--Dio Signore! si dice che compariscano spiriti in questa camera, e da un bel pezzo.
--Se è vero, gli è uno spirito che sa chiudere molto bene i chiavistelli,» disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la sua paura. «Ieri sera lasciai quella porta aperta, e stamane l'ho trovata chiusa.»
Annetta impallidì, e tacque.
«Hai tu inteso dire che qualche servitore abbia chiusa questa porta stamattina prima ch'io mi alzassi?
--No, signora Emilia, vi giuro che non lo so, ma andrò a domandarlo,» disse Annetta correndo alla porta del corridoio.
--Fermati, Annetta, ho altre domande da farti. Dimmi quel che sai di questa camera e della scaletta segreta.
--Vado subito a domandarlo, signorina; eppoi son persuasa che la padrona avrà bisogno di me, e non posso più restare.» Ed uscì ratta, senza aspettare risposta. Emilia, sollevata dalla certezza che Morano non era arrivato, non potè astenersi di ridere del repentino terrore superstizioso di Annetta, benchè anch'ella se ne risentisse talfiata.
Montoni aveva negato ad Emilia un'altra camera, ed ella si decise a sopportar rassegnata il male che non poteva evitare. Procurò di rendere la sua abitazione più comoda che potè; situò su d'un grand'armadio la sua piccola biblioteca, delizia dei giorni felici, e consolazione nella sua malinconia, preparò le matite, avendo deciso di disegnare il sublime punto di vista che scorgevasi dalla finestra; ma rammentandosi quante volte avesse intrapreso anche altrove una distrazione di quel genere, e quante ne fosse stata impedita da nuove imprevedute disgrazie, titubò ad accingersi al lavoro, turbata dal presupposto prossimo arrivo del conte.
Per evitare queste penose riflessioni, si mise a leggere; ma la sua attenzione non potendo fissarsi sul libro che aveva in mano, lo buttò sul tavolino, e risolse di visitare il castello. Rammentandosi la strana istoria dell'antica proprietaria, si ricordò del quadro coperto dal velo, e risolse d'andarlo a scoprire. Traversando le stanze che vi conducevano, si sentì vivamente agitata: i rapporti di quel quadro colla signora del castello, il discorso di Annetta, la circostanza del velo, il mistero di quell'affare, eccitavano nell'anima sua un lieve sentimento di terrore, ma di quel terrore che s'impadronisce dello spirito, l'innalza ad idee grandiose, e, per una specie di magia, all'oggetto medesimo, che n'è la cagione.
Emilia camminava tremando, e si fermò un momento alla porta prima di risolversi di aprirla. Si avanzò verso il quadro, che parea di straordinaria grandezza e trovavasi in un canto; si fermò nuovamente; alla fine, con mano timida alzò il velo, ma tosto lasciollo ricadere. Non era un dipinto che aveva veduto, e, prima di poter fuggire, svenne sul pavimento.
Allorchè ebbe ricuperato l'uso de' sensi la rimembranza di ciò che aveva veduto la fece quasi mancare una seconda volta, ed ebbe appena la forza di uscir da quel luogo e di tornare nella sua camera. Quando vi fu rientrata, non ebbe coraggio di restarvi sola. L'orrore la dominava intieramente, e quando fu un poco riavuta, non seppe decidersi se dovesse informare la signora Montoni di ciò che aveva visto; ma il timore di esser nuovamente derisa, la determinò a tacere. Sedette alla finestra per riprender coraggio. Montoni e Verrezzi passarono di lì a poco; essi parlavano e ridevano, e la loro voce la rianimò alquanto. Bertolini e Cavignì li raggiunsero sul terrazzo. Emilia, supponendo allora che la signora Montoni fosse sola, uscì per recarsi da lei. Sua zia stava abbigliandosi pel pranzo. Il pallore e la costernazione della nipote la sorpresero assai, ma la fanciulla ebbe forza bastante per tacere, sebbene il labbro ad ogni momento fosse in procinto di tradirla. Restò nell'appartamento della zia fino all'ora del pranzo; essa vi trovò i forestieri, i quali avevano un aria insolita di preoccupazione, e parevano distratti da interessi troppo importanti, per fare attenzione a Emilia od alla zia: parlarono poco, e Montoni anche meno: Emilia fremè nel vederlo. L'orrore di quella camera le stava sempre innanzi, e cambiò colore temendo di non poter contenere l'emozione; ma potè vincere sè medesima, interessandosi ai discorsi ed affettando un'ilarità poco d'accordo colla mestizia del cuore. Montoni mostrava evidentemente riflettere a qualche grande operazione. Il pasto fu silenzioso. La tristezza di quel soggiorno influiva perfino sul giocondo carattere di Cavignì.
Il conte Morano non fu nominato. La conversazione s'aggirò tutta sulle guerre che in quei tempi laceravano l'Italia, sulla forza delle milizie veneziane e sulla bravura dei generali. Dopo il pranzo, Emilia intese che il cavaliere sul quale Orsino aveva saziata la sua vendetta, era morto in conseguenza delle ferite ricevute, e che l'omicida veniva cercato con cura. Questa notizia parve allarmar Montoni; ma seppe dissimulare, e s'informò dove fosse nascosto Orsino. Gli ospiti, eccettuato Cavignì, ignari che Montoni a Venezia ne avesse favorito la fuga, risposero che desso era scappato la medesima notte con tanta fretta e segretezza, che neppure i suoi più intimi amici non ne avevano saputo nulla.
Emilia si ritirò poco dopo colla signora Montoni, lasciando quei signori occupati nei loro consigli segreti. Aveva già Montoni avvertito la consorte, con cenni espressivi, a ritirarsi. Questa andò sui bastioni a passeggiare, nè aprì bocca: Emilia non interruppe il corso de' suoi pensieri. Essa ebbe bisogno di tutta la sua fermezza per astenersi dal comunicare alla zia il soggetto terribile del quadro. Si sentiva tutta convulsa, ed era tentata di palesarle ogni cosa per sollevarsi il cuore; ma, considerando che un'imprudenza della zia poteva perderle ambedue, preferì soffrire un male presente anzichè sottoporsi per l'avvenire ad uno maggiore. Essa aveva in quel giorno strani presentimenti. Le pareva che il suo destino l'incatenasse a quel luogo lugubre. Nondimeno, la rimembranza di Valancourt, la perfetta fiducia che aveva del suo amore costante, bastavano a versarle in seno il balsamo della consolazione.