I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2
Part 7
Finalmente tutta la famiglia s'imbarcò, ma nè Morano, nè Cavignì si fecero vedere. Questa circostanza rianimò un poco gli spiriti abbattuti di Emilia, la quale somigliava ad un condannato a morte, cui venga accordata una breve dilazione: il suo cuore si alleggerì ancor più, quando ebbero fatto il giro di San Marco senza fermarsi per prendere il conte.
L'alba cominciava appena a biancheggiar l'orizzonte ed il lido. Emilia non ardiva fare veruna interrogazione a Montoni, che restò qualche tempo in cupo silenzio, e s'avvolse quindi nel mantello, come se avesse voluto dormire. Sua moglie fece altrettanto. Emilia, non potendo prender sonno, alzò una cortina, e si mise a considerar il mare. L'aurora illuminava grandemente la sommità dei monti friulani; ma le loro coste e le onde che le bagnavano, erano tuttavia sepolte nell'ombra: la fanciulla, immersa in dolce malinconia, osservava i progressi del giorno, che stendevasi sul mare, illuminando Venezia, i suoi isolotti, e finalmente le spiagge italiane, lungo le quali cominciavano già a mettersi in moto le barche. I gondolieri venivano spesso chiamati da coloro che portavano le provvisioni al mercato di Venezia. Un'infinita quantità di barchette coperse in breve la laguna. Emilia gettò l'ultimo sguardo su quella magnifica città; ma il di lei spirito allora era soltanto occupato da mille congetture sui casi che l'attendevano, sul paese ov'era trascinata, e sul motivo di quel viaggio repentino.
Le parve dopo mature riflessioni, che Montoni la conducesse al suo castello isolato per costringerla più sicuramente all'obbedienza con mezzi di terrore. Se le scene tenebrose e solitarie che vi si disponevano non sortissero il bramato esito, il suo matrimonio vi sarebbe celebrato per forza, e con maggior mistero forse e meno smacco per l'onore di Montoni. Il poco coraggio resole dalla proroga svanì a questa terribile idea, e quando si toccò la riva, ell'era ricaduta nel più penoso abbattimento.
Montoni non rimontò la Brenta, ma continuò in carrozza per andare agli Appennini. Durante questo viaggio fu così severo con Emilia che ciò solo avrebbe servito a confermare le sue congetture allarmanti.
I viaggiatori cominciarono a salire gli Appennini: a quell'epoca que' monti erano coperti da immense foreste di abeti. La strada passava in mezzo a questi boschi, e non lasciava vedere che rupi spaventevoli sospese sul loro capo, a meno che qualche radura non lasciasse distinguere momentaneamente il sottoposto piano. L'oscurità di quei luoghi, il loro cupo silenzio, quando neanche il più lieve vento agitava la cima degli alberi, l'orrore dei precipizi susseguentisi, ciascun oggetto, in una parola, rendeva più imponenti le triste riflessioni d'Emilia. Essa non vedeva a sè intorno che immagini di spaventosa grandezza e di tetra sublimità.
A misura che i viaggiatori montavano attraverso le selve, le rupi accatastavansi a rupi, i monti parevano moltiplicarsi, e la cima di un'eminenza sembrava servir di base ad un'altra. Finalmente trovaronsi sopra un piccolo piano, ove i mulattieri sostarono. La scena vasta e magnifica che si presentava nella valle, eccitò l'ammirazione universale, ed interessò perfino la signora Montoni. Emilia obliò un momento i suoi mali nell'immensità della natura. Al di là d'un anfiteatro di montagne, le cui masse parevano numerose quanto le onde del mare, e le cui falde erano coperte di folti boschi, scuoprivansi le campagne d'Italia dove i fiumi, le città, gli oliveti, le vigne e tutta la prosperità della coltura si mischiavano in una ricca confusione. L'Adriatico circoscriveva l'orizzonte. Il Po e la Brenta, dopo aver fecondato tutta l'estensione del bel paese, venivano a scaricarvi le loro fertili acque. Emilia contemplò a lungo lo splendore di quei luoghi deliziosi che abbandonava, e la cui magnificenza sembrava non ispiegarsi davanti a lei se non per cagionarle maggior rincrescimento. Per lei, il mondo intero non conteneva che Valancourt, il di lei cuore dirigevasi a lui solo, e per lui solo versava tante lacrime.
Da quel punto di vista sublime i viaggiatori continuarono a salire penetrando in una gola angusta che mostrava soltanto minacciose rupi sospese sulla strada. Nessun vestigio umano, verun segno di vegetazione compariva colà. Questa gola conduceva nel cuore degli Appennini. Si allargò finalmente, scoprendo una catena di monti sterilissimi, attraverso i quali bisognò viaggiare per più ore.
Verso sera, la strada svoltò in una valle più profonda, circondata quasi tutta da scoscese montagne. Il sole tramontava allora dietro lo stesso monte che scendevano i viaggiatori, prolungandone l'ombra verso la valle; ma i suoi raggi orizzontali, traversando qualche spaccatura, doravano le sommità dell'opposta foresta, e scintillavano sulle alte torri ed i comignoli d'un castello, i cui vasti bastioni estendevansi lungo uno spaventoso precipizio. Lo splendore di tanti oggetti bene illuminati veniva accresciuto dal contrasto dell'ombre che avvolgevano già la valle.
«Ecco il castello di Udolfo,» disse Montoni, parlando per la prima volta dopo parecchie ore.
Emilia guardò il castello con una specie di terrore, quando seppe ch'era quello di Montoni; sebbene illuminato in quel momento dal sole all'occaso la gotica magnificenza di quell'architettura, le antiche mura di pietra bigia, ne formavano un oggetto imponente e sinistro. La luce s'affievolì insensibilmente, spargendo una tinta purpurea che si estinse grado grado, e lasciò i monti, il castello e tutti gli oggetti circonvicini in tetra oscurità.
Isolato, vasto e massiccio, esso sembrava dominare la contrada. Più la notte diveniva oscura, più le sue alte torri parevano imponenti. L'estensione e l'oscurità di quegli immensi boschi erano considerate da Emilia come adatte soltanto a servir di covile a masnadieri. Finalmente, le carrozze giunsero alle porte del castello. La lunga oscillazione della campana che fu suonata alla porta d'ingresso aumentò il terrore di Emilia. Mentre si aspettava l'arrivo di qualcuno che aprisse quelle imposte formidabili, ella considerò il maestoso edifizio. Le tenebre che l'avvolgevano non le permisero di discernerne il recinto, le grosse mura, i bastioni merlati e d'accorgersi che era vasto, antico e spaventoso. La porta d'ingresso conduceva nei cortili, ed era di proporzioni gigantesche. Due fortissime torri ne difendevano il passaggio. Invece di stendardi si vedevano svolazzare, su per le sconnesse pietre, erbe lunghissime e piante salvatiche abbarbicate nelle rovine, e che parevano crescere a stento in mezzo alla desolazione che le circondava. Le torri erano congiunte da una cortina munita di merli e casematte. Dall'alto della vôlta cadeva una pesante saracinesca. Da questa porta, le mura dei bastioni comunicavano con altre torri sporgenti sul precipizio; ma queste muraglie quasi rovinate mostravano i guasti della guerra. Mentre Emilia osservava con tanta attenzione, si udì aprire i grossi catenacci. Un vecchio servitore comparve, e spinse le imposte per lasciar entrare il suo signore. Mentre le ruote giravano con fracasso sotto quelle saracinesche impenetrabili, Emilia si sentì mancare il cuore, credendo entrare nella sua prigione. Il cupo cortile che traversarono confermònne la lugubre idea; e la di lei immaginazione, sempre attiva, le suggerì un terror maggiore di quel che potesse giustificarlo la sua ragione.
Un'altra porta l'introdusse nel secondo cortile, ancor più tristo del primo. Emilia ne giudicava alla fioca luce del crepuscolo, vedendone le alte mura tappezzate d'ellera e di musco, e le merlate torri giganteggianti. L'idea di lunghi patimenti e d'un assassinio le colpì l'immaginazione d'improvviso orrore. Questo sentimento non diminuì allorchè entrò in una sala gotica, immensa, tenebrosa. Una face che brillava da lontano traverso una lunga fila d'arcate serviva solo a renderne più sensibile l'oscurità.
L'arrivo inaspettato di Montoni non aveva permesso alcun preparativo per riceverlo. Il servo da lui spedito partendo da Venezia, l'aveva preceduto di pochi momenti, e questa circostanza scusava in qualche modo lo stato di nudità e disordine del castello.
Il servo che venne a far lume, salutò il padrone tacendo, e la di lui fisonomia non fu animata da veruna apparenza di piacere. Montoni rispose al saluto con leggiero moto della mano e passò. La moglie lo seguiva, guardandosi intorno con una sorpresa ed un malcontento, cui pareva temer di esprimere. Emilia, vedendo l'immensa estensione di quell'edificio, con timido stupore si avvicinò ad una scala marmorea. Qui gli archi formavano una vôlta altissima, dal centro della quale pendeva una lampada a tre becchi, che il servitore si affrettò di accendere. La ricchezza delle cornici, la grandezza di una galleria che conduceva a molti appartamenti, ed i vetri coloriti d'un finestrone gotico, furono, gli oggetti che scuoprironsi successivamente.
Dopo aver girato appiè della scala, e traversata un'anticamera, entrarono in una vastissima sala. L'intavolato di nero larice ne aumentava l'oscurità.
«Portate altri lumi,» disse Montoni nell'entrare. Il servo depose la lucerna ed uscì per ubbidire. La padrona osservò che l'aria della sera era umida in quel clima, e che avrebbe gradito un po' di fuoco: Montoni ordinò di accenderne.
Mentr'egli passeggiava pensieroso nella stanza, la signora Montoni riposava silenziosa sopra un sofà, aspettando il ritorno del servo. Emilia osservava l'imponente singolarità e l'abbandono di quel luogo, illuminato da una sola lucerna posta in faccia al grande specchio di Venezia, che rifletteva oscuratamente la scena, e l'alta statura di Montoni, che passava e ripassava colle braccia incrociate, e la faccia ombreggiata dalle piume del suo largo cappello. Il vecchio servitore tornò di lì a poco carico d'un fascio di legna e seguito da altri due servi con lumi.
«Vostra eccellenza sia il benvenuto,» disse il vecchio, dopo aver deposte le legna. «Questo castello è stato lunga pezza deserto. Ci scuserete sapendo che abbiamo avuto pochissimo tempo. Saranno due anni il giorno di san Marco prossimo, che vostra eccellenza non è venuta qui.
--Precisamente,» disse Montoni, «tu hai buona memoria, Carlo; come hai tu fatto dunque a vivere sì lungamente?
--Ah! signore, molto a stento. I venti freddi che soffiano in questi luoghi nell'inverno, sono cattivi per me. Aveva pensato più d'una volta di domandare il permesso a vostra eccellenza di lasciarmi abbandonare i monti per ritrarmi nella valle; ma non so come sia, io non posso risolvermi ad abbandonare queste vecchie mura dove ho vissuto per tanti anni.
--Bene,» disse Montoni; «cosa facesti tu in questo castello dopo la mia partenza?
--Press'a poco come secondo il solito; ma tutto rovina qui: c'è la torre di settentrione che ha bisogno di esser risarcita; molte fortificazioni sono in cattivo stato; una parte del tetto della sala grande è crollato, e poco mancò non cadesse sulla testa della mia povera moglie (Dio l'abbia in pace). Tutti i venti vi s'inabissavano l'inverno scorso. Noi fummo quasi per morir di freddo.
--Ci sono altre riparazioni da fare?» disse Montoni con impazienza.
--Oh! sì, eccellenza. Il bastione è rovinato in tre luoghi. Le scale della galleria a tramontana sono piene di tante macerie, ch'è pericoloso passarvi. Il corridoio che mette alla camera di quercia, è nel medesimo stato. Una sera mi ci avventurai; e...
--Basta basta,» disse Montoni vivamente; «ne discorreremo domattina.»
Il fuoco era già acceso. Carlo spazzò il camino, dispose le sedie, spolverò una tavola di marmo vicina e uscì.
I nostri personaggi s'accostarono al fuoco. La Montoni tentò appiccar discorso, ma le brusche risposte del marito ne la distolsero. Emilia procurò di farsi animo, e con voce tremante disse: «Poss'io domandarvi, o signore, il motivo di questa improvvisa partenza?» Dopo una lunga pausa ebbe bastante coraggio per reiterare la domanda.
«Non mi garba rispondere alle interrogazioni,» disse Montoni, «come a voi non conviene di farmene. Il tempo spiegherà tutto. Desidero adesso non essere importunato più a lungo. Vi consiglio ad adottare una condotta più ragionevole. Tutte queste idee di pretesa sensibilità non sono, a dirla schietta, che debolezze.»
Emilia si alzò per andarsene. «Buona notte,» diss'ella alla zia, nascondendo con difficoltà la sua emozione.
--Buona notte, mia cara,» rispose questa con accento di bontà straordinaria in lei. La tenerezza inaspettata fece piangere la fanciulla, che, salutato Montoni, s'avviò. «Ma voi non sapete dove sia la vostra camera?» soggiunse la zia. Montoni chiamò il servo che attendeva nell'anticamera, e gli ordinò di far venire la cameriera di sua moglie, la quale arrivò poco dopo e seguì Emilia.
«Sai tu dove sia la mia camera?» diss'ella ad Annetta nel traversar la sala.
--Credo saperlo, signorina, ma è una stanza molto stravagante; è situata sul bastione meridionale, e ci si va dallo scalone: la camera della signora è all'altra estremità del castello.»
Emilia salì la scala ed entrò nel corridoio. Percorrendolo, Annetta ripigliò il chiaccherio.
«È un luogo solitario e tristo questo castello; io tremo tutta nel pensare che devo soggiornarvi. Oh! quante volte mi son pentita di avere abbandonata la Francia! non mi sarei mai aspettata, quando seguii la signora per girare il mondo, di essere imprigionata in un luogo simile. Oh! non sarei venuta via dal mio paese, quand'anco m'avessero coperta d'oro.
--Da questa parte, signorina, voltate a sinistra. In verità, son quasi tentata di credere ai giganti. Questo castello sembra fatto espressamente per loro. Una notte o l'altra vedremo qualche folletto; ne devono comparire in quella gran sala, la quale, ne' suoi pesanti pilastri, somiglia più ad una chiesa, che ad altro.
--Sì,» disse Emilia sorridendo, lieta di sottrarsi a più serii pensieri, «se noi venissimo qui a mezzanotte e guardassimo nel vestibolo, lo vedremmo per certo illuminato da più di mille lampade. Tutti gli spiriti ballerebbero in giro al suon di deliziosa musica; e' soglion sempre tener lor congreghe in luoghi consimili. Temo, Annetta, tu non abbia bastante coraggio per assistere a sì bello spettacolo. Se tu parlassi, tutto svanirebbe all'istante.
--Epperciò credo che se abiterò qui un pezzo diverrò un'ombra anch'io.
--Spero che non confiderai i tuoi timori al signor Montoni; gli spiacerebbero assaissimo.
--Come! voi dunque sapete tutto, signorina? Oh! no, no. So ben io cosa devo fare, e se il padrone può dormire in pace, certo tutti qui possono fare altrettanto... Per quest'andito, signorina; esso conduce ad una scaletta. Oh! se vedo qualcosa, cado svenuta sicuramente.
--Non è possibile,» disse Emilia sorridendo, e svoltando l'andito che metteva in un'altra galleria. Annetta si avvide allora d'avere sbagliata strada, e si smarrì sempre più attraverso altri corridoi: spaventata infine dai loro giri e dalla solitudine loro, gridò chiedendo soccorso; ma i servi erano dalla parte opposta del castello, e non potevano udirla. Emilia aprì la porta d'una camera a sinistra. La cameriera sclamò:
«Non entrate là dentro, signora, ci perderemmo ancor più.
--Porta il lume: troveremo la strada traverso tutte queste stanze.»
Annetta stava alla porta titubando; essa tendeva il lume per lasciar vedere la camera, ma i suoi raggi non vi penetravano a metà. «Perchè non entri?» disse Emilia; «lasciami vedere per dove si va per di qui.»
L'altra si avanzò con ripugnanza. La camera dava adito ad una fuga di stanze antiche e spaziose. I mobili che le adornavano erano antichi quanto le muraglie, e conservavano un'apparenza di grandezza, sebbene logorati dal tempo e dalla polvere.
«Come fa freddo qui,» disse Annetta; «a quanto si dice, non vi ha abitato nessuno da molti secoli. Andiamo via.
--Da questa parte potremo forse arrivare allo scalone,» rispose Emilia, e andando sempre avanti, si trovarono in una sala guarnita di quadri; prese il lume per esaminare quello d'un soldato a cavallo sul campo di battaglia. Egli puntava la spada sopra un uomo disteso ai piedi del suo destriero, e che sembrava chiederli mercè. Il soldato, colla visiera alzata, lo guardava con l'aria della vendetta.
Quest'espressione e tutto il complesso sorpresero Emilia per la sua somiglianza con Montoni; fremè e volse altrove lo sguardo. Passando col lume accanto agli altri quadri, ne vide uno coperto da un velo nero; questa singolarità la colpì; fermossi coll'intenzione di alzare il velo e considerare ciò che v'era nascosto con tanta cura; pure esitò. «Madonna!» gridò Annetta; «che vuol dir mai questo? È sicuramente la pittura, il quadro di cui si parlava a Venezia.
--Che pittura?» disse Emilia. «Che quadro?
--Un quadro,» rispose Annetta, tremante e pallida. «Non ho mai potuto sapere ciò che fosse.
--Alza quel velo, Annetta.
--Chi? io, signorina, io? No, per tutto l'oro del mondo.
--Ma che cosa hai saputo su questo quadro, che ti spaventa tanto?
--Nulla, signorina, non mi è stato detto nulla. Andiamo via.
--Sicuro, ma prima voglio vedere il quadro; piglia il lume, Annetta, alzerò io il velo.»
La cameriera prese il lume e fuggì precipitosamente, senza volere ascoltare Emilia, la quale, non volendo restar al buio, fu obbligata a seguirla.
«Ma che cos'hai, Annetta? Cosa ti fu detto di quel quadro, che scappi quando ti prego di restare?
--Non ne so il motivo, e non m'han detto nulla. Tutto quel che so, è che ci fu qualcosa di spaventoso a tal proposito; che in seguito fu sempre tenuto coperto d'un velo nero, e che nessuno lo ha veduto da molto tempo. Si dice che ciò abbia qualche rapporto colla persona che possedeva il castello prima che appartenesse al padrone; e...
--Benissimo, Annetta, mi accorgo che infatti tu non sai nulla del quadro.
--No, nulla in verità, signorina; perchè mi hanno fatto promettere di non parlarne mai. Ma...
--In tal caso,» soggiunse Emilia, vedendola combattuta dalla volontà di rivelare un segreto, e dal timore delle conseguenze, «in tal caso, non voglio saperne di più.
--No, signorina; non me lo domandate.
--Tu diresti tutto.»
Annetta arrossì, Emilia sorrise; finirono di traversare quelle stanze, e si trovarono finalmente in cima allo scalone. La cameriera vi lasciò la padroncina per chiamare una serva del castello, e farsi condurre alla camera inutilmente cercata.
Intanto Emilia pensava al quadro. La curiosità la spingea a tornar indietro per esaminarlo; ma l'ora, il luogo, il cupo silenzio che regnava intorno, tutto ne la distolse. Pure risolse di tornar col nuovo giorno al misterioso quadro e sollevarne il velo.
La serva comparve alfine, e condusse Emilia nella sua camera, situata all'estremità del castello ed in fondo al corridoio, sul quale s'apriva appunto la fila di stanze che avevano traversate. L'aspetto deserto di quella camera fece desiderare alla fanciulla che Annetta non partisse subito. Il freddo umido che vi si sentiva la gelava quanto il timore; pregò Caterina, la serva del castello, di accenderle un po' di fuoco.
«Oh! signorina, son molti anni che non venne acceso fuoco in questa camera,» disse la fantesca.
--Non c'era bisogno di dircelo, buona donna,» soggiunse Annetta; «tutte le stanze di questo castello son fresche come i pozzi in tempo di estate: stupisco che voi possiate vivere in un luogo simile. Per me, vorrei essere a Venezia, o piuttosto in Francia.»
Emilia fe' cenno a Caterina di andare a prender le legna.
«Non capisco,» disse la cameriera, «perchè questa si chiami la camera doppia.»
La padroncina intanto l'osservava in silenzio, e la trovava alta e spaziosa come tutte le altre già vedute. Le pareti erano intavolate di larice; il letto e gli altri mobili pareano antichissimi, ed avevano quell'aria di tetra grandezza che si osservava in tutto l'edificio. Essa aprì un finestrone; ma l'oscurità non le permise di nulla distinguere.
In presenza di Annetta, Emilia procurava di contenersi e trattener le lacrime. Desiderava ansiosamente di sapere quando si aspettava al castello il conte Morano; ma temeva di fare un'interrogazione inutile, e divulgare interessi di famiglia in presenza della servitù. Intanto, i pensieri d'Annetta occupavansi di oggetti ben diversi: essa amava molto il maraviglioso; aveva udito parlare d'una circostanza relativa al castello, che solleticava molto la di lei curiosità. Le avevano raccomandato il segreto e la sua smania di parlare era così violenta, che ad ogni istante stava per dir tutto. Era circostanza sì strana! Il non poter parlarne era un castigo forte per lei; ma Montoni poteva imporgliene de' più severi ed essa temeva di provocarlo.
Caterina portò le legna, e la fiamma sfavillante fugò alquanto la nebbia lugubre della stanza; la fante disse ad Annetta che la padrona la cercava: Emilia restò sola in preda alle sue tristi riflessioni. Per sottrarvisi, si alzò a considerare meglio la camera ed i mobili. Vide una porta chiusa poco esattamente; ma accorgendosi non esser quella ond'era entrata, prese il lume per sapere ove conduceva. L'aprì, e scorse i gradini d'una scaletta segreta. Volle vedere dove mettesse, tanto più che comunicava colla camera; ma nello stato attuale del suo spirito le mancò il coraggio per andar più oltre. Chiuse la porta, e cercò d'affrancarla, avendo osservato che dalla parte interna non aveva chiavistello, mentre di fuori ve n'erano fin due. Appoggiandovi una sedia pesante, rimediò in parte al pericolo; ma paventava molto d'esser costretta a dormire in quella camera isolata, sola e con una porta della quale non conosceva la riuscita. Voleva quasi andar a pregar la signora Montoni acciò permettesse ad Annetta di passar la notte con lei, ma rigettò quest'idea, persuasa che i di lei timori sarebbero stati chiamati puerili, e per non iscuoter anche di troppo la fantasia già alterata della giovine. Queste affliggenti riflessioni furono interrotte dal rumore di passi nel corridoio: era Annetta ed un servo che le portavano la cena da parte della zia. Si mise a tavola vicino al fuoco, ed obbligò la cameriera a mangiar seco lei. Incoraggita da tale condiscendenza, e dallo splendore e calore del fuoco, la buona ragazza accostò la sedia a quella d'Emilia, e le disse:
«Avete mai udito parlare, signorina, dello strano caso che ha messo il padrone in possesso di questo castello?
--Quale maravigliosa storia ti fu mai detta?» rispose Emilia, cercando nascondere la viva curiosità che la tormentava.
--Io so tutto,» soggiunse Annetta guardandosi intorno, ed accostandosele sempre più; «Benedetto mi ha raccontato tutto per viaggio.--Annetta, mi diss'egli, voi non sapete nulla di quel castello ove noi andiamo?--No, gli risposi, signor Benedetto; e voi che ne sapete?--Ma mi lusingo che saprete custodire un segreto, altrimenti non vi direi nulla per tutto l'oro del mondo.--Ho promesso di non parlarne, e si assicura che al padrone spiacerebbe molto che se ne ciarlasse.
--Se hai promesso il segreto,» disse Emilia, «fai male a rivelarlo.»
Annetta tacque alcun poco, poi soggiunse: «Oh! ma per voi, signorina, so bene che vi posso confidar tutto.»
Emilia si mise a ridere, dicendo: «Io tacerò fedelmente quanto te.»
Annetta replicò con gravità, ch'era cosa indispensabile, e continuò: «Voi dovete sapere che questo castello è molto antico e ben fortificato; si dice che abbia già sostenuto diversi assedi, e non appartenne sempre al signor Montoni, nè a suo padre; ma per una disposizione qualsiasi, egli doveva entrarne al possesso, se la signora moriva senza maritarsi.
--Qual signora?» disse Emilia.